Gianfranco FUSCO
Kitano "Beat" Takeshi: yakuzazen beats and bites Japan

Talvolta i personaggi cinematografici di Kitano sembrano ideati da Peckinpah e filmati da Ozu. I suoi yakuza sono sanguinari e giocosi insieme, rapidi negli atti violenti e lenti nei comportamenti quotidiani. Si muovono come samurai in un Medio Evo contemporaneo parallelo, applicando le regole di uno Hagakure perverso. Inconsci seguaci dello zen, uccidono come altri tracciano un ensō, praticano zazen accucciati di fronte al mare, immobili davanti all'elemento mobile, con gli sguardi persi nel , in cui ogni atto, di bontà o malvagità, è ugualmente inutile. Azuma di Violent Cop equivale a Uehara di Boiling Point, al balordo tenero yakuza dell'Estate di Kikujiro, a Aniki di Brother. Perché, nella dimensione dell'Assoluto, non c'è differenza fra il peggiore degli assassini e il Buddha. E ogni uomo è, come nel simbolo del dao, metà bianco e metà nero. Milarepa è santo, mago e assassino. Per questo i film di Kitano, che hanno stravolto i tempi e i modi narrativi dei noir americani e di Hong Kong, ma anche del cinema d'azione giapponese, sconcertano più in patria che in Occidente. Anche perché i suoi compatrioti, quando lo vedono apparire sullo schermo, non riescono a dimenticare le buffonate televisive dell'attore di manzai. E Kitano non manca di ripagarli con sberleffi zen di ogni tipo: critica il sistema politico, il comportamento delle donne, i militari, i bambini, con paradossi ed eccessi verbali degni di W. C. Fields.