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Gianluca DI FRATTA
Da Tetsuwan Atomu a Neon Genesis Evangelion: robofilia e tecnocentrismo nel cinema di animazione giapponese Nelle pagine della fantascienza giapponese a fumetti i primi personaggi robotici fanno la loro comparsa negli anni trenta. Ma la vera invasione del robot nella cultura popolare del Giappone e da lì nella macchina cinematografica a cartoni animati è riconducibile essenzialmente al secondo dopoguerra. È proprio a seguito della sconfitta subita per opera della potente macchina bellica americana, infatti, che la cultura popolare giapponese si impadronisce della tecnologia occidentale, proponendo una interpretazione nuova e sofisticata di quest'ultima attraverso le immagini di futuristici uomini-macchina. Cosicché, anziché essere demonizzata, la tecnologia occidentale è feticizzata per mezzo di scintillanti eroi di metallo che dalle pagine dei manga sono più volte trasposti sullo schermo. Non a caso, il primo eroe popolare del cartoon giapponese è Tetsuwan Atomu (1963), un robot atomico dalle fattezze di un bambino. Esso incarna la potenza della macchina occidentale, di cui costituisce un frammento, e come tale è raccolto, accettato e nutrito perché un giorno possa divenire il fedele difensore dell'umanità nipponica. Da qui all'immagine ottimistica dei primi robot giganti, una metafora ribaltata dell'ombrello protettivo aperto sul Giappone postbellico dall'occupazione americana, e del robot come armatura prostetica, segno di una confidenza crescente nell'immagine che i giapponesi andavano ricostruendo di se stessi a mano a mano che il ricordo della sconfitta militare si spegneva nella memoria collettiva. Da Majingā Z (1972) a Kidō senshi Gundam (1979), da Bubblegum Crisis (1987) a Neon Genesis Evangelion (1995), l'idea di una tecnologia robotica come veicolo o esoscheletro potenziativo è stata sviluppata e rielaborata in centinaia di anime. Questa interpretazione è da considerarsi come l'esito di una specifica evoluzione che attraversa la storia del robotto anime fino ai giorni nostri.
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