E conoscendo successivamente le condizioni di vita in cui erano tenuti i profughi palestinesi in Siria e in Giordania ci saremmo resi conto – infatti – di come certi aspetti critici fossero accentuati a bella posta. Spesso – e mi riferisco soprattutto alla Siria – non tanto dalle autorità palestinesi stesse, quanto da quelle del paese ospitante la cui politica nei loro confronti appariva talora ipocrita e strumentale. Cercando di trarre profitto politicamente dalle loro condizioni penose, e dunque guardandosi bene dal cercar di migliorarle. Anzi, mantenendo una situazione di precarietà e anche di tensione che poteva venir strumentalizzata in vari modi. Sia che se ne potessero trarre storie o immagini da sfruttare per suscitare la pietà e/o l’esecrazione del mondo, sia che si trattasse di preparare le condizioni psicologiche della gioventù palestinese per farne carne da mandare a inutile macello nei territori occupati e poter così sbandierare nuovi martiri. E se in Siria non poteva succedere quanto sarebbe poi accaduto in Giordania nel settembre di quel 1970 e in Libano dal 1975, questo era dovuto al pugno di ferro con cui le autorità di quel paese gestivano da sempre la presenza dei gruppi palestinesi nel loro territorio, mantenendone le attività, i movimenti, le armi e la stessa politica sotto uno strettissimo controllo, nei termini di un regolamento ben preciso cui quei ‘fratelli’ si dovevano attenere pena l’espulsione. O peggio. Insomma, fin dai nostri primi contatti con la realtà palestinese della diaspora in quei paesi arabi, ebbi netta la sensazione che la definizione di ‘ebrei degli arabi’ si attagliasse perfettamente a quel popolo. Infatti, la superiore vivacità intellettuale complessiva dei palestinesi, le capacità evidenti in tutti i campi da questi dimostrate fra le altre popolazioni arabe, il loro spirito – ‘occidentale’, sarei tentato di dire – d’iniziativa, assieme alle limitazioni fino alle persecuzioni, esplicite o sotterranee, condotte nei loro confronti dai vari paesi arabi, non potevano non accomunarli ai loro ‘cugini’ con cui si contendevano la stessa terra, e a tutti gli ebrei che in tante parti del mondo hanno vissuto, e in qualche caso ancora vivono, quelle strettezze.

 

 

in taxi, tornando da Beirut a Damasco

 

Nel taxi-service che ci riportava a Damasco, oltre a noi c’era Muràd, studente palestinese attivista di al-Fath residente a Damasco. Gli raccontai che l’anno prima in Libano avevo visitato gli uffici dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e poi i campi di Sabra e Shatìla assieme al mio amico che preparava la tesi sulla poesia palestinese di lotta. Il giovane era interessatissimo a quanto gli stavo dicendo. Alcuni degli esponenti dell’OLP che avevo conosciuto li conosceva bene anche lui e ci lavorava assieme. Quando poi parlai della mia esperienza ad Amman poco prima che scoppiasse il Settembre nero, con gli occhi lucidi quasi mi abbracciava e mi baciava: “Ho perso un fratello e un cugino durante quella tragedia sia per la Palestina, ma anche per gli arabi in generale”. E lasciando ogni remora ci raccontò d’esser andato in missione a Beirut per conto dell’Organizzazione e di avere dei documenti importanti da consegnare ai dirigenti della sede di Damasco. Gli dissi che la conoscevo essendo stato anche là l’anno prima e che mi aveva lasciato l’impressione di un ufficio proforma piuttosto che di effettiva operatività. Tristemente Muràd ammise che purtroppo quella non era solo l’impressione che dava, ma che era proprio così. Confermando quanto avevo potuto osservare l’anno prima. Gli esposi la mia idea secondo cui definivo i palestinesi ‘gli ebrei degli arabi’. Mi guardò interdetto: “Noi ebrei?”. Sorrisi. “È noto che gli ebrei, e si parla in particolare degli ebrei della diaspora, sono stati un popolo appena tollerato, quando non umiliato e maltrattato, in un modo o nell’altro, da tutte le popolazioni nel cui ambito veniva a trovarsi. Nella mia città, Venezia, che fino a poco più di due secoli fa era una repubblica indipendente di una certa potenza ...”. Mi interruppe: “Lo so, lo so. Madìnat el-Bunduqìyya”. “Sì, quella che voi arabi avete chiamato la Città del Fucile, all’epoca aveva segregato gli ebrei in una piccola area chiusa della città, controllata da guardie in entrata e in uscita, nei pressi di una fonderia, che nella lingua veneziana di allora si chiamava ‘geto’, da cui fu tratto il termine ghetto, entrato poi in tutte le lingue quale luogo di segregazione degli ebrei, e poi anche come zone abitate da minoranze malviste dalla popolazione autoctona”. “Ho letto la parola ‘ghetto’ in un libro inglese su cui studiavo la storia dell’Europa”. “Dunque, gli ebrei, per quanto questo possa spiacere sentirlo affermare, sono stati un popolo con una marcia in più rispetto a tanti altri. E questo aspetto, assieme alla loro tendenza a isolarsi dal contesto sociale in cui erano immersi, è stato, a mio avviso, uno dei motivi che hanno provocato a vari gradi gli atteggiamenti ostili nei loro confronti. Veniamo alla mia, chiamiamola, ‘teoria’. Io vedo una certa analogia tra quella che per gli ebrei ho chiamato ‘una marcia in più’ e, dall’altra parte, la vivacità intellettuale dei palestinesi, il loro marcato spirito d’iniziativa rispetto agli altri popoli ‘fratelli’ e, ultima analogia ma non da meno, le sofferenze che sono state loro inferte proprio da alcuni ‘fratelli’ arabi”. Muràd mi guardava meravigliato: “È vero. Non ci avevo mai fatto caso. Effettivamente, ragionandoci, devo ammettere che tanto noi quanto i nostri ‘cugini’ ebrei abbiamo quella che tu chiami ‘una marcia in più’. Forse è la terra di Palestina – disse sorridendo – la madre che ha voluto dotarne tutti i suoi figli, sia ebrei che palestinesi. E gli eventi, per gli ebrei soprattutto nel passato, per noi palestinesi soprattutto nel presente, sono per ambedue i popoli una storia di umiliazioni, persecuzioni e sofferenze”. Con queste argomentazioni, avevamo scavalcato i monti del Libano e attraversato il tratto piano della Beqaa mentre le quattro ragazze si erano addormentate. A Shtùra solo il tassista si provvide di un po’ di merce per cui, al confine, non assistemmo al solito passaggio della mancia ai doganieri essendo il bagagliaio pressoché vuoto. Giungemmo presto a Damasco e Muràd insistette perché andassi a trovarlo all’università.

 

da Orientaleggiando