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Gianluca DI FRATTA
Dal "pericolo giallo" al simulacro tecnologico: il Giappone nei fumetti italiani Almeno fino alla fine degli anni trenta, il Giappone e i giapponesi non hanno, agli occhi degli occidentali, una loro puntuale e inequivocabile identità etnica. Sono, in effetti, gli orientali in genere l'oggetto delle ansie collettive, gli esponenti anonimi di un "pericolo giallo" destinati a trasmettere, di decennio in decennio, l'archetipo del "giallo" nell'immaginario comune. In Europa, e specificatamente in Italia, il Giappone nel suo ethnos distinto resta appannaggio esclusivo delle élite culturali, stimolando attraverso le immagini esotiche di geisha, samurai e case di carta la creatività di scrittori, commediografi e pittori. Con l'avvento di un cinema hollywoodiano nel corso degli anni venti, si manifesta in Italia il divario tra arte "colta" (che continua a interessarsi al Giappone e alla sua arte figurativa) e arte "popolare", ivi compreso il fumetto. Influenzato essenzialmente da una cultura cinematografica di stampo americano, quest'ultimo aggiorna lo schema del "pericolo giallo" (che sull'onda emotiva del conflitto sino-giapponese del 1937 diviene prevalentemente un "pericolo giapponese"), dipingendo l'orientale invariabilmente come un servo abietto o un astuto malfattore, e se pure alcune volte è descritto in modo simpatico, si tratta in genere di un orientale posticcio o caricaturale. A seguito dell'asse Roma-Berlino-Tōkyō varie pubblicazioni italiane, specie se destinate all'infanzia come i libri di fiabe e i fumetti, iniziano a presentare i giapponesi come gloriosi alleati. Ma l'immaginario collettivo è ancora fermo a una visione americanista del Giappone e a poco valgono i maldestri sforzi della propaganda fascista nel tentare di imporre agli italiani un'immagine credibile degli alleati nipponici. Il modello nippofobo, sia narrativo sia iconografico, perdura almeno fino alla metà degli anni Cinquanta in un'innumerevole serie di realizzazioni a fumetti che riflettono gli schemi del cinema americano di tipo bellico, attraverso le eroiche imprese dei vari settori dell'esercito statunitense alle prese con giapponesi stupidamente efferati e crudeli. Bisogna aspettare gli anni sessanta per vedere intaccata questa interpretazione dicotomica della storia, con il successo delle testate di avventure belliche francesi e italiane che mettono i soldati di tutti gli eserciti su uno stesso piano, preferendo i loro problemi di uomini alle arditezze militari. Il "giallo" senza distinzione ritorna prepotentemente nell'immaginario italiano negli anni settanta, quando cominciano a comparire i primi film legati al fenomeno kung fu, il cui dilagante successo agevola la diffusione in Italia di un coacervo di testate a fumetti legate al racconto di arti marziali. E' una breve parentesi prima del "ritorno di fiamma", questa volta di un Giappone nuovo, che attraverso i primi videogiochi e alcuni strumenti tecnologici a stretto uso domestico, da un lato, e l'invasione pacifica di un cartone animato di genere fantascientifico, dall'altro, diffonderà a partire dalla fine degli anni settanta e per i decenni successivi un'immagine ad alta risoluzione tecnologica del popolo giapponese nel fumetto italiano.
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