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Marcel Khalìfa è un celebre compositore, cantante e
suonatore di ‘ùd (liuto) libanese, noto non solo al pubblico di lingua araba,
ma anche a coloro che, in Europa e negli Stati Uniti, da sempre sono
solidali con la lotta di liberazione nazionale del popolo palestinese. Marcel
Khalìfa (http://www.marcelkhalife.com),
di famiglia cristiana maronita, nato nel 1950 in un piccolo
paesino di pescatori sulla costa a nord di Beirut, sin dai primi anni
Settanta, quando frequentava il Conservatorio nella capitale libanese, prese
coscienza della tragedia dei palestinesi che affollavano i vari campi
profughi che egli attraversava quotidianamente. Sarà proprio l’incontro con un grande poeta palestinese, Mahmùd Darwìsh,
a rendere l’artista libanese celebre per le sue canzoni nelle quali, tra gli
altri motivi, viene esaltato il diritto al “ritorno dei palestinesi in
Palestina”.
È anche per questo che, nell’ambito della recente tournée negli Stati Uniti e
in Canada (25 date), proprio l’organizzazione “al-‘Awda” (Il Ritorno) l’ha
invitato per tenere un concerto a San Diego, in California, presso il Birch
North Park Theater. Il concerto, però, non si è tenuto, perché all’ultimo
momento un’organizzazione protestante molto influente, l’Esercito della
Salvezza, ha scatenato una campagna di pressioni sui media
e le istituzioni locali poiché il concerto di Khalìfa, a suo dire, non
rappresenterebbe un’iniziativa “per la pace”, ma, al contrario,
incoraggerebbe “l’odio” (verso gli ebrei), anche perché la serata era
patrocinata da un’organizzazione, al-‘Awda, che svolgerebbe attività non in
sintonia con la ricerca della “comprensione reciproca” e la “convivenza”.
Così, forte della propria capacità di lobbying, questa
potente organizzazione cristiano-sionista ha imposto che l’artista
libanese invitasse sul palco un… collega israeliano!
Invero, una richiesta ridicola, poiché a questo punto si dovrebbe sempre
imporre ad ogni cantante israeliano la presenza di un palestinese, e di
questo passo ai cantanti greco-ciprioti dovrebbero essere affiancati colleghi
turchi e viceversa… e perché non imporre ai centri sociali la presenza di
gruppi skinhead di estrema destra, i quali
ricambierebbero forzatamente l’invito? Ci sarebbe forse un solo aspetto positivo: con un biglietto si assisterebbe a due concerti!
Ma torniamo alle cose serie, per capire come funzionano situazioni che vanno
moltiplicandosi di giorno in giorno, anche perché tutto passa in cavalleria
grazie ai media allineati e le vittime raramente fanno fronte comune. Come ha
confermato Manàl Swaìrjo della sezione californiana di al-‘Awda,
ospite dell’approfondimento del tg serale di Aljazeera “Ma warà’ al-khàbar”
(Dietro la notizia) andato in onda alcune sere fa, all’inizio l’Esercito
della Salvezza non aveva mostrato alcun segnale d’insofferenza… In studio,
dagli Stati Uniti, era collegato lo stesso Marcel Khalìfa, il quale ha
raccontato del livello di “psicosi da sicurezza” vigente negli Usa, al punto
che chi arriva (specie se è arabo) viene sottoposto ad un fuoco di fila di
domande una più assurda dell’altra, molto personali, anche sugli amici e sui…
nonni! Insomma, il rischio è quello, una volta arrivati
alla dogana statuitesene, di partire per un’inopinata ‘vacanza’ a Guantanamo,
se il poveretto di turno mostra qualche incertezza durante quest’assurdo
interrogatorio.
Del resto, gli Stati Uniti hanno costantemente incoraggiato fobie anti-arabe
e anti-islamiche, a partire da Hollywood, che con le
‘imprese’ di Chuck Norris e il ‘capolavoro’ “Attacco al potere” (una sorta di
prefigurazione dell’11 settembre, di cui un’ottima scheda analitica è stata
scritta da John Kleeves: http://www.informationguerrilla.org/Hollywood_Cia.htm),
tanto per citare i casi più clamorosi, ha allevato il pubblico statunitense e
non (si pensi all’imposizione della cinematografia d’oltreoceano operata in
Italia dal 1945, anche grazie a Mr. Veltroni) nel sospetto e nella diffidenza
verso gli arabi e i musulmani.
Gli Stati Uniti, inoltre, per rafforzare questo motivo
propagandistico e sfruttando i riflessi condizionati indotti da decenni di
rincretinimento a base di “antifascismo”, hanno promosso – come si ricordava
durante la trasmissione dell’emittente qatariota – il demenziale slogan
dell’“islamofascimo”, divulgato in Italia da qualche trombettiere del
Sionismo come Panella, il quale ha imparato a memoria la lezione di Daniel
Pipes, citato da Karìm Shura (consulente legale di CAIR – Council on
American-Islamic Relations: http://www.cair.com)
quale esempio di “intellettuale” specializzato, previa costruzione di un’aura
di “autorevolezza” attraverso le citazioni dei Panella di tutto il mondo,
nella denigrazione dell’Islam e nella diffamazione dei musulmani.
Infatti, il CAIR è stato istituito in un certo senso per svolgere la funzione
che l’ADL (Anti-Defamation League) svolge in favore degli ebrei e
dell’Ebraismo, ma a differenza di questa, come si evinceva dall’atteggiamento
remissivo del suddetto consulente incalzato dall’ottima giornalista di Aljazeera, ancora non riesce ad incidere sulla realtà
com’è in grado di fare l’omologa associazione ebraica. Intendiamoci, tutto
questo strillare, mettere all’indice e indicare il soggetto di volta in volta
da ‘lapidare’ non ci piace affatto, nutrendosi di un
paradigma che andrebbe combattuto in quanto tale e non perché è adoperato al
meglio da organizzazioni ebraiche che possono starci simpatiche o meno; ma
poiché la situazione è quella che è, tanto vale che anche gli arabi e i
musulmani si tutelino in una qualche forma legale, in un ambiente, quello
“Occidentale”, che per puntellare la campagna d’aggressione diretta in primo
luogo perso il Vicino Oriente arabo-islamico incoraggia l’ascesa al rango di
novelli Goebbels d’individui specializzati nella diffusione di pregiudizi
islamofobi.
Il CAIR ha così prodotto una ricerca che mostra che le discriminazioni
anti-arabe ed anti-islamiche sono in aumento in tutti gli Stati Uniti: nel
2006, circa il 25% degli episodi in più rispetto al 2005, particolarmente sui
luoghi di lavoro. Ed anche un recente sondaggio
Gallup ha mostrato che il 39% degli statunitensi nutre diffidenza verso i
musulmani.
L’episodio nel quale è incappato il celebre
compositore libanese s’inscrive in una catena d’eventi analoghi che a ritmo
sempre più serrato colpiscono tutto quel che riguarda gli arabi, i musulmani
e l’Islam: l’ultimo riguarda la polemica, scatenata dai soliti ambienti
filo-sionisti, che ha coinvolto il progetto di una “Scuola del Golfo”
interaraba a New York dedicata a Khalìl Gibràn, celebre poeta libanese. Una
scuola finanziata da varie realtà arabe il cui intento sarebbe quello di
tutelare con un insegnamento bilingue l’identità dei figli di coloro che emigrano dai Paesi di lingua araba, per la cui
direzione era stata scelta una statunitense d’origine yemenita con un lunga
esperienza in questo settore: bene, per intralciare il progetto sono partite
pressioni per imporre una direttrice ebrea newyorchese!
Non è da credere che tutto questo clima sia fomentato solo dalle “comunità
ebraiche” (con ciò s’intendono i maggiorenti, non di certo tutti gli ebrei).
Infatti, a sostegno di questa vigliacca e capillare azione lobbistica operano i più disparati ambienti politici e culturali che
nell’appoggio al Sionismo trovano l’elemento di coagulo di un’azione a più
vasto raggio volta a diffondere l’influenza “occidentale” nel mondo. Ecco
perché l’anno scorso, sempre in occasione di un concerto di Marcel Khalìfa a
Milano (che coincideva con la festa per i 10 anni di Aljazeera),
ambienti di destra – forse galvanizzati dall’esempio del loro ‘ducetto’ che
con la kippà ha dichiarato il Fascismo il “male assoluto”, o forse già coi
passaporti pronti per le ferie in un kibbutz guidati da Alemanno – si sono
prestati a scatenare la solita gazzarra pro-Israele. E stessa scena è
occorsa, sempre a San Diego, in occasione del 6° convegno di
al-‘Awda, presso la locale università: al momento opportuno giunsero
adeguate e mirate pressioni per indurre l’università a più miti consigli…
Si tratta, a tutti gli effetti, di una piovra mondiale, che impone col
ricatto, l’intimidazione e l’aggressione vera e propria un allineamento ai
desiderata del Sionismo da parte di istituzioni rispettate, artisti amati da
un vasto pubblico, saggisti di chiara fama (si pensi al caso del libro "Pasque di Sangue",
di Ariel Toaff, oppure ai professori universitari non riconfermati a causa
del loro non allineamento col Sionismo). In pratica non si salva nessuno. E sarebbe bene che lo capissero coloro che, tra gli “amici
dei Palestinesi”, non trovano scandaloso che uno storico “revisionista”
finisca in galera.
Aljazeera, però, dando la parola, nell’ora di massimo ascolto, a chi ha
subito quest’ignobile trattamento, ha dimostrato, una volta ancora, di aver
parecchio da insegnare alla nostra cosiddetta “libera informazione”. Si
obietterà: “già, ma Aljazeera tira l’acqua al suo
mulino…”. Nient’affatto! Nel rispetto della pluralità di punti di vista che
governa l’emittente, era stato invitato anche un esponente dell’Esercito
della Salvezza, ma all’ultimo momento ha dato forfait… Anche questo è un film
già visto: sanno di non avere nessun argomento razionale convincente, ma solo
il disco incantato dell’“antisemitismo”.
Come ha scritto Norman Finkelstein (l’autore, ebreo, de “L’industria
dell’Olocausto”, ed uno dei professori recentemente fatti fuori dall’accademia), oggi impera questa perversa regola:
“ammazza gli arabi, strilla all’antisemitismo!”.
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