Alfredo PRINCIPATO
Luci e ombre nella nipponizzazione del karate

L'integrazione del karate di Okinawa nel budō, e quindi la sua sostanziale nipponizzazione, si realizza nel difficile scenario degli anni trenta, segnato dall'insorgere dell'ultranazionalismo. Fino al primo ventennio del novecento, questa forma di lotta a mani nude aveva conservato l'originaria impronta cinese, tanto che lo stesso termine karate, scritto con il carattere kara (Cina, cinese) abbinato a te (mano) ne tradiva in maniera evidente la derivazione continentale. Senonché, con l'avvento del militarismo imperialista e xenofobo, la diffusione di un metodo di combattimento marcatamente straniero, che peraltro nei secoli passati era stato impiegato dalla popolazione di Okinawa in funzione antigiapponese, poteva apparire incompatibile con la tradizione marziale dell'arcipelago. L'ideogramma kara venne allora sostituito con un altro che, pur mantenendo la stessa fonetica, era traducibile come "vuoto", un termine denso di accezioni e di contenuti zenisti, peraltro poco radicati nella cultura delle Ryūkyū. È vero che tale modifica avvenne grazie all'appassionato interessamento di Kanō Jigorō, allora ministro dell'Educazione e con il pieno assenso dei maestri Funakoshi Gishin, Miyagi Chōjun, Mabuni Kenwa, fondatori rispettivamente dello Shōtōkan, del Gōjuryū e dello Shitōryū, i tre stili derivati dalla più antica tradizione isolana. Bisogna però rilevare che il karate, a dispetto del forzato adeguamento agli orientamenti ultranazionalisti del Butokukai, la massima istituzione del budō, ha sempre conservato i presupposti logici e i contenuti tecnici ereditati dalla millenaria tradizione del wu shu cinese. Ciò ha generato quella sorta di dualismo fra karate nipponizzato (o "più" nipponizzato) e non (o "meno nipponizzato) che ancora alimenta diverse polemiche tra i praticanti giapponesi e quelli di Okinawa.