Siriando 01

Finalmente ad Aleppo. Dopo una notte in treno da Damasco a Qamishli, estremo nord-est siriano, giusto per salutare Ayyùb, il giovane amico curdo conosciuto un anno prima proprio su quel treno notturno che parte la sera e arriva nella tarda mattinata del giorno dopo in quella realtà tutta diversa, dove sembra che il tempo si sia fermato a cinquant’anni prima. Ayyùb gliel’aveva detto che la zona curda era pressoché abbandonata dal governo centrale, per punire la volontà d’autonomia degli abitanti. Tutti volevano punire i Curdi nel loro territorio: Siria, Turchia, Iràn, Iràq, aveva amaramente concluso l’amico. Pranzo con la famiglia al completo. Dopo il caffè Eric s’accinse a partire tra le esclamazioni: “È presto! È presto!” di tutti. Prassi normale in tutta la Siria, fosse presto o tardi.
Sette ore di autobus per Aleppo. Al finestrino passavano grosse greggi guardate da agitati cani e immobili figure di pastori con la kufiyya a motivi bianco-rossi e la larga abaya marrone. Plurifazzolettate donne, con greggi più piccole. Eric, sonnolento, si ripromise di tornare per fermarsi nella steppa a fotografarli. Oltre a questo, il finestrino non dava altro a uno come lui, uso a quelle viste. Solo il ponte sull’Eufrate a Deyr az-Zor ne risvegliò l’attenzione. In una landa stepposa un bel fiume fa sempre effetto. Poi, lettura e dormiveglia.
Finalmente ad Aleppo, quasi a mezzanotte. A piedi, Eric si diresse verso il quartiere delle locande cheap. S’inoltrò in una stradina e alla prima insegna salì la buia scaletta, entrando in un’ampia sala rettangolare, anch’essa male illuminata. Davanti all’entrata, una scrivania dietro alla quale un uomo anziano dai bei baffi bianchi osservava incuriosito lo straniero che stava arrivando.Eric chiese se c’era un letto. Sì. Quanto costava? Duecento e cinquanta lire siriane, tre euro e rotti. Solo? L’uomo allargò le braccia, palme in su, alzando la testa e la fronte come per dire: “Così è se t’accontenti”. Eric s’accontentava, puntando al buio. Diede il passaporto e l’altro prese a guardarlo rovesciato, in evidente difficoltà. Eric gli  porse allora il proprio biglietto da visita col nome scritto in arabo. Come il vecchio vide la nazionalità italiana, strabuzzò gli occhi: “Italiano? Ma perché andate ad ammazzare i bambini in Iràq?” chiese con faccia addolorata e facendo il gesto come di segarsi un braccio col taglio dell’altra mano tesa. Eric rimase di sasso. Non si sarebbe mai aspettato di passare per cittadino di un paese ammazzabambini. Tergiversò che gli italiani cercavano di riportar la pace. “Ma ammazzate i bambini!”. Ma no! Si sbagliava. Oltre al fatto che la maggior parte del popolo italiano era perfino contrario alla presenza di proprie truppe in quel disgraziato paese. Contrasse la fronte, poco convinto. Poi tagliò: “Non importa, lasciamo perdere”. Finì di compilare la sua scheda. Chiese il pagamento anticipato, poi indicò a Eric una porta a vetri opachi dietro di sé. Era la stanza. “Buonanotte, che tu ti possa svegliare nel benessere”. “Anche tu, nel benessere”.
Entrato nella stanza Eric si rese subito conto che i tre euro li valeva tutti. Ma neanche mezzo di più. I due letti denunciavano un intenso uso senza che da tempo fossero state cambiate lenzuola e federe dei cuscini il cui antico biancore era passato al deciso grigiore. Ebbe un moto di disagio. Quando viaggiava da studente, ormai quasi quarant’anni prima, questo era lo standard medio dei suoi abituali alberghi e ostelli. Arrivando talvolta anche sul peggio. Ma allora, intanto aveva il suo bel sacco-lenzuolo, il preservativo che, seppur leggero, lo isolava dall’ambiente esterno, soprattutto psicologicamente. Ora non l’aveva e poi, si diceva, era pure fuori allenamento. Ma non se la sentiva di cercarsi un altro albergo a quell’ora notturna. Né di mortificare, andandosene, il vecchio anfitrione lì fuori. Allora decise che il lenzuolo, almeno sotto il cuscino, doveva esser circa pulito. Alzò il cuscino e glielo infilò sotto. Poi, senza guardar oltre, si distese vestito addormentandosi subito. La stanchezza talvolta salva dall’eccesso di paturnie. Lo stridulo fracasso d’un piccolo motocarro lo svegliò ore dopo. Andò al bagno. Stesso standard della stanza. La carta igienica, un’illustre sconosciuta. La corta canna attaccata al rubinetto dava acqua sia per la pulizia intima che in funzione di sciacquone. Tornò a dormire.
La mattina presto fu svegliato dalla luce e dal traffico sostenuto della strada. Si sciacquò la faccia al microlavandino presso il gabinetto. Il sapone in dotazione era quello in polvere da bucato il cui senso d’untume che lasciava nelle mani non si toglieva neanche lasciando scorrere sopra l’acqua per un quarto d’ora. S’asciugò col proprio fazzoletto. Prese la borsa e se ne uscì senza aver visto anima viva. Nel pomeriggio era a Damasco.