Domenico Infantolino

Domenico Infantolino
Licem. Matricola: 805326

Esame di Letteratura Cultura Araba
Recensione di un testo di lettura consigliato:
Samir Kassir: “L’infelicità araba”.
Einaudi Ed. 2006

 

“Non è bello essere arabo in questi tempi…….., nel mondo arabo il mal d’esistere è la cosa meglio ripartita …..” . 

Con queste parole d’esordio, nella premessa del libro “L’infelicità araba”, Samir Kassir condensa quei sensi di frustrazione, d’umiliazione e d’invidia, di fatalismo e di perdita della speranza, ormai diffusi tra gli arabi.

E aggiungerei anche che, in questi tempi, per noi occidentali, l’essere amico degli arabi, “non è bello”.

Non è bello perché è difficile.

Dopo l’11 Settembre 2001 il paradigma dell’arabo, e intendo il musulmano in generale, è quello del terrorista . L’arabo è un individuo che, giustificandosi nella fede, è incapace di accettare il pluralismo religioso ed intellettuale, di cui a torto o a ragione, andiamo fieri. L’arabo è colui che indesiderato ci arriva in  casa, non accetta d’integrarsi e che per mantenere la propria identità, “si ghettizza” in luoghi dove esplode  la violenza. L’arabo è colui che è incapace di senso autocritico, di rifiuto dell’ironia e della satira e che di ogni idiota vignetta o di una frase inopportuna fa occasione per lo sviluppo di violenze e furia xenofoba. L’arabo è colui che non accetta i nostri codici comportamentali, quelli che definiamo libertà individuali, quei diritti civili che ormai, almeno sulla carta, sono stati  metabolizzati dalla nostra società, come il rispetto per la vita e l’uguaglianza tra i sessi. L’arabo è colui che vuol seguire una legge parallela, anche se in contrasto con quella dei nostri stati nazionali.

L’arabo è colui, che per quest’ imprint senti diverso ed è difficile essere oggi amico degli arabi..

E’ questo il ritratto identitario, dal quale quotidianamente non riesci a sottrarti e ne hai paura.

Lo storico, giornalista Samir Kassir , morto ammazzato il 2 Giugno 2005, a soli 45 anni,  per le  per le idee espresse anche in questo libro, suo testamento spirituale,  è un arabo d’origine palestinese. E’nato in un Libano felice, benestante e democratico, cosmopolita e moderno, laboratorio di convivenza tra comunità religiose diverse. Da questa “Svizzera d’Oriente” molti Paesi arabi del bacino del Mediterraneo avevano un esempio di tolleranza, di convivenza pacifica di comunità etniche e religiose diverse, anche dopo il burrascoso periodo del colonialismo e della guerra mondiale.

Questo sogno è stato infranto dalle guerre mediorientali, da quel maledetto 5 Giugno del 1967, quando nel mondo arabo scoprimmo per la prima volta che esistevano musulmani, ebrei e cristiani e ci fu un’esplosione di odio sedicente religioso, che tuttora ci insanguina.  

E da allora, che nei Paesi arabi ci si accorse (n.d. r. chi scrive l’ha vissuto in prima persona) che il tuo compagno di scuola era musulmano, che un altro era ebreo e che non avresti più potuto frequentare l’uno senza far torto all’altro. E’ da allora continua l’implosione del mondo arabo in se stesso; permane il rifiuto della pluralità politica e religiosa, della modernità che, sia inteso, non significa occidente.

Già in passato, già dalla fine dell’epoca ottomana, nel campo della Letteratura ma anche nelle riforme istituzionali ci furono mutamenti sostanziali. Proprio questi mutamenti sono alla base della Nahda, la "Rinascita"[1], che segna non solo nel campo letterario ma anche in quello istituzionale: scuole, università statali aperte anche alle donne, che nelle metropoli mediorientali erano sempre meno “velate”. Un rinnovamento tecnologico ed anche culturale, soglia di quella democrazia non imposta dall’esterno, ma raggiunta per autodeterminazione.

La neonata editoria si sviluppò e vi fu ampia diffusione di libri, di giornali sia in lingua araba, ma anche nelle lingue europee. Infatti numerosi giovani vennero inviati a perfezionarsi in Europa. Ciò permise un enorme lavoro di traduzione di testi letterari e tecnici, che diminuì il divario tra Occidente e Paesi islamici.

A questa Nahda  si ispira Samir Kassir, idealizzandola e sconfessando  il clichè che oggi vuole che il destino degli arabi sia incompatibile con il progresso ed il modernismo. Nel libro denuncia l’involuzione degli ultimi decenni, l’incapacità dei popoli arabi di appropriarsi del loro destino, stretti nella morsa dell’integralismo, dei regimi autoritari o dei governi che camuffano il populismo per democrazia..

Samir Kassir  ha elaborato una “straordinaria capacità del guardarsi da fuori senza per questo rinnegare la propria appartenenza” [2]

L’Autore  fa un’accurata analisi del “male oscuro”  del mondo arabo che riassume in un titolo che, come ha affermato Gad Lenner, “da solo vale una rivelazione”:  l’infelicità araba.

Il testo si svolge, in sette capitoli, inseriti tra una premessa dell’Autore che  illustra i motivi dell’opera, ed una postfazione del commentatore Elias Khuri che sottolinea l’impegno intellettuale e morale dell’Autore.,

L’esposizione si snoda attorno a due elementi che coesistono strettamente: il mondo delle emozioni e dei ricordi di una passata grandeur da cui sembra difficile, impossibile districarsi e quello della ragione a cui è affidato il compito di trovare le motivazione della sofferenza e proporre soluzioni.

La diagnosi è accurata e si basa su dati storici e su osservazioni inconfutabili.

L’Autore riferisce che l’infelicità araba é uno stato d’animo diffuso e prolungato nel mondo arabo. Ha le sue radici da un lato nel rimpianto della perdita di un mitico passato, il califfato conquistatore e  portatore di cultura e della presunta giusta fede, dall’altro dal divario, più culturale e tecnologico, che economico[3] con il mondo occidentale. Per questa constatazione dell’essere stati e di non essere più, per l’inevitabilità di un confronto con l’Occidente ed in particolare con lo scomodo vicino israeliano che si  scatena un’invidia, capace di trasformarsi in rabbia e poi ferocia.

Per Samir Kassir la terapia è possibile anche se difficile da attuare: una nuova Nahda, o meglio rivitalizzare quella rinascita che non è mai morta, anche se soffocata, come esigenza propria del mondo arabo di libertà e modernità. Per l’Autore l’infelicità araba infatti “non è il risultato della modernità ma il mancato compimento di essa”..

E  “…la storia araba, una storia d’imperi va letta come una somma di esperienze culturali o meglio come una somma di differenze culturali e non c’è da stupirsi allora che un tale patrimonio fornisca ancor oggi sostegno e legittimazione alle teorie più antitetiche. Primato del profano sul sacro per alcuni, del sacro sul profano per altri, razionalismo filosofico, autoritarismo teocratico o misticismo ribelle fino all’utopismo…. Nulla di ciò che è umano è stato estraneo……..tutte le sfumature spirituali si succedono e coesistono……” nella storia degli arabi, scrive l’Autore.

E’ il machiavellico concetto di leggere la storia per capire il presente degli arabi.   

Per Samir Kassir  è altrettanto fondamentale contrastare quel culto di morte che l’infelicità. alimenta e che propone come unica uscita il martirio: morire ed entrare nel mito come il biblico Sansone. Kassir,  viceversa ripropone il valore della vita.

“Val più l’inchiostro dei sapienti che il sangue dei martiri” disse il Profeta e ciò è riferito in un hadith.

Probabilmente presto dimenticheremo quell’automobile saltata per aria con dentro Samir,  ma ci rimarrà “l’inchiostro” dei suoi libri.

Elias Khuri. conclude la postfazione che seguì l’assassinio di Samir Kassir con un messaggio disperato: “ ….. il segnale più vistoso dell’infelicità araba: che un giornalista, uno scrittore sia messo a morte perché imputato di libertà”.



[1] Claudia Maria Tresso: Appunti sulla letteratura araba;.www.arab.it

[2] Gad Lenner. www.didaweb.net

[3] Più del settanta per cento delle risorse petrolifere è nei paesi islamici.