Petra

 

L’autista, Omar, era un matto simpatico che – non c’era da dubitarne – confondeva la sua vecchia carretta con una Ferrari da competizione meritevole di tutte le priorità, concetto ch’egli ribadiva ad ogni pié sospinto continuando a premere il clacson come un ossesso. Uno stile di guida che ci perseguitava e a cui non riuscivamo ad abituarci. Quella mattina uscimmo rapidamente dal traffico cittadino e ci infilammo nella Desert Highway che finiva all’unico porto giordano di Aqaba, circa 400 chilometri più a sud. Per Petra ce n’erano un po’ più di 250.

 

Trovandoci su una strada pressoché rettilinea ci illudemmo di essere fuori dal pericolo della guida di Omar. Ma dovemmo ben presto ricrederci. Nella Highway c’era un tale traffico nei due sensi, con massiccia presenza di camion, da costringere il nostro gagliardo autista a uno slalom continuo tra il ‘long vehicle’ che sorpassava e quell’altro, per noi ancora più grosso, che ci veniva incontro col clacson inchiodato e gli abbaglianti piantati. Omar era perfettamente a proprio agio buttandosi a sinistra nel sorpasso per poi rientrare un secondo prima dell’impatto. Ogni tanto ci guardava di sottecchi e rideva: “Niente paura. Con Omar no problem”. La tipica battuta di chissà quanti Omar finiti spiaccicati.

 

Più avanti il traffico sembrò diminuire e così il nostro stato di tensione. L’uomo cominciò a parlare di sé. Era palestinese. Nel ‘48 la sua famiglia aveva lasciato Tulkàram, peregrinando tra i campi profughi della Cisgiordania, poi in Giordania dopo l’occupazione israeliana del ‘67. Era sempre vissuto di sussidi. Solo da un paio d’anni era stato assunto come autista da quell’agenzia di viaggi. Ma con gli ultimi avvenimenti il lavoro scarseggiava. Esaltava l’attività dei palestinesi nel paese auspicando la caduta del re e la costituzione di una repubblica giordano-palestinese che avrebbe ricacciato Israele a mare. Omar si stava accalorando: “Combatteremo tutti, perché ogni palestinese è un commando, un guerrigliero, un fedayn”. Detto questo, arrestò la macchina, estrasse dal cruscotto una pistola e col braccio fuori del finestrino scaricò nel deserto più deserto che mai i sette colpi dell’arma in rapida sequenza gridando: “Evviva la Palestina araba. A morte i sionisti”. Eravamo esterrefatti. Omar realizzò le nostre facce perplesse. Ripartì in silenzio, infilando nel mangianastri alcune sure coraniche. Attorno a noi un paesaggio squallido e brullo, tagliato dal nastro d’asfalto, con dei rilievi in lontananza sulla destra.

 

Nella mezza mattinata eravamo all’ingresso dell’area archeologica di Petra dove Omar ci lasciò con l’intesa di riprenderci a metà pomeriggio. Proseguimmo a piedi fino all’imboccatura del cosiddetto Siq dov’eran di scolta le guide e i padroni dei cavalli su cui compiere l’escursione. Credo fossimo gli unici turisti nella zona e fummo perciò assaliti dal nugolo di postulanti che ci proponevano i loro servigi a prezzi via via sempre più bassi finché, nel contendersi la preda, presero a litigare tra loro. Noi ne approfittammo per filarcela ben felici di poterci muovere senza condizionamenti, soli con la nostra guida cartacea. Com’era nostra abitudine.

 

Il Siq è la stretta gola di un paio di chilometri che porta alla città morta. Un vero e proprio canyon profondo fino a cento metri e largo in qualche punto solo due, scavato nei millenni dal wàdi Mùssa, il fiume di Mosè, successivamente deviato in questo tratto dai Nabatei signori dell’area, per trarne una singolare e suggestiva via d’accesso alla città bassa. Ci avviammo lungo lo stretto budello dalle alte pareti a picco, dove qua e là si potevano notare i resti di un antico acquedotto, bassorilievi e altri segnali dell’opera umana, per giungere dopo una mezzora allo spiazzo con la vista sul grandioso monumento funebre scavato nella roccia chiamato al-Khazna, il Tesoro, sottinteso ‘dei Faraoni’, probabilmente dedicato a un re nabateo. Ci apparve, rosato, dapprima nella stretta cornice irregolare determinata dall’ultimo tratto delle pareti del Siq, e poi in tutta la sua maestosità come uscimmo dalla gola. Ne visitammo l’interno, per proseguire poi ancora nell’antico letto del fiume in un’altra gola che s’allargava gradualmente, giungendo a un teatro scavato nella roccia rosa. Vedemmo passare un ragazzino con la cartella e il passo svelto. Abitava con la famiglia da qualche parte nell’area archeologica e andava a scuola tutti i giorni al villaggio di Wàdi Mùssa, grosso modo dove avevamo lasciato il taxi, facendosi qualcosa come cinque o sei chilometri a piedi, all’andata e al ritorno, passando in mezzo a quei – per noi – magnifici monumenti senza neanche sapere che ci fossero. Com’era naturale.

 

Più avanti la tomba dell’Urna, quell’altra corinzia, la grande tomba-palazzo, suggestive opere all’interno quanto all’esterno nelle loro variegate venature create da ere di processi di sedimentazione e testimonianze di una manifestazione artistica assolutamente originale della natura. Buttandoci fuori strada vedemmo lontana una tenda ‘beduina’ marrone da cui partì di corsa una bambina a proporci dei coccetti ‘antichi’. Ce ne prendemmo uno a testa facendola felice. Salimmo su una collinetta piena dei resti di antiche piccole tombe scavate nella roccia multicolore, dal rosa sempre dominante. E alla porta – se così si può dire – di una di quelle tombe, un vecchio accovacciato per terra sembrava aspettarci. Era vestito di stracci. La grigia kufìyya che aveva in testa un tempo doveva esser stata bianca. Ci volle offrire un tè. OK. Entrò nella tomba che gli serviva da abitazione e ne uscì per disporre a terra una vecchia coperta per sederci e su cui pose in bell’ordine con gesti studiati un bicchierino, un barattolo di zucchero, uno di tè e un cucchiaino. Su tre sassi appoggiò una teiera d’alluminio annerito sotto la quale accese un fuoco di paglia e sterpi dopo averla riempita d’acqua con una brocca di terracotta. S’era tolto lo straccio dal capo mostrando un cranio scuro lucido al sole. E si mise a raccontarci di esser nato lì nei pressi. Di come, fin da ragazzino, andasse ogni giorno a Wàdi Mùssa a compiere semplici lavori. Ci parlò triste della moglie che l’aveva lasciato l’anno prima e con orgoglio di uno dei suoi figli che faceva la guida turistica proprio qui e che gli portava regolarmente quel poco che gli serviva, compresa l’acqua, introvabile nelle vicinanze. Pronto il tè, noi prendemmo dalle nostre borse dei formaggini, del pane e della frutta e mangiammo tutti, sorseggiando a turno la bevanda calda dall’unico bicchierino in dotazione. Ce ne andammo lasciandogli un dinàr e un pacchetto di sigarette per cui volle baciare le mani a tutt’e due.

 

Compimmo un rapido giro tra i resti del centro della città morta e tornammo di corsa da Omar, già preoccupato per il nostro ritardo.

 

In serata eravamo ad Ammàn, dopo esserci sorbiti per strada qualcosa come quattro ore di Corano. Da meritarci il paradiso di Allàh, hurì incluse nel pacchetto naturalmente. Le hurì? Sono le vergini dai grandi occhi neri di cui possono godere i musulmani  maschi in paradiso. E le musulmane? Mah. Omar sembrava aver perso lingua e grinta. Solo lasciandoci ci sorrise gridando il noto arrivederci sionista: “L’anno prossimo a Gerusalemme”, che detto in arabo da un arabo faceva un certo effetto.

 

Ci aveva fatti scendere nei pressi della sua agenzia. Accanto ce n’era un’altra con su scritto ‘Damasco e Bagdàd’. Ci informammo per quest’ultima località. L’indomani nel primo pomeriggio sarebbe partito un autobus, non condizionato ma molto molto a buon mercato. Dato il prezzo ci augurammo che quell’autobus camminasse.

 

All’ostello rincontrammo Eric e Pascal, i due francesi visti a Beirùt. Erano giunti al mattino e dicevano di averne già abbastanza di Ammàn. Correva voce che degli europei fossero stati rapiti e avevano visto un palestinese morto sulla strada per cui non intendevano restare un giorno di più. Gli dicemmo del nostro autobus per Bagdàd. La mattina dopo all’agenzia presero due posti per sé.