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Un attento lettore di Rinascita, dopo aver letto i miei recenti articoli
che hanno per tema gli arabi, l’Islam e i musulmani mi ha scritto
privatamente queste brevi osservazioni: “Carissimo Enrico, da lettore di
“Rinascita” ti apprezzo, ma questa fissa degli arabi proprio non la
capisco. Io guardo all’Europa e se devo combattere Usa ed Israele, mi
guardo bene per questo nel trovare modelli fra gli arabi. Se poi si
“scende” all’aspetto religioso la demenza biblica accomuna ebrei, cristiani
e musulmani. Naturalmente so anche distinguere i possibili amici dai nemici
di sempre e Saddam, ad esempio, era certamente fra gli amici. Non a caso,
prima di essere assassinato, ha detto che sarebbe morto come il Duce. Non a
caso era il più laico fra i capi arabi.
Un caro saluto
(Omissis)
Questa lettera mi giunge provvidenziale, poiché, facendo il paio con alcune
osservazioni espostemi verbalmente da un altro lettore dei giornale, mi
permette di fare il punto della situazione su un argomento che considero
della massima importanza, a livello mondiale, in questo preciso momento
storico.
Partiamo da un punto fermo: Usa e Israele sono “da combattere”. Su questo
siamo d’accordo, “fissa” o no. I lettori di “Rinascita” dovrebbero essere
tutti uniti su questo punto.
Una volta stabilito questo, si tratta di capire perché sono “da combattere”,
perché ci sta che sulle ragioni che inducono un lettore di “Rinascita” a
considerare Usa e Israele dei nemici non ci si trovi completamente
d’accordo. Alcuni possono covare uno spirito di rivalsa rispetto all’esito
della Seconda guerra mondiale, altri possono detestare quella forma
particolare di cultura che va sotto il nome di “americanismo”, altri ancora
saranno mossi da un’istanza “sovranista” poiché gli Usa occupano
militarmente la nostra terra con oltre 100 basi. E tutti questi motivi, tra
altri, possono tranquillamente coesistere in base ad una scala di priorità.
Lo stesso dicasi per l’avversione ad Israele (più corretto sarebbe dire
“Entità Sionista”, come ho spiegato su “Eurasia” 3/2006): perché alleato
fedele degli Usa nel Vicino Oriente, perché attraverso la “lobby” per
antonomasia su cui Blondet ha scritto pagine importanti influenza la nostra
vita politica, perché impunito a fronte di continue soperchierie ai danni
dei palestinesi eccetera.
Ma un fatto importante, ed è quanto basta, è che li si consideri “da
combattere”. Sono, a tutti gli effetti, il nostro nemico principale.
Che questa precisazione preliminare venga posta da chi mi contesta
(benevolmente, sia inteso) una “fissa” sugli arabi, significa che egli
considera comunque gli arabi (credo nell’accezione in cui “arabo” fa
tutt’uno con “musulmano”) nemici degli Usa e d’Israele. Su questo direi che
siamo di nuovo d’accordo, in linea di massima (perché vi sono “arabi” che –
come del resto “europei” – quando si tratta di decidersi sul “nemico
principale” hanno qualche dubbio, indotto dal tintinnio dei soldi di Usa e
Israele…), poiché gli Usa e Israele da sempre ordiscono trame contro gli
arabo-musulmani.
A questo punto, devo spiegare perché non si tratta di una “fissa”, ma
perché anche i lettori di “Rinascita” farebbero bene a “fissarsi” un po’ di
più, come del resto ha ben compreso il direttore Gaudenzi che concede un
adeguato spazio all’approfondimento delle questioni sulle quali, per così
dire, noi e gli arabi siamo “sulla stessa barca”, nonché alla conoscenza
della civiltà arabo-musulmana nei suoi differenti aspetti.
Premessa: siamo contro la “globalizzazione”, se questa è intesa come
“americanizzazione”. Come ha spiegato Costanzo Preve in vari suoi scritti,
la cosiddetta globalizzazione non è una constatazione dello stato del
mondo, ma una prescrizione: “Globalizzatevi!”, sostengono Usa ed Israele
(col codazzo di loro valletti, tra cui l’Ue). Stabilito che il mondo non è
mai stato a ‘compartimenti stagni’, che comunque oggi esista una
circolazione delle informazioni, dei modelli e delle culture a livello
planetario come mai non s’era visto prima è un dato di fatto. A questo
fenomeno non è necessario dare un nome, tuttavia è sotto gli occhi di
tutti. Questo significa che più facilmente che in passato da un “modello”
posso trarre degli esempi, senza per questo assumerlo in toto (ammesso che
ciò sia possibile, poiché un modello non è una realtà concreta).
Se poi si afferma di “guardare all’Europa”, intesa come “modello” (o
“mito”), e subito dopo si precisa di “guardarsi bene dal prendere modelli
dagli arabi”, significa assumere un atteggiamento esclusivista, come se
“noi” e “loro” non avessimo nulla da spartire. Il che è la stessa cosa che
c’inculca la propaganda Usa-sionista dello scontro di civiltà, che non solo
non vuol farci sentire affatto “sulla stessa barca” (si pensi agli arabi
accusati di “terrorismo” in Italia per aver organizzato una resistenza
patriottica in Iraq: su questo, anche il più “occidentalista” lettore di
“Rinascita” – Quotidiano di liberazione nazionale - non può essere
d’accordo!), ma va diffondendo la percezione che Islam ed Europa (v.
l’omonimo saggio di Cardini su questo argomento, anche per l’uso di questi
due termini non omogenei) siano irrimediabilmente, e da sempre, in
conflitto, sebbene la storia ci racconti qualcosa di più complesso della
filastrocca recitata in Italia dai cristianisti alla Pera che mette in fila
Carlo Martello, le Crociate, la Riconquista, Lepanto e “mamma li turchi”.
Quest’insistenza paranoica da parte dell’apparato di disinformazione che
comincia con Huntington e Lewis e finisce con Magdi Allam e la Nirenstein,
parte dall’osservazione di un semplice dato di fatto geopolitico: l’area
civilizzazionale arabo-musulmana è posta esattamente al crocevia
dell’Eurasia, e poiché gli anglosionamericani sono impegnati nella sua
conquista (con evidente impegno dall’11 settembre 2001), devono per forza
di cose demonizzare, di fronte alle opinioni pubbliche da essi controllate,
le popolazioni che abitano quell’area.
Non è perciò questione di “esaltarsi” per gli arabi, i musulmani e tutto
quel che combinano (ma intanto bisogna togliersi il cappello di fronte alle
resistenze palestinese, irachena e libanese di Hezbollah).
Direi che l’atteggiamento equilibrato è come quello di chi legge un po’ di
tutto, senza stare a guardare alla tendenza dell’autore o alla casa
editrice, e poi rielabora perché è un essere dotato di “discernimento”. Ciò
detto, invito comunque ad approfondire la conoscenza della civiltà arabo-islamica
anche coloro che, tra i lettori di “Rinascita”, si definiscono “laici”,
“pagani”, “cristiani” eccetera, visto che dopo uno studio ed una
riflessione non solo libresca ma che parte dalla diretta osservazione di
genti e situazioni, mi sono reso conto che l’Islam offre alcune risposte
interessanti ad alcuni dei mali che affliggono la nostra (“europea”)
società.
Non sto dicendo “islamizziamoci!” né più ne meno come gli americanisti
impongono di “globalizzarsi”, ma di prendere qualche spunto sì, anche
perché qua, in Italia, in Europa, in quanto a proposte praticabili e che
trovino un numero sufficientemente organizzato di persone disposto a
realizzarle, c’è il vuoto assoluto. Si continua ad invocare miti storici,
politici, ideologici; altri, più avveduti, affermano d’essere “al di là
della destra e della sinistra”, ma ancora non c’è chi ha il coraggio di
andare “al di là dell’al di là della destra e della sinistra”. Perché a
parte l’analisi - seppur importante, al suo livello - sulla situazione
politica o geopolitica, nient’affatto esaltante per “noi” e per “gli
arabi”, il male principale della nostra società, il suo “nemico principale”
interno, è essenzialmente esistenziale. Il proliferare di fallimenti
coniugali, di depressioni, di disturbi psichici, di omicidi efferati ed
“insensati” eccetera sta a dimostrarlo. In questo, “noi” e “gli arabi” non
siamo “sulla stessa barca”, perché ancora la loro vita non ha perso il
“senso”. Noi, invece (intendo almeno i lettori di “Rinascita”), siamo alla
ricerca del sistema per sbarazzarci del nostro “nemico principale”, ma se
non facciamo i conti col problema del “senso” non si andrà mai da nessuna
parte.
Opportunamente è stato nominato Saddam Hussein. “Duce” o non “Duce”, la sua
figura ci ricorda che ancora oggi, mentre “noi” europei siamo tutti più o
meno colonizzati (l’Italia è un’entità virtuale), ci sono alcuni Paesi
arabi, come la Siria, o comunque musulmani, come l’Iran, che non prendono
ordini dalle centrali della “globalizzazione”. La Siria, col governo “laico”
del Ba‘th, non è stata colonizzata e non si è “globalizzata” perché,
diciamolo pure, è rimasta nell’orbita d’influenza dell’Unione Sovietica,
che a conti fatti ha fatto meno danni degli Usa, i quali ai loro “alleati”
hanno vampirizzato l’anima. Quell’anima che ancora, malgrado la “demenza
biblica” che accomunerebbe anche i musulmani (eppure un autore caro a molti
lettori di “Rinascita” quale Evola non si espresse affatto in questi
termini sull’Islam!), fa sì che popoli invasi non smettano di resistere all’imposizione,
manu militari, della “globalizzazione”.
Non sarà un “modello”, ma a volte ricordiamoci che in giro ci sono ancora
luoghi in cui si trova parecchia gente - in buona parte “arabi” - disposta
a sacrificare la vita per un’Idea. Diciamo che è almeno un “esempio” da
meditare per “noi”.
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