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Nell’ambito della generale ignoranza sull’Islam, i musulmani e il mondo
arabo, alcune particolari lacune rivestono una certa gravità per noi
italiani, se solo si considera la posizione della nostra penisola nel
Mediterraneo. Una di queste riguarda quella regione dell’Africa
settentrionale indicata col termine “Màghreb” (si noti che l’accento cade
sulla “a”, e a voler essere pignoli andrebbe scritta “Màghrib”, con la “i”
anziché con la “e”).
Cominciamo col definire che cosa s’intende per
“Màghreb”. La lingua araba conserva il pregio di comunicare direttamente il
significato delle parole grazie all’individuazione diretta della loro radice
triconsonantica (nella maggior parte dei casi). La radice (non soffermiamoci
sul sistema per individuarla, che comunque è
semplice anche per un principiante) della parola in questione è ghayn-râ’-bâ’
(gh-r-b), la quale veicola, tra gli altri, significati legati all’idea di
“declino” e, più in particolare, di “tramonto”. Ghurùb (ash-shams) è appunto
il “declino” del sole (shams), ovvero il “tramonto”.
La quarta delle cinque preghiere quotidiane dell’Islam è, infatti, la salàt
al-màghrib, con màghrib che indica – col prefisso “ma” caratteristico dei
“nomi di luogo”, ovvero dei luoghi in cui si esplica
l’azione espressa dal verbo – il tempo della preghiera, oltre che
naturalmente il ‘luogo’ in cui il sole tramonta, ma non l’atto del tramontare
(ghurùb, si è detto).
Naturalmente, in ogni luogo della Terra il sole “tramonta”… se non ché, da un punto d’osservazione qual è grosso modo
l’Egitto, viene individuato, nella geografia dell’Islam, un Màghreb, che è
tutto ciò che sta ad Occidente di esso (si noti anche che con al-Gharb
s’indica il punto cardinale “Ovest”, che in un certo senso è anche il
significato di Màghreb geograficamente inteso), mentre con Màshreq s’intende
tutto ciò che gli sta ad oriente (regione siro-palestinese, Iraq, penisola
araba). E, all’interno del Màghreb, viene indicato
con al-Màghreb al-Aqsa (“l’estremo occidente”) il Marocco (denominazione,
quest’ultima, che però deriva dalla città di Marràkesh).
Scendendo nei dettagli, il Màghreb si compone dei seguenti Stati (da est a
ovest): Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania (col territorio dell’ex
Sahara Spagnolo al centro di un contenzioso che vede litigarsi, nell’ordine,
Marocco, Mauritania ed Algeria. Esiste una RASD – Repubblica Araba Sahràwi
Democratica, ma la sua indipendenza è rimandata sine die).
Va da sé che la suddetta ripartizione politico-amministrativa è il punto
d’arrivo di una storia che cercheremo di dipanare nei suoi elementi più significativi. Ad esempio, all’epoca delle conquiste
islamiche (metà del VII sec.) la Libia quale noi conosciamo
non esisteva affatto: la regione di Bengàsi (di civilizzazione
greco-bizantina) gravitava verso l’Egitto, mentre quella di Tripoli
(Taràbulus al-Gharb, Tripoli d’Occidente, da distinguere dalla Taràbulus
ash-Sharq, nell’attuale Libano) era coinvolta nelle dinamiche dell’odierna
Tunisia, dove la città più importante, dopo la conquista, divenne, a scapito di
Cartagine, al-Qayrawàn, “piazza d’armi” edificata nel 670 dal conquistatore
‘Uqba ben Nàfi‘ e dalla quale vennero dirette le successive conquiste verso
l’Atlantico. Nel mezzo, tra Cirenaica e Tripolitania, sta il Golfo della
Sirte, dove la placca africana-sahariana giunge fino al Mediterraneo: prima
della formazione della Libia – grazie al colonialismo italiano, che mise
insieme Tripolitania, Cirenaica e Fezzàn –, quello era il punto oltre il
quale cominciava il Màghreb.
Esiste poi un’altra accezione, più recente, del termine:
al-Màghrib al-Kabìr, “Il Grande Maghreb”, è l’Unione (Unione del Maghreb
Arabo - UMA) che, per iniziativa soprattutto del Marocco, ha visto la luce il
17 febbraio 1989 a
Marràkesh: ne fanno parte i cinque Stati summenzionati. Significativo è il riferimento all’arabismo e l’assenza di
quello all’Islàm, che avrebbe avuto certo più senso in considerazione che
Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania sono abitati nella quasi
totalità da musulmani. Non da “arabi”, invece, se sotto la scorza
dell’arabismo si considera, com’è corretto che sia, la notevole e radicata
presenza berbera, cioè di quel sostrato autoctono
che, in percentuali rilevanti in Marocco, ma anche in Algeria (minori in
Tunisia e, in Libia, nel Jèbel Nefùsa), configura un’identità composita che
non può dirsi solo “araba”, sebbene l’arabo sia in tutte queste realtà lingua
ufficiale (talvolta l’unica). Ma si capisce bene che una “Unione del Maghreb
Islamico” avrebbe comportato qualche problema alle
classi dirigenti, tutte accomunate dall’esigenza di fronteggiare un islamismo
politico (con “islamismo” s’indica una tendenza “politica”, non la religione
dell’Islàm) al quale masse di diseredati si rivolgerebbero speranzose se solo
gli fosse consentito di presentarsi liberamente alle consultazioni
elettorali. Il caso dell’Algeria è, in questo senso, paradigmatico, rivelando
– se mai ce ne fosse stato bisogno – che le elezioni
sono “regolari” fintantoché producono risultati graditi a chi detiene
realmente il potere.
Ma torniamo al Màghreb e ad una sua definizione, analizzando i “fattori
dell’unità maghrebina”, quelli cioè che
giustificherebbero l’esistenza di un Maghreb integrato secondo quello che era
l’intento dell’UMA, la quale, per la verità, attualmente versa in una sorta
di limbo… (cfr. il sito dell’UMA: http://www.maghrebarabe.org/fr).
Il primo di questi fattori è senz’altro quello religioso. L’Islàm, come s’è
detto, accomuna la quasi totalità dei maghrebini. Il Cristianesimo, attecchito
nella versione donatista in quelle regioni che all’epoca dell’Impero Romano
erano indicate come “Africa” (di qui la denominazione Ifrìqiya data dai
conquistatori arabo-musulmani all’attuale Tunisia) e Mauretania (per non
parlare della Numidia, localizzabile nell’odierna Algeria), venne progressivamente cancellato, ma non del tutto
repentinamente, tant’è vero che la scomparsa di significativi nuclei
cristiani autoctoni viene fatta datare dal periodo almoràvide (XI-XII sec.).
Gli ebrei erano presenti un po’ dappertutto, ma dopo il 1948 ne sono rimasti, in misura apprezzabile, solo in Marocco e
nell’isola tunisina di Jerba. A tal proposito, è opportuno evitare di cadere
nell’errore di credere che si trattasse di “ebrei
diasporici”, secondo un luogo comune funzionale ad evidenti obiettivi
pratici; scrive infatti il noto studioso Yves Lacoste: “Sotto il dominio
romano molti berberi abbracciarono il giudaismo per opporsi al culto pagano
dell’imperatore [...]” (AA.VV., Maghreb, Il Saggiatore, Milano 1993, p. 15).
Quanto all’Islàm maghrebino, esso aderisce alla “scuola giuridica” sunnita
malikìta, che prende il nome da Màlik ibn Anas di Medina (m. 796), la quale,
oltre ad insistere particolarmente su valore normativo del Corano e della
Sunna (“l’esempio virtuoso” del Profeta Muhàmmad), insiste sulla salvaguardia
della màslaha, dell’“interesse (generale)”. Da ciò si rilevano immediatamente
due cose: primo, che l’ambiente maghrebino attribuisce un notevole rilievo al
momento comunitario, per cui, tra i differenti modi
di attingere la norma dalle “fonti del diritto” ne ha fatto proprio uno che
valorizza adeguatamente quel momento; secondo, che la provenienza medinese
del capofila di questo tipo d’esegesi delle “fonti del diritto” è da mettere
in relazione con l’esigenza, di chi si trova alla “periferia” dell’ecumene
islamico, di dotarsi di qualche “patente di nobiltà” (lo stesso accadrà con
la ricostruzione di una genealogia sceriffiana da parte dell’attuale dinastia
al potere), o meglio di un legame con i centri da cui promana più
direttamente lo spirito dell’Islàm (com’è noto, Medina è la seconda città
santa dell’Islàm, quella che vide il primo “Stato islamico” ed ospita la
tomba dell’Inviato di Dio).
Tuttavia, quanto precede non deve far dimenticare che il Màghreb – sempre per
l’esigenza di differenziarsi, com’è accaduto ai persiani che hanno aderito
allo sciismo duodecimano - ha costituito un rifugio per alcune “eresie” (il
concetto va preso con beneficio d’inventario), che lì hanno trovato il modo
non solo d’impiantarsi, ma addirittura di costituire dei veri e propri Stati,
qual è il caso degli Idrìsidi di Fès (sciiti del ramo hasànide), dal 789 al
974, o dei Rustèmidi kharigìti di Tàhert, dal 777 al 909 (nuclei di kharigìti
ibadìti sussistono ancor’oggi nello M’zab algerino, nel Jèbel Nefùsa libico e
nell’isola di Jerba). Ma il caso più eclatante fu senz’altro quello dei
Fatìmidi (unico caso della storia islamica in cui una dinastia prende il nome
da una donna, Fàtima, una delle figlie di Muhàmmad), che all’inizio del X secolo, a seguito dell’unione d’interessi tra
fuoriusciti qàrmati (una delle filiazioni estreme dello sciismo ismailita)
provenienti dal Vicino Oriente ed alcuni clan berberi, fondarono uno Stato
con capitale ad al-Mahdìyya, sulla costa dell’Ifrìqiya. Al-Mahdìyya, ovvero la “città del Màhdi”, di colui che, “atteso”, viene
a compiere la “fine dei tempi” instaurando il “regno della giustizia” prima
della “fine dei tempi”, debellando il Dajjàl, l’“impostore” per antonomasia
che “travierà molti”: sull’esistenza della figura escatologica del Mahdi
tutti i musulmani sono d’accordo, senonché le varie posizioni differiscono
tra sunniti e sciiti, nonché tra branche dello stesso sciismo. In un certo
senso, si può affermare che i Fatìmidi ‘accelerarono’ la “fine dei tempi”, poiché, come molti sanno, lo sciismo maggioritario
“attende” ancora il Mahdi.
I Fatìmidi, che si attribuirono (coerentemente col loro sciismo ismailita) il
titolo di califfi in concorrenza col Califfato ortodosso di Baghdàd (e quello
concorrente di Cordova), si spostarono poi verso il baricentro egiziano, dove
fondarono il Cairo (969), lasciando ai loro luogotenenti Zirìdi il controllo
dell’Ifrìqiya. Questi ultimi, però, ad un certo punto, si dichiararono fedeli
al califfo ‘abbaside di Baghdàd, per cui, per
ritorsione, i Fatìmidi scagliarono contro di essi un’autentica “invasione
delle cavallette”, quella dei beduini arabi Bànu Hilàl, che dalla metà
dell’XI secolo resero arabizzato il Maghreb più di quanto non lo fosse stato
sin lì. Ecco perché, quando si parla del “fattore etnico” come uno degli
elementi che giustificano la “unità del Maghreb” è necessario ricordare che
l’arabizzazione oggi maggioritaria ha rappresentato un fenomeno che non s’è
imposto repentinamente, cancellando d’un colpo il sostrato
berbero. Di primo acchitto, potrebbe sembrare di discutere di questioni
puramente teoriche, ma se solo si pensa a tutte le ragioni pro e contro
l’inclusione nel preambolo della “Costituzione dell’UE” di un riferimento
alle “radici cristiane dell’Europa” (per non parlare di quelle
“giudaico-crisitiane”), ci si rende conto che una discussione su quali possano essere i fattori stanno alla base di una “unità
del Maghreb” non è del tutto fuori luogo.
I Berberi – termine, questo, che in pratica significa
ben poco, esistendo invece delle “confederazioni” di clan quali gli Zenàta, i
Sanhàja, i Lamtùna, i Masmùda ecc. – sono addirittura la maggioranza in
alcune aree del Maghreb, in special mondo in quelle montuose, poiché tutte le
invasioni si sono sviluppate secondo i corridoi che, paralleli alle coste
mediterranea ed atlantica, sono formati dall’alternanza dei principali
rilievi (Medio Atlante, Alto Atlante ed Anti Atlante in Marocco, Atlante
Telliano, Aurès, Cabilia ecc. in Algeria) e degli adiacenti pianori. Nei
primi si arroccavano gli autoctoni, dove hanno conservato la loro
specificità, nelle seconde s’è diffusa l’influenza araba, evidente
specialmente nelle città.
A rendere ancor più variegato il mosaico etnico maghrebino, inoltre, troviamo altri gruppi come, ad esempio, i Tebu della
regione di confine tra Libia e Ciad, i Tuaregh (che comunque hanno delle
relazioni col mondo “berbero”), i neri discendenti degli schiavi che
affluivano a nord del Sahara (la parola araba sahrà’ significa nient’altro che
“deserto”) in cambio di una merce preziosa quale il sale, le minoranze di
Wolof (maggioranza in Senegal), Soninke ecc. che abitano parte della
Mauritania.
La Mauritania è, forse, tra i Paesi del Grande Maghreb, quello più
sconosciuto. Eppure, proprio dalle terre meridionali
dell’attuale “Repubblica islamica” (la Mauritania è l’unico Stato maghrebino
che nella denominazione ufficiale ha un riferimento all’Islàm) emerse la
potenza degli Almoràvidi (al-Muràbitùn), sorta di monaci-guerrieri che dai
ribàt (“convento-fortezza”) in cui risiedevano conducevano un incessante
jihàd (difensivo e offensivo) contro le popolazioni non musulmane.
Ribàt (la capitale del Marocco è, appunto, ar-Ribàt) sorgevano (e
costituiscono a tutt’oggi una delle principali
attrazioni turistiche) su tutto il versante marittimo del Maghreb, ma anche
nell’entroterra questi svolgevano la medesima funzione (all’altro capo del
mondo islamico ne esistevano in Asia Centrale, al limite delle terre abitate
da turchi non islamizzati). Così, quando le vicende di al-Andalus
cominciarono a prendere una piega negativa per la presenza musulmana (dalla
caduta del califfato di Cordova, nel 1031, e per tutto il periodo dei “Regni
delle fazioni”), gli Almoràvidi, Lamtùna (velati come i Tuaregh) originari
delle regioni vicine al fiume Senegal, dopo aver conquistato il Marocco e
parte dell’odierna Algeria, entrarono (inizialmente controvoglia) nella
Penisola iberica, salvando quel che, dopo la perdita di Toledo (1085),
restava dei domini islamici in Europa. Da questo esempio
(ma se ne faranno altri) si comprende come le vicende maghrebine siano
strettamente collegate a quelle dell’Europa (e non solo), tanto che anche la
successiva dinastia degli Almohàdi (la quale, originaria dell’Atlante
marocchino, era tuttavia sciita e perciò proclamò un califfato, a differenza
degli Almoràvidi che riconobbero, seppur formalmente, l’autorità del califfo
di Baghdàd) nel XII-XIII secolo prese il posto degli Almoràvidi non solo nel
possesso della parte rimanente di al-Andalus, ma – dato importante in
un’ottica che privilegi i “fattori dell’unità maghrebina” – anche nel
Màghreb, fino alla Tripolitania, tanto che è certamente questa dinastia
(basata sull’elemento etnico berbero ma sorta grazie ad un impulso
proveniente dal Màshreq) che può essere presa a simbolo del primo (ed unico)
tentativo di realizzare un Màghreb unificato, integrato ed aperto
agl’influssi delle principali correnti di pensiero del Màshreq. L’arte
cosiddetta “moresca” conobbe appunto il suo apogeo proprio nel periodo degli
Almohàdi (il sui significato, come spesso ricorre
nella storia islamica, è “fautori del tawhìd”, ovvero dell’Unità e
dell’Unicità divine: “al-Muwahhidùn”), segno che l’unità infonde un impulso
anche alle arti e alla cultura.
Se Almoràvidi e Almohàdi rappresentano le due esperienze che riuscirono ad
unificare tutto, o in parte, il Màghreb, dalla metà del XIII secolo prese a delinearsi definitivamente quella tripartizione in
Marocco, Algeria e Tunisia che poi verrà ereditata dal colonialismo europeo,
per cui non è corretto sostenere – com’è invece più opportuno nel caso del
Màshreq - che gli attuali Stati maghrebini sono una creazione dovuta ad
interessi esterni. Il Marocco, tra questi, è senz’altro quello con
un’identità meglio definita, che è databile già dall’epoca in cui la dinastia
degli Idrìsidi (789-974) proclamò la propria autonomia dal resto del Dàr
al-Islàm (“la Dimora dell’Islàm”) governato da Baghdàd. Nella stessa epoca,
invece, l’Ifrìqiya era retta da una dinastia, quella degli Aghlàbidi (800-909),
che può considerarsi la prima dinastia “nazionale” tunisina, sebbene non
mancasse di riconoscere, dalla capitale al-Qayrawàn, l’autorità del califfo
‘abbàside. Furono proprio gli Aghlàbidi ad intraprendere, dall’827, la
conquista della Sicilia bizantina, nel cui dominio poi si succedettero il summenzionati Fatìmidi (che sostituirono nella stessa
Ifrìqiya gli stessi Aghlàbidi) e i loro vassalli Bànu Kalb. Marocco e Tunisia
consolideranno poi la loro “identità nazionale” con
le dinastie dei Merìnidi (1258-1465), dei Bànu Sa‘d (1509-1659) e degli
‘Alawìti (la presente dinastia) per quanto riguarda il primo; con gli Hàsfidi
(1229-1574), già governatori degli Almohàdi e poi addirittura alleati di
Carlo V (giusto per ricordare che uno “scontro Europa-Islàm” esiste solo
nella mente dei ‘lepantisti’) e i bey Husàynidi (1705-1957) per quanto
riguarda la seconda. L’Algeria, invece, vede un susseguirsi meno ordinato di
dinastie che controllano solo parte della zona settentrionale dell’odierna
Repubblica, la quale si estende fin nei territori sahariani solo a causa
delle esigenze del colonialismo francese che s’impose anche nelle regioni
dell’Africa Occidentale ed Equatoriale.
Ecco che si comincia a comprendere come le vicende del Màghreb siano
costantemente correlate con quelle dell’Europa meridionale, non solo a causa
delle imprese militari come la conquista della Sicilia o della Penisola
iberica (dal 711, ad opera di contingenti perlopiù
berberi guidati da quel Tàriq bin Ziyàd che avrebbe dato il nome a Gibilterra:
Jèbel Tàriq, “La montagna di Tàriq”), oppure l’”onda lunga” della
“Riconquista” che portò la Spagna a conquistare alcune piazzeforti che ancora
oggi le appartengono (Ceuta, Melilla), o ancora i tentativi espansionistici
del Portogallo e della stessa Spagna (Battaglia dei Tre re, in Marocco, nel
1578), ma anche e soprattutto per gli scambi commerciali che, ad esempio,
durante la fioritura delle Repubbliche marinare riportarono il Mediterraneo a
quella sua funzione di “continente liquido” che gli è stata propria sin
dall’epoca dell’Impero Romano, quando però si era verificata una condizione
mai più vista in seguito: l’unità di tutte le sue sponde sotto un’unica
autorità politica e spirituale. In seguito, tale situazione
ottimale sarebbe stata perseguita blandamente dagli Ottomani, che nel
XVI secolo avrebbero imposto la loro autorità sulla parte orientale del
bacino, mentre in quella occidentale, le pur efficienti Reggenze barbaresche
(sulle quali torneremo in seguito) di Algeri, Tunisi e Tripoli dovettero
fronteggiare le altrettanto agguerrite marinerie degli Stati di un’Europa
che, in piena espansione economica, cominciava a trasformarsi
nell’“Occidente”…
Ma la storia del Màghreb è legata a quella europea anche per eventi per così
dire imprevisti. Quando nel 1492 l’Emirato di Granada venne
acquisito ai domini spagnoli, cominciò un afflusso di “moriscos” nel Màghreb,
e furono proprio costoro ad imprimere un’accelerazione alla formazione di
quegli Stati corsari che poi, sotto la protezione della Sublime Porta,
avrebbero costituito un autentico spauracchio fino a tutto il XVIII secolo.
Questi Stati erano delle “Repubbliche” (secondo la
definizione che ne dettero alcuni religiosi europei) che fondavano la loro
prosperità sulla “guerra di corsa” (che è cosa diversa dalla pirateria) sul
mare e sulle coste dell’Europa del sud, ma proprio per questa loro dinamicità
garantita dalla compartecipazione d’interessi dei corsari, dei giannizzeri,
del Pascià di Istanbul, degli armatori eccetera, non era infrequente il caso
di prigionieri d’ogni parte d’Europa che, piuttosto che essere “riscattati”,
restavano in “Barberia” e facevano carriera, assurgendo al rango di
capi-corsari.
Già da queste note risulta evidente che il Màghreb -
oltre a vantare una storia che appassiona anche per le relazioni con realtà a
noi più familiari - occupa una posizione “cruciale” nel vero senso del
termine, all’incrocio, cioè, di Europa, Africa e Asia. È una regione che
mette in comunicazione l’Europa con l’Africa subsahariana, ed è il naturale prolungamento
dell’area da cui promana la civiltà arabo-musulmana, “mediana” per
definizione, sia in senso geografico che spirituale.
Ecco perché l’Egitto – che all’inizio abbiamo indicato come il punto dal
quale vengono descritti un Màghreb ed un Màshreq – è
il Paese chiave di tutto il dispositivo sovversivo atlantico all’opera nella
massa continentale afro-euro-asiatica. Mantenere quel Paese con un “profilo
basso”, praticamente inesistente sulla scena dagli
“accordi di Camp David” che ne sancirono un lungo isolamento sia a livello
arabo che africano, significa inserire un elemento di discontinuità a
puntello del vero e proprio perno del suddetto “grande continente”, ovvero la
Palestina occupata. Egitto e Giordania - che non a caso sono gli
“interlocutori arabi” privilegiati negl’inconcludenti
“colloqui di pace” – sono in un certo senso i garanti regionali dello status
quo in Palestina. In altre parole, il Màghreb può svolgere la sua funzione
euro-afro-asiatica (e non semplicemente “mediterranea”, come si ripete per
abitudine negli ambienti della “cooperazione allo sviluppo” che non trovano
inconcepibile che il “nostro mare” sia ridotto ad un “lago americano”) se
anche il Màshreq viene liberato dall’ipoteca che lo
grava e che impedisce al “continente liquido” mediterraneo di svolgere la sua
naturale funzione. Alcuni squarci in tale direzione sono ravvisabili nella
posizione “africana” di un Gheddafi, oppure nelle manovre, supportate dallo
stesso leader libico, per riportare Trieste alla sua
funzione di porto mediterraneo della Mitteleuropa. Ma trattasi, appunto, di
bagliori in un quadro a tinte fosche: lo stravolgimento dei risultati
elettorali in Algeria e la successiva mattanza; la ripresa di
attentati nella stessa Algeria mentre la Russia promuove con essa un
“cartello del gas” (Algeria e Russia sono i principali fornitori dei Paesi
dell’UE); la “tratta” di esseri umani che vengono indotti (tramite politiche
congiunte dei loro governi – “moderati”… - e delle istituzioni usurocratiche
apolidi) a lasciare la loro patria per emigrare in Europa; l’appoggio
incondizionato alla “causa albanese” da parte degli atlantici e dei loro
alleati preoccupati di contenere la Russia, alimentando il pregiudizio
anti-slavo; la ‘balcanizzazione’ del Vicino Oriente promossa da chi ha tutto
l’interesse a mantenere divise, nella realtà e nella mentalità collettiva,
Europa e Islàm…
In tutto ciò, il Màghreb esiste come mera potenzialità inespressa, in attesa
di un riscatto dei popoli del Mediterraneo. Ed è un vero peccato, perché
nell’epoca in cui emerge l’importanza delle “identità multiple” (locali,
nazionali, sovranazionali), gli abitanti del Màghreb, con le
loro identità islamica, araba (o arabo-berbera, o solo berbera),
maghrebina, nazionale e locale (si pensi alle differenze tra i marocchini del
Rif e quelli del Sous, oppure a quelle tra i tunisini del Sàhel costiero e
quelli del Jarìd delle oasi) possono apportare il loro prezioso contributo ad
una battaglia in nome della Concordia tra i popoli che il destino ha posto
l’uno vicino all’altro in uno spazio che non è giusto veder ridotto a terra
di conquista d’interessi contrari ad ogni significato superiore di Civiltà.
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