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Daniela DE PALMA
Il massacro di Nanchino nelle relazioni diplomatiche italiane La pubblicazione, nel 1997, del libro The Rape of Nanking – The Forgotten Holocaust of World War II, di Iris Chang, ha riportato vivacemente alla ribalta un avvenimento storico molto dibattuto, l'incidente di Nanchino, o Massacro di Nanchino (Nankin daigyakusatsu), che ebbe luogo tra il dicembre 1937 e il gennaio 1938 (circa sette settimane) nella città cinese di Nanchino, occupata dai giapponesi. Fino a oggi sono stati pubblicati sull'argomento numerosi libri, tra cui nove differenti collezioni di materiali storici, e appare quindi difficile negare la morte di civili e le violenze, ma le fonti sono assai discordanti per quanto riguarda il numero delle vittime cinesi: dai 35.000 civili morti citati dalla Encyclopedia Britannica alla stima di circa 140.000 civili e prigionieri di guerra in una recente Cronologia pubblicata dalla Kodansha, alla cifra "ufficiale" di 300.000 del Governo cinese. Ma cosa sapeva il mondo di ciò che stava accadendo a Nanchino, e in particolare cosa ne sapeva il Governo italiano? Ho effettuato una ricerca nell'Archivio storico-diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, esaminando tutte le buste relative agli affari politici di Cina e Giappone negli anni 1937 e 1938. La presenza di numerosi appelli alla Società delle Nazioni da parte del delegato cinese, Wellington Koo, che lamentava i metodi di guerra, di estrema brutalità, delle forze armate giapponesi, incluso l'impiego di stupefacenti (oppio e suoi derivati), di bombardamenti, di gas tossici, nonché una Comunicazione cinese del 17/9/1938 alla Società delle Nazioni, relativa proprio alle violenze commesse a Nanchino, testimoniano che ciò che stava accadendo era internazionalmente risaputo. I riferimenti all'accaduto nei documenti italiani sono, invece, molto limitati. In particolare, l'ambasciatore italiano a Tōkyō, il 3/3/1938, tra le motivazioni del richiamo anticipato in Giappone del Generale Matsui, responsabile dell'offensiva nipponica su Nanchino, non escludeva quella di "non aver saputo impedire le note violenze commesse dalle truppe giapponesi a Nanchino"; mentre secondo l'addetto militare a Tōkyō (relazione del 14/3/1938) "Il Generale Matsui avrebbe preso misure severe per evitare il ripetersi dell'inconveniente". |
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