Grandi opere della letteratura araba
POEMA IN RIMA "LAM" DEGLI ARABI (Làmiyyat al-Arab), attribuito al bandito Shànfara (VI-VII sec.)
IL CORANO (al-Qur'an), libro sacro dell'Islàm
IL LIBRO DEGLI AVARII (Kitàb al-bukhalà), racconti di al-Giàhiz (775?-868)
L'EPISTOLA DEL PERDONO (Risàlat al-ghufràn), trattato in prosa rimata di Abu l-`Alà al-Ma`arri (979-1058).
IL CANZONIERE DI AL-MUTANABBI (Diwàn Abi Tayyib al-Mutanabbi) (915-965).
IL SOLLIEVO DOPO LA DISTRETTA (al-Farag ba`d al-shidda), racconti del càdi al-Tanùkhi (939-994).
IL COLLARE DELLA COLOMBA (Tawq al-hamàma), giovanile trattato sull'amore e gli amanti dell'arabo andaluso Ibn Hazm (994-1064).
LE MILLE E UNA NOTTE (Alf layla wa-layla), raccolta anonima di novelle arabe.
LA STORIA DI ANTAR (Sìrat `Antar), romanzo popolare arabo di vari autori anonimi.
LE SEDUTE (al-Maqamàt), racconti di al-Hariri (1054-1122).
HAYY IBN YAQZAN (Risàlat Hayy ibn Yaqzàn), romanzo filosofico dell'andaluso Ibn Tufàyl (m. 1185).
LE PROLEGOMENI (al-Muqàddima). È per antonomasia così chiamata la prima parte del Libro degli esempi storici (Kitàb al-ìbar) dell'arabo tunisino Ibn Khaldùn (1332-1406).
I GIORNI (al-Ayyàm), autobiografia in tre parti dell'egiziano Tàha Hùseyn (1889-1973).
LA GENTE DELLA CAVERNA (Ahl al-kahf), dramma in quattro atti dell'egiziano Tawfìq al-Hakìm (1898).
LA TRILOGIA (al-Thulathìyya), saga in tre parti dell'egiziano Nagìb Mahfùz (1911-2006).
Son così chiamate sette odi composte presumibilmente tra il VI e VII sec. dell'era cristiana in Arabia e tal silloge è considerata la più famosa opera letteraria rappresentativa della Giàhiliyya, il periodo dell'ignoranza, come gli Arabi indicano l'epoca preislamica. Sembra che tali poemi fossero i vincitori di tenzoni poetiche tenute all'annuale fiera di Ukàz. Trascritti in lettere d'oro si dice venissero appesi, come segno distintivo, alle pareti della Kaba, santuario già prima dell'Islàm, alla Mecca. Esse furono raccolte nell'VIII sec. dal filologo Hammàd ar-Ràwiya, che secondo certa critica ne fu pure l'autore spacciandole poi per antica poesia.
La prima muallaqa (sing. di muallaqàt), tanto in ordine di tempo che di valore poetico, è considerata quella di Imru l-Qays, l'errabondo e avventuroso figlio del re di un precario regno nord-arabico, "capo dei poeti del fuoco dell'inferno" agli occhi del primitivo puritanesimo islamico. Il suo poema, che come le altre muallaqàt comincia col ricordo dell'amata, è puramente egocentrico e noto per le forti descrizioni della natura, fra cui, grandiosa, la rappresentazione di un temporale; per quella del suo destriero e per la franchezza dei suoi passi erotici. Sulla lunga e minuziosa descrizione della cammella e del proprio valore in taverna si impernia la m. di Tàrafa, "il poeta della filosofia personale". In Zuhayr prevale l'argomento sentenzioso, l'esortazione alla generosità, all'amore, e alla lode dei capi arabi che fecero cessare la lunga guerra tra due grandi tribù, gli Abs e i Dhubyàn. Per le espressioni di mitezza, i consigli e le massime che contiene questa m. si differenzia decisamente dalle altre. Di alto valore poetico è la lirica di Amr ibn Kulthùm in cui prevale il fakhr, il vanto dei meriti della propria tribù, i Banu Taghlìb e si usa contrapporla alla m., artisticamente inferiore, di Hàrith ibn Hìlliza, appartenente alla tribù rivale, i Banu Bakr, che egli ovviamente esalta confutando le calunnie degli avversari. In quella di Labìd troviamo la rappresentazione di scene di vita animale e in particolare la descrizione dell'asino selvaggio, sfociando poi nell'autoencomio e in quello per la propria tribù. Nel suo poema Antara canta il fakhr e il proprio valor guerriero, il suo disprezzo per i pericoli e la morte. A queste sette muallaqàt ne vengono spesso aggiunte altre tre: quella di Nàbigha, specialista nell'encomio; quella di Asha che descrive l'amata, il vino, i viaggi; quella di Abìd con le sue raffigurazioni della cammella e del cavallo.
Trad. completa LE MU`ALLAQAT, alle origini della poesia araba, a cura di Daniela Amaldi, Venezia, Marsilio Ed., 1991. Brani in trad. si trovano in F. GABRIELI, Storia della letteratura araba, Milano, 1967; in F. GABRIELI e V. VACCA, Le più belle pagine della letteratura araba, Milano, 1957; in P. MINGANTI e G. VASSALLO VENTRONE, Storia della letteratura araba, vol. 1, Milano, F.lli Fabbri Ed., 1971.
POEMA IN RIMA "LAM" DEGLI ARABI (Làmiyyat al-Arab), attribuito al bandito Shànfara (VI-VII sec.).
Così chiamato in contrapposizione a un'altra ode in rima "l" di nessun valore artistico chiamata Làmiyyat al-Agiam (Poesia in rima "lam" dei Persiani) del rimatore at-Tughray (XII sec.), è una delle più forti e suggestive composizioni giunte a noi dall'Arabia pagana, ritenuta opera di una delle figure di più alto rilievo nella tradizione storico-letteraria del periodo immediatamente precedente la missione profetica di Muhàmmad (fine del VI, inizio del VII sec. d.C.) e della cui sostanziale autenticità non v'è sufficiente motivo di dubitare, anche se, a partire dal IX sec. qualche critico la ritenne opera del filologo di Basra Khàlaf al-Ahmar (VIII sec.), ispirato da un antico frammento poetico scoperto in una silloge di poemi preislamici, la Hamàsa di Abu Tammàm.
Shànfara, ladro e assassino, bandito per i suoi crimini dalla tribù, ci trasmette attraverso il suo poema un concentrato di acute e precise osservazioni sulla vita del deserto, con un linguaggio di estrema tensione e con tetri toni sommessi di amarezza, di selvaggio risentimento e una velata satira verso le presuntuose comunità tribali e i loro poeti viziati e coccolati. Vi descrive gli animali che incontra nella sua vita raminga e solitaria nei roventi deserti d'Arabia: sciacalli, pantere, iene, compagni a lui più consoni degli uomini. Si fa vanto del suo coraggio, della sua sdegnosità, della sua posizione di fuorilegge, che ripone fiducia solo nel proprio cuore, nella spada e nell'arco ronzante, incurante della fame che gli contorce le viscere nel ventre vuoto e del vento che rallenta la sua marcia. Con rapidi e decisi colpi di pennello dipinge la bevuta mattutina degli uccelli qata che egli ha preceduto di buonora alla cisterna, le sue sanguinose scorribande notturne negli accampamenti in cerca di cibo, il suo vagare, spettinato e sporco coll'abito a brandelli, sotto il sole bruciante fino alla solenne scena finale che ci mostra il poeta ritto al tramonto sui monti yemeniti tra le capre montane che gli passano tranquille attorno quasi egli fosse un familiare stambecco.
Shànfara il bandito del deserto, (a c. di F. Gabrieli), Firenze, Fussi Ed., 1947
IL CORANO (al-Qur'an), libro sacro dell'Islàm considerato l'insieme delle rivelazioni di Dio (Allàh) al suo profeta Muhammad (571ca.-632) avvenute tramite l'arcangelo Gabriele tra il 609 e il 632.
I testi coranici furono dapprima trascritti su materiali di fortuna: pezzi di cuoio, cortecce e foglie di palma, cocci e ossa di cammelli. Dopo la morte del profeta il suo segretario Zayd ibn Thàbit fu incaricato di riunirli e ordinarli, una prima volta nel 633 e poi nel 650, per ordine del terzo califfo Othmàn. Questa seconda edizione ufficiale costituisce il testo attuale del Corano.
È formato da 114 capitoli detti sùre composti da versetti in prosa rimata e disposti in un ordine di lunghezza decrescente che è esattamente contrario all'approssimativo ordine cronologico, poiché troviamo all'inizio le rivelazioni più lunghe e recenti, per lo più del periodo medinese, successivo all'ègira, seguite dalle più brevi, caratteristiche del più lontano periodo meccano fino alle brevissime considerate le più antiche.
Queste sure meccane, quasi flash folgoranti, fremono dell'improvviso impatto della Rivelazione che dà al linguaggio coranico la sua potente originalità. Il tema più toccato è quello del prossimo Giudizio Universale accompagnato da terribili cataclismi, dalle resurrezioni e dai giudizi: agli eletti le delizie del Paradiso, con la sua verzura, l'acqua, i piaceri; ai dannati il fuoco dell'Inferno, la sete, la tortura. Vi si evocano gli antichi popoli puniti e distrutti da Dio per non aver ubbidito ai suoi profeti. Mirabilmente ritmate e rimate, sussurranti evocazioni, richiami, ossessioni, esortazioni e visioni, queste sure non sviluppano ancora il tema del Dio unico che sarà centrale nelle successive, relative al cosiddetto secondo periodo meccano, assieme al ruolo di Muhàmmad, annunciatore agli increduli della venuta dell'Ora. Qui anche l'intento didattico diviene più evidente, con la critica agli ambienti meccani recalcitranti all'insegnamento del Profeta.
Le immagini dell'Islàm e di Dio si delineano più nette: Egli è il Benefattore, l'Assolutore, il Misericordioso, l'Onnisciente, il Saggio. Nelle sure dell'ultimo periodo meccano scompaiono le immagini escatologiche. L'ostilità per i meccani si manifesta prepotente. Appaiono nuove forme di predicazione quali la parabola e il precetto morale. Il tono diviene più retorico e la poesia pura cede il passo al racconto continuo. Tutto questo si cristallizza nell'ultimo periodo, il medinese. In queste sure, spesso molto lunghe, leggiamo le lotte e il trionfo dell'Islàm. Vi troviamo numerosi i patti giuridici, le esortazioni e i racconti. Si parla della vittoria di Badr, battesimo del fuoco del giovane Islàm, dell'assedio di Medina e di altre battaglie dei musulmani, assieme ad episodi, spesso insignificanti, sulla vita privata del Profeta. Si istituiscono i digiuni, le feste, il pellegrinaggio alla Mecca con l'insieme delle norme volte a regolamentare tutti gli aspetti della vita della società musulmana.
Lo stile del Corano è difficile e il significato spesso oscuro, ma il libro include passaggi di incomparabile grandezza, di vera poesia e nobile insegnamento morale.
Trad. it.: Il Corano, Milano, 1965 (2a), a cura di L. Bonelli; Firenze, 1961, a cura di Bausani; Torino, 1967, a cura di M. Moreno.
IL LIBRO DEGLI AVARI (Kitàb al-bukhalà), racconti di al-Giàhiz (775?-868).
Prezioso libro in cui l'A. ha raccolto una serie di gustose scenette che han per protagonisti avari e risparmiatori e il cui scopo è l'esaltazione della generosità degli Arabi in contrapposizione all'avarizia della borghesia d'origine persiana. È una galleria di ritratti, una satira contro i non arabi e un'analisi dell'avarizia che non ha simili nella letteratura araba. All'acutezza delle sue osservazioni si aggiunge lo scetticismo brioso, il senso del comico e lo spirito satirico che fanno di al-Giàhiz un eccellente ritrattista dei caratteri e della società. Varie categorie sociali - dotti, letterati, maestri di scuola, cantori, scribi - sono l'oggetto dei suoi spesso benevoli strali ed è d'uopo sottolineare come egli rimanga sempre nei limiti delle convenienze. Vi si trovano discussioni intorno alla generosità e all'avarizia e altre informazioni sui costumi degli Arabi in generale e quelli relativi all'ospitalità. I molteplici aspetti della società abbàside che l'opera ci presenta la rendono importante anche dal punto di vista storico e documentario.
L'A. apre il libro con un panorama generale sulla psicologia degli avari, la cui conoscenza è ritenuta molto importante per la comprensione di questo tipo di persone. Segue un'epistola di Sahl ibn Harùn, poeta e scrittore d'origine persiana contemporaneo di al-Giàhiz, a certi suoi cugini che avevano rimproverato la sua opinione sull'avarizia e criticato le sue teorie circa l'acquisizione delle ricchezze. Sahl risponde elogiando l'avarizia, o meglio, la saggia sobrietà e l'economia, che è la forma intelligente dell'avarizia, come sostiene d'altronde lo stesso al-Giàhiz, che affronta poi decisamente l'argomento col racconto della gente del Khorasàn e specialmente degli abitanti di Merv, per i quali l'avarizia fa parte della loro natura al punto che "i loro stessi galli strappano i chicchi dal becco delle galline". Continua col narrar dell'avarizia degli abitanti di Basra e con la lunga sequenza di aneddoti che compongono la mole dell'opera. I suoi personaggi sono vivi, simpatici, di lingua scorrevole e con logica e facondia svelano il proprio animo al lettore. Dopo i racconti l'A. pone altre due epistole di suoi contemporanei: una in lode alla generosità, l'altra sull'immoralità dello sperpero. L'ultimo capitolo si dilunga sull'alimentazione degli antichi Arabi.
GIAHIZ (al-), Gli avari, a c. V. Colombo, 2 vv., Genova, Marietti, 1997
L'EPISTOLA DEL PERDONO (Risàlat al-ghufràn), trattato in prosa rimata di Abu l-`Alà al-Ma`arri (979-1058).
Con quest'opera di spirito ironico e una lingua ricca, brillante, a volte ricercata e oscura, l'A. risponde a una missiva del letterato aleppino Ibn al-Qàrih che gli poneva una serie di questioni inerenti la letteratura, la filosofia, l'ateismo, il sufismo, la storia, la religione, il diritto, la grammatica, la lingua e in cui venivano nel contempo attaccati gli eretici. Con l'apparente scopo di evidenziare la misericordia di Dio che perdona infedeli e peccatori che abbiano compiuto in vita almeno un'opera buona, al-Maàrri espone la propria visione dell'oltretomba musulmano fra dotte disquisizioni linguistiche e letterarie.
Nella prima parte dell'Epìstola vi è una descrizione dell'Eden musulmano. Si immagina che Ibn al-Qàrih, su un cammello di gemme e perle, visiti il Paradiso e l'Inferno conoscendone le delizie, i tormenti e anche il perdono che spesso solleva i peccatori dalle loro pene. Egli incontra grammatici, poeti preislamici, letterati vari, lo stesso profeta Muhàmmad, Alì e altri personaggi noti e meno noti, con cui si intrattiene in lunghi conversari affrontando le questioni letterarie e filosofiche del tempo, inframmezzate a dissertazioni grammaticali, metriche e filologiche in cui si manifesta la poderosa cultura di al-Maàrri. Si arriva a trattare la questione del perdono - da cui il titolo - che consente di godere del Paradiso a molti, compresi i poeti preislamici, suscitando la sorpresa del pellegrino Ibn al-Qàrih. Anch'egli deve superare delle prove per essere ammesso all'eterna beatitudine e vi arriva grazie all'intercessione della famiglia del profeta Muhàmmad, dopo che è stato accertato il suo pentimento per i peccati commessi. Nella seconda parte al-Ma`arri risponde in particolare alle questioni postegli da Ibn al-Qàrih affrontando anche altri argomenti. Tratta fra l'altro della metempsicosi, dei Càrmati, della setta del hulùl che è uno dei modi di unione mistica secondo i Sufi, e degli zindìq, materialisti e liberi pensatori, con esempi della loro poesia e delle riflessioni sulla natura delle loro convinzioni.
Alcuni critici, tanto arabi che arabisti, han creduto di poter notare delle affinità tali tra l'Epistola e la Divina Commedia al punto di avanzare il dubbio che Dante abbia conosciuto quell'opera e se ne possa esser ispirato. L'ipotesi però non regge alla luce delle più recenti ricerche e scoperte che, pur non negando che il Poeta possa esser venuto a conoscenza di opere dell'escatologia musulmana, escludono una loro influenza nella composizione della Commedia.
Leggiamo in aljazira.it
IL CANZONIERE DI AL-MUTANABBI (Diwàn Abi Tayyib al-Mutanabbi) (915-965)
È la raccolta di quanto è rimasto, eccettuati alcuni frammenti di scarsa rilevanza, della poesia di colui che gli Arabi annoverano fra i loro maggiori poeti e il testo canonico del "neoclassicismo" nella letteratura araba che riprende, dopo una fase cosiddetta "modernista", temi e forme tradizionali, seppur appesantiti da elementi retorici caratteristici della fase precedente quali l'iperbole, l'artificio e la metafora. Un'indagine anche superficiale evidenzia subito che non tutta è somma poesia e che almeno i tre quarti del Diwàn consiste in "madìh", poesia d'encomio volta a sollecitar favori o a ringraziar sovrani e altri potenti patroni. Ma è anche evidente una sua innegabile vena poetica, espressa con una ricchezza linguistica che solo il critico arabo può apprezzare compiutamente. Oltre al panegirico troviamo l'elegia, l'invettiva, il vanto, con elementi di poesia amorosa, descrittiva e sentenziosa.
La prima parte del Diwàn contiene liriche di gioventù, per lo più in lode a ignoti, salvo qualcuno appena citato nei testi storici. Prevale l'impulsività, la passione e la presunzione del giovane ribelle, e poi motivi di dolore, senza disperazione né debolezza, che il poeta attinge dall'analisi del proprio animo. Seguono i versi composti alla corte hamdanide di Aleppo, presso il famoso emiro Sayf ad-Dawla. Tali panegirici che cantano il valore e le alte qualità di quel principe e la grandezza delle sue guerre contro i Bizantini sono fra i più belli e famosi del Nostro e sono considerati il punto culminante della sua poesia. Compaiono i temi dell'araba fierezza, del vanto guerriero, la lode della generosità e della libertà, la vita nel deserto, caratteristici dell'antica poesia preislamica e che in tale ottica sono visti dal poeta. Alle poesie del periodo hamdanide fanno seguito quelle composte durante i quattro anni trascorsi al Cairo presso il reggente Kafùr, negro ex schiavo, i cui rapporti col poeta furono sempre improntati sull'incomprensione e il sospetto. Traspare la sofferenza spirituale di Mutanabbi dovendo lodare chi disprezza. Col tono di chi è duramente provato dalla vita egli si apre agli eterni valori umani, al sentimento che scaturisce dalle profondità del cuore ferito e triste e alla meditazione che divien quasi filosofia. L'ultima poesia, Il sussulto della lanterna che sta per spegnersi, rappresenta la realtà di colui la cui speranza nella vita è naufragata. Composta in Iràq e in Persia anche qui prevale la lode di chi al momento lo benefica, ma l'antica esuberanza è ormai fiaccata.
I brani poetici più famosi si trovano in F. GABRIELI, Studi su al-Mutanabbi, Roma, IPO, 1972.
IL SOLLIEVO DOPO LA DISTRETTA (al-Farag ba`d al-shidda), racconti del càdi al-Tanùkhi (939-994).
Questa collezione di aneddoti, ma anche di proverbi e canti sul tema "dopo il dolor vien la gioia" è uno dei più interessanti prodotti di letteratura amena espressi in arabo. Per esplicita ammissione dell'A. nell'introduzione, essa è per lo più un'opera di compilazione. Sulla scia di altre opere sull'argomento egli redasse la propria servendosi pure di altre fonti scritte, di tradizioni orali e della propria esperienza professionale di giudice oltre che degli elementi fornitigli da altri giudici e segretari. La propose quindi ai suoi contemporanei come opera di letteratura divertente riuscendo a conferire all'argomento la dignità di genere letterario.
I racconti, quasi sempre preceduti dall'indicazione delle fonti, sono suddivisi in quattordici capitoli secondo criteri di contenuto e di forma. Si va da quanto si trova nel Corano e nelle opere letterarie sul sollievo (farag) che succede ad una situazione infelice, di disgrazia e anche di imminente morte violenta, a chi si salva da tali contingenze con una parola, un'invocazione o una supplica appropriata. A chi fu tratto di prigione, o fu liberato da una pena attraverso un sogno, a chi fu sottratto all'ultimo momento alla morte in genere, o a una fiera; a chi guarì inopinatamente da grave malattia o scampò a ladri e banditi; al braccato che si salva e all'amante che riottiene l'oggetto d'amore, dopo forzata o violenta separazione.
Gli ambienti cortigiani, ufficiali e cittadini dell'Iràq e della Persia dell'epoca ci appaiono in tutte le loro tinte, spesso fosche e inquietanti, con le violenze e gli intrighi da basso impero del Califfato ormai in via di disgregazione. Abbiamo notizie sulla vita economica dei mercanti e dei banchieri, degli ambienti medici e ospedalieri, delle carceri e della scuola, oltre all'ambiente della burocrazia che rappresenta lo sfondo principale dell'opera. Il realismo descrittivo dell'A., accentuato anche dal discorso quasi sempre in prima persona, dà dunque al Farag anche un importante valore documentario e storico.
TANUKHI (al-), Il sollievo dopo la distretta, a cura di A. Ghersetti, Milano, Ariele, 1995
IL COLLARE DELLA COLOMBA (Tawq al-hamàma), giovanile trattato sull'amore e gli amanti dell'arabo andaluso Ibn Hazm (994-1064).
Importante opera della letteratura arabo-ispanica tradotta in varie lingue europee, appartenente a un genere letterario allora in auge che potrebbe definirsi dei Codici dell'Amore. È un esauriente florilegio delle regole dell'amor cortese, esaltante il culto della donna, la sottomissione all'essere amato e che lascia intendere una preferenza per l'unione delle anime, anche se spesso scivola nel sensuale, se non nello spinto.
Su richiesta d'un amico di Almeria, venuto a fargli visita nella sua residenza di Jativa, l'A., che è tra l'altro il principale esponente del rito zàhirita, compone l'epistola in cui descrive l'amore, le circostanze in cui nasce, le vicissitudini che lo accompagnano e il comportamento che esso suggerisce o impone agli amanti. Dapprima l'argomento viene affrontato dal punto di vista filosofico - e di filosofia scolastica si tratta naturalmente - e delle differenti cause che lo provocano. A ciascuna causa l'A. riserva un capitolo speciale: troviamo i casi di chi s'innamora in sogno, o in seguito a una descrizione, o per un semplice sguardo, o di chi invece s'innamora solo alla lunga, o ancora di chi rimane colpito da determinate qualità e non ne ammette altre. Passando per i segni con cui si comunica l'amore, per le lettere e i messaggeri, l'A. tratta poi delle gioie e delle pene dell'amore e dei caratteri particolari propri a certi amanti. Nel suo esposto egli rispetta per quanto possibile il processo naturale dello sviluppo del sentimento amoroso, opponendo le qualità contrarie le une alle altre. Per cui, ad esempio, il capitolo sulla discrezione in amore è immediatamente seguito dal capitolo relativo alla divulgazione dei teneri segreti; a quello sulla sottomissione succede quello sulla ribellione; a quello sulla fedeltà il capitolo sull'infedeltà, ecc.. Seguono i motivi per cui l'amore può terminare quali l'oblìo, la morte degli amanti, il tradimento. L'opera si conclude con due capitoli morali: sulla turpitudine del peccato e sugli alti meriti della castità, dove ci si rivelano brillantemente il teologo, il giurista eminente e il futuro polemista.
Trad. it.: Il Collare della Colomba sull'Amore e gli Amanti, Bari, 1949, a cura di F. Gabrieli.
LE MILLE E UNA NOTTE (Alf layla wa-layla), raccolta anonima di novelle arabe.
È forse l'opera più nota della letteratura araba. Su un antico fondo indo-persiano, di cui fa parte la storia-cornice, si son mano a mano aggiunte altre storie, di fantasia o a sfondo storico, relative alla Bagdàd abbaside e all'Egitto, specie mamelucco, con elementi giudaici, bizantini, mesopotamici, ecc. Successivamente ancora furono introdotte grosse storie dapprima indipendenti quali i cicli dei due Sindbad e Ali Baba. Nel secolo XV sec. si ritiene sia stata messa per iscritto la redazione definitiva che conosciamo, diffusasi gradualmente in Europa tra il XVIII e il XIX sec.
La storia-cornice, da cui si dipartono e si svolgono gli altri racconti, spesso inserendosi come scatole cinesi gli uni negli altri, ci presenta il re di Persia Shahriàr, che dopo aver scoperto i tradimenti della moglie, della cognata e di altre presunte fedeli spose, messi in atto coll'impiego di inganni inverosimili, si convince dell'inevitabile malafede delle donne e decide di sposare ogni giorno una ragazza per metterla a morte il mattino seguente. A por termine alla tragica sequenza si offre la figlia del vizir, Shahrazàd che, sposa al re, riesce a fargli rinviare la propria esecuzione interrompendo sul far del giorno un racconto di cui l'incuriosito sovrano vuol udir la conclusione. La saggia ragazza agisce in tal modo per mille e una notti collegando tra loro storie sempre nuove. Divenuta nel frattempo madre di tre figli, il re, ormai affezionato e convinto della sua onestà, le concede alfine la grazia tenendola con sé. Fra i racconti di Shahrazàd citeremo quelli appartenenti al fondo indo-iranico quali: Il mercante e il genio, Il pescatore e il genio, Il re Yunàn e il savio Ruyàn, Il gobbo, Ardashìr e Hayàt al-Nufùs. Al gruppo iracheno appartengono le storie del califfo Harùn ar-Rashìd col suo vizir Giaafar il Barmecide, la guardia e giustiziere Masrùr e il poeta di corte Abu Nuwàs, tutti personaggi storici. Infine il gruppo più numeroso delle novelle cosiddette egiziane a cui appartengono le realistiche avventure di Shams ed-Din e Nur ed-Din, di Abu Qir e Abu Sir, dei due Abdallàh di terra e di mare, di Ali Zaybaq e Dalila, ecc. Vi sono poi i romanzi e i cicli di racconti in origine indipendenti quali il lungo Omar al-Numàn e i suoi figli che ci riporta alle guerre tra Musulmani, Bizantini e Crociati; i cicli dei due Sindbad, l'uno marinaio, l'altro saggio vizir; la storia di Ali Baba e quella di Aladino e la sua lampada.
Materiale composito, come si vede, e non tutto di prim'ordine, ma che per centinaia d'anni sollecitò la curiosità e la fantasia degli Arabi durante le soste delle carovane nel deserto o nei caffè, e da qualche secolo anche quelle del lettore europeo radicando molti dei luoghi comuni che tuttora spesso inquinano l'obiettivo giudizio su quella civiltà.
Trad. it. : Le Mille e una Notte, Einaudi, 1948, a cura di F. Gabrieli.
LA STORIA DI ANTAR (Sìrat `Antar), romanzo popolare arabo di vari autori anonimi.
Celebre opera dell'inventiva popolare scritta intorno al XII sec. le cui parti narrative sono in prosa rimata, mentre le parlate dei personaggi sono in versi.
Antar è lo storico eroe-poeta del periodo preislamico, autore di una delle famose Muallaqàt (v.), attorno alla cui figura la fantasia popolare ha intessuto varie leggende raccolte in quest'opera.
Nato da un emiro della famosa tribù degli Abs, Shaddàd, e dalla schiava negra Zabìba catturata in una razzìa, Antar deve vincere tutti i pregiudizi dovuti alla nascita disonorevole e al colore della pelle. Fin dall'infanzia egli dà prova di grande forza, coraggio e generosità entrando per questo nelle grazie del re Zuhayr. Dopo aver ripetutamente salvato la tribù dal pericolo, il padre Shaddàd lo riconosce come figlio e Antar viene sollevato dalla condizione di schiavo a quella di nobile cavaliere. Innamorato della cugina Abla egli riesce a sposarla solo dopo aver adempiuto le pericolose condizioni impostegli dallo zio, padre di Abla, per acconsentire alle nozze. Diviene il protettore della tribù e sottomette i più forti eroi dell'epoca, spesso divenendone poi amico. Vince pure una tenzone poetica contro i più valenti cantori e il suo poema, la "muallaqa", viene appeso alla Kaba della Mecca. Lo ritroviamo successivamente in Iràq per ottenere mille cammelle di specie pregiata promesse in dono al padre di Abla e diviene buon amico dei re di quel paese. Lo stesso accade con gli "shah" di Persia, dopo averli per qualche tempo combattuti. In Siria va ad uccidere l'avversario di un suo amico e, divenendo per una serie di fatti tutore del re minorenne, regna per qualche tempo sul paese. Entra in contatto, sia d'incontro che di scontro, coi Franchi. Su invito dell'imperatore bizantino si reca a Costantinopoli dov'è ammirato e festeggiato. Ma esigendo il re dei Franchi la consegna di Antar prigioniero, questi parte col figlio dell'imperatore e con l'esercito bizantino in spedizione per il paese franco sottomettendolo a Costantinopoli. Poi passa in Spagna sconfiggendone il re e percorre da vincitore le province dell'Africa del nord, dal Marocco all'Egitto. Libera Roma da un assedio. Inoltrandosi in Africa per punire i Sudanesi egli arriva nel regno del Negus che scopre essere il nonno della madre Zabìba. Antar muore infine, ucciso dalla freccia avvelenata del suo nemico Wizr che egli aveva fatto accecare. Questi, dopo essersi allenato a colpire le gazzelle seguendone i rumori, coglie l'eroe, ma muore immediatamente dopo per il timore di averlo mancato. Antar morente, sul suo fido destriero Abjar, riesce ancora ad allontanare i nemici dai suoi.
Celebre nell'oriente arabo fin dalla sua apparizione, il romanzo era declamato fino a pochi anni fa nei caffè dell'Egitto e della Siria. Sulla sua scia si svilupparono altri "romanzi di cavalleria", spesso inneggianti alle gesta dei campioni arabi in lotta contro i Crociati. L'orientalistica europea lo scoprì nel secolo scorso e lo chiamò l'Iliade degli Arabi.
Non esistono traduzioni in lingua italiana.
LE SEDUTE (al-Maqamàt), racconti di al-Hariri (1054-1122).
Sono cinquanta bozzetti scritti fra il 1101 e il 1110 a stretta imitazione delle Maqamàt di Hamadhàni (968-1007), ma il cui sforzo è rivolto soprattutto alla forma trascurando l'interesse di fondo. La maestria ineguagliable di al-Hariri nell'uso della lingua araba e il possesso del suo inesauribile vocabolario, corrispondendo al gusto decadente dell'epoca, contribuirono in modo determinante al successo immediato dell'opera.
Le Maqamàt raccontano le avventure di Abu Zayd al-Sarùgi, abile briccone, facondo di lingua, capace di tutti i mestieri, autore di tiri malvagi, il cui fine è costantemente quello di imbrogliare ed estorcer denaro a chiunque gli capiti a tiro.
In queste storielle piccanti, piene di malizia e vagamente scandalose, l'A. - che nei racconti assume le vesti del narratore Hàrith ibn Hammàm - dà libero sfogo al suo temperamento faceto; la trama è romanzesca, con intenti satirici e dal senso caricaturale molto spinto. La finzione si fonde con la realtà in una mistione di biricchinate d'un personaggio senza grandezza e dall'eloquenza enfatica d'un millantatore attraverso i cui molteplici travestimenti l'A. prende di mira tutte le classi della società, preoccupandosi di evidenziare il gioco delle emozioni umane. Per cui ogni personaggio è definito con forza ed efficacia: il funzionario stupido, con la sua aria vana e lasciva, la cui barba rossa gli conferisce un'aria di straniero; il vecchio scroccone, ipocrita e persuasivo; il giovane ben vestito con la sua finta aria d'innocenza. Queste miniature danno un quadro incomparabile della vita del mondo arabo del tempo, soprattutto in Iràq. Gli ambienti possono essere una moschea, una biblioteca, un bazàr o un caravanserraglio, un cimitero, un accampamento nel deserto o una verdeggiante isola dei mari orientali. Qui la corte di un governatore, là un palazzo brulicante di domestici, la scuola in cui l'allievo si piglia il bastone, un animale abbattuto presso un fuoco da campo, una nave a vela, cammellieri solitari, una carovana veloce, musicisti sulle loro bestie. Una sfilata di ricchi e poveri, gai e tristi, eccitati o distesi fra cui emerge sempre Abu Zayd con la sua astuzia ed eloquenza turlupinante.
Le più belle pagine della letteratura araba, a cura di F. Gabrieli e V. Vacca, Milano, Accademia, 1957 (tr. parziale).
HAYY IBN YAQZAN (Risàlat Hayy ibn Yaqzàn), romanzo filosofico dell'andaluso Ibn Tufàyl (m. 1185).
Pubblicato per la prima volta a Oxford nel 1671 con la traduzione latina dal titolo Philosophus autodidactus, è la più significativa di una serie di opere miranti a stabilire il sostanziale accordo della speculazione razionale con le verità di fede e con la vita mistica.
L'A. immagina che un bimbo, abbandonato o nato spontaneamente dall'argilla in un'isola equatoriale deserta, venga adottato da una gazzella che lo allatta e gli fa da madre. Il bimbo, Hayy ibn Yaqzàn, cresce, osserva, riflette e, dotato di un'intelligenza superiore, non solo riesce a provvedere ingegnosamente ai propri bisogni materiali, ma, con l'uso combinato dell'osservazione e del ragionamento, arriva ben presto a scoprire da solo le più alte verità fisiche e metafisiche. Il sistema filosofico a cui perviene lo conduce a ricercare nell'estasi mistica l'unione intima con Dio, che costituisce nello stesso tempo la pienezza della scienza e la felicità sovrana, continua, eterna. Ritiratosi in una caverna, dove arriva a digiunare per quaranta giorni consecutivi, si addestra a separare il proprio intelletto dal mondo esteriore e dal proprio corpo, con la contemplazione esclusiva di Dio, al fine di unirsi al suo Signore. E infine ci riesce.
In quel momento entra in contatto con Asàl, pio personaggio venuto dall'isola vicina per darsi alla vita ascetica in questo posto che egli riteneva disabitato. Asàl insegna la lingua a questo compagno, tanto singolare quanto inatteso, e trova con stupore nel sistema filosofico scoperto da Hayy un'interpretazione trascendente della religione che egli stesso professa, come di tutte le religioni rivelate. Lo conduce nell'isola vicina, governata dal pio re Salamàn, impegnandolo a diffondere le verità sublimi ch'egli ha scoperto. Ma il tentativo fallisce. I nostri due saggi sono obbligati finalmente a riconoscere che la verità pura non si addice al volgare, incatenato al servizio dei sensi; che per penetrare in queste intelligenze grossolane, per agire su queste volontà ribelli, essa ha bisogno di avvilupparsi nei simboli che sono le religioni rivelate. I due lasciano per sempre la gente, raccomandando loro di osservare fedelmente la religione dei padri, e ritornano nella loro isola deserta, a vivere quella vita superiore e veramente divina, che è privilegio di pochi.
Nell'ambiente illuministico europeo del Sei e Settecento la traduzione latina del romanzetto destò immediato interesse poiché esso fu inteso come sostenesse il trionfo della razionalità autonoma sulla rivelazione, della religione naturale sul dogmatismo, mentre in realtà l'A. intendeva affermare una complementarietà tra filosofia e religione.
IBN TUFAYL, Epistola di Hayy ibn Yaqzan, a cura di P. Carusi, Milano, Rusconi, 1983
Tr. franc. Hayy ben Yaqdhàn, roman philosophique d'Ibn Tufayl, a cura di L. Gauthier, Algeri 1900 (con testo arabo).
LE PROLEGOMENI (al-Muqàddima). È per antonomasia così chiamata la prima parte del Libro degli esempi storici (Kitàb al-ìbar) dell'arabo tunisino Ibn Khaldùn (1332-1406).
Negli intenti dell'A. l'opera è una specie d'introduzione al mestiere dello storico e viene presentata come un'enciclopedia sintetica delle conoscenze metodologiche e culturali necessarie per ottemperare ai crismi della scientificità. Col procedere della trattazione egli arriva alla creazione di quella che definisce la sua "scienza nuova", concepita come ausiliare alla storia, punto di partenza per varie direzioni di ricerca relative alla filosofia della storia, alla sociologia, all'economia e ad altre discipline ancora. Dopo aver esposto in maniera ampia la sua concezione della società umana con gli influssi dell'ambiente sulla natura dell'uomo, l'A. tratta le società di civiltà rurale e, in generale, primitive. Segue l'esposizione delle differenti forme di governo, di stato, di istituzioni e un capitolo sulle società urbane con le loro forme di civiltà più evolute e sofisticate. Affronta poi le questioni relative alle industrie e l'insieme dei fattori economici concludendo infine con le scienze, le lettere e il complesso delle manifestazioni culturali. Egli mira evidentemente a considerare la somma dei fenomeni sociali allo scopo di studiare quella ch'è stata denominata "l'eziologia dei declini", cioè i sintomi e la natura dei mali di cui muoiono le civiltà. E di stare ad assistere a un gigantesco cambiamento del corso della storia è evidente la coscienza dell'A. che sente la necessità di fare il bilancio del passato e di trarne lezione, pur non potendo evitare la catastrofe della propria civiltà. In questa sua operazione di analisi della storia egli si avvale dell'osservazione quale strumento principale. Affermando poi che le cause profonde dell'evoluzione storica sono da ricercarsi nelle strutture economiche e sociali, egli propone nuovi concetti il più importante dei quali è quello di 'asabiyya, cioè lo spirito di corpo o di tribù, forza motrice essenziale della storia che spinge i gruppi umani ad affermarsi, a lottare per la supremazia, a fondare egemonie, dinastie e imperi.
L'opera, incompresa dagli Arabi dell'epoca, è stata considerata in Europa fin dalla sua scoperta nel XVII sec., "uno dei momenti salienti del pensiero umano" e segna l'apparizione della scienza della storia.
Tr. franc. Discours sur l'histoire universelle, a cura di Vincent Monteil, Beyrouth, Librairie pour la traduction des chefs d'oeuvre, 1968. Ingl. An Introduction to History, a cura di Franz Rosenthal, New York, Pantheon Books, 1958.
I GIORNI (al-Ayyàm), autobiografia in tre parti dell'egiziano Tàha Hùseyn (1889-1973).
La prima parte fu pubblicata al Cairo nel 1927, la seconda ivi nel 1939, la terza a puntate su una rivista cairina nel 1955.
È una delle più celebrate opere della moderna letteratura araba da considerarsi, "più che una sistematica e compiuta biografia del letterato, una suggestiva rievocazione dei momenti salienti di un trentennio della sua esistenza".
L'A., usando la terza persona e chiamando se stesso "il nostro amico", ci riporta il ricordo, a volte vago altre ben preciso, della sua povera infanzia, trascorsa tra numerosa famiglia in un villaggio del Medio Egitto alla fine del secolo scorso. Fin dalla tenera età egli ha perso la vista e la consapevolezza della propria cecità, il suo chiudersi in se stesso e l'accresciuto apprezzamento dei suoni, vi è rivelato con sensibilità e acutezza derivate in larga misura dalla sua esperienza dei metodi letterari occidentali. Attraverso gli altrui occhi egli descrive la casa, la strada, la bottega del rigattiere, le persone che gli si muovevano intorno e complessivamente quell'ambito provinciale egiziano che sarebbe divenuto successivamente il centro degli interessi narrativi di numerosi qualificati esponenti della contemporanea letteratura araba. Trattando il periodo della propria istruzione al kuttàb, la scuola del villaggio, una punta satirica fa capolino nel testo. Egli ci dipinge la figura dell'insegnante il cui compito principale è d'inculcare le sure del Corano nelle teste degli scolari, ma il cui unico scopo è di piacere ai loro genitori per ottenerne dei compensi. Fondalmentalmente fannullone, è tuttavia pronto a sfruttare un successo come a trarsi dall'impaccio di uno scacco.
Nella seconda parte dell'opera l'A. passa in rassegna i quattro anni di studio trascorsi all'università islamica al-Azhar del Cairo manifestando chiaramente la sensazione di trovarsi come un pesce fuor d'acqua in quella roccaforte della tradizione, se non della reazione, totalmente impermeabile agli allora incipienti movimenti di riforma sociale e culturale. Il giovane rappresenta la ribellione del suo animo per i metodi d'insegnamento antiquati che venivano colà applicati e la parte si conclude con la realizzazione del tanto sospirato passaggio di Taha Hùseyn all'allora neonata Università del Cairo, di tipo europeo, dove finalmente può prender contatto con i più progrediti metodi didattici e d'indagine scientifica.
Tale periodo viene descritto nella terza parte dei Giorni, letterariamente inferiore alle precedenti, non discostandosi molto da una semplice cronologia di avvenimenti. Egli manifesta tra l'altro il suo entusiastico apprezzamento per i docenti italiani che in quegli anni insegnavano in quell'ateneo e conclude l'opera narrando i periodi trascorsi in Francia alle università di Montpellier e della Sorbona dove conseguirà il dottorato.
Trad. it.: I giorni (I e II parte), Roma, 1965, a cura di U. Rizzitano.
LA GENTE DELLA CAVERNA (Ahl al-kahf), dramma in quattro atti dell'egiziano Tawfìq al-Hakìm (1898).
Pubblicato al Cairo nel 1933 e ivi rappresentato per la prima volta nel 1935.
Opera ispirata all'argomento della sura XVIII del Corano detta Della Caverna che a sua volta si rifà alla leggenda cristiana dei Sette Dormienti di Efeso.
Qui i dormienti, come nel Corano, sono tre, più il cane Qitmìr, ma non sono solo "credenti", cioè musulmani, come nel Libro Sacro dell'Islàm, bensì cristiani, fedeli, come spesso dicono, "a Dio e al Messia". Essi si svegliano con l'impressione di aver dormito nella caverna una notte o due, non per trecento anni, dopo esser stati chiusi nella caverna in seguito alle persecuzioni di Decio contro i Cristiani. Essi sono Mishilìnia che era innamorato di Prisca, figlia del signore locale Decio, e che egli spera di rivedere; Marnùsh che a sua volta spera di rivedere la moglie e il figlio, e Iamlìkha, un semplice pastore il cui unico desiderio è di tornare al suo gregge, ma che percepisce meglio degli altri la verità, tanto terrena che eterna e che solo manifesta vera fede nelle difficoltà. Avendo questi scoperto di poter uscire se ne va per comprar del cibo. Le sue strane vesti e le antiche monete meravigliano la gente ed egli torna in fretta alla caverna. Alla fine dell'atto, alla luce delle torce della folla che li cerca, i dormienti emergono nella nuova realtà, della quale essi non son dapprima consci poiché tutto sembra uguale al momento in cui entrarono nella caverna. Per coincidenza il governatore della città (che secondo al-Hakìm è Tarso e non Efeso) ha una figlia di nome Prisca il cui precettore le aveva sempre detto ch'ella assomigliava alla Prisca di trecento anni prima. Gli altri due atti mostrano i tre uomini che prendono gradualmente coscienza di aver dormito per tre secoli. Il pastore è il primo a realizzare la verità, mentre Marnùsh continua a pensare di andare dalla moglie e il figlio. Mishilìnia accetta la realtà convinto che Prisca sia la stessa donna da lui amata, corrisposto, in passato, considerando inoltre che la ragazza gli manifesta il suo amore. Ma i dormienti sentono i loro corpi deperire sotto il peso del tempo passato e decidono di tornare alla caverna per morirvi in pace. Prisca li accompagna per seguire nella morte l'amato Mishilìnia.
Trad. it.: Quei della caverna, Napoli, Istituto Universitario Orientale, 1959, a cura di R. Rubinacci; La gente della caverna, Roma, Centro per le relazioni italo-arabe, 1960, a cura di U. Rizzitano. Secondo quest'ultimo testo il dramma fu rappresentato con successo a Monreale nel 1954.
LA TRILOGIA (al-Thulathìyya), saga in tre parti dell'egiziano Nagìb Mahfùz (1911-2006).
Completata nel 1952 e pubblicata tra il 1956 e il 1957 al Cairo è forse la più importante opera della moderna narrativa araba.
Concepita nella grande tradizione realistica, essa descrive attraverso tre generazioni l'evoluzione di una famiglia della borghesia urbana egiziana tra il 1917 e il 1944. Oltre alla vivida rappresentazione della vita di questa famiglia il romanzo manifesta altre due caratteristiche: il piacevole senso umoristico che spesso lo impregna e l'accurato resoconto della vita sociale e degli eventi politici visti attraverso gli occhi dei protagonisti. I titoli delle tre parti sono altrettante strade del quartiere del Cairo dove l'A. nacque e crebbe.
La prima parte, Bayn al-qasrayn (Fra i due palazzi), tratta le vicende della famiglia di un commerciante benestante di mezz'età, Ahmad Abd el-Giawwàd, nel periodo compreso fra il 1917 e il 1919. Questi, sposato ad Amìna, ha tre figli e due figlie: Yasìn, avuto dalla prima moglie da cui è divorziato, Fahmi, studente in legge, Kamàl, scolaro, Khadìgia di vent'anni e Aisha di sedici. Gli avvenimenti principali del romanzo mirano a dimostrare la severità e l'eccessivo rigore del padre in famiglia, riservando la propria giovialità e il senso dell'umorismo per gli amici e le amanti con cui trascorre le sue notti. Yasìn si sposa divenendo poco dopo padre di Ridwàn, ma divorzia successivamente. Aisha sposa il figlio di una ricca conoscente turca, nonostante ami un ufficiale di polizia e Khadìgia convola col vedovo Ibrahìm, cognato di Aisha. La rivolta del 1919 occupa l'attenzione della famiglia nella seconda metà dell'opera che termina con l'annuncio della tragica morte di Fahmi durante un tumulto a cui partecipava.
La seconda parte, Qasr al-shawq (Il palazzo del desiderio), comincia cinque anni dopo la morte di Fahmi. In seguito alla disgrazia Abd el-Giawwàd aveva smesso di frequentare le amanti, pur continuando a bere e a passare le notti con gli amici. Ma ora s'incapriccia della ballerina Zannùba che lo induce a prenderle in affitto un'abitazione galleggiante sul Nilo e arriva a chiedergli di sposarla pena la separazione. Nel contempo costei irretisce anche Yasìn che sposerà dopo averlo fatto divorziare dalla seconda moglie.
Gran parte del romanzo è dedicata a Kamàl ormai giovanotto che s'innamora di una ragazza di famiglia aristocratica che sembra ricambiare il sentimento, in realtà servendosi di lui per attrarre l'attenzione di un giovane della sua classe a cui infine andrà in sposa. Il romanzo termina con la morte per tifo del marito e dei due figli di Aisha, nel 1927, anno della morte di Saad Zaglùl, le cui opinioni e attività politiche sono presentate e difese da Kamàl nelle sue frequenti discussioni coi suoi amici.
La terza parte, as-Sukkariyya (La zuccheriera), inizia otto anni dopo. Al rituale quotidiano incontro per il caffè, a cui un tempo partecipavano numerosi i membri della famiglia, prendon parte soltanto Aisha, l'unica figlia sopravvissuta Naìma e sua madre Amìna. Gli acciacchi del tempo e le pene della vita han lasciato profondi segni nelle due donne, fisicamente e psicologicamente. Aisha, che s'è risposata con Mohammed da cui ha avuto due figli, ha cominciato a bere e a fumare accanitamente. Abd el-Giawwàd, uso un tempo a rincasare all'alba dopo le bisbocce con amici e amanti, ora è malato. Non beve più, non mangia più né carne né uova e vive sperando di recuperare forza e salute per godersi serenamente la vita che gli resta. Kamàl, che fà l'insegnante, nota tristemente questa decadenza nei suoi famigliari dovuta agli effetti del Tempo, il vero protagonista della Trilogia, come asserisce lo stesso Mahfùz. "Esso è il responsabile di ogni cambiamento, sia fisico che morale, psicologico e sociale". Un anno dopo la morte di Abd el-Giawwàd, Abd el-Munim Shawkat, uno dei figli di Khadìgia, sposa sua cugina Naìma, per poter soddisfare le proprie pulsioni sessuali in accordo coi dettami dell'Islàm. Naìma morirà di parto per cui egli sposerà l'altra cugina, Karìma, figlia di Yasìn. Suo fratello Ahmad invece sposerà una ragazza di idee marxiste come le proprie. I due fratelli saranno arrestati, uno per la sua appartenenza alla setta integralista islamica dei Fratelli musulmani, l'altro, al contrario, per la sua fede comunista. Buona parte del romanzo s'impernia nell'esposizione della vita e degli ideali dei due fratelli e di Ridwàn, divenuto segretario di un ministro grazie alla propria omosessualità. Il romanzo termina con la solitaria morte di Amìna.
Trad. it.: Tra i due palazzi, tr. di C. Sarnelli Cerqua, Napoli, Pironti, 1989; Il palazzo del desiderio, tr. di B. Pirone, Napoli, Pironti, 1991; La via dello zucchero, tr. di C. Sarnelli Cerqua, Napoli, Pironti, 1992
Voci di E.B. per il Dizionario dei capolavori, Torino, UTET, 1987
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