Pio D'EMILIA
Giappone, l'informazione negata: alcuni recenti sviluppi sulla vicenda dei kisha kurabu

Nonostante l'art. 21 della Costituzione garantisca la piena e assoluta libertà di stampa, l'eccessiva contiguità tra autorità e mass-media, o quanto meno parte di essi, in Giappone, è fonte di preoccupate analisi (Ivan Hall, Laurie A. Freeman) e di periodiche proteste da parte dei governi e degli operatori stranieri (ma non solo). La Comunità Europea, lo scorso novembre, ha addirittura deciso di inserire la questione nell'annuale rapporto sulle riforme infrastrutturali, individuando le discriminazioni che i corrispondenti stranieri subiscono nell'esercizio delle loro funzioni come una delle tante "barriere non tariffarie" che violano gli accordi internazionali sul libero scambio di beni e servizi. Al centro di una questione che molti percepiscono come l'ennesimo esempio di gokai culturale, di una diversa concezione — e regolamentazione: in Giappone non esiste l'Albo — della professione giornalistica e del ruolo dei mass-media, si collocano i cosiddetti kisha kurabu, sorta di "circoli della stampa" che, per la loro natura esclusiva e regolata da regole e consuetudini tutt'altro che trasparenti, rappresentano un insormontabile ostacolo al libero accesso alle fonti non solo per i giornalisti stranieri, ma anche per tutti i media giapponesi (giornali e tv locali, organi di partito, settimanali e periodici, free-lancers) ai quali ne viene preclusa l'appartenenza. Ospitati all'interno di ministeri, enti pubblici, partiti, sindacati, grandi aziende e persino commissariati di quartiere, i giornalisti che fanno parte dei circoli, in cambio di informazioni di prima mano e di trattamenti di favore si impegnano a rispettare condizioni che difficilmente rientrano nella deontologia professionale. Domande scritte e concordate, generale accettazione dei comunicati senza contestarne, o semplicemente approfondirne, il contenuto. Ma soprattutto, i cosiddetti kondan e yomawari, sorta di briefing informali, convocati spesso all'improvviso, durante i quali le autorità lasciano trapelare, contando sulla non attribuibilità, importanti informazioni che, in un corretto rapporto tra media e istituzioni, dovrebbero essere affidate a comunicati ufficiali. I kisha club, sorti alla fine del XIX secolo originariamente per difendere i giornalisti da possibili ritorsioni delle autorità, sono attualmente più di 1500 (500 solo a Tōkyō) e, a parte alcune recenti iniziative, la loro "apertura" o, come ha chiesto la Comunità Europea, la loro "abolizione" è ancora obiettivamente molto lontana. Ma il dibattito è molto vivo e le trattative, sia formali che dietro le quinte, molto intense. L'associazione internazionale "Reporters sans frontières", nel suo "report 2002" ha giustificato l'imbarazzante posizionamento del Giappone al 25mo posto della sua classifica dedicata al livello della libertà di stampa nei singoli paesi proprio a causa dell'esistenza dei kisha kurabu. Nel corso degli ultimi due anni, anche a causa del ruolo istituzionale che ha ricoperto (Vicepresidente della Stampa Estera) l'autore è stato tra i protagonisti di questa lunga e difficile "battaglia", tutt'ora in corso, e testimone diretto di numerosi episodi che contrassegnano il "cambiamento", lento ma irreversibile, del rapporto tra mass-media, autorità e istituzioni. Scoprendo, tra l'altro, che a fronte di una più o meno convinta "apertura" e disponibilità da parte del governo e di altre istituzioni pubbliche, le maggiori resistenze provengono proprio dai media e dai singoli giornalisti che approfittando di questo sistema, godono di una posizione avvantaggiata nell'esercizio della professione.