Lettera  aperta  al  Prof.  Eros  Baldissera

 

                                                                     

 

                                                                     L’Oriente non ha che un solo desiderio:                                                                                                                                                                    

                                             Veder cadere le sue catene,  sorgere privo di umiliazione.

                                                             Se l’Occidente rende all’Oriente la sua libertà,

                                                                             Allora soltanto potranno incontrarsi.

                                                                                                       da  Oriente e Occidente                                                                                                                            

                                                                                    Chibli  Mallàt (“Il poeta dei Cedri”)                                                

                                                                                                                       (1875-1961)                             

                  

 

                        

                               Caro Prof. Eros Baldissera,                                                   

 

               Ogni volta che Ti leggo provo sempre la stessa dolce emozione che sento addosso quando ripercorro a ritroso il passato. Questa volta il Tuo libro Assalto sul Nilo, pubblicato da poco, ci conduce tra le rive del grande fiume – « impossibile stancarsi di guardarle » -- in quella Nazione Egitto che amo assai e per i motivi che Tu sai. E’ lui difatti, il Nilo, con la sua magica luce e la sua mutevole atmosfera, a scandire le ore dell’incontro tra i due principali protagonisti della Tua storia, Alì e Lisa. Con il passare delle ore la calma e idilliaca navigazione sul fiume si fa rapidamente tragica. Siamo in effetti a Nord di Asyùt, nei pressi di el-Mìnya, in quella zona « dove ci sono più integralisti che mosche », tristemente nota nel recente passato dell’Egitto per i fatti della « Fratellanza » raccontati nel libro. Con l’angoscioso svolgersi dell’improvviso dramma ambedue, Alì e Lisa, tentano di allontanarsi dal grande fiume per salvare lui, l’egiziano, da una fine purtroppo ormai segnata e per mano del suo più caro amico Bùtros, ma finiscono sempre per riavvicinarsene, e ritornare tra quelle rive per sublimare infine il loro atto d’amore.

               Già! L’incontro e l’amore tra due culture antitetiche, tra due mondi all’opposto. Attratti dalla diversità. Per comprendersi e poi cercare di fondersi. Riuscendo nell’intento? Forse. Meno difficile, credo, se si vive in Oriente, tra millenarie abitudini e storie umane eterogenee che si ripetono giorno dopo giorno, piuttosto che in Occidente. Lisa forse è troppo giovane per capire questo tanto, quando consiglia al “suo” Alì di “provare l’Occidente” per evitare l’emarginazione e « l’ingiustizia dilagante » nel suo paese. E se fosse lei piuttosto ad avere il coraggio di “provare” l’Oriente, ma fino in fondo, aiutata com’è inoltre da quelle capacità intuitive innate nella donna e da quel « bonario spirito critico » che possiedono in genere gli arabisti nei confronti degli Arabi?

               A scandire il ritmo del racconto, dopo il Nilo con le sue placide acque, vengono la preghiera e il cibo.

Il muezzin con la sua « melopea struggente che va dritta al cuore », capace di «rapire» anche lo straniero, l’orante notturno e al tramonto, gli attimi in cui gli esseri umani si sentono forse più vicini all’Unico. Prega con trepidazione per Alì la saggia e sensibile Umm Gihàd e prega lo stesso Alì per « trarne consolazione » e perché Allàh “gli indichi la retta via”. Prega senza evidenza « a suo modo » anche Lisa, attratta dal pensiero dei suoi cari ma anche, sempre più, per lo smarrito Alì.

Il cibo pronto e fumante sulla tarabèza grazie alla dedizione « fino dall’alba » della materna Umm Gihàd. Quei momenti della giornata in grado di unire ancora i componenti della famiglia, per guardarsi negli occhi, conoscersi meglio ed aiutare a risolvere le problematiche della famiglia, dei giovani. La fa da padrone tra i commensali la celebre mulukhéya, la shourba egiziana per eccellenza, profumata dal penetrante aroma della kuzbara, il coriandolo, e arricchita dal sostanzioso brodo di carne d’agnello e dalla samna, il burro chiarificato prediletto dalle donne egiziane “bene in carne”, da Te Prof. Eros narrate con dovizia di particolari. La modalità di preparazione della mulukhéya è già raffigurata nelle millenarie pietre tombali dell’Egitto antico. Per noi bambini occidentali, ricordo, un vero tormento – non più oggi però, Te lo assicuro! -- perché troppo viscosa ed erbacea quella tremenda pianta malvacea, ma bisognava mangiarla perché…“fa bene e fa crescere”. Ben diverse le due altre “concorrenti” egiziane, sempre sotto forma di minestra: la foul nabet, a base di fave secche fatte germogliare in acqua, e quella con le “Perle del Nilo”, le minuscole lenticchie rosa, la ads ouardiyy. Ambedue più accettabili al palato ed altrettanto nutrienti, per un bambino reso anoressico a quelle latitudini, da un clima estivo per lunghi mesi non facile.

               Nel piccolo villaggio sul Nilo di Abu l-Moz c’è l’acqua potabile alla fontana pubblica, un passo avanti gigantesco per certa popolazione rurale. Per pochi  «privilegiati», c’è anche la corrente elettrica e il televisore. Per tutti, c’è il medico Fu’àd, l’esperta levatrice - non più la vecchia dàyat priva di misure igieniche e dai temibili poteri magici sul nascituro - già caposala ospedaliera Umm Gihàd, e una farmacia. Solo pochi decenni fa, tutto ciò costituiva una vera e propria utopia. Nonostante gli sforzi governativi, i medici soprattutto venivano attirati da una professione molto meno disagiata e ben più redditizia esercitata nei grandi centri urbani. La popolazione rurale d’altronde, fino dai tempi più remoti, ha sempre preferito, per i suoi mali, rivolgersi alla miriade di itineranti “specialisti guaritori”, anziché al medico. Per una medicina empirica o popolare ad impronta magica e religiosa, dalle antiche origini copte o musulmane. Nella narrazione, Eros Baldissera non trascura di parlarci anche dell’argomento delicato delle mutilazioni genitali femminili. Anche qui molto si cerca di fare. Molto rimane ancora da fare, specie quanto più ci si avvicina al Medio e Alto Egitto. I risultati positivi – più evidenti per le infibulazioni, meno forse per le escissioni -- sono ancora tutti da verificare, villaggio per villaggio, oasi per oasi, nonché tendopoli tra stanziali e nomadi. Per Alì, l’Egitto è la Nazione dell’I.B.M. – in shaa Allàh, Bukra, maalesh - , ovvero la triade del « fatalismo orientale ». Una delle « piaghe » di quella Nazione. L’altra, altrettanto desolante e tragica, è la cosiddetta “triade sinistra” – malattia, ignoranza e povertà --. Molto ancora rimane da fare per questa triade, specie per la povertà, “madre delle malattie”. Quelle malattie appunto raccontate da Te Prof. Eros, quali «doni del Nilo». La bilharziosi infatti è tutt’ora talmente diffusa che, nel più remoto mondo contadino egiziano, viene ancora confusa, nel sintomo primo della malattia ovvero la presenza di sangue nelle urine, con l’avvenuta pubertà delle loro bimbe. E non solo doni del Nilo: quel « velo » davanti agli occhi, il terribile tracoma, che concede privilegi al cospetto di Allàh, ma che con l’inevitabile esito in cecità, rende invalidi nei confronti di una società già di per sé crudele e selezionatrice.

               C’è infine nel racconto, un personaggio che mi sta particolarmente a cuore e per il quale temo fortemente per il suo destino, poiché « nascer femmine in questi ambienti è una maledetta sfortuna ». E’ « scomparso da nove anni » questo personaggio, ma sta nel cuore e nella bocca dei protagonisti lungo tutta la narrazione. Segno che l’autore prova un timore identico al mio. Si tratta di Latìfa, sorella di Alì e nuora della generosa Umm Gihàd. La Latìfa dapprima « bambina-madre », sacrificatasi in tutto e per tutto, compresa l’istruzione, per il fratello. La Latìfa poi moglie ripudiata, perché « la sterilità qui è sempre colpa della donna ». Temo per Latìfa una fine identica a quella toccata a Firdaus, l’eroina della sensibile scrittrice Nawàl al-Sa’dàwì, quella struggente storia di una donna egiziana finita prima merce di strada e poi sul patibolo, dopo aver subìto tutte le iniquità sociali e sessuali di una società ostile e violenta.

            Cosa posso aggiungere altro a proposito di questa « storia breve ma intensa »?  Da “Italiano in Egitto” -- per quattro generazioni -- ho ritrovato condensato nel Tuo scritto, frase dopo frase, tanto di quanto abbiamo conosciuto e provato, a suo tempo, per ogni componente delle nostre ormai ramificate ed incrociate famiglie, succedute in Egitto tra Otto – e Novecento. L’aver cercato di non trascurare nulla della complessità sociale di quella Nazione, sia pur a volte anche solo enunciando le problematiche vecchie e nuove, rende il Tuo scritto Prof. Eros, altamente meritevole di lettura per tutti, e di auspicabile ulteriore approfondimento. Per noi adulti. Per le giovani e i giovani aspiranti arabisti, prendendo soprattutto esempio da Lisa « che aveva condotto ricerche » sul territorio, indispensabili incontri con la gente del luogo, prolungati assai però e ripetuti (i continui viaggi in Oriente attraverso lunghi anni del Prof. Baldissera insegnano) : l’Oriente non ha la capacità di svelarsi a noi occidentali in un solo colpo e in poche settimane, neppure ai più capaci arabisti. Agli “Italiani d’Egitto” ci sono volute generazioni per comprendere – a sufficienza – l’Oriente. Solo con i prolungati e ripetuti soggiorni in loco lo studio dell’arabo diventa anche    « una vera passione ». Solo così inoltre, i giovani “arabisti” possono individuare temi antichi e mai molto approfonditi. Per esempio, per proseguire con la narrazione del prof. Baldissera, gli « strani occhi azzurri », gli « occhi da malocchio », gli « amuleti » portati dai “circoncisi”, possono condurre a uno studio dell’occulto, dei khuràfat, le superstizioni ancestrali, presenti particolarmente in Egitto, definito già nel Novecento “una vecchia terra dal sesso sanguinante”, e ancora “la terra del singolare connubio, del sincretismo, tra credenze religiose e magiche copte, spesso risalenti ad epoca faraonica, folklore pagano arabo anteislamico e religiosità fantastica sciamanica”.

               Per ultimo, la immancabile leggiadra copertina del Tuo libro, con i colori appunto dello “strano azzurro” e del blu marino multicolore di un « Nilo mai ripetitivo » che incorniciano sfumature che vanno dal « giallo ocra » all’arancione, colori che ricordano i villaggi, e il deserto che qua e là « s’infila nel fiume tra il verde delle piantagioni », tutte stimolazioni retiniche che invitano dapprima alla lettura e, alla fine, alla riflessione che ne consegue, al ricordo e, perché no, pure al sogno.

Ti saluto caramente e grazie.

                                                                             Aldo  Prinzivalli