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Giancarla SANDRI FIORONI
Mutamento del valore semiotico della pittura paesaggistica cinese nell'arte giapponese Non ci si è prefissi di rappresentare, dal punto di vista storico-geografico, il panorama della pittura monocroma paesaggistica a inchiostro di china che si denomina shanshui hua in Cina e sansuiga in Giappone, bensì cercare di spiegare le allegorie, le relative figure allusive e i simboli, termini e concetti strettamente connessi con la scuola del buddhismo cinese della Meditazione e della Improvvisa Illuminazione che in Cina ebbe nome chan. La pittura paesaggistica cinese nasce nel periodo critico della dinastia Tang, negli anni della ribellione del governatore An Lu-Shan nel 751, allorché l'impero cade in una turbolenta e drammatica situazione. Si consolida una élite, fatta di laici e di monaci, che desidera condurre una vita il più possibile serena in modo da essere in grado di raggiungere uno stato di illuminazione e di coscienza della intrinseca natura di Buddha e della Via di ritorno al tao. Questo programma di vita trova la sua manifestazione simbolica nella pittura paesaggistica, lo shanshui. La scuola chan entra in Giappone durante lo shogunato di Kamakura. I primi cultori sono affascinati dall'arte cinese paesaggistica, che eserciterà una notevole influenza sull'arte indigena. A partire dal periodo Muromachi, i monaci-pittori zen dello Shokokuji di Kyōto saranno i maestri più apprezzati. A differenza della simbologia cinese, la pittura paesaggistica che nasce in Giappone rispecchia il luogo che ha ispirato l'artista e perde il sottile incanto simbolico originario. |
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