Giovanna Canzano
intervista
ENRICO GALOPPINI
settembre 2007
CANZANO 1- La cultura italiana fino a che punto è pronta ad accettare
'aperture' verso nuovi modelli di cultura islamica?
GALOPPINI - Se per
“cultura” intendiamo la scuola, la situazione è semplicemente disastrosa. Si fa
un gran parlare di “incontro tra culture”, ma i
manuali di Storia, ad esempio, dedicano alla civiltà arabo-musulmana un solo
capitolo, di regola inserito prima di quello dedicato a Carlo Magno, nel
contesto della “dissoluzione dell’Impero Romano”. Effettivamente, lo sviluppo
dell’Islam si situa in un’epoca in cui la parte occidentale dell’Impero,
governata da Longobardi e Bizantini, era già scomparsa
(almeno di questo l’Islam non ha colpe!), con Carlo Magno che emerge proprio
nel momento in cui a Baghdad, col califfo Hârûn ar-Rashîd, l’Islam raggiunge
uno dei momenti di massimo splendore. Tuttavia, le conquiste islamiche, ancora
descritte – anche nei migliori manuali! – come “saracene”, vengono
associate a quelle ungare e normanne, il che veicola l’idea di una “cittadella
europea assediata” dai “barbari”. Nei manuali di Storia medievale, il capitolo
sull’Islam si conclude col 1258, anno della conquista
mongola di Baghdad, seguito da quello su Carlo Magno e la “rinascita”, o
meglio, la “nascita dell’Europa”, secondo una storiografia che sinceramente ha
fatto il suo tempo. Inscatolare una plurisecolare storia islamica in un solo
capitolo che copre circa sei secoli è un’operazione
che denota un notevole disinteresse ad inserire i popoli arabi e musulmani in
una storia complessiva del Mediterraneo (e non solo), astraendo dall’intreccio
di relazioni tra popoli e civiltà diverse. Non è un caso, infatti, che ai
nostri studenti si propongano testi nei quali la
storia della cultura è sacrificata rispetto a quella politico-militare, nella
quale viene esaltato il momento conflittuale.
E dopo il suddetto
capitolo-fiume, arabi e musulmani saltano fuori – come gli “indiani” dei film western
- in quello dedicato alle Crociate, mentre gli Ottomani, che per quattro-cinque
secoli hanno retto un Impero che si estendeva su tre continenti, vengono nominati solo o quasi per rievocare gli assedi di
Vienna del 1529 e del 1638, del tutto decontestualizzati, oppure per far sapere
all’ignaro studente che passato il Cinquecento essi entrarono in
un’inspiegabile “crisi” protrattasi per oltre tre secoli! Inoltre,
dell’importantissimo apporto persiano nella costruzione della civiltà islamica
non v’è traccia…
Poi, per “cultura” si può
intendere quella veicolata da alcuni studiosi (la parola “intellettuali” non mi piace affatto perché l’associo ad una “organicità”
rispetto al potere, quindi preferisco “studiosi” o “uomini di cultura”, che ha
il suo equivalente in arabo: muthaqqafûn), tra i quali ne vanno
segnalati alcuni che svolgono un meritorio lavoro di divulgazione (con la quale
bisogna ‘sporcarsi’!) volto a rendere complesso e sfaccettato il quadro della
civiltà arabo-musulmana e delle sue influenze, in un senso e nell’altro, rispetto
alle altre civiltà. Mi riferisco a studiosi come Franco Cardini (che è un
medievista, non un islamologo) e Claudio Mutti (Edizioni all’insegna del
Veltro), mentre gli “esperti” accademici in genere – a parte i sociologi
dell’Islam - se ne stanno molto riservati, e solo
recentemente, perché tirati in ballo da un patetico ed esotico giornalista,
sono usciti dal guscio: speriamo che quest’antipatico episodio rappresenti un
provvidenziale cambiamento, per l’intera categoria, della considerazione che
hanno per l’“interventismo della cultura”, il quale – sia beninteso – non può
prendere le mosse se non da una solida preparazione (sperando di non far torto
a nessuno, segnalo le opere di Alberto Ventura e di Angelo Scarabel) e,
aggiungo, dalla coscienza dei tempi in cui viviamo.
Il riferimento alla “cultura”
coinvolge inoltre anche le trasmissioni televisive di divulgazione, ma qui è il
buio totale. In centinaia di documentari dedicati, anche in prima serata (penso
a “Superquark”), alle varie civiltà emerse nella storia dell’uomo, non mi
risulta che ne sia mai stato trasmesso uno sulla
civiltà arabo-musulmana. Il fatto è talmente strano che viene da pensare che ci
sia una qualche sorta di “consegna del silenzio”. L’unica eccezione di un certo
rilievo fu una trasmissione che andava in onda, al
mattino, nei primi anni Novanta, dal titolo “Islam. Cultura e civiltà”, la
quale era davvero ben fatta coniugando il rigore “scientifico” con la capacità
della divulgazione. Dall’11 settembre 2001, poi, non
si può certo pretendere che la situazione migliori: l’Islam dev’essere “il
nemico”, punto e basta, perché così hanno decretato gli Stati Uniti.
Ecco perché a fronte del
profluvio di dichiarazioni di principio intonate al “rispetto” e
all’“incontro”, anche a livello locale, dove ci si aspetterebbero minori censure mentre la tendenza è quella del “quieto vivere”, è
difficilissimo organizzare occasioni d’approfondimento quali corsi di lingua
araba e di cultura arabo-islamica: non si trovano non dico i fondi per
finanziare simili iniziative (i fondi ormai ‘mancano’ per le cose essenziali!),
ma addirittura è complicatissimo ottenere uno spazio, un patrocinio, una seppur
simbolica forma d’incentivazione e di sostegno. Eppure, posso assicurare che vi
sono molte più persone di quanto si creda che vorrebbero “saperne di più”, ma la situazione è fortemente pregiudicata da chi
detiene posizioni di responsabilità, a tutti i livelli.
CANZANO 2 - Parlami della nascita di ghetti
nelle nostre città - le ‘banlieue di casa nostra’ - e di conflitti
sociali, dei migranti che vivono la precarietà in termini assoluti.
GALOPPINI – Attenzione. Qua il discorso con l’Islam non c’entra più nulla o quasi
(spiegherò il “quasi”). Parliamo d’immigrazione, allora, ma l’immigrazione di musulmani (e poi bisogna vedere se costoro,
in maggioranza, sono solo ‘musulmani anagrafici’!) è solo una parte. Altrove
(“Eurasia” 4/2006) ho spiegato che, a mio avviso, la radice del “problema” è
essenzialmente economica. Cito il punto d’arrivo del
ragionamento che svolgevo in quelle pagine: “Queste le due condizioni fondamentali:
l'immigrato va bene se 1) in Italia ha da svolgere un lavoro che gli
autoctoni non sanno o non vogliono fare;
2) tale lavoro non è
offerto a condizioni che comportino un regresso per le condizioni lavorative
(salari, previdenza, ferie ecc.) alle quali essi sono abituati, perché in
caso contrario si è in presenza di una truffa ai danni
di quel popolo i cui politici sono stati eletti proprio per tutelarne gli
interessi!”.
L’essenziale sta tutto qui.
Poi, se vogliamo parlare del resto, dei “problemi sociali” che l’immigrazione
comporta, e, nello specifico, la formazione di ‘ghetti’ come quelli francesi,
possiamo anche parlare dell’Islam (così, spiego quel “quasi” dell’inizio della
mia risposta). Ad un intervistatore siriano al quale spiegavo i problemi che pone l’immigrazione di musulmani in Italia ho detto che la
stessa religione dell’Islam, se vissuta socialmente come una sorta di
‘rifugio’, di surrogato della madrepatria, allora diventa un fattore che porta
alla ghettizzazione, fermo restando che questa si verifica soprattutto a causa
dell’ipocrisia di chi ha fatto arrivare gli immigrati senza tener conto dei due
punti summenzionati e poi li ha voluti ‘nascondere’, ‘esorcizzare’ in quartieri
dormitorio sfruttando il fatto che sia gli autoctoni che gli allogeni,
comportandosi come fanno gli altri animali, tendono a tenersi separati. Se si
vuole evitare flussi d’immigrati incontrollabili
bisogna tener conto di quei due punti, ma se gli immigrati arrivano e si pensa
che sono una “ricchezza” allora dobbiamo cercare, tutti quanti, di costruire
occasioni d’incontro concreto, basate su questioni concrete, che coinvolgono
l’esser “cittadini” (o quantomeno “residenti”: io sono contrario a che la “nazionalità”
venga elargita come la tessera di un circolo); non mi riferisco agli incontri
interreligiosi che, per carità, saranno anche utili al loro livello, eppure
contribuiscono ben poco – a causa del loro carattere elitario - a far sentire
tutti quanti coinvolti in un “vivere comune”. Insomma, è più facile dirsi che “ci si rispetta” e che “preghiamo l’unico Dio” che
mettersi tutti assieme a risolvere problemi concreti quali il trasporto
pubblico, la nettezza urbana e… lo spaccio di droga, che non è certo un
problema che nasce a causa degli immigrati di religione islamica!
L’Islam condanna
senz’appello l’uso e lo spaccio di droghe, sennonché gli spacciatori maghrebini
non sono degli assidui frequentatori di moschee! Di nuovo, si vuol fare
di questioni piuttosto semplici da analizzare (e forse anche da risolvere), un
affare che coinvolge appartenenze, identità e tutto ciò che smuove sentimenti
del tipo “noi contro loro”. Siccome non ha senso ripetersi, rimando ad un mio articolo apparso su
varie testate, nel quale – sebbene sia perfettamente conscio che il consumo di
droga si nutre di un disagio sociale ed è alimentato dal potere con
Che il degrado urbano sia dovuto agli immigrati è vero perciò solo in minima
parte. È vero nei quartieri infestati da spacciatori, ma in altri casi non è
davvero il caso di tirare in ballo né gli immigrati né
tanto meno la loro religione. L’altro giorno, mentre facevo la solita gimcana
tra gli escrementi di cane che ‘adornano’ i marciapiedi di Torino, mi è venuto
in mente che le persone di cultura musulmana rarissimamente possiedono un cane,
quindi trattasi di ‘civilissimi’ italiani che devono sentirsi offesi
nell’uscire con paletta e sacchetto… E che dire delle scritte sui muri, anche
di palazzi storici? Al 99% sono in italiano… E poi, via, non diamo
sempre la colpa agli altri: l’immigrato si comporta in base all’esempio
che vede. Nella Mitteleuropa e in Scandinavia chi arriva capisce subito che o
si adegua o se ne va, qua chi già di suo non è un campione di civiltà si adegua
alla media degli italiani, che è davvero un
campionario d’inciviltà.
Purtroppo l’immigrazione
scatena le demagogie più ignobili e gli irenismi più melensi, e nello specifico
quella di persone provenienti da Paesi a maggioranza
arabo-musulmana si trova a fronteggiare un clima che si serve
dell’islamofobia per precise strategie geopolitiche atlantiche. La creazione
del “nemico islamico” è stata studiata a tavolino ed è l’elemento
propagandistico principale degli Stati Uniti e dei loro alleati, impegnati a
demonizzare sia le popolazioni degli Stati che
vogliono distruggere sia le “quinte colonne” in casa, ovvero gli immigrati di
religione islamica (mi permetto di segnalare che a breve uscirà una mia
raccolta di articoli su “Islam e disinformazione”). Tuttavia, e meno male,
l’italiano è tutto tranne che “razzista”, perché a quest’ora, con le dosi da
cavallo d’islamofobia iniettategli da tv e giornali, ci dovrebbe essere una
caccia al musulmano sullo stile del KKK!
CANZANO 3 - Nel meridione d’Italia, in città come Napoli e Palermo,
dove la
presenza di musulmani è notevole, potrebbe verificarsi una situazione come
quella della famosa Via Anelli a Padova?
GALOPPINI – Non credo. Napoli e Palermo hanno già troppi problemi per permettersi anche quello! E poi, non facciamo confusione. Problemi ingenerati da
situazioni come quella di Via Anelli a Padova, per quel che ho capito da
un’inchiesta trasmessa da “La7”, non possono essere
associati in alcun modo al fatto che quelle persone sono musulmane. Musulmani
praticanti coscienti della responsabilità di fronte a Dio del
fatto di “essere musulmani” non fanno di quelle cose, ma se un musulmano
spaccia droga non lo fa certo perché è “musulmano”! La sua religione, il suo
“modo di vita” che è ispirato dal Corano e dall’esempio del Profeta Muhammad non gli dicono di drogarsi e di spacciare! Allora diciamo che esistono ‘musulmani anagrafici’ che si drogano
e, soprattutto, spacciano (come mi capita di osservare in certe zone di
Torino), ma in questo caso il problema è di ordine pubblico ed è chi dovrebbe
prevenire e, al limite, eliminare senza pietà tale scempio che non sta facendo
bene il suo lavoro…
CANZANO 4 - Il film
"Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano" diretto da François Dupeyron
propone parecchi spunti interessanti: il grande Sharif interpreta il ruolo di
un anziano droghiere arabo che stringe un patto di amicizia
sincera con un ragazzino ebreo, in un viaggio che da Parigi li porterà fino
alla Turchia alla ricerca forse di un punto d’incontro, di un’origine comune.
Si parla di culture diverse che sono in grado di
comunicare, convivere e apprezzarsi a vicenda, pensi che è possibile questo
tipo di convivenza?
GALOPPINI – La “convivenza” tra diversi è
una cosa difficile da realizzare. Non ci si riesce nemmeno tra maschio e
femmina... figuriamoci tra religioni ed etnie. Però, se la situazione lo richiede, ci si può provare, ma
tutte le parti in questione devono assumere un atteggiamento propositivo. Chi
arriva non deve fare la “vittima” di atteggiamenti
comprensibili, perché, si sa, gli stranieri sono naturalmente percepiti come un
elemento perturbatore (a volte lo sono) dagli indigeni, specialmente quando
questi ultimi ne vedono arrivare troppi tutti assieme.
Il problema della
“convivenza”, comunque, riguarda le nostre società,
perché in molti Paesi a maggioranza musulmana, in specie nel Vicino Oriente,
essa è un risultato acquisito da secoli, cioè da quando, nel VII secolo, le
armate del califfo ‘Umar varcarono i confini dell’Arabia per invadere territori
allora sotto l’Impero Bizantino. Ebbene, si fa un gran parlare dei “cristiani
d’Oriente in pericolo”, però un giorno dovranno
spiegarci com’è possibile che da XIV
secoli quella cristiana è una presenza costante… per non parlare di chi ha fomentato
l’attacco all’Iraq e non denuncia la triste condizione dei cristiani (come di
tutti i palestinesi) in città-simbolo della religione cristiana come Betlemme e
Nazaret, o la stessa Gerusalemme, ma poi si erge a paladino di costoro giusto
per apportare il proprio contributo alla campagna di allarmismo sull’Islam in
corso. Invece, in Europa, che fine hanno fatto i
musulmani di Sicilia, o quelli di al-Andalus? Alla fine,
tutti espulsi, come se l’“Occidentale” fosse incapace di convivere col “diverso”.
Intendiamoci,
non sto prendendo le difese di una parte per addossare
tutti i difetti all’altra. Ad esempio, non mi piace per niente il modo
“partigiano” con cui tra i musulmani si parteggiava per i bosniaci o per i
kosovari solo perché musulmani, senza porsi domande sulle dinamiche
geopolitiche che caratterizzano la situazione nella ex Jugoslavia.
Se poi però vuoi sapere un mio
parere sul film non posso dartelo perché non l’ho
visto. Anche se devo dire che l’industria culturale
(cinema, editoria ecc.) promuove soprattutto esempi di “convivenza” che
astraggono dalle situazioni concrete. In altre parole, la “convivenza” è una
cosa edificante, ma a patto che esista giustizia per
tutti, ed il caso dei palestinesi non mi pare proprio quello su cui si possa,
senza scadere nell’ipocrisia, costruire sceneggiature rassicuranti dove tutti
sono “vittime” allo stesso modo. Lo stesso discorso vale per il tipo di
musulmano posto all’attenzione del gran pubblico occidentale: si tratta quasi sempre di “riformisti”, di “laici”, di “femministe
islamiche”, di personaggi al limite della curiosità, mentre invece sarebbe
davvero un segnale di concreta accettazione dell’Altro per quel che è se a una
delle numerose rassegne culturali s’invitasse un musulmano che spiega la sua
religione e
Nell’Impero Ottomano, cioè fintantoché è durata una compagine imperiale musulmana,
la “convivenza” non era fondata sull’omologazione ma su un largo autogoverno
delle varie comunità o “nazioni religiose”. In un certo senso era più facile da
praticare, anche se a noialtri, oggi, può sembrare
difficile dal punto di vista teorico: infatti, finito l’Impero Ottomano (e già
dall’ascesa dei Giovani Turchi, massoni, laicisti e nazionalisti), la
plurisecolare convivenza tra turchi e greci è saltata…
La religione dell’Islam, inoltre, accetta tutte le altre religioni. Cioè, le considera, certo a modo suo, ovvero interpretandone
i punti-cardine secondo un’ottica funzionale al proprio discorso, provenienti
da Dio, mentre da parte delle altre non c’è reciprocità di vedute, e nel
migliore dei casi la considerazione per l’Islam si appunta sull’“esperienza
religiosa” dei musulmani. Certo l’Islam è avvantaggiato dall’essere l’ultima
“Rivelazione”, tuttavia quest’accettazione dell’Altro religioso da parte
dell’Islam è un punto indubbiamente a suo favore.
Nota
bio-bibliografica su Enrico Galoppini.
Insegna
Storia dei Paesi islamici presso