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Gianfranco FUSCO
Murakami Haruki: jisatsu e kaidan alle soglie del 2000 Murakami è uno scrittore americano. Un gaijin che lo scherzo di una cicogna burlona ha fatto nascere a Kōbe anziché a New York, dove, per rimediare a questa anomalia, Murakami trascorre parte della propria vita. Ma anche lì — c'è da scommetterci — è un foreigner, uno di fuori, perché Murakami, come l'alter ego narrante dei suoi romanzi, è uno stranger in the world, "straniero" rispetto a tutto ciò che lo circonda. Come il Mersault di Camus. Tutto ciò che vedono e fanno i suoi protagonisti lo vivono con fredda indifferenza (Strecher ha definito Murakami il "Japan's coolest writer"). In una Tōkyō rarefatta e surreale, questi anomali edokko di fine millennio si muovono all'interno di storie thrilling paradossali, costellate di inquietanti presenze fantasmatiche, nelle quali il suspense è creato e mantenuto vivo con la tecnica del rinvio. Da una pagina all'altra ci si aspetta che accada qualcosa di risolutivo, ma — come avviene per lo più nella vita vissuta — la soluzione chianificatrice non arriva mai. Nemmeno i suicidi, nonostante la loro definitività, sono sufficienti a definire la vicenda. La storia cessa, perché tace la voce narrante, ma rimane la sensazione che non sia finita. I referenti stilistici di Murakami non sono i classici moderni giapponesi, né Natsume Sōseki né Nagai Kafū né Tanizaki Jun'ichirō e nemmeno l'occidentalizzato Mishima Yukio, ma piuttosto i romanzi hard boiled amenicani. Però, al contrario che nei thriller di Chandler e Hammett, caratterizzati dalla velocità dell'azione e dal ritmo incalzante, in Murakami la narrazione è rallentata quasi fino all'esasperazione, accompagnata dalla colonna sonora della musica jazz e delle canzoni americane degli anni sessanta, fra whisky e hamburger, come in un acquerello di Masami Teraoka. Il racconto fantastico giapponese, alle soglie del duemila, assomiglia più al romanzo minimalista amenicano che al kaidan tradizionale e i suicidi non hanno più il carattere di eroica protesta (seppuku) o di tragico epilogo della passione amorosa (shinjū), ma sembrano il prodotto dello spleen e dello stress della vita metropolitana. |
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