


Elias Khuri
Facce bianche
Traduzione di
Elisabetta Bartuli
«Facce
bianche è il libro sulla guerra in Libano, che continua all'infinito
seminando dolore e desolazione».
Tahar Ben Jelloun
Beirut, aprile 1980. Ormai da cinque anni la guerra civile devasta la
città. Esausti ma non domati, gli abitanti di Beirut sopravvivono come possono:
la piccola Aida si nasconde sotto i tavoli e uggiola come un cagnolino, la
portiera Fàtima smette di parlare e si rifugia in un mondo di sogni, il dottor
Harùt fa enormi scorte d'acqua nel timore che l'erogazione venga
interrotta. E un uomo qualunque, Khalìl Ahmad Jàbir, viene
rinvenuto cadavere in mezzo a un cumulo di immondizie. Per capire chi lo ha
ucciso e perché, la voce narrante del romanzo si improvvisa
investigatore e dà voce a quanti hanno conosciuto o anche solo incontrato la
vittima - la moglie, la figlia, un vicino, la portiera, un miliziano e il
netturbino che ha trovato il cadavere. Ed è nell'incessante accumulo di storie
che partono o si concludono con morti violente che
l'assassinio di Khalìl Jàbir perde di significato, da eccezionalità diventa
quotidianità.
«Una mattina ho letto sul giornale un articoletto che titolava:
"Abominevole delitto in zona Unesco". Non
so perché, ma ogni volta che leggo la parola "abominevole" mi schizza
in testa la parola "ammirevole" e perciò la frase mi è suonata così:
"Ammirevole delitto in zona Unesco". Lo
sguardo mi è balzato via, dal titolo alla foto della vittima. Un uomo sulla
cinquantina inoltrata, tracce di percosse sul petto nudo, in faccia tagli e
squarci».