Io, Ihsàn

 

Mi chiamo Ihsàn. Così ritenne di chiamarmi mio padre. Carità, elemosina, beneficenza. Chissà cosa s’aspettava nell’attribuirmi un tal nome. Forse di darmi in elemosina al primo che capitava, dato che la moglie gli aveva appena scodellato una femmina e lui le aveva ben dimostrato la sua irritazione. Era evidentemente colpa di mia madre. E forse lo sfiorò il pensiero che l’usanza preislamica di seppellire nella sabbia le bambine appena nate non doveva essere poi tanto da biasimare. E sì che i suoi primi due figli erano maschi. Non gli bastava? Imàd ha quattro anni più di me. Hussèyn due. Poi, ancora a due anni di distanza è arrivata Hanàn. Scenate anche alla sua nascita. Poi, quella povera disgraziata donna di mia madre ha deciso di chiudere. A letto, i rapporti con mio padre erano rari in quanto egli preferiva pagare amanti e  prostitute per sfogar i suoi istinti. Ma talvolta, rientrando ubriaco, si prendeva anche quello che la legge, il costume e il comune pensare stabilivano ch’era suo. Alla gravidanza successiva, tenuta nascosta, lei si rivolse a una mammàna che le tolse l’impiccio. E dopo quell’intervento seppe che non avrebbe più potuto avere figli. Meglio così, avrà pensato.

 

Sono la pecora nera della famiglia. Mio padre mi detesta. Esco senza hijàb. Coi capelli lunghi sciolti al vento. Vestita come un’europea, senza badare a nasconder le mie naturali forme di giovane donna.  Pur senza neanche evidenziarle di proposito. Questo me lo dico io, ma lui non lo pensa proprio, anzi. Ero appena adolescente quando, avendo ritardato dal tornar da scuola fermandomi con le mie amiche, entrata in casa mi schiaffeggiò forte dandomi della puttana. Non sapevo neanche il significato del termine. Mia madre mi difese quella volta. E si prese uno schiaffo pure lei. L’avrei strangolato. Sfogai la mia rabbia chiudendomi in bagno a piangere per due ore, malgrado lui battesse sulla porta, minacciandomi e ingiungendomi di uscire. Uscita che fui mi presi il resto, ma in piedi, senza ripararmi, guardandolo in faccia. E neanche questo poteva sopportare. La donna deve tenere sempre gli occhi bassi e sottomettersi a qualsiasi uomo di famiglia. Quando seppe che avevo intenzione di iscrivermi all’università, si oppose dicendo che non me l’avrebbe mai permesso. Una donna della mia età, diciott’anni, avrebbe dovuto pensare a sposarsi e a badare al marito, ai figli, alla casa. Già, mentre il marito andava a donne, come lui. Mi iscrissi all’università, sezione di francese, dopo esser venuta alle mani anche con mio fratello Imàd che sosteneva le idee e i principi di nostro padre. Religioso oltre ogni ragionevolezza, mi odia. Anche perché l’imàm della moschea del quartiere imputa anche a lui il mio comportamento, oltre al fatto che mia madre – sostiene la pia creatura maschile – mi abbia educata male. Per questo i nostri litigi sono frequentissimi. Al contrario, nostro fratello Hussèyn sembra indifferente a quanto gli accade attorno. Non so se questo sia un bene o un male. Per lui. Hanàn, un’altra senza midollo. Ho dovuto penare e lottare anche con lei per convincerla a iscriversi all’università. L’ha fatto poco convinta, facoltà d’economia, dimostrando però fin da subito buone capacità e ora sembra procedere bene.

I miei sono di Akka, San Giovanni d’Acri. Famiglia di piccoli proprietari, con casa e un vigneto che produceva abbastanza da farli vivere dignitosamente. Mio padre, figlio unico, aveva dovuto prender in mano l’azienda fin da giovane essendo venuti a mancar presto i suoi genitori. Fu subito puntato, ancor prima di sposarsi, dagli ebrei israeliani in cerca di abitazioni e terreni per i loro nuovi insediamenti e nell’ottica di far sloggiare gli autoctoni palestinesi. Conoscendo il debole di mio padre per le donne, cominciarono a fargli girare attorno quelle soldatesse abilitate a prostituirsi per la causa. Ed egli ci cadde con la prevista facilità. Si legò a mia madre, vicina di casa e lontana parente, sposandola poco dopo, ma continuando le sue frequentazioni con le femmine ebree. Su loro istigazione, cominciò a vendere a piccoli lotti il vigneto. Mia madre seguiva l’evolversi della situazione con angoscia, ma senza avere il coraggio né la possibilità di far alcuna opposizione. Con la nascita di Imàd, l’unico di noi nato in Palestina, gli era rimasta solo la casa. Che vendette presto e si trasferì qui a Damasco, sembrandogli una città con più opportunità rispetto alla Giordania a cui si rivolgevano molti dei suoi compatrioti in diaspora. Fu accolto come profugo palestinese e fu data loro la carta d’identità che quello status certificava. Tutti noi abbiamo quel documento, senza alcuna possibilità di divenir cittadini siriani, perché “il vostro soggiorno in Siria è provvisorio”, “tornerete tutti alle vostre case”, sostiene la propaganda ufficiale. Quali case? Dove?

 

Col poco che gli era rimasto, prese il piccolo appartamento nel quartiere periferico in cui tuttora abitiamo. Trovò un posto di impiegato all’ufficio postale. E tirò avanti, continuando fino a poco tempo fa a buttar parte del suo salario al gioco e pagando la compiacenza di attempate ‘signore’ disponibili. Ora, tra gli acciacchi, è stato costretto a tirare i remi in barca per limiti di età. E mia madre se lo deve sorbire. Chissà se le stava meglio la situazione di prima.

Son stata ribelle fin da bambina. Avevo sempre il dorso delle mani rosso dalle bacchettate per punizione della maestra. Dovevo appoggiare i palmi sul banco. E giù con la canna. E non era necessario che le mie compagne mi tenessere ferme le braccia, come le altre punite che d’istinto ritiravano altrimenti le mani. Stringevo i denti, chiudevo gli occhi, che mi si riempivano di lacrime. Ma non piangevo. E questo irritava ancor più la maestra. Abituata per tradizione ed educazione a considerare come stato normale le ragazzine deboli e sottomesse ad ogni autorità. Io ero quella da riportare alla normalità. E capitava mi si incolpasse anche di quanto non avevo commesso.

 

Alle scuole superiori la punizione più comune per le ragazze non era corporale in senso fisico, ma psicologicamente più sottile. Alla punenda, se non portava l’hijàb nel qual caso la pena sarebbe stata inutile, veniva rasata la ciocca di capelli sopra tutta la tempia destra, in modo da rendere evidente il suo stato di punita. In genere la ragazzina si salvava piegandosi al hijàb per nascondere il marchio della vergogna. La mia ciocca destra era permanentemente rasata. E non mi abbassai mai a portare alcun fazzoletto per nasconderla.

 

Sono nata a Damasco ventidue anni fa e mi sento damascena completamente, anche se le autorità siriane non me lo vogliono riconoscere ufficialmente. Tuttavia partecipo con tutto il mio essere alle sofferenze del popolo palestinese. Che sento il mio popolo.

In ventidue anni non sono mai uscita da Damasco. Sto terminando i miei studi universitari. Non ho un uomo che mi ami da amare. Un anno fa ho conosciuto un giovane ufficiale dell’aviazione. Gentile, mi affascinava. Gli concessi, senza remore, anzi, con rilassata partecipazione, una certa intimità. Ci si accarezzava con gioia e piacere. Sicura e tranquilla che mi sarei lasciata andare a tempo debito. Ma quando, in uno di quei momenti, mi prese la testa e la portò con una certa forza tra le sue gambe, ebbi un moto di ribellione, sentendola come una delle peggiori violenze che possa subire una donna. Psicologicamente e simbolicamente, per me, più grave di uno stupro. Lo respinsi con durezza. Senza guardarlo mi rassettai e me ne andai muta e fremente, mentre lui dietro cercava di scusarsi. Mi cercò, ma non lo volli più vedere.

 

Ihsàn

 

Ihsàn era ed è rimasta una combattente. Verso il contesto in cui vive, verso gli uomini, severa anche verso se stessa. E forse è stata una sua fortuna non risiedere in Palestina. Dato il suo carattere si sarebbe senz’altro fatta coinvolgere nella lotta armata. E ora non sarebbe a insegnar letteratura francese nelle scuole di Mayotte, arcipelago delle Comore, isola di Dzaoudzi, Oceano Indiano tra Mozambico e Madagascar. Non lungi dalle Seicelle, ma ben lungi dalla loro situazione di cosiddetto paradiso turistico.

 

Finita l’università, non vedendo sbocchi in loco, decise di sposarsi col primo che capitava e la portasse via di là. Capitò con un giovane francese che soggiornava a Damasco per un breve periodo di lavoro, prima di passare in Arabia Saudita. Si sposarono e partì con lui. Fu un momento di grande soddisfazione per lei quando l’ambasciata francese le rilasciò il passaporto. A suo nome. Finalmente era qualcuno ufficialmente. Avrebbe sempre rimproverato al suo primo paese, la Siria, di non averla trattata da sua cittadina.

 

Successivamente la coppia prese casa presso Parigi. Fin dall’inizio aveva messo in chiaro una cosa. Avrebbe sempre rifiutato di assumere il cognome del marito. E guai a chi, inconsapevole, la chiamava Madame Telle. Lei era sua, di se stessa, e di nessun altro. Ebbero presto una figlia, Dìma, tenera, affettuosa, debole, inconsistente come la pioggerella che denota il suo nome. Femmina dal carattere orientale. Come la zia Hanàn, che dopo aver continuato e condotto con successo i suoi studi d’economia, con ottime prospettive di sbocco professionale, s’era sposata con il figlio viziato di una ricca famiglia, ed era divenuta la tipica donna di casa orientale. Marito, figli, casa. Col marito che non aveva voglia di lavorare. E non lavorava, accontentandosi dell’esigua rendita passatagli dai genitori, insufficiente ai normali bisogni della famiglia. Ihsàn, che aveva aiutato economicamente Hanàn nel suo ultimo periodo degli studi e che avrebbe voluto vederla trovarsi un’occupazione adeguata, s’era sentita tradita e per anni aveva misconosciuto la sorella non volendola incontrare durante le sue frequenti visite alla madre. Ma poi aveva ripreso a passarle di nascosto qualche aiuto finanziario.

Anche Dìma dunque mostrava quel carattere debole, l’esatto contrario di sua madre.

 

Aveva trovato da far l’insegnante di letteratura francese a Parigi. Suo marito era l’anima di una associazione filo-palestinese. Ben presto i loro caratteri, forte lei, più fiacco lui, li divisero. “Lui è rimasto quel che era mentre io sono profondamente cambiata e non accetto più la vita che avevo cominciato tanti anni fa con lui. Il tempo passa e si cambia. Molto di quanto apprezzavo in gioventù, ora appare scialbo ai miei occhi”. Per un lungo periodo vissero da separati in casa. Finché Ihsàn non trovò l’opportunità di trasferirsi a insegnare a Mayotte, anche nell’ottica che quegli anni d’insegnamento all’estero le valevano doppi ai fini della carriera. Il suo carattere, che non può cambiare, le ha causato una certa ostilità nell’ambiente di lavoro a maggioranza femminile. Colpita dal virus della dengue ha sofferto a lungo di dolorosi crampi e sofferenza alle articolazioni. Una caduta le ha reso per mesi fuori uso un braccio. Ha subito furti e rapine.

 

Ma Ihsàn è rimasta Ihsàn e s’è sempre risollevata più combattiva che mai. Ihsàn che vorrebbe un uomo fatto secondo i suoi parametri da amare ed esserne amata. Un uomo che non esiste. E guai a dirle che è il suo carattere a far fuggire chi le si appressa. Ihsàn, la femminista che chiama gli uomini ‘creature maschili’. Che si impone trenta-quaranta chilometri di marcia veloce alla settimana. Che si esibisce ancora con successo nella danza del ventre. Che, pur credendo nell’esistenza di un indefinito Ente superiore, continua a chiedersi: perché siamo sulla Terra? La morte incombe e finirà per averci. Che senso ha la vita? Ihsàn che vorrebbe cambiare il mondo ed è frustrata dalla propria impotenza. Ihsàn che continua a inviar piccole somme di denaro a Hanàn e ad altri parenti rimasti nell’attuale tragica e sofferente Palestina. Ihsàn che va spesso a Damasco a visitare la vecchia madre e a litigare col fratello Imàd. E che nel momento in cui riparte giura e spergiura che non ci ritornerà più in Siria. Fino all’anno dopo.