Amman

 

Giungemmo ad Ammàn nel pomeriggio, dopo quattro posti di blocco dell’esercito e della polizia con relativo accurato controllo. E non tardammo a renderci conto di quanto fosse tesa l’atmosfera in città. Poca gente in giro. Le strade erano percorse da veloci gipponi carichi di uomini armati. Faceva impressione in quel nostro impatto con la realtà giordana, poco più di un mese prima di quello che sarebbe poi stato ricordato come il ‘Settembre nero’, la pesante mitragliera montata su quei grossi fuoristrada, con un uomo teso e duro alle maniglie dell’arma da sembrar un blocco unico con essa, pronto a premere il grilletto contro qualunque cosa potesse apparire come una minaccia. E di tanto in tanto si udivano delle raffiche lontane, ma anche vicine. Imparammo rapidamente a distinguere le due parti in causa. Non tanto dalle divise che spesso erano solo delle tute mimetiche provenienti probabilmente dallo stesso fornitore. Né dalle armi individuali: kalashnikof per tutti. Ciò che li distingueva erano i copricapi: i palestinesi avevano tutti la kufìyya mentre i governativi portavano il basco. Meno evidenti erano i distintivi degli automezzi, almeno ai nostri occhi.

 

Prendemmo uno dei pochi service in circolazione che ci portò nei pressi dell’ostello. Durante il breve tragitto, in cui sperimentammo la natura collinosa della città, sapemmo dall’autista che gli scontri erano all’ordine del giorno e che la popolazione era terrorizzata. Egli stesso, se non avesse dovuto lavorare per campare, se ne sarebbe stato chiuso in casa volentieri, come ingiungeva di fare a moglie e figli. Proprio pochi giorni prima il figlio dei suoi vicini era rimasto colpito da un proiettile vagante nel corso di una sparatoria, a causa della curiosità che l’aveva spinto ad accostarsi troppo all’area dell’incidente. Avremmo notato anche noi quanto fosse pericolosa la curiosità dei bambini che, al primo cenno di scaramuccia, correvano a frotte nella sua direzione, quasi andassero ad assistere a un avvenimento sportivo.

 

L’ostello, di buon livello sia come struttura che come pulizia complessiva, funzionava regolarmente pur con una carenza contingente molto sentita: quella dell’acqua corrente che arrivava solo qualche ora di sera. E allora era tutto un assieparsi attorno alla doccia, in contemporanea a frenetici bucati di calzini e mutandine per non trovarseli insaponati per ventiquattr’ore, e a urgenti pulizie di gabinetti che alla ventitreesima ora d’uso senz’acqua si presentavano in condizioni igieniche tali che definire precarie era un eufemismo.

 

Quel primo giorno non osammo muoverci e stemmo a leggere e a buttar giù appunti e programmi. La sera mettemmo il naso fuori giusto per due passi attorno all’ostello. Faceva alquanto più fresco che a Damasco e l’apprezzammo. L’impressione ricevuta da quel breve assaggio di Ammàn era di una città, almeno dall’aspetto, più occidentalizzata della capitale siriana. Meglio Damasco. Oltre al fatto – da noi sentito e in grado di condizionare il giudizio complessivo – che la vita era più cara rispetto alla Siria. L’ostello costava più del doppio.

 

Il giorno dopo ci recammo nella sede del comando palestinese. Brulicava di fedayn armatissimi. La lettera avuta a Beirùt ci aprì tutte le porte, senza evitarci però reiterate ispezioni che ormai prendevamo con spirito sportivo da trovare il tempo di scherzarci sopra. Quando dissi a una di quelle guardie, che si soffermava sulla custodia di pelle del mio pesante teleobiettivo, di fare attenzione perché era una bomba, feci nascere un piccolo putiferio, col tizio che mollava il malloppo sul tavolo e correva a chiamare il suo capo. Il quale, accertatosi dell’innocuità dell’oggetto, me lo rese serio serio. Non c’era aria propensa allo scherzo.

 

Arrivammo a un alto responsabile che, dopo essersi ben informato su cosa interessava Ric riguardo la poesia palestinese, preparò un’altra lettera di presentazione per Abd al-Rahmàn Yàghi, uno studioso di letteratura, che avrebbe potuto essergli d’aiuto. Prima però il palestinese volle farci visitare un campo d’addestramento fuori Ammàn.

 

Salimmo su una jeep con alcuni giovani in tuta mimetica, kufìyya che copriva il viso lasciando solo la fessura per gli occhi e i kalashnikof con il secondo caricatore unito con lo scotch a quello innestato per raddoppiare la capacità dell’arma. Tutti tesi e consci della gravità della situazione. Molti di loro un mese dopo sarebbero morti.

 

All’entrata non mancarono rigorosi controlli nonostante fossimo accompagnati da guerriglieri. Il campo era ben diverso da quelli di Sabra e Shatìla di Beirùt, dove veniva esibito lo stato dei profughi civili. Qui non c’era intenzione di esporre alcunché, i civili erano pochi e il carattere della zona era prettamente militare. Sacchetti di sabbia proteggevano – si fa per dire – gli edifici in muratura dai proiettili che di frequente l’artiglieria giordana distribuiva sul campo per una qualche rappresaglia. Gruppi di giovani sparsi nell’area si addestravano alla marcia, alla lotta, ai percorsi di guerra, al lancio di granate. C’era pure un piccolo edificio con su scritto ‘scuola’, al cui esterno dei ragazzini marciavano in fila con dei bastoni in mano simulando i fucili e cantando inni patriottici, alcuni dei quali erano a noi noti avendo trovato proprio poco tempo prima un disco che li raccoglieva. E stupimmo i nostri accompagnatori quando ci mettemmo a fischiettarli. Prendemmo un tè con alcuni responsabili del campo fra cui un ebreo palestinese antisionista che parlava a velocità impressionante un italiano sgrammaticato ma chiarissimo e che manifestava verso i propri correligionari un odio forse superiore a quello dei suoi stessi compagni musulmani e cristiani.

 

Lasciammo quel posto col cuore afflitto nella consapevolezza, trasmessaci da tutti coloro che avevamo incontrato, che la resa dei conti era prossima e che, seppur la propaganda interna ed esterna diffondesse ottimismo, si era prossimi a una prova durissima a cui ormai non era più possibile sottrarsi.

 

Fummo riportati in città a casa di Abd al-Rahmàn Yàghi, lo studioso di letteratura palestinese, che ci accolse con molta cordialità, ben desideroso di collaborare al progetto del mio amico. Offrì bibite e pasticcini, mentre ci mostrava raccolte di poesie e studi, e metteva a disposizione materiali e informazioni di valore storico e letterario. In particolare sulla triade poetica palestinese la cui fama cominciava allora a superare i confini della loro terra e del Mondo arabo, mettendo a conoscenza della drammatica questione del loro popolo anche il lettore occidentale attraverso i loro versi tradotti nelle varie lingue. E in Italia sarebbe stato proprio Ric il primo di una serie a presentare Mahmùd Darwìs, Samìh al-Qàsim e Tawfìq Zayyàd. E di Darwìsh, che sarebbe in seguito divenuto il più noto e importante poeta palestinese in tutto il mondo, il nostro Yàghi volle leggerci una delle ultime liriche, declamando con aria ispirata:

 

Patria mia

 

il ferro delle mie catene mi insegna / la violenza delle aquile e la tenerezza dell’ottimista.

 

Non sapevo che sotto le nostre pelli / ci fossero nascite d’uragani e nozze di ruscelli.

 

Mi preclusero la luce in una cella, / ma brillò nel cuore un sole di fiaccole.

 

Scrissero sulle pareti il numero della mia tessera, / ma sorse dalle pareti un prato di spighe.

 

Fissarono sulle pareti la figura del mio uccisore, / ma ne cancellò i tratti l’ombra delle sue trecce.

 

Incisi coi denti la tua effige sanguinando / e scrissi il canto della tenebra partente.

 

Affondai nella carne della tenebra la mia sconfitta / e infilai nei capelli delle luci le mie dita.

 

E i conquistatori sui tetti delle mie abitazioni / han conquistato solo le promesse dei miei terremoti,

 

non vedranno che il luccichio della mia fronte / non udranno che lo stridor delle mie catene.

 

E se bruciassi sulla croce della mia devozione / diverrò un santo ... in veste di combattente.

 

Ric era evidentemente soddisfatto. Il suo lavoro di ricerca stava dando i frutti sperati e, una volta tornato a casa, poteva passare tranquillamente all’opera di elaborazione sicuro di avere tutti i dati per trarne una tesi interessante oltre che originale.

 

Lasciato Yàghi con mille ringraziamenti, decidemmo di fare una puntata in centro, nel cosiddetto bàlad o downtown. Lì c’era un po’ di vita e un certo movimento ‘normale’. Pochi i gipponi, i negozi aperti e non mancammo di comprarci tutti e due una bella kufìyya a motivi bianchi e rossi con cui darci arie da Lawrence d’Arabia o da fedayn. Visitammo il teatro romano e i dintorni. Ci facemmo un piatto di hòmmos, il solito accettabile purè di ceci, in un ristorantino dove – ci rendemmo conto – non ci si poteva attardare un attimo di più dopo aver mangiato senza suscitare il malumore di qualcuno in attesa. E siccome quasi tutti erano armati, non era certo il caso di provocare, seppur involontariamente, altrui stizze. Tornando a piedi verso l’ostello ci fermammo per un tè al volo. C’era un ragazzino con la pelle scura e la faccia sveglia che mi pareva un buon soggetto fotografico. Gli scattai una foto. Uno degli avventori del caffè all’aperto mi saltò su gridandomi in faccia chissà che. Il padrone corse in mia difesa brandendo uno sgabello per una zampa, pronto a darlo in testa al cliente manesco. Urlarono insieme per trenta lunghi secondi, prima che il tizio se ne andasse, non senza averci lanciato un’ultima offesa e forse anche una minaccia. Il mio difensore ci disse di star tranquilli che nel suo bar nessuno poteva disturbarci, neanche quel mattoide che s’era arrabbiato perché avevo fotografato un ragazzino ... pachistano. E non uno arabo.

 

Vedemmo un’agenzia che pubblicizzava escursioni a Petra. Entrammo per informarci e ne uscimmo con l’impegno di ritrovarci lì all’alba del giorno dopo, dove avremmo trovato un taxi che ci avrebbe portato alla ‘città rosa’ e ricondotti in giornata ad Ammàn. Avevamo spuntato un buon prezzo perché l’assenza pressoché totale di turisti ci rendeva preziosi.

 

da Orientaleggiando