Manuela SURIANO
Il dramma atomico: scriverne senza averlo vissuto

A quasi sessant'anni dagli eventi di Hiroshima e Nagasaki, che cosa resta del genbaku bungaku nell'odierno panorama letterario giapponese? Se la battaglia contro l'oblio viene portata avanti da interventi di varia natura (pubblicazione di diari e documenti, mostre, iniziative in campo educativo), la produzione più strettamente letteraria sembra limitata al lavoro di pochi. Escludendo il lavoro incessante degli ultimi scrittori hibakusha, in anni recenti si sta assistendo alla scomparsa di opere ispirate alla bomba atomica e ai temi a essa connessi, in sintonia con la tendenza generale che sembra avere ormai accantonato il problema degli armamenti nucleari. Le opere letterarie di una certa risonanza prodotte da scrittori non colpiti direttamente dagli effetti devastanti dei due bombardamenti arrivano agli anni '80. Ci si è soffermati sui romanzi di tre scrittori affermati quali Sata Ineko, Inoue Mitsuharu e Oda Makoto, evidenziandone la specificità e gli elementi innovativi. Sata, nel romanzo Juei del 1972, sullo sfondo di attività politiche e movimenti antinucleari, rappresenta la storia d'amore tra una donna d'origine cinese e un artista giapponese, raccontando della loro lotta intima e solitaria contro l'insorgere della "malattia atomica". Inoue, sensibile alla cultura autoctona di Nagasaki, con Ashita del 1982 mette in scena il mondo di valori e la rete di relazioni umane che costituivano il tessuto sociale della città fino all'8 agosto 1945, la vigilia dello scoppio della bomba. Oda, nel romanzo HIROSHIMA del 1981, tratta il bombardamento atomico da una prospettiva globale, come l'evento culmine a cui può portare la guerra e di fronte al quale è necessario richiamare ogni individuo alle proprie responsabilità.