SIRIA (autunno 1980)

DAMASCO

BRIGATE ROSSE, TERRORISMO ISLAMICO, GUERRA CIVILE

“Anche voi avete le brigate rosse” ribatté Abdallàh risentito. Sorrisi per attenuare l'animosità che sembrava stesse montando nell'amico. Ma continuai: “È vero. Anche in Italia vi sono gruppi antigovernativi – direi forse meglio: eversivi – che attentano alle istituzioni dello stato colpendo in particolare delle personalità che, secondo loro, ne sono simbolo. Oppure altre persone ritenute pericolose per la loro opera politica e sociale considerata deleteria e contraria ai principi che quei gruppi ritengono giusti e da salvaguardare. Ma, appunto, selezionano e colpiscono personaggi-simbolo, non sparano nel mucchio. C'è pure chi mette la bomba puntando sul terrore indiscriminato, giocando con la paura della gente per provocare un generale desiderio di ordine. Queste forze sono di destra e il loro operato si può paragonare, come forma, a quello dei terroristi islamici qui in Siria. Dove il problema è ben più evidente, anche se forse meno articolato politicamente rispetto all'Italia. Da noi il terrore antistatale ha colori diversi, spesso contrapposti tra di loro. E i suoi adepti sono solo un'infima minoranza della popolazione. Qui il nemico dello stato è uno solo, compatto, almeno per il momento, ed è il fondamentalismo islamico, i Fratelli musulmani sostenuti da una buona parte della popolazione, sia in forma attiva che passiva. E sappiamo che quest'ultima porzione è molto ampia. E infatti in Siria non si tratta solo di attentati di gruppuscoli minoritari estranei alla massa della gente. Qui dobbiamo parlare a tutti gli effetti di guerra civile”. Abdallàh corrugò la fronte: “Non so se si possa chiamare guerra civile. È il popolo che si sta rivoltando contro un governo despota, contrario all'Islàm nei suoi atti, pur se formalmente islamico. Piccola minoranza prepotente e sanguinaria che si arroga il diritto di guidare il paese contro la volontà delle masse, che proviene direttamente da Allàh. Sì, forse è proprio guerra civile. Eppure penso che anche stare in Italia sia pericoloso. Le notizie che leggiamo nei nostri giornali non mostrano una situazione tranquilla”. Abdallàh insisteva. Non voleva darsi per vinto. Voleva convincersi che anche nel paese del suo amico italiano ci dovevano essere i trambusti, i casini, la paura della gente. Possibile che il caos fosse tutto nei paesi arabi, nei paesi islamici, mentre in occidente la vita doveva svolgersi nella quasi assoluta tranquillità? Ma anch'io ero preso dalla foga e dal desiderio di contrapporre il mio paese, sostanzialmente pacifico, al paese di Abdallàh, nel complesso agitato. O, forse, il mio scopo - istintivo, non razionale - era di voler sottolineare con l'interlocutore una presunta superiorità della vita della società, e quindi della civiltà, occidentale su quella orientale, senza porre i necessari distinguo, cioè far mente locale sui diversi parametri di base che distinguevano le due società e che ne rendevano impossibile un paragone obiettivo. E argomentai: “C'è un fatto però, e parlo per mia esperienza personale, che distingue fondamentalmente la situazione dell'ordine pubblico nei due paesi. In Italia si sente di attentati che destano scalpore, stamburati da mezzi d’informazione che per aumentar gli introiti spesso ne amplificano il tenore e la portata. Ma solo un niente del complesso della popolazione ne è coinvolto, anche in termini di mera presenza testimoniale. Io non ho mai assistito a uno di questi attentati, né visto personalmente le loro conseguenze. Mentre qui ne ho visti accadere due, e di un altro ho sentito l'esplosione, seppur da lontano, e ho visto le ambulanze passare. Senza tener conto delle sparatorie o delle loro conseguenze di cui ho potuto, mio malgrado essere testimone”.

L'esplosione dell'attentato alla bomba di un mese prima presso il ministero della Marina credo fosse stato udito da tutti a Damasco. Io l'avevo ben udito, pur essendo a una certa distanza, trovandomi nei pressi dell'ospedale italiano. Da dove, istanti dopo, partirono alcune ambulanze. Il tam tam cittadino avrebbe poi fatto sapere che c'erano state parecchie decine tra morti e feriti. Niente invece sulla stampa, alla radio, alla televisione. Ne avrebbero trattato da asfissiare, invece, qualche settimana dopo. Quando sarebbero stati presi alcuni terroristi le cui reiterate e – anche troppo – circostanziate confessioni avrebbero riempito pagine di giornali e gli altri mezzi di comunicazione. La televisione continuava a mostrare la stessa ripresa in cui due disgraziati raccontavano di aver preso le borse con l'esplosivo nel tal luogo e di averle portate all'interno del ministero, eccetera. Il dubbio che fossero dei semplici capri espiatori era forte. Anche qualche amico siriano lo paventava a mezza voce e guardandosi intorno. Gli informatori del regime potevano essere da per tutto.

Un paio di settimane prima, in autobus presso il quartiere elegante e dello struscio di Sàlihiyye, udii un altro botto poco lontano. Passai qualche ora dopo per il luogo dell'esplosione. Era stato messo dell'esplosivo sulle scale di un edificio in cui sembra abitasse un esponente del partito. Ebbene, la tromba delle scale era diventata una tromba senza scale. Disintegrate senza far altri danni. La gente era dovuta uscire dalle finestre scendendo con le scale dei pompieri.

Ma quello che mi sarebbe capitato qualche giorno dopo mi toccava ancor di più. Un amico italiano, dopo avermi invitato a cena a casa sua, nel quartiere di Muhagirìn sulle pendici del monte Qassiyùn che domina Damasco, mi aveva ospitato per la notte. Alle cinque di mattina una forte esplosione aveva fatto tremar la casa scuotendo perfino il pesante letto di ferro su cui dormivo. Ero corso alla finestra. Dalle finestre dell'edificio di fronte delle persone si agitavano in mezzo al fumo che usciva a nuvole. Istanti dopo fu gettato un lenzuolo arrotolato da cui si calarono due uomini, che si lasciarono andare saltando a terra dagli ultimi tre metri. Uno s'alzò zoppicando mentre l'altro s'allontanava di corsa tornando poco dopo con un furgone militare che appostò sotto le finestre dove altre persone si muovevano nel fumo. Una donna si stava calando sul tetto del furgone quando arrivò un carro militare con una scala da cui furono fatte scendere altre donne e dei bambini. Ormai era un caos di sirene e mezzi di soccorso. Dall'altra parte dell'edificio – lo seppi dopo – i pompieri spegnevano l'incendio. Ci passai davanti quando uscii nella mattinata. L'immobile aveva perso una buona metà della sua facciata e le stanze, nere di fumo, apparivano in vista. Gli islamisti avevano voluto colpire un ufficiale dei servizi segreti che lì abitava.

Le sparatorie erano all'ordine del giorno. Un paio di volte avevo dovuto invertir rapidamente la direzione di marcia della macchina per non trovarmi tra il fuoco incrociato dei kalashnikof. Una volta avevo udito le pallottole fischiare. La tensione dei militari ai numerosi posti di blocco era palpabile. Passando di sera per certi quartieri, specie per Rawda dove si affollavano ministeri e ambasciate, spesso si veniva bloccati con una torcia elettrica sul viso da gente armata dagli occhi spiritati e si era sottoposti a un rapido interrogatorio che si risolveva in genere al momento. Ma capitava di doverlo andare a terminare in qualche ufficio dei servizi segreti. E son certo che qualche raffica sparata nel buio prendeva anche chi non c'entrava. Una mattina, dopo essere stato ospite di Clara, la segretaria dell'ambasciatore italiano con cui di sera ci si facevano delle memorabili partite a carte, uscendo di buon'ora, vidi sporgere una gamba da sotto il coperchio di un cassonetto delle immondizie nei pressi della casa. Avvisai i poliziotti a guardia di un edificio lì accanto. Tirarono fuori il cadavere di un vecchio, probabilmente vittima casuale in quella notte, buttato nel cassonetto per toglierlo momentaneamente di mezzo. O per sfregio forse.

Quello stesso giorno Clara m'aveva invitato per una spaghettata a casa sua. L'appuntamento era per le quattordici. Verso quell'ora ero nei pressi di casa sua quando scoppiò l'inferno. Da dietro un camion un gruppo di barbuti armati sparavano tutti assieme contro un edificio di fronte. Ma non dovevano esser soli perché altre raffiche si udivano dall'altra parte, dove abitava Clara in un piano rialzato. Mi allontanai di galoppo e cercai un telefono. Lo trovai in un negozio d'alimentari. Chiamai l'amica che mi rispose dicendo d'essere distesa sotto il letto e che era come stessero sparando dentro casa sua tanto vicini si udivano i colpi. Di spaghettate per quel giorno neanche parlarne. Sembra che anche lì ce l'avessero con un ufficiale dei servizi.

Senza contare di quanto si sentiva accadere in giro. Settimane prima un commando di Fratelli musulmani aveva fatto saltare appena fuori Damasco un autobus militare sparandogli con un lanciarazzi. Immediatamente era scattata la rappresaglia. Un gruppo di giovani dei servizi, tutti alawìti, aveva bloccato un autobus di linea proveniente da Aleppo, ne aveva fatto scendere i passeggeri giustiziando sul posto quattro uomini che risultavano essere musulmani sulla loro carta d'identità e che avevano la barba. Poi un bulldozer aveva scavato una buca lì in parte e ne aveva spinto dentro i cadaveri, coprendoli immediatamente. Formalmente era tutto a posto, niente era accaduto.

Avevo ricordato tutto questo all'amico Abdallàh, che però non era ancora convinto che la Siria fosse attualmente più pericolosa dell'Italia. Ma non potendo ribattere con argomenti concreti concluse: “Però io non andrei lo stesso a vivere nel tuo paese. Mi farebbe paura”.

Ero in Siria da circa un mese. Stavo raccogliendo notizie e opere sugli ultimi sviluppi della letteratura del paese e avevo messo insieme circa trecento unità tra libri e riviste varie. Non mi ero trattenuto dal raccogliere tutto quanto potevo essendo partito dall'Italia in macchina e avendo quindi la possibilità di caricarvi un bel po' di materiale.

Muovendomi parecchio nel paese non abitavo in un posto fisso, anche se in realtà una base ce l'avevo a Damasco. Si trattava dell'ambulatorio di un mio vecchio amico: il dottor George B., un cristiano originario della Gezìra, la regione nord-est della Siria. Aveva studiato medicina a Napoli e dei napoletani, oltre che l'accento, aveva assunto anche il buonumore. In uno sgabuzzino avevo messo la mia valigia e quando non ero ospite di qualcuno andavo a dormire in ambulatorio, proprio sul lettino su cui George visitava. Che non era male come giaciglio. Il problema era il fortissimo rumore che proveniva dalla strada essendo l'ambulatorio presso un incrocio trafficatissimo. Risolsi il problema con dei tappi nelle orecchie.

Altrimenti dormivo da Nazìh, il poeta. O da Alberto, lo studente italiano che lavorava sulla sua tesi di letteratura siriana e aveva affittato un appartamento. O da Clara, segretaria dell'ambasciatore italiano, che conoscevo da diversi anni e la cui casa era il rifugio più rilassante su cui potessi contare in Siria. O ancora da Hikmat presso cui però, causa i figli, la tranquillità era una chimera.

NAZIH, NADIA E LE DONNE

Nazìh era la persona più amabile che conoscessi a Damasco. L'avevo conosciuto in quanto autore di poesie piuttosto noto nell'ambiente ed eravamo diventati ben presto molto amici. Viveva in un buco costituito da una stanza di due metri per tre con un divanetto e un tavolino multiuso su cui si mangiava, ma che doveva esser tolto e portato fuori quando non serviva in quanto ostruiva il passaggio verso l'interno dove c'era una cameretta di tre metri per tre o poco più con due coppie di letti a castello su cui dormivano lui e sua moglie Nadia e i due figli: Omar di sette anni e Kinàn di quattro. Questa serviva anche da cucinino con accanto un cessetto. Termine più che mai appropriato per quell’angusto luogo di decenza.

Di famiglia cristiana e di delicata sensibilità, Nazìh risentiva molto della mancanza di libertà nel suo paese. Di libertà parlavano molti dei suoi poemi che la sera, seduti sul divanetto con l'immancabile bottiglia dell'àraq e sigarette in abbondanza sul tavolino, egli mi recitava in un'atmosfera densa di pathos che lo faceva talvolta arrivare alle lacrime, complice l'inebriante lattescente bevanda. Nei suoi versi egli riusciva a sintetizzare il duplice aspetto della sua visione della natura umana: quello positivo, pacifico, amorevole dei suoi sogni e delle sue speranze, e l'altro, negativo, violento, odiabile, della realtà. Egli esprimeva la disperazione del suo animo costretto a vivere in un mondo di tiranni, di torturatori. Disperazione che non escludeva un barlume di fiducia nel riscatto dell'uomo dal male, il filo di speranza che salvava il poeta dall'annientamento, nella consapevolezza della positiva funzione della propria arte. Poesia d'impegno dunque quella di Nazìh, come quella di altri poeti siriani, e arabi, giovani e meno giovani, che coi loro versi esprimevano le insicurezze, le frustrazioni, ma anche le attese, della loro generazione, scossa dai drammatici avvenimenti che han colpito la gente araba a partire dalla guerra del 1948 e dalle situazioni socio-politiche instauratesi all'interno dei singoli paesi.

Nazìh mi raccontava poi di Marmarìta, col Krak dei Cavalieri nei pressi, di quei monti del nord-ovest siriano in cui era nato e dove aveva trascorso parte dell'infanzia nella libertà fisica e mentale favorità dalla tranqullità del luogo, ma soprattutto dalla sua verde età. Non tardando però a soffrire del clima ostile, persecutorio in cui viveva il padre a causa dei suoi rapporti col partito comunista. Divenuto maestro elementare Nazìh aveva patito lunghi periodi di sospensione dall'insegnamento per le posizioni ribelli e libertarie assunte nelle sue poesie.

Ma la casa di Nazìh era anche relax, simpatia, risate e scherzi di Omar e Kinàn, buona musica sia araba che occidentale dallo stereo. E occasionalmente dallo stesso Nazìh che era un virtuoso del `ud, il liuto arabo, anche se l'amico non si concedeva facilmente come musicista. E poi v'erano l'ospitalità e la cucina di Nadia. Amorevole coi suoi, ma anche con gli amici del marito. Per lo più silenziosa, ma sempre attenta a quanto si diceva e a prevenire i desideri di tutti coloro che, stabilmente o momentaneamente, si trovavano sotto la sua ala. Nadia che, solo con l'occidentale presente – non l'avrebbe mai fatto in presenza di arabi, talvolta rimproverava al marito una qualche sua scarsa considerazione della donna, atteggiamento molto “arabo” – aggiungeva, e del lavoro di lei, specie in casa, senza alcun aiuto. Nadia era anche lei maestra elementare ed era fuori tutta la mattina e talvolta anche il pomeriggio. Ma la conduzione della casa era tutta a suo carico e questo lo faceva notare, pur se in forma molto delicata. Lei, in quei momenti, giudicava la sua situazione in assoluto, come avrebbe fatto una donna occidentale, estraniandosi dal luogo e dal suo contesto sociale. Ma parlandone con me, una volta che non c'era Nazìh, riconosceva quanto la sua situazione fosse di privilegio, di quanto fosse fortunata a stare con lui che non la opprimeva come accadeva a quasi tutte le sue amiche – talvolta anche le cristiane – da parte dei loro famigliari e aggiungeva sorridendo:  “Lo dimostra anche il fatto che io posso star qui a parlar con te. Da sola. Mentre per la maggior parte delle mie amiche non solo questo sarebbe inconcepibile, ma non sarebbe permesso loro neanche di farsi vedere dagli ospiti dei loro uomini”. Lo sapevo bene. Nelle famiglie musulmane, specie in città, Damasco, Aleppo, la norma era che le donne se ne stessero nel haramlik, termine ottomano che designava il settore femminile della casa: la cucina, le camere, dove solo la gente di famiglia poteva entrare. Mentre gli uomini ricevevano i loro ospiti maschi nel salamlik. Spesso, e anche negli appartamenti più moderni, sullo stesso pianerottolo vi erano due porte separate d'entrata per le due aree. Nel salamlik i padroni di casa comunicavano i loro ordini attraverso le porte. E se una rimaneva aperta si udiva frequente l’ingiunzione: “Sékker el-bab, chiudi la porta!”. Ogni tanto qualcuno bussava, allora l'uomo si alzava e andava a prendere un vassoio di là della porta. Un giorno conobbi per caso un giovane alla caffetteria dell'università. Era l'ora di pranzo e a un certo momento gli dissi che uscivo a farmi un piatto di hommos, il purè di ceci così diffuso in quei paesi, piatto unico economico con pane e una bibita. Insistette perché andassi ospite a casa sua. Pensavo di trovar già pronto. Fatto sta, vuoi perché non avevano fatto niente, o forse per onorare l'ospite, cominciarono a preparare tutto da zero. Erano le due, pranzammo alle cinque. Si aggregò un fratello più anziano del giovane che gestiva i movimenti e le operazioni delle donne al di là della porta. Che doveva rimanere rigorosamente chiusa. Mentre l'argomento principale delle chiacchiere erano le donne italiane, per cui i due mostravano grande interesse e anche delle conoscenze derivate dai film italiani cosiddetti di costume – con Tognazzi, Montesano, Gassman, Sordi – che allora imperversavano in Siria, assieme agli altri cosiddetti “western all'italiana”. Evidentemente un ripiego dei distributori cinematografici locali, in quanto i film americani erano allora proibiti. Per cui i due fratelli mi chiedevano di come sarebbero potuti venire in Italia, dove tutte le donne apparivano così facili e disponibili con tutti. Altro che le donne siriane, sempre chiuse in casa. Naturalmente tali loro giudizi si riferivano alle siriane in generale, non certo alle loro donne di casa la cui condotta era tale perché così doveva essere, senza discussioni. Esse non facevano assolutamente parte dell'argomento. Cercai di spiegare loro che l'atteggiamento disinvolto delle donne italiane in quei film era volutamente esagerato. Che nella realtà, salvo eccezioni presenti dappertutto, anche in Siria, la donna italiana normale non si lasciava andare con la facilità che appariva nei film. I due non ci credevano. Se era così al cinema doveva esserlo anche nella realtà. E insistevano nel chiedere di come avrei potuto aiutarli a partire e che avrebbero gradito assai la mia ospitalità. E magari sarei anche riuscito a trovargli un lavoro. Blaterai sulle difficoltà di un tale progetto, sui problemi che presentava. Si convinsero che il mio fosse ostruzionismo. Forse non volevo condividere con loro le donne italiane. Ci lasciammo un po' freddi. Rividi il giovane all'università ma non ci parlammo più.

Diversa era la situazione e la condotta delle donne in campagna dove una certa promiscuità era necessaria e normale. Certo non sedevano a mangiare con gli uomini e gli ospiti. Lo facevano dopo. Però erano sempre attorno, a servire, a trafficare, a preparare. E talvolta intervenivano nella conversazione.

Anche fra i beduini le donne non risultavano recluse e nascoste. D’altronde la situazione logistica imposta dalla vita nelle tende non avrebbe potuto permettere una segregazione completa come negli appartamenti cittadini. La tenda, in tessuto di pelo di cammello e/o capra, sostenuta da grossi pali di legno, affacciata verso oriente, era suddivisa in tre settori: quello degli uomini e degli ospiti, a sud, quello delle donne, a nord, tutti e due aperti sul davanti. Il settore di mezzo era chiuso ed era per la notte.

LE “CASE DI PELO”

Era il tardo pomeriggio quando giungemmo, io e Nagìb, alla beyt sha`r, la “casa di pelo” di Abu Alì. Un paio d'ore prima c'era stato uno di quei rari acquazzoni che di tanto in tanto allagano il deserto e che, come dal nulla, fanno spuntare una distesa di fiori rosa che per qualche ora cambiano l'abituale monotona fisionomia del paesaggio, facendolo sembrare uno strano infinito giardino. Per puro caso noi eravamo arrivati nel momento in cui l'acqua era già stata tutta assorbita, ma i fiori erano al loro massimo. Ancora per poco. Arrivammo alla tenda com'era d'uopo dalla sua parte destra, la meridionale, quella della sezione uomini, il salamlik in pratica, parcheggiando la macchina a una certa distanza. Com'era il caso nella maggior parte del deserto siriano il fondo era duro e sassoso, con poche isole di sabbia. Per cui, con un'automobile robusta si poteva andare pressoché dappertutto, anche fuori le piste segnate, facendo un po' d'attenzione. La tenda di Abu Alì era non lungi da Salamìyye, cittadina nel deserto a poche decine di chilometri da Homs e Hamà, nel centro della Siria. Non era la prima volta che visitavo quella tenda. C'ero stato anche l'anno prima, dove avevo trascorso un simpatico pomeriggio. Abu Alì aveva anche una casa normale, in blocchi di cemento, a qualche chilometro verso l’abitato, ma col caldo preferiva quella sua più famigliare residenza estiva.

Come ci riconobbe ci sorrise. Era seduto su un tappeto nel suo salamlik. Il terreno davanti a lui aveva il solito sottile velo d'erbetta rinfrescato dall'acqua con cui continuamente l'uomo risciacquava i bicchierini del tè e le tazzine del caffè e che poi spargeva davanti a sé. Si alzò e ci diede il benvenuto dicendosi lieto di poter mostrare il volto più bello della sua terra che, anch'essa “voleva darci il suo speciale benvenuto”. E stese le braccia a indicare il mare rosa che circondava la tenda. In un angolo c'era il suo anziano padre che ci salutò un po' perso. Abu Alì ci offrì il caffè. Si ricordava di me e mi chiese come proseguivano i miei studi sulla poesia siriana. Anch'egli era poeta. L'anno prima ci aveva recitato dei versi letti da un quaderno di scuola che aveva preso da un baule in fondo alla tenda. Ora ci raccontava preoccupato di suo figlio Alì che stava facendo il servizio militare a Damasco. Temeva fosse coinvolto negli scontri con gli islamisti, di cui non condivideva per niente i metodi e gli obiettivi anche se una sua opinione, non tutta d'approvazione, nei confronti del governo ce l'aveva.

Stava aspettando le greggi che i figli avevano portato a pascolare in un'oasi a qualche chilometro e ci chiese di fermarci per vederne il ritorno. Davanti alla parte della tenda riservata alle donne notammo le due mogli che avevamo conosciuto l'anno prima e che al nostro arrivo ci avevano salutato sorridendo con un cenno. La più giovane, sposata proprio l'anno prima, coccolava un fagotto che a un certo momento prese ad allattare continuando a chiacchierare con la sua “collega” più anziana che intrecciava delle fibre vegetali. Più in là la vecchia madre stava accendendo un fuoco sotto una calotta semisferica di metallo lucido su cui poi avrebbe preparato le sue “crêpe”. Abu Alì volle farci vedere la sua ultima nata. Chiamò Fàtme, la moglie giovane, che arrivò sorridente e orgogliosa col fagotto da cui spuntava il visetto di una piccola di qualche mese cogli occhi bistrati dal kohl, il nero antimonio usato come cosmetico fin da quella tenera età. Giunse anche l'altra moglie, tirandosi dietro due bimbi di quattro e sette anni più una femminuccia di dieci. Altri quattro figli di Abu Ali erano fuori a pascolare e sarebbero tornati di lì a poco, come ci ripeté il padron di casa.

Mi alzai a scattar qualche fotografia alle due donne, alla neonata, al gruppo. Poi mi avvicinai alla vecchia. Il volto rugoso era incorniciato da almeno un paio di fazzolettoni scuri e segnato sulla fronte, sulle guance, sul naso e mento da tatuaggi blu rappresentanti delle linee e dei punti che – mi spiegava Abu Ali – un tempo venivano impressi fin dalla tenera età sulla pelle delle bambine per proteggerle dal malocchio per tutta la vita. Questo valeva solo per le donne, ci tenne a sottolineare l'uomo. E solo le donne lo facevano. Talvolta anche a scopo terapeutico. A me pareva d'aver sentito che anche uomini praticassero l'operazione, ma non lo dissi per evitare una discussione probabilmente sterile e poco consona all'atmosfera. Notai che anche le mani della vecchia avevano il dorso quasi completamente coperto dai segni blu. In quel momento la destra stava spalmando la calda calotta metallica di una pastella preparata precedentemente in un catino. Mentre la sinistra era adibita ad alimentare il fuoco sotto con pezzi di pani di sterco seccato, il combustibile più diffuso nella bàdiya siriana, il deserto territorio dei beduini. Anche nelle zone rurali si notavano le “torte” accatastate fuori delle abitazioni e spesso si vedevano per strada i ragazzini che le raccoglievano e con le mani le preparavano a “pagnottona” per poi metterle a seccare al sole. Ora, come la bianca pastella s'era rappresa in un sottile ampio disco consistente, largo una quarantina di centimetri, la vecchia l'aveva rapidamente staccata dalla calotta con l'aiuto di un coltello e appoggiata su un telo per terra. Ripeté l'operazione per una decina di volte, provvedendo a spalmare altre creme e uvette fra le varie sfoglie che si impilavano una sull'altra. Ne uscì uno spesso dolce che stavamo tutti gustando quando – il sole era da poco tramontato – arrivò il gregge coi suoi giovani pastori, guidato da un grosso caprone con un campanaccio che si faceva sentire di lontano. Dopo un paio di bicchierini di tè salutammo la famiglia promettendo altre visite. Come al solito.

SALAMIYYE

Salamìyye era la mèta tranquillizzante dei miei finesettimana, quando fuggivo dalla forsennata e coercitiva vita della capitale per rifugiarmi in quell'oasi di pace dove il ritmo della vita era rallentato. Piccolo centro attualmente privo d'interesse turistico, doveva aver avuto la sua importanza in epoca preislamica dati i numerosi resti di origine bizantina sparsi qua e là. Il paese stava in un'antica area vulcanica e su un piccolo cratere nelle vicinanze era stato costruito un castellozzo, la qalaat al-shamamìs, la cittadella dei soli, i cui resti erano mèta di piccole escursioni dei giovani, che andavano a vedere tra l'altro la voragine “senza fondo” dell'interno del cratere, ormai spento da chissà quando. Gli abitanti di Salamìyye erano quasi tutti Ismailiti con abitudini e regole ben diverse dai Sunniti. Intanto pregavano tre volte al giorno invece delle canoniche cinque. Poi, fatto che appariva subito evidente, le loro donne non erano segregate nel loro haramlik, che non esisteva, bensì vivevano in stanze aperte. Anche agli ospiti. E le prime volte, proprio per l'abitudine di non veder in genere le donne nelle case musulmane di Damasco, faceva un certo effetto – piacevole d'altronde – vedersi attorno quella inattesa presenza femminile. E ancor di più fui stupito la prima mattina in cui mi svegliai a casa di Nagìb, quando scorsi le giovani sorelle di Ràbaa sua moglie spiare dalle fessure della porta a vetri il mio risveglio per portarmi subito il caffè. E in quei periodi ebbi modo di curiosare in cucina e osservare come cucinavano, come preparavano i litri di caffè arabo – non quello turco, coi fondi, pur presente – che serviva da benvenuto all'ospite in tutti i momenti e girava durante le chiacchierate di gruppo in circolo nei majlis, le stanze di riunione in cui per tutto il giorno era un continuo viavai di visitatori. E ancora vidi preparare i makdùs, le deliziose piccole melanzane sott'olio ripiene di peperoncino, noci e altro ancora. In un'atmosfera rilassata che a Damasco ci si sognava. E dando retta alle donne e interessandomi alle loro attività divenni il loro cocco. Mi battezzarono Abu Amìr, com'era naturale, e facevano a gara per indovinare i miei desideri e provvedere alle mie necessità. Che per lo più non esistevano, ma per loro sì. C'era Hanàn Umm Alì, moglie del padron di casa, madre di Ràbaa e zia di Nagìb. Ancor relativamente giovane, era la più attiva in casa: faceva le spese, organizzava i lavori in cucina e nel complesso della casa dirigendo le attività delle altre donne naturalmente e tranquillamente, quasi senza darlo a vedere e imponendosi, con dolcezza, anche su Abu Alì che ben volentieri sottostava a quell'autorità, spesso per lui molto comoda e tranquillizzante, che non intaccava per niente la sua formale posizione di padron di casa. Umm Alì mi accettava molto volentieri in cucina – dove l'uomo in genere, anche di casa, era considerato quasi sempre un intruso, illustrandomi le sue diverse attività con dovizia di particolari e di terminologia specifica. Come mi chiedeva con curiosità della mia famiglia, di cosa faceva la donna in Italia sia in casa che fuori, del matrimonio, dei figli, delle scuole, dei vecchi e di tutto quanto potesse destar in lei un minimo di interesse.

Thamànya Umm Nagìb, madre del mio amico, non abitava dal cognato Abu Alì, però era come vi abitasse. Viveva nei pressi col marito Fàyeq Abu Nagìb che era spesso in giro per lavoro. La donna arrivava di buonora, dopo aver sbrigato rapidamente casa sua, e aiutava Umm Alì nelle faccende. Poi si sedeva accanto a Khadìgia a chiacchierare e a sentir le chiacchiere di chi sostava nella stanza di quel budda. Perché Khadìgia era il maggior centro d'interesse della casa, il personaggio che la gente veniva a visitare. Poi venivano tutti gli altri. Sorella del padron di casa, di mezza età, nubile, era talmente grassa che – chissà da quanto – non riusciva più ad alzarsi da sola da dove era perennemente seduta e ancorata. Là dormiva, mangiava, si lavava e credo compisse anche tutte le sue necessità fisiologiche. Non l'ho mai vista se non assisa, proprio come un budda, al centro della parete di fronte alla porta della stanza che, come dicevo, era il luogo più frequentato della casa, il vero majlis. Nella mattinata si alternavano le donne a raccontare, e sentire, le ultime novità. Nel pomeriggio era il turno degli uomini di passare da Khadìgia, anche per poco, prima di andare a stazionare nella stanza più grande, il majlis ufficiale di ricevimento dove stava Abu Alì. Lei ascoltava i visitatori, fossero pettegolezzi che questioni importanti, poi esprimeva la sua opinione su questo e su quello, dispensando saggi consigli che venivano sempre accolti con reverenza e accondiscendenza. Khadìgia era quindi il giornale, o la radio, locale. Il pozzo delle notizie sempre fresche cui si abbeverava a turno, alimentadolo nello stesso tempo, praticamente tutta la gente del quartiere. Quando passavo a salutarla al mattino – in genere verso le sei e lei si stava preparando le trecce – mi accoglieva con un ampio sorriso e batteva la mano destra per terra a indicare di sedermi accanto a lei. Poi due altri schiocchi di mani a chiamar qualcuno che portasse il caffè. E talvolta anche la colazione, se non l'avevo già presa con Abu Alì. Allora arrivava Ràbaa o Umm Alì, o una delle altre figlie, con il grande vassoio colmo di uova sode, makdùs, olio di sesamo da intingerci il boccone di pane prima di passarlo nel timo essicato e sbriciolato. Formaggini e formaggi di capra, olive varie. E tè a litri. E ... yerba maté, cioè l'erba mate, qui senza dubbio più diffusa e apprezzata del tè. Portate da emigranti arabi di ritorno dal Sudamerica, queste foglie da infuso avevano presto preso piede in varie zone del Vicino Oriente ch'era divenuto uno dei maggiori importatori di quel prodotto. Messe queste foglie secche sbriciolate dentro un bicchiere, vi si versava sopra l'acqua bollente e l'infuso veniva sorbito attraverso la bombilla, una speciale cannuccia metallica con un bulbo forato alla base che permetteva di filtrare il liquido caldo. Il bicchiere con quella sua cannuccia, così preparato, veniva dato prima all'ospite, poi, riempito sempre di nuova acqua calda, passava di bocca in bocca venendo utilizzato da più persone. Io preferivo il tè. Ma Khadìgia mi metteva in mano il bicchiere caldo con grande affetto, per cui non potevo sottrarmi almeno a una dose, lasciando poi a lei di esaurire il gusto della yerba. E intanto – in mezzo al contingente – mi chiedeva le solite cose che incuriosivano le donne arabe sulla vita in Italia. Specie per quanto riguardava quella delle donne italiane di una certa età. Per cui ascoltava con particolare interesse quanto le raccontavo di mia madre, delle sue amiche, ma anche di mia nonna e della vita in campagna, che forse sentiva più prossima alla sua. Sapevo poi che lei riferiva alle sue amiche quanto le dicevo, esprimendo le sue opinioni e i suoi commenti su quell'argomento esotico al corteo femminile che nel corso della mattinata passava da lei.

Il grande segnale della fede ismailita della gente di Salamìyye, presente in tutte le abitazioni del paese, era il gigantesco ritratto di Karìm Aga Khan che campeggiava nelle stanze delle riunioni. E all'europeo faceva un certo effetto trovare appesa, grande, oggetto di attenzione religiosa, quell'immagine che a casa sua appariva solo nelle pagine di cronaca mondana dei rotocalchi, richiamando alla mente la Costa Smeralda che di meno religioso non si può.

Nagìb, medico pediatra, aveva studiato in Italia dove l'avevo conosciuto. Dopo il suo rientro in patria ero andato a trovarlo a Salamìyye e m'era piaciuto il luogo e l'atmosfera in cui si viveva. Circa un anno prima s'era sposato con Ràbaa, la figlia di suo zio paterno, anche lui di soprannome Abu Alì, avvocato in pensione, simpatico, cordiale. Mi raccontava Nagìb della tragedia occorsa durante il corteo nuziale quando, data l'abitudine di esprimere la gioia sparando in aria con pistole e kalashnikof, il suo più caro amico era morto colpito alla testa per errore. Ora abitava con la famiglia della cugina-moglie, dallo zio-suocero, in attesa di preparare il proprio appartamento con la cameretta per Fàyeq, il suo primogenito di due mesi. Smaniava per avere una macchina, ma per il momento le varie automobili giapponesi in commercio era troppo care. L'anno prima aveva visto presentata alla fiera internazionale di Damasco una piccola utilitaria di totale produzione siriana, la Sham, cioè “Siria”, secondo il nome storico del paese. Allo sportello delle prenotazioni aveva versato una cifra di caparra non indifferente per averla un anno dopo a un prezzo molto accessibile rispetto alle macchine d'importazione. Ora però temeva d'esser stato turlupinato, in quanto nessuno sapeva più dargli notizie della Sham. Anch'io avevo visto il prototipo alla fiera quella volta, da cinque metri di distanza in quanto le transenne non permettevano di avvicinarsi. Un amico mi aveva detto che era una scatola vuota di lamiera tenuta su da tubi idraulici. Non dissi niente a Nagìb.

L'esigenza prima di potersi muovere con un mezzo proprio per il giovane era allo scopo di raggiungere autonomamente i ristoranti di Homs e Hamà per delle grandi mangiate e bevute con gli amici. Andar in giro con la famiglia era secondario. In paese poi non c'era alcun bisogno di muoversi con la macchina, salvo per attacchi di pigrizia. A Salamìyye c'era un ristorantino, ma lui ci andava di rado perché‚ la sua posizione di medico non gli permetteva di lasciarsi andare com'era sua indole in quel luogo pubblico dov’era conosciuto e aveva la dignità di medico da mantenere. Per cui – in paese – preferiva ritrovarsi in casa di amici per delle bisbocce in privato durante le quali le bottigliette di àraq venivano abbattute una dopo l'altra. Letteralmente “abbattute” in quanto era uso stendere sul tavolo le bottiglie vuote. Quand'ero con lui mi coinvolgeva sempre nelle sue uscite. Spesso ci ritrovavamo a casa del suo amico Nàji che preparava “mezze” a non finire, quegli antipasti appetitosi che per me spesso aprivano e potevano anche concludere il pasto. Sempre i miei anfitrioni in Siria, vedendomi mangiare “mezze” a quattro palmenti, si premuravano di frenarmi perché “poi veniva la carne”. Anche da Nàji in genere gustavo poco i vari tipi di carne ai ferri che venivano dopo, già sazio d'antipasti. Uscivamo verso sera, allegri per l'abbondante àraq e finivamo da Khadìja che – intuendo il nostro stato – ci rimproverava con lo sguardo.

Una sera con il camioncino di un suo amico andammo in quattro a Homs, in un ristorante chiamato al-Veranda che dava sul fiume Oronte. Anche lì grandi abbuffate di “mezze” e carne. E uno strano cocktail per bevanda: in una caraffa furono versate quattro bottigliette di Coca Cola e una bottiglia di whisky. L'intruglio non era forse il più adatto sposarsi con il pasto, ma lo scopo di mandar su di giri la compagnia lo raggiunse.

Tremenda un'altra serata da amici a Salamìyye. Avevamo fatto tardi quel venerdì sera, mangiando e bevendo. Come mi capitava sempre, a un certo momento avevo smesso di bere, perché non mi andava più. E questo mio stop fisiologico mi permetteva di bere senza tracimare nella sbornia. Successe però un fatto imprevisto. Giunsero infatti, molto tardi, degli altri ospiti e mi ritrovai col bicchiere d'àraq in mano per festeggiarli. Non ricordo se ne presi due o tre. So solo che alle due di notte, in una stradina sabbiosa del paese, cantavo a squarciagola una canzone veneziana a braccetto di un tizio in gallabìyya che cantava a sua volta una canzone araba. Dovevo esser presto a Damasco il sabato mattina. Partii in autobus alle sei e durante le tre ore di viaggio trattenni a fatica il voltastomaco. Le pizzette di verdura, formaggio e carne cui facevo la festa di solito, con un tè, al posto di sosta a metà strada, quella volta mi fecero solo aumentar la nausea.

In ogni caso la vita a Salamìyye era tutto un relax, anche se dopo qualche giorno veniva a noia con le sue interminabili partite di chiacchiere – per lo più banali – nelle stanze di ritrovo piene di tappeti, in cui tutti erano seduti sui cuscini con le spalle al muro a dir la propria e sentir quelle degli altri sui fatti del giorno. A volte si arrivava ad essere anche in venti persone. Allora io, accampando varie scuse, spesso mi allontanavo, facendomi un giro o ritirandomi a leggere.

I fatti politici della Siria e del mondo arrivavano attenuati qui. Anche i cruenti episodi di guerriglia urbana tra islamisti e governo, molto sentiti, e vissuti, nelle vicine Homs e Hamà, qui giungevano smorzati fra la gente e agitavano solo i locali membri dei servizi di sicurezza. Un pomeriggio, passeggiando per il centro della cittadina, mi incuriosì un minibus variopinto e pieno di lucine che sembrava Natale. Gli scattai una foto allontanandomi poi tranquillamente senza accorgermi di due tizi che mi seguivano. Se avessi fatto caso a loro, come succedeva sovente a Damasco, li avrei riconosciuti quali agenti: tracagnotti, in vestito completo molto trasandato, rigonfiamento alla cintura. Nei pressi di un negozio in una stradina secondaria, mentre uno mi batteva la spalla, l'altro mi strappò la borsa dall'altra e mi spinsero dentro il negozio, pronti a picchiare e anche di più. Mentre uno mi teneva a bada, l'altro svuotò il contenuto della borsa su un bancone e cominciò a rovistare. Giudicarono sospetto un quaderno con degli appunti in arabo – di letteratura – e decisero di portarmi alla centrale. Dove, con un ufficiale un po' più alfabetizzato, tutto si chiarì rapidamente. Ne parlai in seguito con un conoscente di là, che avevo conosciuto diplomatico in Italia e divenuto allora un importante esponente locale del partito Baath. Mi chiese solo: “T'hanno picchiato?”. “No”. “Allora lascia perdere e non pensarci più”.

Comunque – salvo quell'episodio – passeggiar per Salamìyye non comportava assolutamente problemi. Ed era anzi piacevole girarne gli immediati dintorni, che facevano da cuscinetto tra il centro abitato e la b…diya stepposa. Come tutti i paesi dell'area, anche questo era sorto su un'oasi. Delle opere di irrigazione avevano reso fertile la zona attorno, coltivata soprattutto a cotone. E spesso nella tarda primavera me ne andavo fra i campi mentre le donne raccoglievano i bianchi batuffoli a velocità impressionante riempendo il fazzolettone legato a mo’ di sacco alla cintura.

HIKMAT

Hikmat era l'amico di Damasco che più metteva in conflitto la mia coscienza. Anch’egli era cristiano e orgoglioso di esserlo in quel modo che capita spesso di riscontrare in chi, seguace di quella fede, vive tra i musulmani, sentendosi loro superiore perché prossimo nella fede all'Occidente. L'avevo conosciuto nei primi anni settanta in una casa di mattoni crudi come se ne trovavano ancora parecchie allora nel quartiere tradizionale cristiano di Bab Tùma. Poi s'era trasferito con moglie e figli in una area di recente costruzione, all'ottavo piano di uno stabile con ascensore che funzionava quasi sempre. Non comune di quei tempi a Damasco. Sua moglie, quando non era incinta, aspettava di esserlo. Tutti e due sotto i quaranta, erano allora a quota otto. Ma decisi a continuare con quella “benedizione di Dio”. Impiegato governativo di mattina, Hikmat passava il resto del tempo a trafficare in libri e riviste. E cercando libri l'avevo conosciuto. Era una miniera. Riusciva a scovarmi le opere più introvabili spesso non accettando denaro. Il pendant, lo scotto che dovevo pagare, era di dover sottostare di tanto in tanto al suo senso dittatoriale dell'amicizia e dell'ospitalità. Non c'era niente da fare, io dovevo star bene solo con lui e rilassato solo a casa sua. Se, dopo una settimana di tergiversazioni telefoniche, mi sentivo in dovere di aderire al suo reiterato invito a pranzo, allora dovevo star fisso a casa sua per il pomeriggio, spesso a sorbirmi le chiacchiere dei suoi molteplici visitatori quotidiani. E guai ad accampar scuse, altri impegni. Se mi alzavo facendo mostra di andarmene lui correva a chiudere la porta a chiave “perché in nessun altro posto sarei stato tranquillo e rilassato come a casa sua”. Purtroppo non sempre riuscivo a trattenere segni di impazienza e allora per un attimo mi guardava stupito. Ma poi sorrideva furbo, mi apriva la porta, non senza essersi fatto promettere solennemente che sarei tornato quella sera stessa a cena, esauriti i miei impegni. E poi anche il giorno dopo. E sempre. E dalla sera stessa allora cominciava la settimana di telefonate di giustificazione. Fino alla volta successiva, quando non avevo più scuse ragionevoli da avanzare. Talvolta mi arrendevo ai suoi pressanti inviti a fermarmi da lui la notte. Allora divenivo il giocattolo dei suoi quattro o cinque figli in grado di saltarmi addosso e correre sul mio letto fino a mezzanotte. Per riprendere alle sei del mattino, quando ritornavano in camera a riprendere la sarabanda sospesa poche ore prima. Con gran soddisfazione di Abu Firàs e di Umm Firàs, cioè Hikmat e sua moglie, che vedevano volentieri quel “fraternizzare dei loro figli con Abu Amìr”. Cioè con me. Firàs il primogenito, pur avendo una quindicina d'anni, cioè una supposta età della ragione, era ancora più scatenato dei suoi fratelli più piccoli. E questo, data anche la sua corporatura, lo rendeva alquanto pericoloso, correndo per le stanze o saltando sul mio letto.

In compenso Umm Firàs cucinava da dio. Il mio piatto preferito erano delle fettuccine – scotte come s'usa fra i siriani, vuoi per la pasta giordana impiegata, vuoi per gusto loro – con salsa di ragù e pomodoro e poi pasticciate al forno. Erano la fine del mondo. Lei lo sapeva e me le preparava spesso quando ero invitato non lesinando le spatolate nel mio piatto.

L'ultima notte di quel mio soggiorno damasceno del 1980 la passai da loro. Dovetti lottare per poter partire in mattinata e non fermarmi a pranzo come tutti insistevano. Con la prospettiva di mettermi in macchina gonfio e non prima delle quattro del pomeriggio. Ma rimasi fermo. Allora Umm Firàs mi diede un vaso con un chilo di makdùs immersi nell'olio, raccomandandomi di mangiarli per strada e serbarne un po' per i miei in Italia, per farglieli assaggiare “perché erano i migliori del mondo”. Con tutto l'amore – e la riconoscenza – per Hikmat e sua moglie, lasciai con sollievo la loro opprimente ospitalità, quasi dimenticando sul momento, l'altro più importante sollievo: quello di star per lasciarmi alle spalle la Siria con tutti i suoi casini.

VERSO NORD

La mia piccola Renault 5 gialla era stracolma di carta stampata, di cui ero orgoglioso essendo peso tangibile della proficuità del mio soggiorno siriano. Presi la strada per il nord. Era il primo pomeriggio quando sostai a Homs a mangiarmi uno di quei panini che chiamavo, un po' per scaramazia, “all'epatite”: il tizio dalle unghie nere prendeva un pane tondo, molle, ci spiaccicava sopra l'uovo sodo con le mani, aggiungeva fettine di pomodoro, un ciuffo d'erbe, sale, pepe e altre strane spezie in polvere, faceva un rotolo di tutto, lo incartava in un foglio di giornale e ... prego, una lira siriana. Panino appetitoso e a buon mercato, senza dubbio, ma con una certa dose di rischio per la carica batterica che ne completava la farcitura. Feci un giro per il suq sorseggiando una bibita. Comprai delle tazzine colorate, una tela damascata, un paio di sandali. Poi ripartii per Salamìyye, dove, la sera, a casa di Abu Alì ci fu la processione di tutti coloro che erano a conoscenza della mia partenza. Cena speciale con numerose “mezze” che non mi fecero – al solito – arrivare alla carne. E whisky puro come bevanda. Abu Alì faceva le cose in grande per me. Come seppero che avevo un vaso di makdùs di Damasco, me ne diedero immediatamente uno dei loro, affermando che sarebbe stato molto più buono. Nessuno di noi poteva prevedere in quel momento che non avrei mai potuto fare il confronto.

La mattina dopo alle sei ero pronto. “Zia” Khadìgia aveva le lacrime agli occhi. Ma anche Umm Alì, Umm Nagìb e le altre erano commosse. Mi prepararono dei panini, mi diedero scatole di formaggini, cartocci di frutta e mi misero in macchina delle bibite. Per quel primo giorno di viaggio non avrei avuto problemi di sussistenza. E forse neanche per gli altri.

Passai la frontiera nella tarda mattinata, con le solite lungaggini burocratiche sia dei siriani che dei turchi. In Turchia era appena avvenuto un colpo di stato militare. Un po' più in là, l'Iràq aveva appena iniziato la sua guerra contro l'Iràn che sarebbe durata otto anni con milioni di morti e con un nulla di fatto.

TURCHIA

Succede a volte nella vita che l'operazione da compiersi sia l'esatto contrario di quanto l'istinto ci induce a fare. E questo succede spesso in emergenza e alla conduzione di macchine. Sia un aereo che stalla, dove l'istinto suggerirebbe di tirare a sé il volantino, invece che assecondar la caduta per far riguadagnar l'aria all'ala. Sia, caso più frequente per i comuni mortali, un'automobile che slitta sul bagnato, nel qual caso guai a mettere i piedi sui freni come l'istinto non fa neanche in tempo a suggerirlo perché l'abbiamo già fatto.

E questo accadde in quella tarda mattinata di uno dei primi dì d’ottobre del 1980. Di giovedì.

Ero entrato in Turchia il giorno prima dunque, lasciando la Siria e i suoi drammi con un gran sospiro di sollievo. Trovandomi in un paese dove – appunto – poco più di una settimana prima c'era stato un colpo di stato militare. Per cui posti di blocco a non finire. Con un aspetto positivo per l'automobilista straniero, che veniva lasciato passare senza controlli, superando interminabili file di macchine turche in attesa d’ispezione. Dopo aver scavalcato i monti della catena del Tauro, avevo puntato verso nord, giungendo in serata ad Aksaray, ai bordi della Cappadocia, che con la sua vegetazione – dopo chilometri e chilometri di brullo paesaggio – appare come un'oasi. E come i viaggiatori di ogni epoca, avevo trascorso la notte in un alberghetto di questo importante posto di sosta tanto per chi attraversa il paese in senso verticale quanto per chi viaggia lungo i paralleli in senso orizzontale. Ripartito al mattino, come d'abitudine ancora col buio, avevo fatto sosta per colazione qualche ora dopo in una strada alla periferia di Ankara: formaggini, pane, arancia e acqua. Il thè più tardi. E nella tarda mattinata, sui monti nei pressi di Bolu, sotto una pioggerella fastidiosa, mi fermai in una caffetteria sulla strada dove gustai un buon thè caldo. Mi venne la voglia di prenderne un altro. Ma il destino volle non farmi mancare l'appuntamento con l'autobus che aveva lasciato qualche ora prima Istanbul in direzione Ankara e mi suggerì di muovermi subito col proposito di ripetere la sosta più avanti per un secondo bicchiere di bevanda calda. E ripartii.

Click. E il motore morì. Non come quando uno dice: mi è morto il motore, perché s'è spento. Non finisce con un click. Qui, con quel click, il motore moriva, decedeva in senso letterale, definitivamente. Naturalmente quel click era stato la soluzione di continuità, lo spartiacque tra il fracasso di ferraglie impattate e vetri infranti e i brevi istanti di silenzio che seguirono immediatamente, precedenti l'arrivo dei soccorritori. Qualche secondo prima stavo sorpassando un camion a circa ottanta all'ora in una strada veloce che attraversava la cittadina di Düzce. Negli orecchi le cuffie con Irene Papas che mi cantava “Odes”, il nastro regalatomi da Nazìh. L'autobus mi si parò davanti all'improvviso. Ineluttabile. L'autista, dopo la fermata nella piccola area di servizio, era ripartito guardando prima se arrivavano macchine nel suo senso. Si era già immesso quando volse lo sguardo sulla strada che stava prendendo, vedendosi arrivare addosso la R5 gialla. Frenò. Anch'io mi buttai su freno e frizione, d'istinto appunto. E girai anche le ruote verso destra per rientrare, in quanto la coda dell'occhio mi aveva fatto percepire il rallentamento del camion che stavo sorpassando. Manovre insensate sull'asfalto viscido. Velocità e direzione non cambiarono di una virgola e vidi il muso dell'autobus verde venirmi addosso, seguito subito dal fracasso dell’impatto, terminato con quel click mentre i cocci del parabrezza mi piovevano addosso. La cintura di sicurezza s'era spezzata, ma mi aveva trattenuto quanto bastava. Cercai di aprir la portiera ma non ci riuscii. Ci riuscì l'autista dell'autobus subito sceso dal mezzo. Mi resi conto di non riuscire a governare la gamba sinistra. Al momento non avevo dolore e neanche in seguito ne avrei avuto, ma provai solo un forte senso di disagio all'anca quando fui tirato fuori dall'abitacolo. Durante l'operazione notai che uno solo dei circa trecento tra libri e riviste che avevo nel retro della macchina era volato sulla strada bagnata. Erano “Le canzoni di Bilìtis”, la poetessa greco-fenicia, novella Afrodite, nata dalla penna di Pierre Louys, che in questi suoi poemi cantava il suo giovanile amore per Saffo e per altre giovani donne, poi la sua “conversione” nel divenir cortigiana e infine le sue esperienze nell’età matura. Ricordo che, pur se preso da ben più serie ambasce, me ne dispiacque.

Due persone mi trascinarono verso un furgone. Ma mentre mi ci caricavano feci segno di riportarmi alla macchina. La vidi, col muso schiacciato, il cofano alzato, una ruota piegata in posizione orizzontale e il volante sbilenco. Chiesi, sempre a segni, di prendere la valigia e una borsa e di metterle sul furgone, dove fui disteso anch'io. Mi resi conto che l'unica postura in cui sentivo meno il disagio all'anca, anche se solo di poco, era la posizione fetale, fatto che mi sarebbe stato in seguito confermato dai medici. Giungemmo subito nel piccolo ospedale della cittadina. Fui messo su una lettiga, rannicchiato con tutti i bagagli e portato in sala raggi dove fui posto su un tavolaccio di legno consumato, sotto un apparecchio per raggi x. Un infermiere, o un medico?, cercarono di tirarmi la gamba rotta per fare la radiografia provocandomi un forte dolore. Stavo provando sulla mia pelle quanto mi sarebbe stato poi in seguito teorizzato. E cioè che tirare una gamba lussata all'anca era terribilmente doloroso. Per il proprietario della gamba, non per chi tirava. Ma allora, né io sapevo né chi mi stava trattando si rendeva conto che avevo una lussazione. E quelli tiravano per far venir meglio la lastra. Io conoscevo tre parole di turco. Una era “yok”, “no”. E la gridavo con tutte le forze. Invano. Come fu vano il tiramento in quanto la radiografia non poté essere eseguita per mancanza di corrente elettrica. A quanto capii. Chiesi in inglese e poi a gesti se avevo il femore rotto. Uno col camice quasi bianco assentì gravemente. Non ero troppo preoccupato, malgrado tutto. La tensione dell'emergenza mi dava una carica e un distacco terribili. Qualcuno mi chiese se volevo esser condotto ad Ankara o a Istanbùl. Scelsi Istanbùl ovviamente. Se la città era veramente la porta dell'Oriente, per colui che dall’Oriente proveniva Istanbùl non poteva che essere la porta dell’Occidente. E tutte le volte che ci ero arrivato, tornando dai miei viaggi, lì mi ero sentito praticamente a casa. Anche se mancavano ancora un mille e cinquecento chilometri, cioè quasi due giorni di macchina o quarantadue ore di Orient Express. Fu mandato a chiamare un tassista. Mentre attendevo mi resi conto che c'era del sangue fresco sulla tela della barella. Per un attimo pensai che non fosse mio. Poi notai appena sotto il ginocchio della gamba sana un bel buco sul pantalone che sotto era intriso di sangue. Con una certa fatica lo tirai su scoprendovi una ferita a cavità semisferica. Come si fosse trattato di un budino di cui era stato preso un cucchiaino. Senza che provassi alcun dolore. Chiamai un infermiere che in qualche minuto ricucì con ago e filo tirando all'inverosimile i bordi della ferita per chiuderla. Mi venne da pensare che il rammendo sarebbe stato più completo se ci fosse stata cucita sopra una pezza. Ma una pezza di ché?

Il tassista mi chiese 100 dollari per portarmi a Istanbùl. Riuscii a tirare fino a 80, che erano esattamente i dollari che possedevo. Valigia e borsa furono messi nel bagagliaio. Io fui disteso, sempre rannicchiato, sul sedile posteriore. Prima di partire salì un altro passeggero che chiacchierò con l'autista durante tutte le due o tre ore del viaggio. Mentre io soffrivo terribilmente, cercando nuove posizioni, tornando però sempre alla fetale, fortemente disagevole, ma meno di tutte le altre. Finalmente Allàh volle che giungessimo a Haydar Pasha, la parte asiatica di Istanbul, dove fui portato al locale ospedale, ben più consistente di quello lasciatoci dietro a Düzce.

Altra carovanata su portantina con me e bagagli. Radiografia efficace senza tiramenti di gamba. Diagnosi di lussazione e successivo trasferimento in una stanza di otto letti disposti apparentemente a casaccio, in cui fui depositato sull'unico libero. Mi fu chiesto se avevo fame. No. Mi fu dato un papagallo per la pipì, poi nessuno mi badò più fino al mattino seguente. Dormii pochissimo quella notte, sempre per il forte disagio dovuto alla lussazione. Feci presto conoscenza e amicizia con gli scarafaggi del mio comodino, indaffarati ad andar su e giù lungo il mobiletto per tutta la notte.

La mattina dopo fui portato in sala operatoria dove uno stupendo anziano medico ortopedico mi spiegò in inglese che avrebbe proceduto alla riduzione della lussazione in anestesia, in quanto l'operazione sarebbe stata alquanto dolorosa da sveglio. Mi avrebbe tirato la gamba fino a rinfilare la testa del femore nell'acetabolo, la sua sede nell'anca. Mi parlava con tranquillità, sorridendomi, come stesse illustrandomi una ricetta di cucina o come s'avvita una lampadina nello zoccolo. Sentendo ch'ero di Venezia prese a parlarmi con la sua voce suadente di un lontano viaggio nella città lagunare, mentre iniettava il liquido di una fiala nel tubicino della flebo che finiva in un ago nel mio braccio. E sulle sue impressioni sul Ponte dei Sospiri sentii la mia mente sciogliersi in un nulla piacevole volando per un tempo indefinito. E ancor più piacevole fu il risveglio nel mio letto, disteso sul dorso e non più di fianco nella anchilosante e fastidiosa posizione ch’ero stato costretto ad assumere ormai da quasi ventiquattr'ore. Qualcosa mi stringeva i fianchi. Scoprii trattarsi di larghe fasce di tela che dovevano evitare il riverificarsi della lussazione nei giorni immediatamente successivi, prima che l'articolazione si riconsolidasse.

Più tardi sentii lo stimolo dell'intestino e chiesi ausilio a un infermiere. Quello tolse di sotto al mio vicino di letto una padella, ne fece scivolare il contenuto in un secchio e si accinse a mettermela sotto. Così come stava. La mia faccia schifata lo frenò. Con evidente buona volontà e spirito di comprensione prese allora un grosso pezzo di cotone con cui ne pulì i bordi. Ma per il mio stomaco non bastava ancora e gli segnalai – da notare che si comunicava più o meno a gesti – di lasciar perdere. E per una settimana quelle mie funzioni fisiologiche restarono bloccate.

Due pezzetti di carne di montone in umido – non male – costituivano la sezione proteica. Poi una specie di peperonata e un bel pezzo di pane tratto da una di quelle pagnottone che dalla Iugoslavia ai monti del Tauro sono praticamente l'unica rappresentazione di quel prodotto. Una mela e un bicchier d'acqua. Il pranzo era servito su un vassoio appoggiato a un tavolinetto da letto. L'ultimo mio incontro con il cibo era stato la mattina precedente, ad Ankara: formaggini, pane e un'arancia. Ora ero veramente affamato e mangiai tutto con molto gusto.

Nel pomeriggio giunse un funzionario del consolato italiano chiamato dall'ospedale. Mi informò che un'ambulanza mi avrebbe trasferito all'ospedale italiano di Istanbùl, in Europa!, per il periodo di attesa che si consolidasse lo stato dell'articolazione offesa. Partimmo poco dopo. Io non dovevo muovermi da me ed ero preso e spostato col pesante lenzuolo su cui stavo. Attraversammo il lungo, recente, ponte sul Bosforo, al di là del quale ebbi netta l'illusoria sensazione d'essere a casa.

L'ospedale italiano – non lungi dal ponte di Galata – sembrava ben organizzato. Come ben presto avrei scoperto, l'unico personale italiano rimasto, dopo la nazionalizzazione della struttura, erano le tre o quattro suore. In compenso tutti i medici avevano studiato in Italia e gli infermieri conoscevano qualche parola della nostra lingua. E feci così conoscenza con suor Pasqualina, con la sua disponibilità, la sua pazienza, il suo sorriso. Ma anche con Murat, il baffuto, gigantesco, infermiere da me subito soprannominato – senza sforzi di fantasia – “il giannizzero”. E col suo compagno Ahmet, tutto il contrario, piccolo, glabro, ma di pari gentilezza.

Era venerdì. A casa mi aspettavano per il giorno dopo. Nella serata, dopo vari tentativi, riuscii a telefonare loro annunciando il mio ritardo per l'incidente, cercando di far capire che non ero in situazione grave. Difficile da credere a duemila chilometri di distanza, anche se era proprio così. Mara mi disse che avrebbe cercato di venire al più presto.

M'avrebbero detto poi che avevano pensato, con Giovanni, di venirmi a prendere in camper. Ma c'era un problema. Mara aveva il passaporto scaduto e per rinnovarlo aveva bisogno di una mia autorizzazione scritta. Sommati i tempi della posta con quello per preparare il passaporto si arrivava quasi a un mese. Per cui si rinunciò alla discesa in gruppo. Anche per le mie rassicurazioni sul mio stato di salute.

E cominciò il mio tran tran in quell'ospedale che sarebbe durato quasi un mese e mezzo. In quei primi giorni era ricoverato per un'appendicite un giovane giostraio italiano, Paolo M., di origine zingara spagnola. In una località marina nei pressi aveva un tagadà. Cos'era? Una giostra costituita da una piattaforma circolare di sette, otto metri di diametro con dei sedili sul perimetro che girava e si agitava producendo un effetto “shakeraggio” sugli utenti che sembravano divertirsi un mondo. L'aveva acquistato tramite un prestito del governo italiano, prestito che stava rimborsando gradualmente.

Paolo M. si affezionò al punto che, una volta dimesso, veniva a trovarmi ogni due giorni portandomi sigarette americane e qualche bottiglia di whisky, tutti e due articoli praticamente introvabili ma che lui reperiva. E la cui disponibilità fece divenire assidue le visite di padre Gino, priore del locale convento di francescani, che tutte le sere veniva a “farsi il whiskino e la sigaretta”. Era un frate sui generis. Naturalmente sempre in borghese in quanto era proibito per i religiosi non musulmani portare abiti o segni distintivi della loro condizione. Questa norma sembrava non esser sgradita al nostro padre che esibiva volentieri il suo guardaroba: questo giubetto l'ho preso in quel posto, dove hanno bella roba. Le piace questo maglione? Mi pare di star proprio bene. Quando potei andare al convento mi mostrò delle fotografie che lo ritraevano col Papa con cui affermava di avere grande famigliarità. Il suo esatto contrario era il giovane padre Antonio: serio, colto, schivo, che spesso manifestava, pur in modo soft, le sue riserve per gli atteggiamenti frivoli del suo superiore.

Dopo qualche giorno di letto assoluto cominciai gradualmente a muovermi sulla sedia a rotelle. Poi mi fecero acquistare un paio di stampelle di legno “alla Enrico Toti” che adoperai per circa una settimana, quando le cambiai con un bastone di canna. Con cui dovetti ben presto mettermi a scarpinare perché, secondo il dottor Mehmet, direttore dell'ospedale, specializzato in chirurgia, ma senza alcuna nozione di ortopedia, dovevo rimettermi a camminare prima possibile altrimenti avrei avuto in seguito grandi difficoltà. Totalmente ignaro del fatto che certi vasi sanguigni dell'anca, interrotti dalla lussazione, avevano bisogno di qualche mese prima di ripristinarsi e questo poteva avvenire solo in assenza di carico, cioè senza camminarci sopra. Pena la necrosi della testa del femore. Cosa che puntualmente avvenne, ma di cui sarei stato edotto solo in Italia.

Appoggiandomi al bastone e zoppicando forte presi a muovermi il più possibile, seguendo i consigli del dottor Mehmet. E cominciai ad allontanarmi dalla camera. Dove fino a quel momento ero vissuto passando il tempo a leggere e a fumare. “Come un turco” verrebbe facile da dire. E suor Pasqualina, ogni volta che entrava nella mia stanza – per fortuna ero solo, correva a spalancare la finestra per cambiar aria e, diceva, “per riuscire a trovarmi nella nebbia”.

I frati provvedevano a rifornirmi di libri. Per primo mi fu portato il malloppone di Matilde Serao “Il paese di cuccagna”, pesante e barocco per i miei gusti, poi Alba De Cespedes col suo “Quaderno proibito”. Per fortuna poi arrivarono a tirarmi un po’ su le versioni francesi della “Salamandra” e “Le scarpe di S. Pietro” di Morris West. Ebbi anche una grammatichetta di turco che mi permise di scambiare qualche parola nella loro lingua con Murat e Ahmet, gli infermieri divenuti ormai miei amici.

Mi mossi quindi, un po' per l'ospedale, ma anche fuori. Una volta fui invitato a pranzo dai frati. Erano otto, tutti italiani, di cui alcuni molto vecchi. All'interno del convento indossavano tutti il saio. Attorno al tavolo del refettorio, dopo la preghiera, mi raccontavano che, malgrado la carne più facilmente reperibile in Turchia fosse quella ovina, loro avevano il frigorifero sempre pieno di carne di cinghiale, in quanto tutti i cacciatori della zona portavano a loro quelle prede, la cui alimentazione era proibita per i musulmani al pari della carne di maiale. E così provai la carne di quel suide che non trovai poi tanto differente da quella del ben più noto suo cugino, ma che apprezzai particolarmente se non altro perché non era di montone. E anche perché era stata accompagnata da un paio di bicchieri di vino rosso, della cui mancanza, in viaggio, mi rendevo conto solo nel momento in cui ne gustavo.

Dovetti tornare a Düzce, luogo dell'incidente, per risolvere i problemi burocratici con la polizia. Mi accompagnò Paolo M., l’amico giostraio zingaro, con la sua grossa Mercedes dove per la prima volta notai l'alzacristalli elettrico in una macchina. Mi promise anche che se la mia R5 non fosse stata troppo malridotta, l'avrebbe caricata su uno dei suoi camion e me l'avrebbe portata in Italia per recuperarla. Ma non era recuperabile. Nel rivederla nel cortile del posto di polizia, anzi, ebbi l'impressione che qualcuno avesse provveduto a renderla ulteriormente irrecuperabile. Per cui firmai una dichiarazione di rinuncia a riprenderla. In compenso recuperai quasi tutto quanto c'era dentro. In particolare i circa trecento libri che avevo preso in Siria. Anche quello di Bilitis che avevo visto sull'asfalto subito dopo l'incidente. Molti volumi erano unti dall'olio uscito dai vasi di makdùs, rottisi tutti e due nell'urto. Così non avrei mai potuto sapere se fossero stati migliori quelli di Damasco o quelli di Salamìyye.

Giorni dopo Paolo M. mi portò alla spiaggia dove aveva il suo tagadà facendomi fare qualche giro da cui uscii con lo stomaco aggrovigliato.

Camminavo più che potevo, facevo scale, passeggiavo qua e là per Istanbùl. Un pomeriggio stavo entrando al bazàr. Notai che tutta la gente, le macchine, gli autobus erano stranamente fermi. Bloccati. Delle persone guardavano me che procedevo zoppicante col mio bastone. Non mi rendevo conto di cosa accadesse, finché non mi saltò addosso un poliziotto urlando chissà che cosa. Allora qualcuno mi riferì, in inglese, che in quel momento si ricordava il giorno e l'ora della morte di Kemal Atatürk, fondatore della moderna Turchia, e che per un minuto tutto doveva fermarsi nel paese. Chiesi scusa al poliziotto, e ad Atatürk, e mi fermai anch'io.

Partii da Istanbùl con l'Orient Express verso la metà di novembre, dopo circa quaranta giorni dall'incidente. Suor Pasqualina era commossa quando lasciai l'ospedale. Le suore mi avevano prestato il denaro per il biglietto del treno che costava allora il corrispondente di circa 65.000 lire italiane. La prima volta che avevo fatto quel viaggio, nel 1969, era costato 17.000 lire. Avrei reso quella somma, oltre alla spesa della degenza e le cure, una volta in Italia. Tutto sulla parola. Padre Antonio mi accompagnò alla stazione, salutandomi poi con molto affetto. Per qualche tempo rimanemmo in contatto epistolare. Le 42 ore di viaggio per giungere a Venezia furono ordinaria amministrazione. In otto nello scompartimento, tutti turchi che andavano in Francia o in Germania e che mi offrivano fette di salamino, pezzi di formaggio, pane e thè fatto bollire su piccoli gas da campeggio. A Trieste, com'era tradizione, sorseggiai un cappuccino, a interrompere la sequela di tè e caffè coi fondi. Arrivai a casa zoppicando, ancora ignaro di quanto ospedale mi aspettava nel futuro. Ma anche del fatto che non sarebbe andata poi così male e che un giorno, l'esperienza di quell'incidente, nell'economia complessiva della vita, l'avrei sentito come un fatto positivo. Anche malgrado gli strascichi.

 

GLI STRASCICHI (novembre 2000)

Dopo vent’anni esatti dall’incidente, sono stato sottoposto all’intervento d’artoprotesi, essendo arrivata l’artrosi all’anca – esito di quel lontano fatto a un livello che non permetteva più dilazioni. Pur non avendo dolori né eccessive limitazioni d’articolarità. Ma il giudizio delle radiografie era implacabile.

Di buonora, doccia, depilatura dell’area in predicato, vestizione con un’improbabile canotta midi e poi giù alle sale, spinto nel mio letto. Mentre pensavo all’anestesista che – il giorno prima, durante la visita preparatoria – mi diceva che l’anestesia spinale mi avrebbe salvato, sì, da qualsiasi dolore durante l’intervento, ma non dall’impressione di trovarmi in un’officina(?!) in piena attività. Attraverso una strana “finestra” in una parete – simile a quelle per passare le vivande dalla cucina alla sala da pranzo – mi son trovato trasferito sull’incudine, pardon, sulla lettiga operatoria. Un giovane, in un’analoga lettiga lì vicino, stava urlando mentre un medico gli stava trafficando sulla schiena per praticargli l’anestesia spinale e – nonostante cercassi di concentrarmi nelle vicende dell’agente Malko di “Massacre à Amman” di Gérard de Villiers, tenuto con una mano – non potevo esimermi dal pensare che stavo anch’io per subire lo stesso trattamento. Fui però prima passato in sala, sotto le padellone dei poliriflettori. Notai un’ampia parete sopra un bancone con decine di attrezzi appesi in bell’ordine, che avrebbero fatto un figurone proprio nell’officina del mio meccanico, anche per il loro alto grado di lucentezza che li avrebbe evidenziati rispetto a pinze, chiavi inglesi e martelli grigiastri, caratteristici di ogni buona officina che si rispetti.

L’anestesista era simpatico e umano. Mi spiegò esattamente quello che m’avrebbe fatto: anestesia locale prima di piantar nella spina dorsale l’ago con l’anestetico e l’altro connesso al flacone con la dose di morfina che mi avrebbe seguito nelle 48 ore successive proteggendomi dal dolore postoperatorio. Un certo fastidio doloroso lo provai, un attimo dopo, durante la piccola operazione, ma non eccessivo. “Gioventù bruciata” mi venne malignamente da pensare circa il giovane di prima. Cinque minuti dopo provavo invece la spiacevolissima sensazione di non avere affatto una gamba e l’altra era almeno intorpidita. A una piccola barra metallica sopra il mio petto fu appeso il mio braccio sinistro, mentre il destro veniva disteso su un appoggiatoio all’uopo. All’esterno del polso veniva applicato l’ago di una fleboclisi e il dito indice si vedeva infilare un piccolo ditale-monitor collegato a un filo. Dovetti rinunciare alla compagnia dell’agente Malko per manifesta assenza di un terzo braccio in grado di sostenere il libretto all’altezza del mio naso.

Avevo però messo gli auricolari lanciando la cassetta di canzoni blues e Ray Charles aveva cominciato ad accarezzarmi con “Say no more”. Il volume era basso però, e non mi copriva le voci in sala. Pregai l’anestesista di dare un colpetto alla ghiera del volume. L’intervento fu eccessivo, ma lasciai stare. Mi pareva d’esser nell’atmosfera rincoglionente di una discoteca. Forse sarebbe stato meglio così. Tirai un occhio verso la sezione chirurgica in preattività. Quella che pareva la mia gamba era tenuta quasi verticale da un tizio imbavagliato in verde, mentre un altro la spennellava di tintura di iodio. Fu poi posto un telo tra la mia faccia e il campo di lavoro, per cui mi fu impedito di continuare a seguire lo spettacolo. Che sarebbe consistito nella lussazione “dolce” dell’anca, provocata dalla torsione dell’arto e successiva incisione per esporre la capsula articolare. Si asportava – resecandola con sega pneumatica ad aria compressa – la testa del femore disastrata. Si passava poi alla fresatura dell’acetabolo – la sezione “femmina” dell’anca – per permettere l’inserimento a pressione dell’acetabolo artificiale in lega di titanio. Si raspava l'interno del femore e vi si infilava un bel chiodo - il cosiddetto “gambo”, su cui poi si montava i bulbo, la testina in acciaio che andava ad articolarsi con l’inserto precedentemente montato. Naturalmente, drenaggio per recuperare il sangue perso e trasfonderlo dopo opportuno trattamento. Nello spirito verde del riciclaggio ad ampio spettro. Si chiudeva il tutto cucendo i vari strati precedentemente “affettati”. Il chirurgo che con pazienza mi aveva illustrato il succedersi delle operazioni non mi chiarì la natura delle robuste martellate(?) che a un certo momento avrei “sentito” e che mi scuotevano tutto. Credo fosse il momento dell’inserimento del gambo nel femore.

Ray Charles mi diceva: “You kept trying to feel me down, turn me into your house clown...”, ma non ero in grado di dargli retta e discolparmi essendo tutta la mia attenzione catturata dal monitor dell’elettrocardiogramma – davanti ai miei occhi – che mi controllava il cuore. Beh, il tracciato – se così si poteva ancora chiamare lo sgorbio che ne risultava – sembrava schizofrenico: a brevi momenti di normalità dalle ondine regolari, alternava raffiche tremende da scosse telluriche 8° grado Richter, incalzantisi. L'allarme s'accendeva rosso, e ampie finestre apparivano annunciando “ECG debole” o “ECG disturbato”. Da infarto! Io continuavo a indicarlo all’anestesista che lo fissava indifferente. In seguito mi fu chiarito che l’anomalia era dovuta a scossoni e affini, e soprattutto agli effetti dell’elettrobisturi, non per un reale stato di pericolo. Ma chi lo sapeva?

Oltre al citato monitor dell’ECG, ogni tanto contribuivano a distrarmi i rumori delle seghe circolari e delle frese che rilasciavano un certo odore di bruciato: il metallo segato ha il suo odore, il legno può averne vari, di odori, spesso piacevoli, le ossa il loro caratteristico, non troppo appetitoso.

Poco più di un’ora dall’inizio dei lavori, un assistente interruppe lo “Stripped” di John Lee Hooker che in quel momento mi riempiva le orecchie e la testa, togliendomi un auricolare e annunciandomi tranqullizzante: “Ora infileranno il ‘bulbo’ e poi chiuderanno”. Poco dopo ho cominciato a udire quei colpi di martello e sentivo il corpo venirne scosso, anche se solo la ragione riusciva a farmi mettere in relazione causa ed effetto, in quanto quei colpi scuotenti potevano anche provenire da qualche remota profondità infernale del mio corpo.

La canotta operatoria mi lasciava le spalle nude e a questo punto cominciai a tremare visibilmente. Ma – in quello stato – non veniva da pensare immediatamente al freddo. E se il tremito fosse stata la reazione di qualche accidente che mi stava prendendo? Invece era proprio il freddo. Dopo un po’ un’infermiera se ne accorse e una provvida coperta, col calore, mi riportò la tranquillità, almeno sotto quell’aspetto. Molto meno tranquillo mi sentii quando due robusti infermieri mi agguantarono ciascuno per un’ascella, trattenendomi per contrastare una oscura trazione che mi trascinava il corpo dalla parte dei piedi. Seppi poi che si trattava dell’ultima fatica: la messa in sede del bulbo nella calotta tirando la gamba fino a permettere la fatale congiunzione, conclusiva del processo.

L’intervento era durato un'ora e mezza effettiva senza i preamboli e i postambuli che portavano i tempi a quasi tre ore nel complesso. E durante il procedere dei “lavori”, l’orologio sulla parete sembrava avere il piombo nelle lancette. Il guaio era che risultava essere l’unica alternativa di zapping al terribile monitor ECG.

Se lo svantaggio dell'anestesia locale era dovuto allo stato di tragica lucidità che si aveva durante l’intervento, l’aspetto vantaggioso stava nel normale stato di coscienza con cui si usciva dalla sala operatoria e si incontrava il mondo. Cioè i famigliari, nel mio caso Mara che, in ambasce e gli occhi lucidi, aspettava in camera. Come la vidi mi misi a ridere, con tutte le mie intubazioni addosso. E questo fu il toccasana anche per lei, che si rilassò.

Altro aspetto favorevole determinante era la dose di morfina che continuava a entrare nel midollo, evitando i turpi dolori postoperatori. Ricordo i due giorni “dopo” di un parente che aveva subito un analogo intervento in epoche più lontane. Lamenti e imprecazioni.

Nel pomeriggio mi fu reimmesso dunque il mio sangue raccolto durante e subito dopo l’operazione. Del mio sangue predepositato tempo prima non ne ebbi bisogno.

Nei tre giorni successivi mi furono tolti gradualmente i tubi delle flebo e dei drenaggi e questo mi permise di mettermi in piedi, pur se con le gambe fasciate strette per timor d’embolie. Un giorno di girello e il settimo giorno dall’intervento via con i bastoni canadesi con carico graduale sulla gambalesta... verso il mondo.

Permanendo nell’opinione – lo ribadisco – che tutta questa storia, piena d’aspetti negativi, nell’economia complessiva della vita, gode d’un bilancio abbastanza positivo. Soprattutto per le esperienze umane che mi hanno permesso, nel corso dei vent’anni tra incidente e intervento, i frequenti ricoveri in ospedale per controlli e terapie di mantenimento dove ho potuto conoscere gente meravigliosa sia tra il personale medico che tra i ricoverati. Su cui potrebbe essere interessante buttar giù qualche nota.