Simone DALLA CHIESA
Le costruzioni stative in giapponese

L'intervento presenta una classificazione delle frasi stative (che descrivono, cioè, stati o condizioni e non azioni o eventi) in giapponese, prestando particolare attenzione alle costruzioni transitive rette dal verbo suru e a quelle con struttura superficiale –niga rette da verbi di potenzialità. Dopo avere discusso sinteticamente della nozione aspettuale e semantica di statività, ho esaminato più in dettaglio i problemi insiti nella definizione di statività in giapponese. Pur tenendo conto dei diversi aspetti del problema, l'analisi si basa sulle sue due classi di jōtai dōshi e jōtai hattatsu dōshi, determinate in base alle possibilità di conversione dei verbi in forme quali –teiru o –nagara.

L'analisi a questo punto incrocia queste due classi di verbi stativi con le costruzioni intransitive locative, le costruzioni transitive rette da verbi di sentimento, verbi di possesso o di indossare e aggettivi, le costruzioni transitive –waga con accusativo uguale al nominativo, e le costruzioni con agente ergativo (–ni) e oggetto assolutivo (–ga). Le conclusioni suggerite sono tre: anzitutto la necessità di una ridefinizione semantica generale della forma –teiru come "estensiva" e non "progressiva" o "durativa"; quindi la possibilità di "stativizzare" con essa costruzioni apparentemente di azione; e, infine, la presenza in giapponese, come in altre lingue, di uno split system accusativo/ergativo determinato dalla natura aspettuale e semantica del verbo.