Lisa sabato 3 agosto ore 11
"Ci nuoterò dentro" pensava Lisa, mentre
versava l'acqua calda nel grande catino, guardando le ruvide mutandine rosa
sulla sedia, e pensando al sedere di Fadìla, non eccessivo, ma certo più consistente
del suo. "Il sedere giusto per una ragazza araba" sorrideva tra
sé "qui gli uomini preferiscono la donna piuttosto in carne".
Stava riacquistando il proprio umore, relativamente
tranquillizzata dalla salute in fase di recupero e dalle notizie che stavano
per avere i suoi.
E ancor meglio si sentiva una mezz'ora dopo, davanti
alla tarabéza imbandita, con Alì
da una parte e lei, Umm Gihàd e Fadìla dall'altra. Le era tornato l'appetito
e fece onore alla cucina della padrona di casa, gratificandola, assieme ad
Alì, coi dovuti complimenti per l'ottima mulukhéya.
Come per un tacito accordo, nessuno aveva più
parlato degli ultimi fatti. A Lisa sembrava d'esser tornata ai pasti con le
famiglie dei contadini dell'anno prima, quando ciascuno faceva gara di curiosità
per conoscere aspetti spiccioli della sua vita, di quella della sua famiglia,
dei suoi amici. Dei ragazzi in generale. Ed era Fadìla la più curiosa, colei
che poneva a Lisa questioni sul modo di vivere delle giovani donne "inglesi"
– per lei gli occidentali erano tutti "inglesi" –, pur se inibita
dalla presenza di un uomo, Alì, che evidentemente la metteva in soggezione.
Lisa conosceva abbastanza bene la psicologia di queste ragazze, a proprio
agio solo con le altre donne e, già meno, con gli uomini di casa, verso cui
si sentivano – ed erano – psicologicamente sottomesse.
Le chiedeva del matrimonio, del prima, del durante,
del dopo, della dote, incalzandola con le domande, sotto lo sguardo bonario
della madre che a sua volta non nascondeva la curiosità per le risposte. Lisa
aveva notato però come la donna sbirciasse continuamente Alì, che non sembrava prestar attenzione alla conversazione,
perso dietro i propri pensieri. Non aveva mangiato molto e dopo un po', approfittando
dell'appello del muezzìn, chiese
il permesso di andare a pregare e poi di riposare. Lo stesso fece Umm Gihàd,
forse conscia del desiderio della figlia di stare un po' da sola con lei,
"l'inglese", l'italéya.
E allora Fadìla si lanciò senza più remore, entrando
in particolari che riguardavano l'intimità della vita femminile in Occidente.
"Aveva saputo" che le donne "inglesi" non si depilano
"là". Come mai non seguono questa prescrizione igienica naturale
con la regola mensile? E Lisa a spiegarle che il buon livello delle condizioni
igieniche complessive non rendeva necessaria quell'operazione, consigliata
al punto da divenir praticamente obbligatoria nelle regioni del mondo dove
la scarsità d'acqua imponeva da sempre dei comportamenti in tal senso. Che
poi divenivano norme e spesso anche precetti religiosi. «D'altronde» soggiunse
Lisa «anche il precetto della circoncisione maschile è nato per analoghi motivi».
Le sembrò che Fadìla arrossisse leggermente, allora non continuò. Ma fu Fadìla
a ribattere: «No. I bambini vengono circoncisi per purificarli e per farli
diventare uomini». «È vero. Il rito ha assunto il significato di una purificazione
religiosa e di passaggio all'età adulta. Dall'appartenenza del bambino al
mondo delle donne, alla sua entrata in quello degli uomini. In certi villaggi
infatti i bambini, il giorno della circoncisione, sfilano per le strade vestiti
degli abiti migliori presi dalle stanze delle donne per ribadire che fino
a quel momento dipendevano da esse. Ma come molte altre pratiche acquisite
dalle religioni, anche questa sembra abbia un'origine di carattere igienico».
Fadìla la stava ad ascoltare stupita, poi chiese: «Da voi... è così?». «No,
in Occidente in genere non esiste la circoncisione». «E come sai allora tutte
queste cose?». «Perché ho vissuto per un certo periodo in villaggi non diversi
da questo. Anzi, abbastanza vicini a qua». Lo stupore sul volto di Fadìla
si accentuò: «Tu hai vissuto da queste parti? Quando? Perché?». «È stato un
anno fa. Sono stata dalle parti di Sohàg e di el-Mìnya a far ricerche per
i miei studi universitari». «All'università? Sei stata all'università?». «Sì,
vi ho studiato, oltre alla tua lingua, anche tante altre cose che riguardano
la tua religione e gli usi nel tuo Paese». Fadìla era in fibrillazione: «E
hai visto el-Mìnya?». «Ci sono stata qualche giorno di passaggio. Ho vissuto
per lo più nel villaggio di al-Aryàf e in quello di Kobry z-Zeyt, sul fiume».
«Ma a el-Mìnya sei stata in quei posti dove i giovani vanno a ballare? Io
ne ho visti alla televisione, al Cairo. Ma una ragazza del villaggio, che
è a servizio a el-Mìnya, mi ha detto che ne ha visto uno anche là e che vi
è pure andata coi figli dei suoi padroni». «Ne ho visti altrove, non a el-Mìnya»
rispose Lisa dando a intendere che quell'argomento la annoiava. S'era messa
a sorseggiare un bicchiere di tè, mentre Fadìla la stava considerando come
fosse un marziano. Dopo qualche istante di silenzio, titubante le chiese:
«E... la circoncisione femminile... esiste da voi?». «No. Non si usa. Ma questa
non ha niente a che fare con le norme igieniche». «No, infatti. È per preservare
la castità della donna». «E tu Fadìla, sei circoncisa?». Questa volta Fadìla
arrossì in modo evidente e rispose precipitosamente quasi in tono di sfida:
«No. A mia madre, che è anche levatrice, vien spesso richiesto di compier
sulle bambine la circoncisione chiamata sunna,
cioè tradizionale, che consiste nel pungere "là" con una pinzetta.
Questo dopo che hanno deciso di rendere illegale l'excisione, che prevedeva
il taglio di "là". Si sa che al villaggio la pratica continua ancora
di nascosto presso qualcuno. Me l'ha detto mia madre. Ma lei si rifiuta di
compierla, se non come atto rituale. Con me poi, ha solo finto di pungermi
perché le altre donne di qui non avessero da ridire. Avevo otto anni e me
lo ricordo bene. E poi m'ha infilato un abito rosso e mi ha fatto girare per
il villaggio con le altre bambine circoncise, ma non in modo manifesto come
per i bambini perché non sta bene». Lisa ricordava di aver visto dei bambini,
poco dopo la circoncisione, che camminavano tenendo con la mano la gallabéya staccata dal corpo sul davanti per evitare il fastidio del
contatto della tela sulla parte ferita. E spesso al collo avevano un amuleto
fatto di piccoli pezzi di ramo di palma contro il malocchio e contro i pericoli
di un'infezione. Non le era mai capitato però di veder sfilare bambine circoncise.
«E tu sei stata a scuola, Fadìla?». «Sì. Ho fatto le elementari da moàllema Zaynab, la maestra delle bambine.
È stata mia madre a convincere il sindaco ad aprire una classe femminile e
a far venire la maestra da el-Burghàya. Prima, anche per le bambine, c'era
soltanto la scuola coranica di skeykh Mohammed, ma poche ci andavano».
Lisa pensava che Fadìla era fortunata ad avere
per madre Umm Gihàd, che dimostrava evidentemente
di essere una donna non comune, per intelligenza e apertura mentale. Sembrava
però che la figlia non avesse preso molto dalla madre, sotto questo aspetto.
Dava l'impressione di essere alquanto banale e superficiale. Ma forse dipendeva
solo dall'età. Era chiaro in ogni caso che Umm Gihàd parlava molto a Fadìla,
come d'altronde fanno in genere tutte le madri arabe con le loro figlie. Lisa
aveva dedotto da quella loro conversazione che la ragazza ripeteva spesso
termini e concetti come poteva averli uditi solo dalla madre. Sì, Fadìla era
fortunata di esser figlia di Umm Gihàd.
Quel primo pasto decente, più le chiacchiere con
la giovane, l'avevano stancata. Si rendeva conto di cavarsela bene con l'arabo,
specie in quelle zone dell'Egitto a lei abbastanza familiari, ma la concentrazione
ch'era costretta a mantenere, parlando quella lingua, si faceva sentire. Per
cui si scusò e prese congedo dalla ragazza.
Fadìla
sabato 3 agosto ore 15
Fadìla guardò di sottecchi Lisa che entrava nella
sua stanza. Il senso di risentimento che provava verso la ragazza italéya
si stemperava nella curiosità che la spingeva a parlarle, a chiederle di lei,
della vita nel suo Paese, della vita delle ragazze, dei rapporti con l'altro
sesso. Sheykh Wasìm diceva sempre
che la donna occidentale è corrotta, che non ha remore a mostrarsi a tutti
gli uomini come invece dovrebbe mostrarsi solo alla propria famiglia, anzi,
solo al proprio sposo. Era chiaro che Iblìs aveva avuto vittoria nei suoi
confronti. Le donne occidentali erano ormai tutte sue schiave e sarebbero
state definitivamente sua preda nell'altra vita, invece di godere per sempre
della visione di Allàh, che sia lodato e glorificato. Così parlava sheykh Wasìm, e Fadìla non poteva che assentire
alle parole del vecchio dalla lunga barba bianca. Le era capitato di vedere
quelle donne sulle navi dei turisti, ed erano proprio così: mezze nude, sotto
gli sguardi di tutti, impudiche schiave del peccato. E questa Lisa, capitata
lì con Alì, non poteva esser diversa. Era bella, di una bellezza ambigua,
dai capelli chiari e con quegli strani occhi azzurri. Anche ora, pur nell'abbondante
vestito rosso e col fazzoletto sul capo la sua natura trasgressiva appariva
in qualche modo. Eppure Fadìla non provava il disgusto che sarebbe stato appropriato
nei confronti dell'"inglese". Sì, c'era quel risentimento. Dovuto
soprattutto all'interesse che Lisa poteva suscitare in Alì. Ma c'era anche
quella curiosità, assieme alla familiarità, alla cordialità con cui la ragazza
italéya la trattava che non riuscivano a rendergliela antipatica. Specie dopo
questa conversazione che lei avrebbe voluto prolungare.
Sarebbe stato simpatico che Lisa fosse arrivata
in casa sua in altre circostanze. Come quando era andata l'anno prima nelle
case di quei contadini. Le sarebbe piaciuto diventare sua amica. Portarla
in giro per il villaggio. Mostrarla con orgoglio alle donne della fontana.
E fare lunghe chiacchierate con lei confidandole liberamente i propri segreti.
Magari pettinandole quei capelli biondi e cerchiando di nero antimonio i suoi
occhi chiari.
Impossibile ora, concluse. E decise di andare a pregare, visto che quel giorno non l'aveva ancora fatto.