Carissime/i,
mi scuserete se non ho
intitolato il file che contiene queste mie riflessioni né Israele né Palestina,
ma semplicemente Terrasanta, nome caro ai cristiani (per definire la patria di
Gesù) che tuttavia non sempre ne hanno fatto buon uso… siamo insomma tutti in
debito con questa parte del mondo, soprattutto per l’abuso che del suo
carattere sacro abbiamo spesso appunto fatto, con le migliori intenzioni e con
i peggiori risultati.
E’
lì da millenni a ricordarcelo, solo che quanti ci hanno vissuto e ci vivono
pagano in prima persona e molto caro quello che per altri è un bell’argomento
di dibattito, sincero e appassionato quanto si vuole, ma che dovrebbe essere un
tantino più rispettoso di chi vive il dramma sulla propria pelle.
In
trent’anni di studi arabo-islamici e interreligiosi ho scelto deliberatamente
di non specializzarmi in questa questione, non certo perché non lo meriti, ma
proprio perché richiederebbe una dedizione che non sono in grado di riservarle.
Vale anche per altri temi come la questione femminile o il sufismo. Non si può
essere esperti di tutto e riconoscere la parzialità della propria posizione è
il primo dovere che si ha di fronte alle cose serie.
Parzialità, come dicevo,
perché so solo una parte esigua di quel che si dovrebbe sapere per pretendere
di poter giudicare, ma anche parzialità nell’altro senso del termine. Siamo
tutti e sempre ‘di parte’ proprio in quanto le cose ci coinvolgono direttamente
– almeno dal punto di vista emotivo - e
la nostra posizione ne è inevitabilmente influenzata. Non si tratta di
relativismo, di non essere né carne né pesce, ma appunto di avere la
consapevolezza che se si è carne non si può vivere sottacqua e se si è pesce
fuori dall’acqua si può stare solo per pochissimo tempo.
Come cristiano non posso che guardare
agli ebrei che come a ‘fratelli maggiori’ nella stessa fede. Nulla di ciò che
li riguarda mi può risultare indifferente (come del resto potrei dire di tutti
gli esseri umani, sulla scorta di Terenzio – autore pagano ma non per questo meno
autorevole – che affermava: “"homo sum:
humani nihil a me alienum puto").
Ma
sarei di un candore davvero eccessivo se, usando questa espressione,
pretendessi di cancellare duemila anni di storia in cui non solo non è stato
possibile pensarla in questo modo, ma si è anzi pensato ed agito esattamente
all’opposto.
Come
europeo contemporaneo, poi, condivido con tutti gli altri la memoria della
Shoah ed ho quindi un motivo di più per avere a cuore il destino degli ebrei,
compreso quello dello stato che essi hanno voluto edificare 60 anni fa e che
comprensibilmente considerano essenziale alla loro sopravvivenza. Sarebbe
facile dire che per molti secoli, pur non avendo uno stato, sono comunque
sopravvissuti, ma non credo sia lecito liquidare così la questione…
Per
ragioni non solo professionali, considero anche gli arabi (musulmani e non)
figli del nostro comune padre nella fede, Abramo, ma anche in questo caso non
mi nascondo che una bella espressione non può rappresentare un velo di buoni
sentimenti sotto il quale nascondere
contrasti e conflitti secolari che purtroppo sono tutt’altro che sopiti.
Cerco
dunque di vedere le cose anche dal loro punto di vista e non mi è difficile
comprenderne le ragioni, valide almeno altrettanto quelle di parte israeliana.
Il
bel risultato di tutta questa consapevolezza è un dolore ancora più lancinante,
come quello che ci coglie di fronte a fratture insanabili che talvolta
travolgono i membri della stessa famiglia o di fronte a questioni in cui non vi
sono una ragione e un torto, ma due ragioni che apparentemente si oppongono e
paiono escludersi a vicenda… tra arabi e berberi (o curdi), tra sunniti e
sciiti, tra turchi e armeni – solo per rimanere in zona – le cose sono
altrettanto complicate e il silenzio su questi fronti non fa che dimostrare una
volta di più la nostra ipocrisia.
Responsabilmente
accetto il paradosso, ma questo non mi fa affatto sentir meglio… anzi, vorrei
proprio poter decidere una volta per tutte da che parte stare per trovar
finalmente una comoda via d’uscita, eppure non mi riesce di rispondere a una
domanda mal posta solo per cavarmi d’impiccio.
Quand’ero ragazzo
furoreggiavano slogan quali: “Vietnam rosso, Vietnam libero” o “Guerra di
popolo vince in Indocina”. Ben pochi si son preoccupati di verificare quale ‘paradiso’
si sia realizzato dopo tale presunta vittoria. La sorte di quelle genti e di
quelle terre non stava, in realtà, veramente a cuore a nessuno. Propaganda, si
chiama - da alcuni millenni – l’utilizzo interessato di sacrosante cause che
smuovono la coscienza finché possono essere sfruttate per altri scopi, salvo
finire nel dimenticatoio (insieme a innumerevoli altre che al livello della
sacralità, chissà perché, non assurgono mai) dopo esser state strizzate come
limoni. Dove vada a marcire la buccia, in fondo, poco importa: avanti il
prossimo! Cambiata casacca, alcuni di coloro che tali slogan scandivano, oggi
si peritano di ammonirci su nuovi rischi mortali che la nostra civiltà starebbe
correndo. Qualcuno, addirittura, sbandiera un’identità giudaico-cristiana alla
quale non è mai realmente appartenuto, invoca il ritorno dell’impero e finisce
per scoprire le carte quando afferma: “Ci vuole la guerra. E soltanto (corsivo ns.) la guerra” (Il Foglio, 11/9/2206), dimenticando la
netta e liquidatoria definizione che di essa Giovanni Testori – lui sì radicato
in un’autentica esperienza religiosa – ha formulato, con sarcastica icasticità,
in una delle sue tragedie: “Sangue e merda, sia che si vinca sia che si
perda!”.
Dire che dalla storia non
si impara niente (Niente e così sia
era appunto il titolo di un libro di Oriana Fallaci ‘prima maniera’) sarebbe il
minimo, ma non è una novità.
L’importante, come sempre,
è schierarsi e serrare le file. A tale scopo, semplificare la realtà, finendo
per farne una grottesca caricatura, più che naturale risulta indispensabile,
visto che la società dell’informazione vive di emozioni (effimere, ma dalle
conseguenze non per questo meno micidiali) suscitate non tanto dai fatti, che
ci sono – positivi e negativi, come sempre, soprattutto inermi e incapaci di
difendersi - ma dalla loro interessata rappresentazione.
Trovate che tutto questo
ragionamento sia, in definitiva, paralizzante? Che a tener conto della ragioni
di tutti si finisca per lavarsene le mani e chiamarsi fuori dalla mischia?
E’ possibile, ma non è il
mio caso.
Un paese o uno stato che si
dicano ‘ebraici’ avranno per definizione problemi con la parte di popolazione
che appartiene a etnie e religioni diverse, eppure le stragi del Settembre Nero
o di Sabra e Shatila mi ricordano che è stato forse versato più sangue
palestinese da parte di altri arabi che non dagli israeliani. Tanta sbandierata
solidarietà di occidentali non ha effettivamente migliorato le condizioni di
quelli a favore dei quali ci siamo dichiarati, poco importa se fino a ieri sono
stati in prevalenza gli uni e oggi invece gli altri.
Quello che appare sempre
più evidente è il totale cinismo di chi, da una parte e dall’altra, gioca con
la vita delle persone: sia ben inteso, anche di quelle che sparano, che si
fanno esplodere, che lanciano razzi o fanno rappresaglie, non solo delle loro
innocenti vittime.
Una classe dirigente non
molto diversa dalla nostra, in fondo, solo che da noi sembra che la questione
sia soprattutto un gioco tra guardie e ladri. In realtà, purtroppo, neppure qui
c’è da stare allegri constatando quanto intere regioni d’Italia siano in mano a
bande di criminali che si combattono in faide infinite, avvelenano il
territorio, sciolgono cadaveri di bambini nell’acido, calpestando ogni legge
umana e divina per disgustose lotte di potere basate unicamente su interessi
materiali.
Per quanto fuorviato, il
patriottismo di un soldato israeliano o di un militante palestinese mi sembrano
in fondo assai più nobili, almeno nelle intenzioni, e mi auguro sinceramente di
non diventare mai così cieco da considerarmi migliore di loro in quanto figlio
di una presunta civiltà superiore quanto a democrazia, valori, ideali e via
farneticando.
Le generazioni dei miei
nonni e dei miei genitori, nella civilissima e cristiana Europa della prima
metà del secolo scorso, con due guerre mondiali e gli orrori tanto dei lager
nazisti quanto dei gulag sovietici sono stati testimoni e vittime di una delle
pagine più nere dell’intera storia dell’umanità.
Il fatto che io, nato alla
vigilia del boom economico, abbia dovuto affrontare il profondo disagio di
decidere se mi piacevano di più i Beatles o i Rolling Stones mi pare un assai
ambiguo privilegio in forza del quale proprio non me la sento di ergermi a
giudice degli altri.
Quella tragedia,
personalmente solo sfiorata, mi dà però la possibilità e il compito di
comprendere e di dichiarare senza mezzi termini che non ci sarà pace senza
giustizia, che i giochi dei potenti non sono autorizzati a passare sul cadavere
di nessuno, che stiamo solo cominciando a capire quanto il destino di ogni
singolo essere umano sia importante per l’umanità intera, ma abbiamo ancora
scarsissimi mezzi e capacità affinché quanto comprendiamo e giustamente ci
indigna, ci ferisce e ci addolora possa uscire dall’inconcludente dinamica
delle facili polemiche, delle scontate accuse reciproche e delle oscene
recriminazioni fatte di macabre contabilità per divenire finalmente capacità di
mettersi al servizio di chi soffre, di aiutare chi è nel bisogno, di dare un
contributo affinché le cose migliorino anche di un briciolo, ma da subito e
davvero.
Il resto è solo un inganno
al quale dovremmo progressivamente, e se Dio vuole definitivamente, sottrarci.
Scusate le troppe parole
per cercare di dire qualcosa da altri vissuto in modo infinitamente più
autentico rispetto a me: “Ci sono cose per cui sarei disposto a morire, ma non
ce n’è nessuna per cui sarei disposto a uccidere” (Mahatma Gandhi).
Vi abbraccio, penando, sperando e pregando con voi
paolo