|
Nancy MARTIN
L'erba: la persistenza dell'ordinario nell'iconografia giapponese Camminando nei luoghi urbani in Giappone, il passante noterà una passione per le piante un po' ovunque: una pianta erbacea dietro il vetro sfumato di una finestra, un ciliegio singolo superstite, dei bambù in uno spazio infinitesimo tra una casa e l'altra. I fiori, però, sono in minoranza; qui regna il verde delle foglie e delle piante erbacee, regna un atteggiamento diverso, quasi di venerazione, per il mondo vegetale. Anzi, sembra, che ci sia un reciproco scambio, in cui l'uomo venera la pianta, ma anche la pianta festeggia l'uomo. È ciò che denota la persistenza dell'ordinario, l'amore per le cose come sono. C'è un altro gruppo di piante che non si vedono quasi più, ma sono altrettanto importanti al racconto dell'etos giapponese. Alcune piante erbacee erano usate per la loro fibra preziosa che, diventando filato, serviva per tessere abiti sin dai tempi piü remoti. Oggi il bashō o banana, il gelso, il kozo (mora da carta), l'ibisco, il glicine e la canapa non sono più usati, mentre, non tanto tempo fa, erano le uniche fibre disponibili alla gente della "classe erba". E oggi la moda li rivuole. Le piante erbacee sono presenti un po' ovunque nella poesia e nelle arti visive giapponesi. Attraverso le parole e le immagini testimoniano la persistenza dell'ordinario, così caratteristico dell'estetica giapponese. |
|||
|
|