
«Siamo membri del braccio armato
dell'organizzazione "Patria e Islàm", figlia della nobile Fratellanza
musulmana, il cui obiettivo politico è di ricondurre il nostro Paese, l'Egitto,
e poi, se Allàh lo vuole, il resto dei Paesi fratelli della Nazione araba e il
resto del mondo, a seguire la retta via mostrata da Allàh tramite il Suo
Inviato, su di Lui la benedizione e la pace, per ristabilire la giustizia.
Quella giustizia il cui valore è uno dei più fortemente affermati dall'Islàm,
quella giustizia così proditoriamente oltraggiata dal regime tirannico che
governa il nostro Paese e dall'Occidente sfruttatore. E in nome di questa
giustizia lottiamo per l'equità nella distribuzione delle risorse, in modo che
non ci siano più uomini poveri e uomini ricchi, Paesi poveri e Paesi ricchi.
Per quanto utopistica possa apparire questa mèta senz'altro la conseguiremo,
perché Allàh sta dalla nostra parte ed è la Sua volontà che ci induce a divulgare il senso
vero di una fratellanza islamica che attinge la sua acqua alle sacre fonti del
Libro e della Sunna del Profeta, su
di Lui la benedizione e la pace. Da secoli i governanti egiziani si sono
allontanati da quella retta via che, ipocritamente, ogni giorno chiedono ad
Allàh di indicar loro quando recitano la sùra
Aprente, ammesso che preghino. Come nuovi Faraoni essi hanno completamente
perduto ogni contatto con il loro popolo e operano come non esistesse, usandolo
come massa di manovra per i loro loschi interessi, quando gli serve,
dimenticandosene subito dopo. Essi sono abbagliati dai miti dell'Occidente,
dalle sue false luci, dalla sua ricchezza, puramente materiale, ottenuta per lo
più attraverso lo sfruttamento delle popolazioni povere, dalla sua tecnologia
che, se da una parte facilita e migliora la vita dell'uomo, dall'altra molto
spesso gli travia l'anima attraendolo verso le cose di questo basso mondo a
scapito della spiritualità che lo guida all'Altro, migliore perché eterno.
Specie quando quella tecnologia si manifesta negli inutili orpelli che inducono
al consumismo, creando quelle false esigenze di cui noi tutti siamo più o meno
succubi, volenti o nolenti, condizionati dal subdolo uso della pubblicità,
creatrice di idoli, da parte dei mass
media». Disse proprio mass media,
in inglese, e Antùn lo riportò fedelmente. Lisa lo ascoltava attenta. Non aveva
lasciato il braccio di John, ma ne aveva allentata la stretta. Non riusciva a
rendersi conto se quell'uomo stesse recitando degli slogan oppure esponesse dei
concetti coscientemente assimilati, pur nella sommarietà della loro esposizione.
Notava come l'iniziale nervosismo si fosse attenuato e l'eloquio avesse perso
l'impetuosità divenendo via via più appassionato. Anche Antùn aveva gradualmente
normalizzato il tono di voce e riportava il discorso come stesse illustrando un
monumento di scarso interesse, meccanicamente, forse senza capire esattamente
il senso di quanto stava trasmettendo. Lisa guardò di sottecchi John. Anch'egli
seguiva il discorso con attenzione. Mentre gli altri turisti erano presi più
che altro dalla presenza di quegli uomini armati su cui volavano
alternativamente i loro sguardi. «Contro le nostre convinzioni e la nostra
volontà siamo purtroppo costretti a impiegare mezzi violenti. Oggi per far
sentire le nostre opinioni, domani, se sarà il caso, per far valere le nostre
ragioni. Fra gli obiettivi di carattere militare che ci siamo proposti non
possono mancare i rappresentanti e i simboli di quell'Occidente i cui valori,
anzi, i cui disvalori consideriamo più che mai deleteri per il popolo egiziano,
per gli arabi e i musulmani in genere, e, in fondo, per l'umanità tutta,
compresi gli stessi occidentali. E fra gli occidentali, coloro che più
detestiamo sono i turisti, che portano qui quei loro disvalori, abbagliando i
poveri di spirito e insultando la miseria con l'ostentazione della loro
ricchezza. Iperprotetti in gabbie assurde come questa. Serviti da egiziani che
han dimenticato, a volte per colpevole noncuranza, spesso per bisogno, la nobiltà
passata dei loro avi e del loro Paese. I turisti che arrivano a dimostrar
disprezzo per il popolo egiziano con i loro pregiudizi, senza voler guardar
oltre le apparenze, senza il minimo dubbio che non ci sia altro metro di
giudizio da applicare in tutte le situazioni, sotto tutte le latitudini, che il
loro. I turisti che ci offendono divertendosi a contrattare i prezzi anche
quando essi sono già ridicoli in partenza, approfittando del bisogno della
nostra gente. E pagano una ghinea per qualcosa che ne dovrebbe costare almeno
dieci e per cui a casa loro ne pagherebbero venti senza fiatare. I turisti
depravati che approfittano della miseria dei nostri ragazzini per sfogare i
loro istinti più bassi. Mentre le loro donne girano mezze nude senza alcun
rispetto per le tradizioni di un Paese che ha ben chiaro quale dev'essere il
ruolo e l'atteggiamento della donna. I turisti che pagano questi loro viaggi organizzati
alle società turistiche straniere e ben misero è il tornaconto per l'Egitto.
Per questo e altro ancora noi consideriamo il turista un elemento nocivo per il
Paese, e la cui nocività dovrebbe essere duramente punita dalla giustizia
islamica, fino al massimo della pena. Ma non siamo sanguinari, pur nella
consapevolezza di combattere una guerra senza quartiere dove le debolezze si
pagano care. E non siamo neppure dei ladri che rubano qualcosa come potremmo e
sarebbe giusto, perché si tratterebbe di pura ridistribuzione, non di furto.
Quindi vi risparmieremo la vita, ma solo se quei corrotti dei governanti egiziani
soddisferanno una nostra richiesta: la liberazione di cento dei nostri compagni
imprigionati perché appartenenti alla Fratellanza. E questo nelle prossime
ventiquattro ore. In caso contrario distruggeremo questa nave con chi vi è
dentro!».