Bonaventura RUPERTI
La funzione della poesia nella società giapponese: lo haikai

Nello scritto dal titolo di Saimonji, Bashō utilizza una metafora paradossale per definire la sua poesia: braciere d'estate e ventaglio d'inverno. In tal modo sembra voler dichiarare provocatoriamente l'inutilità e anche la follia dell'arte, dominio del vano e del superfluo. Tale concezione del valore dell'arte, della folle dedizione al suo continuo mutare, nasce dalla consapevolezza della perenne fuggevolezza del reale, del vivere e della parola stessa. Ma quale era stata la funzione dello haikai fino all'avvento di Bashō? Nelle dichiarazioni del rifondatore dello haikai in epoca Tokugawa, Matsunaga Teitoku, così come nelle elaborazioni di trattati e prefazioni a raccolte poetiche delle scuole Teimon e Danrin, con accese dispute teoriche lo haikai è venuto definendo la propria identità e anche la propria ragion d'essere. Oltre a illustrare le caratteristiche e le peculiarità dello haikai in rapporto al renga, oltre a descrivere e disputare su tecniche, lessico e procedimenti, di primaria importanza è soprattutto chiarire il senso, il valore e la funzione del "verso umoristico" in rapporto ai più illustri generi poetici della tradizione, dallo waka al renga. Se la tradizione aveva attribuito alla poesia virtù (katoku) quasi magiche e miracolose, quali funzioni si riconosce a livello teorico il genere che fiorisce nella nuova epoca? E al di là dei propositi e delle dichiarazioni d'intenti di artisti e verseggiatori, quale era la funzione sociale, creativa e ludica, della composizione e dei raduni poetici? Si è cercato di rispondere a tali interrogativi concentrandosi sul tracciato che, nella fase di fioritura dello haikai nel XVII secolo, conduce da Teitoku a Bashō.