Alfredo PRINCIPATO
Genesi ed evoluzione del budō

La graduale ritualizzazione del bugei bujutsu, cioè dell'antico quanto variegato repertorio di metodi e specialità marziali giapponesi, è un fenomeno che prende avvio in periodo Momoyama e che si evolve lentamente nel corso dei profondi mutamenti di carattere politico, sociale e culturale dei secoli successivi. Se l'impiego delle armi da fuoco e il reclutamento di grandi eserciti pone in disuso l'utilizzo bellico delle armi e delle strategie tradizionali, finalizzate a un confronto prevalentemente individuale, l'arte della spada (kenjitsu), raggiunge invece, a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, l'optimum in fatto di perizia e di virtuosismo. E proprio dalla ricerca, da parte dei grandi kenshi di quell'epoca, di un'efficacia ottimale in combattimento, scaturisce il nuovo punto di vista dell'identità tra la spada e lo zen. L'adozione, nell'addestramento, di metodiche psicologiche di derivazione zenista, in un contesto — quello della società Tokugawa — in cui, sotto l'influsso delle scuole neoconfuciane, si attua una rivalutazione dell'ethos guerriero, farà sorgere l'idea di una progressione oltre la tecnica (jutsu) finalizzata all'acquisizione, al di là dell'efficacia, di un nuovo stato di coscienza (). Secondo la visione del budō, in altre parole, il raggiungimento della perfezione formale costituisce un ponte lanciato verso un approdo di più vasta portata: il completo autodominio sul corpo e sulle emozioni, una lucida consapevolezza di sé utilizzabile in tutti gli ambiti della vita. Specchio degli orizzonti più vasti verso cui è proiettato il Giappone Meiji, si può considerare il budō moderno (shinbudō), teorizzato da Kanō Jigorō. La sua concezione della pratica marziale come percorso formativo che abbraccia non solo la maturazione fisica e psicologica dell'individuo, ma dell'uomo parte integrante della società e del genere umano, rende socialmente accettabile e sempre più attuale questo interessante retaggio della cultura giapponese.