LA STRANA AVVENTURA DI DELIO CLAPIZ

Giornale radio, edizione straordinaria delle ore 22 di giovedì 6 maggio 1976: circa un'ora fa una violenta scossa tellurica del IX grado della scala Mercalli, con epicentro vicino a Gemona, ha sconvolto il Friuli e in particolare la zona settentrionale delle provincie di Udine e Pordenone. Messaggi pervenuti da radioamatori locali che comunicano con CB a batteria definiscono l'area a nord di Udine 'zona di guerra'.
I sopravvissuti trascorsero quella notte nel buio e nel terrore, a cercar di scavar con le mani fra le macerie sotto cui si sarebbero contati quasi mille morti, in un'atmosfera resa irrespirabile dalla polvere che gravava stagnante dappertutto. Gemona era quasi completamente rasa al suolo.

Damasco, quasi un anno dopo
Delio Clapiz non credeva ai propri occhi quando s'accorse che la donna gli sorrideva. Era in attesa da qualche minuto alla fermata dell'autobus a Bab Tùma, e gli era venuto naturale soffermarsi con lo sguardo sulla femmina appoggiata al muro, cercando istintivamente d'indovinarne le forme al di sotto della bardatura costituita dalla giacca e la lunga gonna, ambedue sull'abbondante. Il fazzolettone bianco completava la copertura del capo lasciando in vista solo l'ovale del viso, piacente, da cui si deduceva un'età non più giovane, ma non tale da inibire il rifrullo degli ormoni di Delio, più che mai eccitabili dopo otto mesi di permanenza in Siria, dove le donne erano un'opinione. Non parliamo del cantiere dove lui stava sei giorni la settimana. Lì le donne, tutte bellissime e più che mai disponibili, erano tante. Le fantasie degli operai erano inesauribili e ne creavano una dopo l'altra. Ciascuna viveva per i pochi minuti che servivano, poi si scioglieva nel calore del capannone e nel sudore dell'amante di turno che ripiombava nella sua grama realtà fatta di sole cocente, fuori, e brodoso umidore da bruciar gli occhi e cuocere le carni, dentro.
Tutta colpa di quel terremoto nel Friuli.

Gemona, 6 maggio 1976
Quella sera Delio era fuori con Elide. S'era fatto prestare la '500' dal padrone perché era certo che quella sera la ragazza gli avrebbe concesso qualcosa. Un po' più di un bacio, forse delle carezze... e poi... chissà. Da qualche tempo le ronzava attorno e lei non pareva insensibile allo sfarfallio. Anzi. A momenti sembrava promettere estasi sconosciute. Poi ogni volta tutto si concludeva con qualche bacio e schiaffetti alle mani del maschio che cercavano - col bacio - morbidezze per il momento ancora negate. Ma Delio quella sera sentiva che avrebbe ottenuto di più. L'auto l'avrebbe aiutato più di quanto poteva far il buio di un cinemino la domenica pomeriggio o la stradina sterrata fuori Gemona che portava alla cascina di Elide quando, sul far della sera, la riaccompagnava a casa a piedi dopo essere andato prenderla alla sartoria dove lavorava.
Delio Clapiz, ventisei anni, faceva il meccanico nell'officina del sor Giuseppe. Se la cavava nel suo mestiere e il padrone lo stimava. Niente di più. Ma lui non aveva grandi ambizioni. Una prospettiva di vita tranquilla al paese, un matrimonio nel futuro con qualche figlio. E - al momento e nell'attesa - una voglia naturale di sesso che però trovava sfogo solo nella fantasia.
Da un paio di mesi si accompagnava con Elide - conosciuta in chiesa - che ricambiava l'interesse, ma faceva la ritrosa quando lui cercava di arrivare a un certo dunque, anche superficiale. Come buona parte delle sue amiche, anche lei vedeva quel 'dunque' - con annessi e connessi - come un punto d'arrivo dopo il matrimonio. Anche se... qualcun'altra che voleva mostrarsi emancipata o - semplicemente - era più biricchina, le aveva parlato delle piacevolezze di certi 'giochini' con l'amico del cuore.
Quella sera, uscita dal lavoro, aveva trovato Delio che l'aspettava - come d'accordo - nella '500' vicino alla sartoria. L'idea era di andare a trovare una sua amica a Venzone, il paese vicino, e poi tornare. E così fecero. Quattro chiacchiere e un bicchiere di vino da Cesira e poi via sulla strada di casa. Solo che un po' prima di giungere allo sterrato che portava alla cascina di Elide, Delio aveva piegato in una stradina nel boschetto. "Dove vai? Cosa vuoi fare?". "Voglio solo far due chiacchiere con te, tranquillamente". "Solo due chiacchiere. Intesi? Sai che alle nove devo essere a casa". "Va bene". Mancava mezz'ora alle nove. Fermò la piccola automobile presso il muretto di un casèra abbandonata. Fra i tronchi del boschetto nei pressi la luce di un lampione in una strada poco lontana. "Sai che ti voglio bene e... ". "Sì, lo so. E anche che non vedi l'ora di mettermi le mani addosso". "Ma è perché ti voglio bene". "Io so che i ragazzi metterebbero volentieri le mani addosso a tante ragazze per cui non provano altro sentimento che quello dettato dalle loro voglie". "Può darsi. Ma io a te ti voglio bene". E le s'accostò col viso per baciarla. Lei si ritrasse appena un po', forse per salvar le apparenze, ma poi gli lasciò la bocca non tardando a rispondere al bacio che diveniva sempre più appassionato. Sarà stata l'atmosfera, sarà stato il vino bevuto poco prima, ma il giovane si sorprese ad armeggiare coi bottoni della camicetta di Elide senza incontrar praticamente resistenza, salvo la mano di lei su quella di lui in un solo formale tentativo di trattenerla. Un attimo dopo Delio riprovava la sensazione di accarezzare i seni di una donna, a qualche anno da quando - militare - gli era capitato di andare assieme ai commilitoni con qualche prostituta. Ma questa volta era molto meglio. Accarezzava la propria ragazza e non una a pagamento che manifestava senza riguardo la propria indifferenza per l'uomo di turno cui non nascondeva la fretta di finire presto per passare a un altro.
Delio pensava di esser arrivato. Elide gli stava cedendo e lui si sentiva al settimo cielo. Ed è lì che accadde il finimondo. La macchina sembrò mettersi a saltare mentre un boato tremendo scuoteva il mondo tutt'attorno. Il giovane vide nella penombra il muretto davanti a sé incrinarsi in più punti e qua e là sbriciolarsi. Il lampione poco lontano si spense e fu come il mondo intero avesse spento la luce continuando a sussultare per un tempo che pareva non finire mai. Elide era rimasta un attimo impietrita, con la sua camicetta aperta. Poi d'istinto se la serrò addosso e aprì lo sportello, mentre la terra continuava a sussultare tra i boati. "Il terremoto!". D'improvviso com'era iniziato tutto s'arrestò e furono il silenzio e il buio più neri, mentre un acre odore di polvere si levava a saturar l'aria. "Portami a casa" supplicò la ragazza. Il fascio di luce dei fari della macchina si rifranse sul polverone che si manifestò in tutta la sua pesantezza. Delio si avviò a passo d'uomo. Passò accanto a quella ch'era stata la villetta dei Londero. Era crollata a metà e delle persone in pigiama stavano spostando pietre a mani nude con la frenesia della disperazione. Al passaggio dell'auto le si volsero incontro, ma Delio tirò dritto con accanto Elide rattrappita che singhiozzava piano. Evitò un albero apparso all'improvviso di traverso sulla strada. La casa della giovane apparve poco dopo, lesionata ma in piedi. Padre madre e fratello erano nel cortile a guardarsi sconsolati. Ma erano tutti là! Elide piangendo e ridendo insieme si lanciò ad abbracciar sua madre. Delio invertì subito la marcia. Nei pressi dell'abitato la polvere s'era ulteriormente addensata ed egli fu costretto a lasciare il mezzo, anche per i detriti sparsi sulla strada che impedivano il passaggio. La luce di qualche piccolo incendio baluginava riverberandosi sulla densa cortina e dei tubi dell'acqua rotti allagavano la strada. L'odore di gas aleggiava a tratti. Correndo angosciato verso casa sua notò che l'officina del sor Giuseppe non esisteva più, al suo posto c'era solo un cumulo di pietrame con davanti alcune macchine sfondate. Trovò suo padre e suo fratello che spostavano detriti su un ammasso di macerie che poco prima era un'abitazione di due piani. "La mamma è sotto - gli singhiozzò il fratello - noi siamo riusciti a scappare prima del crollo, ma lei non ce l'ha fatta".
La madre di Delio fu salvata il giorno dopo. Una trave l'aveva protetta e se la cavò con un braccio rotto. Molto peggio era andata alla famiglia dei vicini di cui solo tre su sei si salvarono. I morti di Gemona furono oltre trecento.

Dopo il terremoto
Perso il lavoro nell'officina che non si riprese più, Delio trovò presto un posto abbastanza sicuro presso una grande società di riparazioni d'auto a Udine, ma non si sentiva a proprio agio coi nuovi compagni e i nuovi padroni, in un rapporto ben diverso dal calore instaurato col sor Giuseppe. E quando seppe che una ditta di costruzioni stradali all'estero cercava operai fra i terremotati, si diede da fare e un mese dopo era in Siria.
Che esistesse un paese al mondo chiamato Siria l'aveva saputo solo all'occasione. Gli avevan detto ch'era un paese arabo a circa tre ore di volo dall'Italia. Delio non poteva permettersi di fare lo schizzinoso, oltre al fatto che in assoluto per lui un paese valeva un altro. Al di là di Gemona e dintorni per lui era tutto terra incognita.
Prima di partire gli fu fatto fare un rapido corso d'addestramento all'uso di piccole macchine di movimento terra e un altro per un po' d'inglese di sussistenza in cui lui si dimostrò più ricettivo dei suoi colleghi.

Siria
Che la vita in Siria non sarebbe stata una passeggiata di tutto comodo lo sospettò quando gli fu assegnato l'alloggio, in piena notte dopo un viaggio notturno in un pulmino dall'aeroporto di Damasco al cantiere nei pressi di Homs. Pur essendo il mese di luglio la notte era abbastanza fresca. Più che un alloggio, gli fu assegnato un letto in un capannone di metallo in cui doveva dividere spazi e servizi con un'altra decina di compagni, tutti friulani come lui, più o meno terremotati. Neanche da militare aveva vissuto una tal ristrettezza.
E quello fu solo l'inizio di una sequela di disagi che si manifestarono nei giorni successivi al suo arrivo. Se di notte il capannone era relativamente fresco, di giorno - sotto il sole - diveniva un forno. Era impossibile viverci. Non che durante la giornata potesse disporre del suo tempo e starsene nell'alloggio in via normale. Era troppo preso dal lavoro. Ma qualche venerdì - giorno di riposo settimanale - si sarebbe volentieri disteso sulla sua branda per qualche ora di pomeriggio. Ma era proprio il momento del calor bianco. E allora coi compagni aveva issato all'esterno un telo parasole e si distendeva sotto - su una brandina da campeggio - dormicchiando e fumando, anche lì nel brodo di sudore, ma con il saltuario lieve sollievo di qualche filo d'aria.
Aveva presto realizzato che i termini del contratto erano intesi in modo molto elastico dai suoi datori di lavoro. Non parliamo dell''alloggio dignitoso con privacy'. Era scritto proprio così sullo stampato del contratto che aveva firmato. Forse si intendevano per 'privacy' le due baracchette di legno che fungevano da doccia e gabinetto, dalla riservatezza fugace. Quasi sempre occupate da qualcuno e guai a starci un minuto più del necessario, per non incorrere nelle ire dell'incalzante utente successivo. Poi delle strane trattenute sul salario - "temporanee e cautelative" gli dicevano - che però lui non riusciva a capire. Il cosiddetto 'argent de poche' previsto, quasi non bastava per le sigarette.
Il lavoro era molto duro. Su di buon mattino e via sul bulldozer, incollato al sedile per ore a tirar leve, al punto da sentir la macchina un prolungamento delle sue braccia, una protesi da cui talvolta gli pareva che non sarebbe più stato in grado di staccarsi. L'implacabile sole estivo siriano assaliva il giovane da ogni parte, malgrado il tettuccio sul posto di guida. Indossava solo i pantaloncini, col torso nudo - sul ben cotto - e un berretto in testa. Dodici e più ore al giorno. Da contratto, il lavoro oltre le otto ore doveva esser considerato straordinario. Ma si rese conto che le ore in più venivano spesso decurtate e anche ignorate. A chi rivolgersi per protestare? Unici referenti che parlavano la sua lingua erano i suoi capi e questi non esitavano a minacciargli possibilità di licenziamenti in tronco, senza neanche dargli il biglietto d'aereo, in caso di proteste. Delio taceva, non vedendo via d'uscita al momento.
Passarono i mesi, nella più cupa monotonia, ma col sentito vantaggio della stagione che portava sempre più fresco anche di giorno. Finché - era sotto Natale - dopo una notte particolarmente fredda nel capannone riscaldato - si fa per dire - da piccole stufe a gasolio, la mattina il cantiere si svegliò sotto un manto di neve. Faceva proprio un freddo cane. Ora Delio lavorava ingolfato in pantaloni pesanti, maglione, giubbotto, guanti alle mani. Comunque - pensava - era meglio l'inverno che l'estate. Dal freddo ci si difendeva coprendosi e lui - friulano montanaro - lo sapeva bene. Col caldo, arrivati alla pelle, non c'era altro da togliersi.
Fu allora che il cantiere fu spostato nei pressi di Damasco e Delio scoprì la città variegata, dalle molte facce, anche occidentalizzanti. Finora, la cittadina di Homs - dove gli capitava di far qualche giro con gli amici - aveva mostrato all'incirca una sola monotona faccia: araba, musulmana, beduina, di nessun interesse per il giovane, i cui naturali obiettivi della curiosità, cioè le giovani donne, erano poco visibili, sia come numero sia come individui, in quanto le campagnole - che talvolta anche gli sorridevano per strada - erano bardate di centomila vesti - estate che fosse o inverno - pur se con la faccia scoperta. Le cosiddette cittadine, coi loro cappotti neri e il velo - sempre nero - che spesso copriva completamente la faccia, erano ancor più decisamente inaccessibili, foss'anche solo alla vista. Per cui certe pulsioni fisiologiche indotte 'dal vivo' - o meglio - 'dal visivo', erano assolutamente impossibili. Ci si rifaceva - appunto - con la fantasia, talvolta stimolata da qualche sgualcita rivista ad hoc che circolava fra gli operai.
A Damasco Delio riscoprì il sano turbine d'ormoni provocato dalla vista della carne 'viva' che circolava - talvolta relativamente vestita - nei quartieri più europeizzati della città. Ma s'accorse pure che quelle ragazze non erano assolutamente per lui. Appartenevano per lo più alle classi agiate cristiane e - anche a prescindere dalla lingua, di cui lui aveva peraltro appreso qualche termine essenziale dagli operai siriani - non aveva assolutamente alcuna chance d'agganciarle né di suscitare in loro un qualche interesse. Comunque l'effetto tangibile era che a Damasco egli aveva ricominciato a osservar le femmine con l'occhio del giovane maschio trovando qualche motivo d'innesco alle sue fantasie.

Fatme
Stavolta, in quel pomeriggio di un venerdì di fine aprile, la donna alla fermata dell'autobus gli stava sorridendo. E non come le contadine di Homs che - recependolo alieno - sorridevano, non tanto a lui, ma tra loro per lui. Stavolta la maxigonnata gli sorrideva apertamente e direttamente. La prima reazione fu di un certo istintivo imbarazzo, pur sentendosi lusingato. Cercò di ricambiare il sorriso, ma recepì che ne stava uscendo una smorfia. Si sentiva più che mai impacciato. In quel momento giunse un autobus che non era il suo. La donna si accinse a salire e - sul predellino - si volse a lui un momento continuando a sorridere. Delio allora seguì il proprio istinto. Con un salto salì anch'egli sul mezzo, proprio mentre stava chiudendo le portiere per ripartire. Pagò le 15 piastre al bigliettaio e s'accostò alla donna che ora non lo guardava più direttamente, ma manteneva un lieve sorriso con gli occhi fissi davanti a sé, evidentemente sentendo la sua presenza. Lui le stava appresso, rigido, non riuscendo a mettere insieme un pensiero su cosa avrebbe fatto. Quando dopo qualche fermata la donna - dandogli un'occhiata di sghimbescio - si volse verso l'uscita, lui dietro. Scesero insieme e lei - continuando a sorridere e guardandolo di sottecchi - si diresse verso un complesso di case popolari relativamente recenti. Allora lui si fece coraggio e la raggiunse facendola girare: "Naam (sì)?". fece lei accentuando il sorriso e fissandolo con due grandi occhi neri. E lui in un fiato: "Ana sadìq itàlii (sono un amico italiano)". "Ahlan (salve). Shu beddak (cosa vuoi)?". Non capì e la guardò interrogativo. Lei sorrise: "Ma btefham (non capisci)? Al-yom ana mashgùla (oggi ho da fare). Bukra memkin nshufak (domani ci possiamo vedere)". E scandì: "Bukra... ok?… saa sitte massaan - e gli mise sei dita sotto il naso - ... bi-mo'if l-baas bi-Bab Tuma... ok (domani, ok?, alle sei di sera, alla fermata d'autobus a Bab Tuma, ok)?". Delio stavolta capì 'sei', 'Bab Tuma' e intuì il resto. Annuì con la testa. "Salamaat (saluti)" si congedò la donna dirigendosi verso la porta di uno stabile e sparendo all'interno. Rimase lì a bocca aperta mentre il suo corpo non stava nella pelle e il suo spirito toccava il cielo. Non ci credeva. Quella sera le sue fantasie poterono fissarsi su una figura reale, forse accessibile.
Il giorno dopo era sabato e sarebbe stato occupato al cantiere fino dopo le sei. Ma riuscì a farsi sostituire da un compagno nelle ultime due ore. Si docciò e sbarbò con cura, mise i pantaloni e la camicia migliori, e via verso Bab Tuma in taxi service.
Alla fermata la donna non c'era, ma non dovette attendere molto per scorgerne l'ampia gonna uscire dai vicoli di Bab Tuma e dirigersi verso di lui. Gli sorrideva e lui si sentiva più che mai impacciato mentre lei gli tendeva la mano dicendo "Ismi (mi chiamo) Fatme". "Ana (io) Delio". "Diliu?" e rise. Rise anche lui per darsi un tono. La donna gli fece segno di seguirla: "al-Bayt min shan 'ahwe (a casa per un caffè)". "A casa!?" pensò Delio, preso tra la piacevole sorpresa della proposta e il dubbio che ci fosse sotto qualcosa col rischio di imbarcarsi in qualche spiacevole avventura. Fatme s'era avviata decisa verso Bab Tuma, senza voltarsi. Delio restò un attimo indeciso, poi prese a seguirla un po' distaccato, come non fosse con lei. La donna entrò nella stretta via principale del quartiere che lui aveva fatto un paio di volte, ma con lo strano disagio di non sentirsi al sicuro. I negozietti stantii dalle merci più svariate e i servizi più disparati si susseguivano: un'improbabile bottega di barbiere, quell'altra con gli scaffali pieni di grossi recipienti di vetro con strani frutti di tutte le dimensioni immersi in liquidi poco allettanti, un ristorantino con due tavolini in cui la pulizia era l'ultimo problema del ristoratore, accanto un buco in cui non c'era altro che un bollitore per l'acqua di tè e caffè con fuori un tavolino e due sedie, seguito da una macelleria sui generis con le carcasse di due montoni appesi ai ganci su cui le mosche la facevano da padrone, un fruttivendolo la cui merce sembrava composta dagli scarti raccolti al mercato della frutta e verdura. In un piccolo antro, inspiegabilmente rialzato a un metro dalla strada, un uomo seduto su un tappeto trafficava con un grosso filo nero traendone dei cordoni che Delio capì essere quelli che servivano a trattenere il copricapo tradizionale degli uomini. Accanto, un negozietto di pasticcini e dolciumi dai colori di plastica e un altro pieno di sacchi di tè, erbe e fiori essicati pronti per far infusi e tisane. Eccetera. I gestori stavano per lo più seduti alla porta, col copricapo rosso in testa - tarbùsh l'aveva sentito chiamare - e tirando dai narghilè che un ragazzino sgambettante nella via con un piccolo braciere portatile provvedeva a mantenere attivi. Le radio accese all'interno dei negozi, tutte sintonizzate su stazioni diverse, formavano uno sfondo sonoro piuttosto fastidioso. Odori noti di caffè, di cuoio, di cibi, aleggiavano frammischiandosi a quelli delle spezie e ad altri ancora, sconosciuti, non sempre piacevoli. Delio procedeva titubante, osservando stupito quanto aveva già avuto modo di osservar stupito qualche volta nelle stradine di Homs. Ai lati della strada, ogni due o tre locali, s'aprivano dei vicoli scuri con le piccole abitazioni tradizionali costruite di vari impasti di terra con sprazzi di cemento. Vicine una all'altra, due chiese - fra cui si incastonava una moschea - interrompevano la teoria dei piccoli negozi apparendo un tantino anomale nell'ambiente.
A un certo punto, quando già camminavano da una decina di minuti e lui era rimasto alquanto indietro, vide la donna girare in uno di quei vicoli, voltandosi per sincerarsi d'esser seguita. Delio affrettò il passo ed entrò nella viuzza cieca, giusto in tempo per vedere Fatme salire una scaletta esterna, aprire una porta con la chiave e sparire all'interno. La seguì e salì in due falcate i pochi scalini, mentre dalla piccola porta di una abitazione accanto si affacciava a guardarlo un uomo anziano in gallabìyya e tarbùsh. I loro occhi s'incontrarono per un istante e Delio notò come un'espressione di curiosa sorpresa nell'altro. Spinse la porta lasciata socchiusa e si trovò in una stanzetta appena illuminata da una lampadina che penzolava sopra un basso tavolino con un paio di sedie. Fatme lo accolse con: "Ahlan wa-sahlan (benvenuto), 'ahwe am shay (caffè o te)?". Fin là Delio ci arrivava. "'ahwe". La donna si tolse la giacca appendendola a un piolo del muro e rimanendo con un pullover di cotone che faceva apparire il turgore del seno, poi sparì dietro una tendina che faceva da porta in quello che doveva essere il cucinino e - forse - anche il bagno. Il giovane si guardò attorno, il tavolino, le sedie e un divano carico d'anni, di storia e di povere costituivano l'unico mobilio della stanza. Di armadi, nessuna traccia, salvo un baule addossato a una parete. Una corda lungo la stessa parete sosteneva attaccapanni con vari indumenti femminili. Delle nicchie a forma di finestrina nelle pareti fungevano da deposito degli oggetti più svariati: specchietti con grandi pettini accanto, grossolane boccette di profumo del suq, bottiglie dal contenuto indefinibile, scatole di legno e altre di cartone con chissà che cosa dentro. Considerando che l'esistenza di una camera da letto fosse improbabile in quel buco d'appartamento - pensava Delio - la pila di quattro materassini di gommapiuma nell'angolo era lì per trasformar la stanza per la notte.
Cinque minuti più tardi Fatme apparve con un bricco di caffè turco su un vassoio che depose sul tavolino, versando poi il liquido nero fumante in due tazzine. Lei continuava a sorridere, mentre il giovane sentiva di non riuscire a migliorare la smorfia che avrebbe voluto essere a sua volta un sorriso.
Sorbì lentamente il denso caffè accendendosi una sigaretta e offrendone una a lei che l'accettò. Fumando, la donna lo osservava incuriosita mentre lui cercava di darsi un contegno continuando a guardarsi attorno, soffermandosi solo per brevi istanti a guardarla. Aveva senz'altro dei begli occhi, ma la pelle del viso denunciava un'età maggiore di quella supposta alla prima impressione avuta da Delio. Che - rifletteva - non avrebbe mai pensato di trovarsi così a disagio con una donna che aveva tutto l'atteggiamento di offrirglisi. Una donna araba! Quando tutti i compagni in Siria già da tempo gli avevano detto che era impossibile socializzare con le indigene, a meno che non fossero prostitute, quindi emarginate dalla società e difficili da individuare per loro. I suoi capi, poi, l'avevano imposto perentoriamente di non avvicinare donne locali perché poteva esser pericoloso.
Le sigarette finirono e la stanzetta senza finestre era satura di fumo. Fatme andò a sedersi sul divano e gli disse: "Taala (vieni)" facendogli segno di sederle accanto. Capì il segno. S'alzò impacciato e si mise al limite del sofà, staccato da lei. "Diliu?". chiese ridendo. "Mm" mugolò lui assentendo. "Ana Fatme". "Mm". La donna allora gli si avvicinò e gli prese la mano che lui sentì come un essere distaccato da sé. Lei la guardò, poi - fissandolo negli occhi - se la portò al seno sinistro dicendogli: "'albi (il mio cuore)". L'essere estraneo gli trasmise una lontana sensazione di morbido sotto vari strati d'indumenti. Non capiva se era piacevole. Fatme con l'altra mano - sempre fissandolo con un mezzo sorriso da donna navigata che sapeva di condurre il gioco - prese ad accarezzargli il petto sulla camicia, infilando poi le dita in un'apertura tra i bottoni. Allora i sensi del maschio si svegliarono. La mano sul seno ridivenne sua e prese a stringere cercando di coglierne la morbidezza mentre la sua bocca s'appoggiava alle labbra semiaperte che gli si offrivano e gli occhi della donna si chiudevano nel languore. La mano insoddisfatta prese a cercar freneticamente un'apertura nella maglia. La trovò, ma solo per incontrare sotto le dita un altro ostacolo, forse una camicia di tela ruvida. Stava continuando a cercar la via per giungere alla pelle quando una serie di forti colpi alla porta lo scossero, facendolo sollevare. Il volto di Fatme si trasformò. Dalla beatitudine e gli occhi chiusi al terrore e gli occhi sbarrati che fissavano prima la porta poi l'uomo quasi in cerca d'aiuto. "Miin (chi è)?" le uscì suo malgrado. Le rispose una voce ruvida che la atterrì: "ash-shorta (polizia)!". Trascinandosi tremante andò ad aprire e quattro uomini nelle loro sgualcite divise irruppero con malagrazia riempendo la stanza. Quello che sembrava il capo - un omone coi baffoni e la barba di qualche giorno - guardò il giovane ch'era rimasto gelato sul divano, poi si rivolse alla donna: "Abiti qua?". "Sì". "E costui chi è?". "Un amico". "Arabo?". "No. Straniero". L'omone si rivolse a Delio: "Spik inglish?". "A little". "Basbor (passaporto)". Gli porse il documento. L'omone se lo rigirò aprendolo capovolto. Poi si rivolse nuovamente alla donna ch'era rimasta annichilita. "Che nazionalità?". "Italiano". "Dammi la tua carta d'identità". Come ebbe i due documenti in mano l'omone li mise in tasca e ordinò: "Venite con me". "Dove?". "Alla stazione di polizia". "Ma non ho fatto niente". "Sei una donna sposata?". "Lo ero. Sono stata ripudiata e son rimasta sola". "E per questo cerchi la compagnia di un altro uomo? E straniero per giunta?". "Ma non abbiamo fatto niente". "Questo lo deciderà il giudice. E io testimonierò che ti ho trovata in casa, in compagnia di uno straniero e in atteggiamento sospetto dopo una segnalazione da parte di un cittadino probo, rispettoso della legge e della pubblica morale". Delio aveva seguito lo scambio di battute capendo solo che le cose si stavano mettendo male. E infatti, a un cenno dell'omone uno dei poliziotti lo prese rudemente per un braccio trascinandolo alla porta mentre un altro faceva lo stesso con la donna ch'era scoppiata in lacrime e continuava a protestare. Fuori, nella penombra della sera ormai incombente, Delio vide l'uomo anziano in gallabìyya e tarbùsh che aveva notato all'arrivo. Una camionetta li aspettava fuori del vicolo, sulla strada principale del quartiere, dove s'era radunata una piccola folla di curiosi. Saliti che furono, la macchina partì con la sirena spiegata per far spostare la gente e i carretti che passavano.++

Il posto di polizia era una confusione totale. Gente in divisa e altra in borghese andava avanti e indietro apparentemente a caso. Delio e Fatme furono portati in un ufficio dove dietro una grande scrivania un poliziotto, che dalla divisa un po' più in ordine e qualche stelletta sulle spalline doveva essere un ufficiale, ascoltò il rapporto dell'omone, prima di rivolgersi alla donna che continuava a piangere. Costei rispose alle domande tra singhiozzi e rabbia, evidentemente sostenendo la sua innocenza. Dopo pochi minuti l'ufficiale fece cenno di portarla via. Lei s'allontanò tra due poliziotti non senza prima aver lanciato a Delio uno sguardo disperato che pareva un ennesimo appello d'aiuto. Almeno così l'interpretò il giovane che - pensava - ne aveva già abbastanza per cercare d'aiutar se stesso.
L'ufficiale si rivolse allora a lui con una domanda che Delio sentiva spesso esser posta allo straniero in Siria, ma che raramente aveva un seguito in quella lingua: "Spik inglish?". "A little" sospirò l'uomo sconsolato. "Yes" ribatté il poliziotto, che si voltò verso l'omone ordinandogli qualcosa con un cenno della testa di lato, come dire: "Portalo via". Fu condotto per un lungo corridoio fino a una angusta cella con una panca di legno al muro e un secchio in un angolo. Non c'era altro. La porta a sbarre si rinchiuse dietro di lui seguita da rumori di catenacci che si chiudevano.
Rimasto solo, il pianto gli salì alla gola e lui lo lasciò andare senza ritegno abbandonandosi in un lungo sfogo che in realtà non leniva affatto l'angoscia che gli attanagliava il petto. Trascorse la notte seduto sulla panca, con la testa tra le mani, appisolandosi a momenti tra incubi peggiori dell'incubo della veglia.

In carcere
Non era ancora l'alba che lo sferragliar dei catenacci gli diede un tuffo al cuore. Fu caricato su un furgone cellulare con le catene ai polsi. Dalle grate dei finestrini vide qualche sprazzo della Damasco che conosceva, si fece giorno su zone periferiche che non conosceva, poi aree coltivate e alberate seguite da altre dove la vegetazione scarseggiava e anche i centri abitati si facevan più radi. Dopo quasi un'ora la macchina giunse a un edificio in pietra scura con mura alte, camminamenti e torrette che non era difficile classificare come carcere. Un alto portale s'aprì e Delio fu fatto scendere nel cortile di una terra ocra polverosa che riverberava i dardi d'un sole abbacinante. Si coprì alla meglio gli occhi sollevando ambedue le mani incatenate mentre veniva condotto all'interno dell'edificio dalle finestre protette da grosse sbarre. Nell'ufficio di quello che doveva essere il direttore della prigione vide sulla scrivania il suo passaporto, le chiavi, le sigarette, gli occhiali da sole e il borsellino che gli erano stati tolti la sera prima. L'uomo dietro quel tavolo era tutt'altro che incoraggiante: tozzo, dalla grossa testa pelata, due baffetti sottili su cui s'appoggiava un naso che sembrava una composizione di piccole patate sovrastato da due occhi sottili, cattivi, che fissavano insistenti. Il vestito di stoffa e fattura grossolana, la camicia bianca dal colletto unto e l'enorme nodo della cravatta contribuivano a rendere quanto mai repellente l'essere che ci stava dentro. Questi rimase immobile per diversi lunghi minuti a guardar Delio negli occhi, con un'espressione ambigua, muovendo solo una mano con un mazzo di chiavi che continuava a far roteare girandolo attorno a un dito, prima in un senso, poi nell'altro. Ruppe il silenzio con: "You speak English?". Delio sospirò sfiduciato: "A little." Ma stavolta il siriano proseguì in inglese: "Italian?". "Yes". "Why you were with that woman?". "She is a friend." "A friend? Your friend?". "Yes". "Are you knowing that she is married?". Non capì e rimase a bocca aperta. "You know she is married?" e indicò il proprio anello al dito. "No". "It is forbidden to foreigners to go with Syrian women". Il giovane fece ancora mostra di non capire, allora l'uomo si spazientì, chiamò una guardia ordinando qualcosa ad alta voce e indicando Delio. Che pochi minuti dopo si trovò col cuore in tumulto e le lacrime agli occhi in un'ampia cella assieme a una buona decina di altri reclusi. Questi gli si affollarono subito attorno coprendolo di domande che lui non capiva. Rispose: "Ajnabi, ajnabi (sono straniero), I don't know arabic". La congrega si sfaldò, salvo un ometto magro in canottiera grigiastra e pantaloni abbondanti che gli pose delle questioni in inglese cui bene o male Delio rispose, circa la sua nazionalità, il suo lavoro in Siria, il motivo per cui era in carcere. Poi l'ometto lo lasciò e andò a parlottare con altri compagni di cella che ascoltavano lanciando lunghe occhiate ironiche all'italiano.
Anche questa cella era arredata da pure panche alla parete. L'unica differenza stava nel fatto che qui esse erano in muratura. Ce n'erano per tutti e Delio capì ben presto che ciascuno aveva la propria. Allora si sedette su una che sembrava libera senza che nessuno rimostrasse. Anche qui un grosso secchio di metallo con coperchio costituiva il cesso per tutti. Sulla parete nei pressi un rubinetto con un piccolo scarico serviva tanto per le abluzioni similcartaigienica quanto per lavarsi in generale e per bere.
Poco dopo, col solito rumor di catenacci, entrò una guardia con un pentolone di liquido fumante in cui navigavano vari tipi di verdure. Si formò subito una fila e a ciascuno fu dato un piatto di metallo pieno di quella sbobba, un cucchiaio e un pane arabo tondo. Delio era sì angosciato, ma non mangiava dal giorno prima e la fame lo spinse a mettersi in fila con gli altri. Ultimo naturalmente. Si ritrovò in mano la sua razione il cui aspetto lasciava a desiderare, ma il sapore non era schifoso. Non tardò a pulire il piatto con l'ultimo pezzo di pane. Vide gli altri bere al rubinetto e fece altrettanto. Più critico fu il momento in cui dovette sottostare a certe necessità fisiologiche per cui i suoi compagni non mostravano più alcuna remora. Non capiva se in lui prevalesse lo schifo per avere a che fare con quel secchio o l'inibizione causata dalla presenza di tutti quegli spettatori attorno. Si rese subito conto però che l'indifferenza per quanto era ormai un normale e frequente accadimento prevaleva nei presunti spettatori. E allora l'impellente bisogno gli fece superare anche l'altro ostacolo psicologico, per cui… chiuse gli occhi e via.
Di giorno la cella era appena rischiarata dalla luce esterna che proveniva da due piccole finestre con una spessa grata in alto su una parete, attraverso cui si intravedeva il cielo. Col pomeriggio avanzato la già scarsa luce dall'esterno scemò e fu accesa una lampadina alta sul soffitto che sarebbe stata spenta solo al mattino seguente.
S'era disteso sulla dura panca, gravato da pensieri angosciosi, mentre un lontano muezzin lanciava l'appello alla preghiera, quando la porta a sbarre della cella fu aperta e una guardia gli fece cenno di seguirlo. Si alzò a fatica e uscì. Era troppo frastornato per accorgersi dei sorrisetti beffardi dei suoi compagni di cella.

Il direttore
Il direttore lo aspettava dietro la sua scrivania mostrando una chiostra di denti gialli che sembravano di plastica scadente. "Welcome, my dear" si sentì apostrofare Delio, "how are you?" Rispose automaticamente: "Well". "Good, my darling. This night you take something with me, because I want to know my guests very well. In this hotel you and your colleagues are like my sons". Si alzò dalla poltrona e si diresse verso una stanza accanto facendogli cenno di seguirlo. Su una tavola svariati piattini con le cremine più strane, verdure, yogurt, una vassoio di spiedini di carne e una bottiglia che doveva essere di àraq. Al giovane non piaceva quel liquore d'anice da mischiare con l'acqua così diffuso in Siria. Il direttore guardava compiaciuto il tavolo e poi il suo ospite per spiarne le reazioni. Che quasi non ci furono, continuando l'italiano a rimanere apatico e smarrito. "Have a seat" fece l'altro indicando una sedia e mantenendo il sorriso giallo a trentadue denti finti. Delio si sedette pesantemente, non sapendo cosa pensare. "My name is Ahmad - continuò l'uomo - and I want to be your friend". "Mio amico? - pensò Delio - Ma cosa vuole?". Il direttore si sedette dall'altra parte del tavolo imbandito e stendendo il braccio a indicar le cibarie: "Eat, eat!". Il giovane restò immobile, gli occhi fissi sui piatti, quasi non avesse capito. Allora l'Ahmad si alzò, prese un piatto vuoto e cominciò a mettervi un cucchiaio di purè di ceci, un altro di una ignota cremina bianca, un'altra arancione, poi verdure cotte e crude. Mise il piatto davanti a Delio assieme a un pane arabo tondo. In un bicchiere versò tre dita d'araq che osservò in controluce per verificarne la dose, poi aggiunse acqua e cubetti di ghiaccio fino a riempirlo e lo porse al suo stranito ospite che lo prese come un automa. "Drink!". Lui l'accostò alle labbra bagnandole appena. Il sorriso di plastica gialla si stava stereotipando, perdendo in naturalezza, ma non si dava ancora per vinto. L'uomo prese un pezzo di pane, ne fece una pallottola che intinse prima in una scodella d'olio e poi in una tazza con dell'erba secca sminuzzata, porgendogliela con un "eat!". Il giovane la prese e la mise in bocca titubante. Masticando assunse l'espressione di quello che ha tra i denti una coda di topo, ma portò fino in fondo l'operazione deglutendo quel bolo, evidentemente poco gradito. Il direttore sembrò perder la pazienza, ma si trattenne e con un sorriso ormai tenuto insieme con gli stuzzicadenti si mise alle spalle del giovane appoggiandovi le due mani. Delio provò un sensazione di disgusto, ma rimase immobile, mentre un pensiero terribile si faceva strada nella sua mente. Stava intuendo con terrore quali fossero le mire del grasso uomo pelato, quando lo udì dire: "If you are kind with me, you do not stay a longtime in my jail". Delio capì solo la prima parte della frase, ma gli bastò. S'alzò in piedi di scatto per scostarsi dall'uomo con decisione, ma involontariamente lo urtò facendolo traballare. Questi cambiò espressione diventando paonazzo: "Crazy, you are crazy and stupid!". Prese uno scudiscio da un mobile e cominciò a vergare il ragazzo che cercava di proteggersi con le braccia, finché cadde a terra incalzato dall'altro che continuava a gridare: "Crazy! Crazy and stupid!". Richiamata dal rumore accorse la guardia che stazionava fuori della porta. Allora il direttore si bloccò e gridò al suo uomo: "Khudo 'az-zanzane! (Portalo in cella)". Mentre veniva trascinato fuori Delio ebbe modo di vedere l'uomo pelato che - guardandolo con rabbia - si portava la mano tesa al basso ventre tagliando l'aria, ma intendendo indicare ben altro che sarebbe stato tagliato. Il giovane si sentì mancare e la guardia faticò non poco a riportarlo nella cella da dove l'aveva tratto neanche mezz'ora prima. Come i catenacci si chiusero dietro di lui, gli si accostò l'ometto in canotta sedendoglisi accanto sulla panca di cemento dove il giovane s'era abbattuto, la testa tra le mani. "What with the director?". Delio scosse la testa "Nothing… but he told me" e - con le lacrime agli occhi - ripeté il gesto che il direttore gli aveva fatto poco prima. "Yes" ribatté l'ometto assentendo col capo e s'allontanò a confabulare con gli altri carcerati che avevano seguito con curiosità la scena del rientro in cella, il breve scambio di battute e il gesto. La disperazione del giovane ancora una volta non gli permetteva di recepire l'aria beffarda del suo interlocutore e degli altri.

L'epilogo
La mattina dopo Alessandro Lombardi, cancelliere dell'ambasciata italiana venuto a incontrare il suo connazionale detenuto, si trovò davanti un uomo distrutto, pallido in volto, gli occhi rossi dalla veglia e dal pianto. Lombardi - perfetto arabofono - era incaricato dall'ambasciata a gestire situazioni particolari con le autorità siriane, fra cui anche i problemi di cittadini italiani con la giustizia locale. Ascoltò con pazienza il racconto del giovane friulano senza interromperlo, finché quegli non arrivò a raccontargli del direttore, del gesto a indicare la pena prospettata, confermata anche dai suoi compagni di cella. Lombardi scoppiò a ridere, lasciando interdetto Delio Clapiz che chiedeva spiegazione con gli occhi. "Lei è stato preso in giro, caro giovane, pesantemente preso in giro. Qui possono essere molto severi nelle loro pene, talvolta eccessivi, ma a questo no".

Delio Clapiz restò in cella ancora un paio di settimane, il tempo che si espletasse l'iter di espulsione dal paese. Senza vedere più il direttore. Poi fu accompagnato all'aereo che l'avrebbe ricondotto a Roma. La sua avventura siriana era durata neanche un anno.