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Katja CENTONZE
Ankoku butō: una politica di danza del cambiamento S. Blakeley Klein commenta che l'ankoku butō con la sua prima performance Kinjiki (Piaceri proibiti) del 1959 batte sul tempo di ben vent'anni il movimento punk rock. Questo teatro instaurato da Hijikata Tatsumi e Ōno Kazuo può essere definito il teatro della trasformazione, in quanto basa il suo vigore di rottura — non solo con il passato, ma anche con il presente — sul corpo metamorfico. Il corpo dell'ankoku butō assurge a elemento autosufficiente dal punto di vista di composizione dello spettacolo, vale a dire che si tratta di un tipo di performance che non richiede necessariamente un accompagnamento musicale, né accorgimenti scenici, né un testo drammaturgico. Le collaborazioni con diversi artisti come il designer Yokoo Tadanori provocano una forte risonanza nella concezione estetica di tutto il teatro d'avanguardia giapponese degli anni '60 del secolo scorso. Donald Richie testimonia come l'atmosfera delle scene di Hijikata e di Yokoo apparissero "non solo come la fine del mondo, ma, soprattutto, come la fine del Giappone". Al contempo l'arte coreutica di Hijikata e Ōno stimola negli anni '70 l'ambiente della danza in Europa e negli Stati Uniti a ricercare nuove formule performative come la nouvelle danse française e la contact dance. Nonostante la sua dissacrante forza, l'ankoku butō si presenta come una sorta di ricettacolo di elementi di danza giapponese prebuddhista, che trasforma e deforma sulla scena componenti teatrali provenienti dalla tradizione nō e soprattutto dal kabuki, ponendo in luce remoti principi che caratterizzano l'arte performativa del Giappone fin dalle sue origini. Esso risulta essere un'altra testimonianza del teatro giapponese relegato al cambiamento permanente e alla permanenza cangiante. L'intento di questo studio è stato di delineare come la danza dei due coreuti porti al parossismo aspetti della propria tradizione per inficiare la fissità del corpo nella cultura occidentale. |
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