Alexia BORO
Da Edo a Tōkyō: la trasformazione della capitale attraverso tre casi di architetture "rappresentative"

All'indomani dell'apertura dell'arcipelago ai mercati e alla scienza occidentali, la Trasformazione Meiji seppe definire le forme e i modi dello sviluppo e del progresso del Giappone, imprimendo una svolta definitiva alla crescita economica del paese e all'elaborazione del confronto, dovuto ma difficile, con i contenuti della cultura e delle tradizioni dell'Occidente. All'interno di questo processo, osservare l'evoluzione di Tōkyō, da città feudale in città moderna, permette di evidenziare il ruolo riconosciutole a livello politico di catalizzatore del complesso programma messo in atto dall'oligarchia al potere. Quest'ultima, infatti, rivolse un costante, attento interesse verso lo sviluppo mirato e funzionale della nuova capitale imperiale, facendone strumento politico del programma di riforme. Tra il 1868 e l'avvento della rivoluzione industriale, il processo d'identificazione tra la città di Tōkyō e il nuovo Stato centralizzato condusse a un uso simbolico dello spazio urbano, concepito come strumento politico funzionale alle scelte di governo. Gli oligarchi utilizzarono gli interventi architettonici e di rinnovamento urbano per trasformare la capitale in specchio e vetrina del progetto d'adeguamento e d'avvicinamento politico dello Stato ai contenuti e alle forme della modernizzazione. Tōkyō diventò così la base politica del nuovo stato unificato e al contempo campo per i test del programma politico e modello per le altre province. Si è quindi cercato di evidenziare, attraverso gli interventi specifici a livello urbanistico e architettonico (il Ginza rengai gai, la ricostruzione del porto di Tōkyō, il Rokumeikan ecc.), il significato politico "dell'architettura rappresentativa" nell'ambito del programma di modernizzazione economica e sociale del Giappone Meiji.