Personaggi della letteratura araba

Abd el-Giawwàd (Ahmad)

Abu l-Fath al-Iskàndari

Abu Zàyd al-Hilàli

Abu Zàyd al-Sarùgi

Aladino (arabo Alà' ad-Din)

Ali Baba

Amìna

Àntara (o Àntar)

Giuha

Shahrazàd

Sindbàd (il marinaio)

 

Abd el-Giawwàd (Ahmad)

È l'indiscusso protagonista della Trilogia (al-Thulàthiyya) dell'egiziano Nagìb Mahfùz (1912-), Nobel per la letteratura nel 1988. All'inizio della saga - importante rappresentazione realistica dell'evoluzione di una famiglia tradizionale della piccola borghesia urbana egiziana tra il 1917 e il 1944 - egli è un commerciante benestante di mezz'età, sposato ad Amìna, con tre figli e due figlie: Yasìn, avuto dalla prima moglie da cui è divorziato, Fahmi, studente in legge, Kamàl, scolaro, Khadìgia di vent'anni e Aisha di sedici. Gli avvenimenti principali del romanzo mirano a dimostrare la severità e l'eccessivo rigore del padre in famiglia, padrone e governante del piccolo mondo con la coscienza d'essere l'uomo della casa ai cui voleri tutto è subordinato, a partire dalla vita di sua moglie, completamente al suo servizio, punita severamente alla minima insubordinazione verso cui egli si mostra inflessibile. Prima di Amìna egli era stato sposato con un'altra che un giorno aveva cacciato di casa per correggerla, con l'intenzione di riprenderla a un atto di sottomissione della donna. Che non c'era stato e lui non aveva esitato a ripudiarla. Tutto, in famiglia, dev'essere a lui sottoposto, da lui deciso, e grande è la sua ira quando viene a sapere del coinvolgimento nei moti anti-inglesi del figlio Fahmi, pur condividendone il nazionalismo, solo perché ha agito senza prima metterlo al corrente. E immenso sarà il suo dolore alla morte del figlio nel corso di una manifestazione.

Al suo atteggiamento austero e severo in famiglia, ne corrisponde uno esattamente opposto all'esterno, dove egli manifesta la propria giovialità e il senso dell'umorismo in compagnia degli amici e delle amanti, sodali delle sue notti, dando sfogo alla sua esuberante virilità. Significativo il fatto che l'autore cominci i primi due romanzi della Trilogia con la descrizione del ritorno a casa di Abd al-Giawwàd dopo una notte di bagordi, mentre la moglie Amìna spia dalle finestre l'arrivo della carrozza che le riporterà il marito. In seguito alla morte tragica del figlio Fahmi ci sarà un cambiamento nel carattere di Abd al-Giawwàd che apparirà più saggio e permissivo nei confronti dei suoi. Smette di frequentare le amanti, pur continuando a bere e a passare le notti con gli amici. Ma d'un tratto la sua passione si risveglia - ultima fiammata - e s'incapriccia della ballerina Zannùba che lo induce a prenderle in affitto un'abitazione galleggiante sul Nilo arrivando a chiedergli di sposarla pena la separazione. Il tutto si concluderà con un'umiliazione per l'uomo, perché nel contempo la giovane donna irretisce anche suo figlio Yasìn - che del padre ha ereditato la sensualità - e lo sposa dopo averlo fatto divorziare dalla seconda moglie.

Uomo molto duro ed egoista, apparentemente senza cuore, ha peraltro il senso di certi suoi doveri ed è sincero nella sua religiosità, quando compie le sue cinque preghiere quotidiane a cui è scrupolosamente fedele, quando accompagna i figli alla moschea per la preghiera del Venerdì, quando proclama l'unicità di Dio, verso cui egli si rende ben conto di non aver la coscienza a posto. La sua generosità è nota in tutto il quartiere. E comunque - in casa - egli non è solo colui che si deve temere, è anche l'uomo forte la cui protezione è indispensabile, fosse anche solo per cacciare la paura degli spiriti. Come pure ha il senso della solidarietà famigliare che egli si impegna a mantenere quando è messa in gioco. Se uno dei figli ha dei problemi è lui a correre in suo soccorso provvedendo a risolverli. Il denaro non è da lesinare quando si tratta dei suoi, verso cui egli non mostra ombra d'avarizia. E ancora, egli - per ragioni di dignità - rifiuta la poligamia suggeritagli da un religioso al fine di soddisfare i propri istinti restando entro le regole dell'Islàm.

Nella terza parte del romanzo troviamo che gli acciacchi del tempo e le pene della vita han lasciato profondi segni nei due protagonisti, fisicamente e psicologicamente. Abd el-Giawwàd ora è malato. Non beve più, non mangia più né carne né uova e vive nella speranza di recuperare forza e salute per godersi serenamente la vita che gli resta. E - per una specie di contrappasso - anch'egli sarà costretto a guardare il mondo dalla mashrabiyya - posto d'osservazione per le donne - quando vecchio e ammalato non sarà più in grado d'uscir di casa. E non tarderà a lasciar questa vita, ma non prima di aver ribadito ancora una volta la propria autorità impedendo alla giovane nipote Naìma di proseguire i suoi studi post-elementari.

Jomier J., La vie d'une famille au Caire d'après trois romans de M. Naguib Mahfuz, "MIDEO", 4 (1957), pp. 39-52.

 

Abu l-Fath al-Iskàndari

È il facondo briccone, protagonista della maggior parte delle Maqamàt - le sedute - di Badì' al-Zamàn al-Hamadhàni (968-1008), iniziatore di questo genere di prosa araba rimata, dalla lingua ricercata all'eccesso, ma che ben esprime lo spirito dell'epoca oltre che l'amore degli arabi colti d'ogni tempo per la ricchezza della loro lingua e i virtuosismi di cui è capace. In questi episodi - indipendenti l'uno dall'altro - l'autore, che assume il nome di Issa bin Hishàm, narra dei suoi incontri con uno sconosciuto che si presenta via via sotto le spoglie dei personaggi più vari: da imàm che dirige la preghiera di una moschea a saltimbanco che si esibisce con una scimmia, a capo di un gruppo di mendicanti, a taumaturgo, talora giovane di nobile aspetto e altrove anziano. In ognuna di queste situazioni il suo scopo è di spillar denaro e doni agli ingenui che incontra facendo uso del suo innato talento nell'arte oratoria oltre che della sua non comune cultura, doti che gli procurano anche stima e rispetto. Alla fine di ogni bozzetto egli si manifesta sempre al narratore per quell'astuto vagabondo e avventuriero originario d'Alessandria d'Egitto che risponde al nome di Abu l-Fath al-Iskàndari. Stilizzazione di quella folla di nullafacenti vagabondi, poveri diavoli e malandrini che vivevano di espedienti e furberie in tutte le città arabe a partire dal IX secolo, personaggi tutt'altro che biasimati dalla buona società di allora che anzi si divertiva del loro sapido gergo e le singolari abitudini di vita.

 

Abu Zàyd al-Hilàli

Eroe leggendario dei Banu Hilàl, importante tribù originaria della parte centro-meridionale della Penisola araba che nell'XI sec. si sparge nel Nord Africa "come uno stormo di locuste disperse" contribuendo in modo determinante all'arabizzazione della regione dopo la loro vittoria sulla tribù berbera Zanàta. Abu Zàyd è il più noto fra i protagonisti del ciclo di romanzi popolari chiamato Sìrat Bani Hilàl (La saga dei B.H.) che fin dal Medio Evo s'è diffuso in tutto il mondo arabo e le cui gesta sono tuttora narrate nei caffè popolari di Damasco e del Cairo e cantate dai cantastorie durante le feste e le fiere. Dalla "pelle più nera della notte ma i tratti di un bianco" e dal nome originario di Barakàt, Abu Zàyd è figlio di Rizq, emiro del paese di Sarw in Yemen, e della figlia dello sceriffo della Mecca. Fin dalla sua infanzia mostra la sua eccezionale intelligenza e valentìa sia nella caccia che in battaglia, godendo dei saggi consigli di sua sorella Shìha e della sua protezione. Beduino orgoglioso e guerriero, egli disprezza la pacifica vita agreste dei sedentari e si gloria di non "aver mai coltivato viti e di non aver mai piantato palme". Dopo varie avventure in Arabia, Abu Zàyd si trasferisce nel Màgreb con la sua tribù stabilendosi in Tunisia, protetto dalla figlia del re locale. Successivamente torna in Arabia per passare a combattere in seguito nei paesi dei Persiani, dei Curdi e dei Turcomanni, e poi ancora in Egitto, prima di tornare in Tunisia ed entrare in guerra col sovrano locale per la conquista dei sette troni e dei quattordici castelli dei paesi dell'Ovest (il Màgreb). Qui Abu Zàyd sarà proditoriamente assassinato dal suo parente Diyàb bin Gànim, altro personaggio importante del ciclo, uccisore del sovrano Zanàti Khalìfa, "il leone del Magreb". Anche Diyàb andrà incontro a una fine crudele in vendetta della morte di Abu Zàyd. Nessun documento è stato finora scoperto a indicare che Abu Zàyd possa esser stato anche un personaggio storico.

Abu Zayd, "Encyclopédie de l'Islam"2, vol. 1, Leiden-Paris, 1960, p.172.

 

Abu Zàyd al-Sarùgi

È il principale attore delle famose maqamàt del filologo al-Harìri e il facondo improvvisatore di bei versi in cui spesso descrive con brioso linguaggio il suo stile di vita bohémien. Ma anche l'abile briccone, l'ipocrita canaglia e lo sfrenato ubriacone, capace di tutti i mestieri e sotterfugi, che sfrutta la propria abilità oratoria al fine di imbrogliare ed estorcer denaro a tutti gli ingenui - e non - che gli capitano a tiro, per dissiparlo poi nelle taverne in bassa e triviale compagnia. Il suo autore, che appare in questi bozzetti nelle vesti del narratore Hàrith bin Hammàm, si rifà - con maggior talento linguistico, ma più superficiale nel contenuto - alle maqamàt dell'iniziatore del genere, il persiano arabizzato Badì' al-Zamàn al-Hamadhàni (968-1008), e al suo personaggio Abu l-Fath al-Iskàndari, sul cui carattere è stato disegnato quello di Abu Zayd al-Sarùgi, dall'eloquenza enfatica e millantatrice, dai fantasiosi travestimenti e inganni, il tutto teso al fine dello scrocco per il protagonista e allo sfoggio di bella lingua per l'autore.

Secondo qualche fonte storica Abu Zayd - scappato dalla città di Sarùg appena conquistata dai Crociati e rifugiatosi a Basra, città di al-Harìrì - sarebbe realmente vissuto e avrebbe ispirato al filologo la sua prima maqàma.

Dumas, R., Le héros des maqamàt de Hariri, Abou-Zaid de Saroudji, Alger 1917.

 

Aladino (arabo Alà' ad-Din)

Protagonista di una notissima novella arabo-egiziana del XVI sec. inclusa nella traduzione settecentesca di A. Galland (1646-1715) delle Mille e una notte, ancor prima che il testo arabo venisse alla luce e pubblicato. È un giovane cinese, lo scioperato figlio di un sarto morto di crepacuore per causa sua, che grazie all'onnipotente genio di una lampada meravigliosa di cui viene in fortuito possesso, riesce a realizzare ogni suo desiderio e infine a sposare la principessa Badr al-Budùr, figlia del sultano della Cina, malgrado le brighe di un mago magrebino che per un breve periodo riuscirà a metter mano sulla magica lucerna e a servirsene contro il giovane. Riavuta la lampada, Aladino da ragazzo scapestrato qual era diverrà sultano, amato e stimato dai suoi sudditi e vivrà felice con la sua sposa.

La favola di Aladino ha ispirato un dramma fiabesco dello scrittore danese Adam Oehlenscläger (Aladdin eller den forunderlige Lampe, A. o la lampada meravigliosa,). Essa fu inoltre musicata nel secolo scorso da vari compositori. La versione di Isouard e Benincori fu rappresentata a Parigi nel 1822.

Aladino è anche il nome dato dal Tasso nella Gerusalemme liberata al tirannico re di quella città, persecutor di cristiani, che dopo averne subìto la caduta, perirà nel corso di una sortita. Il suo vero nome storico - quale emiro reggente la città a nome del califfo d'Egitto - era Ducat, e il personaggio assumerà il nome di Ducalto nella Gerusalemme conquistata.

 

Ali Bàba

Protagonista di una lunga novella inserita in alcune redazioni delle Mille e una notte, presente nella traduzione francese di A. Galland (1646-1715). È un povero artigiano persiano che scopre fortuitamente una grotta nella quale quaranta ladroni hanno ammassato la loro refurtiva, costituita da immense ricchezze, e la formula magica per aprirne la porta, "Apriti, Sesamo". Ne approfitta per impadronirsi di una parte del tesoro, ma il fatto viene scoperto dai malfattori che complottano per ucciderlo. Lo salverà Morgana, la sua fedele schiava, che grazie all'astuzia riesce a sventare la trama e a uccidere tutti i ladroni, permettendo al proprio padrone di metter mano sul resto del tesoro e ottenendo di sposarne il figlio. Assieme ad Aladino è uno dei personaggi della celebre raccolta araba di maggior fortuna in Europa e - come quello - un campione dell'ottener molto con poco o punto sforzo. La formula "Apriti, Sesamo" è assurta a magica espressione che permette di superare qualsiasi difficoltà.

 

Amìna

Seconda protagonista della Trilogia (al-Thulàthiyya) dell'egiziano Nagìb Mahfùz (1912-), Nobel per la letteratura nel 1988, è la moglie di Ahmad Abd al-Giawwàd , il duro ed egoista padron di casa, dalla cui figura non può essere separata. Sulla sua bellezza il romanzo accenna soltanto, concentrando tutto l'interesse del lettore sulle qualità morali. Dal carattere dolce, timorosa e sottomessa, è una donna semplice, totalmente al servizio di suo marito - fin da quando l'ha sposato a quattordici anni - e alle esigenze della casa che governa con saggezza e bontà, e di cui rappresenta il fattore di tranquillità, il pilastro grazie al quale tutti restano uniti e attorno a cui si svolge il quotidiano rito della "riunione per il caffè" che mette insieme - al ritorno dalla scuola o dal lavoro - tutta la famiglia eccetto il padre. Ella è l'elemento di durata e stabilità pur in un periodo in cui quel tipo di famiglia è in declino in Egitto. Mentre suo marito è quasi sempre fuori e non rientra mai prima di mezzanotte, lei passa tutto il suo tempo a casa, luogo che viene a essere pertanto il centro della storia e - dal punto di vista della sua composizione -, Amìna, così completamente statica, risulta essere il personaggio centrale della Trilogia, presente nella saga dalla prima all'ultima pagina e per questo è colei che la tiene insieme, aprendola e chiudendola, continuando a rimanere in quell'abitazione nella via "tra i due palazzi". D'altronde le rigorose regole della tradizione non le permettono di lasciar la casa e quanto accade nel mondo esterno - vicino e lontano - le perviene filtrato dal marito e dai figli, anche se qualcosa del "vicino" lo può osservare direttamente dal tetto della casa e - ancor meglio - dalla mashrabiyya, il chiuso balcone da cui si può vedere senza esser visti, simbolo delle sbarre di quella prigione che è la casa per le donne. E da quell'osservatorio - sola nella notte e oppressa dalle storie di fantasmi udite da bambina - lei spia il ritorno notturno del coniuge, pronta a precipitarsi per illuminargli la scala con la lampada a petrolio, aiutarlo a togliersi il mantello e le scarpe. Continuando - come sempre - a chiamarlo sàyyid, signore.

Solo una volta - in assenza del marito - ella oserà allontanarsi da casa per andare a pregare alla moschea di Huseyn a cui lei - figlia di uno shaykh della moschea-università di al-Azhar - si sente particolarmente devota. Un incidente svelerà la sua trasgressione e il marito la caccerà di casa costringendola a rifugiarsi presso la madre, finché tutto s'appiana per l'atteggiamento umile e sottomesso ch'ella manifesta.

Talvolta lei manda la sua fedele domestica a consultare un veggente, per sapere se sua figlia si sarebbe sposata presto o per altri piccoli fatti di casa. Spesso approfitta di accrescere le sue conoscenze religiose rivedendo il Corano coi suoi figli. Non si occupa di politica e, di fronte all'occupazione inglese, lei mostra la stessa passiva rassegnazione che ha nei confronti del dispotismo del marito.

Gli anni passano e quando suo marito sarà sul letto di morte, incapace di parlare, sarà lei a recitare - al suo posto - l'atto di fede musulmana che aprirà all'uomo le porte del Paradiso.

La terza parte della saga termina con la solitaria morte di Amìna, dopo una vita semplice e schiva, identificata con quella del marito e dei figli. Rimane l'impressione che con la sua morte si chiuda un periodo della storia dell'Egitto degli ultimi secoli.

Jomier J., La vie d'une famille au Caire d'après trois romans de M. Naguib Mahfuz, "MIDEO", 4 (1957), pp. 52-55.

 

Àntara (o Àntar)

Possente figura di eroe romantico scaturita da un personaggio storico vissuto un po' prima dell'avvento dell'Islàm, Àntara bin Shaddàd al-Absi, autore di una delle sette mu'allaqàt e di altri poemi di discussa autenticità, in cui prevale l'elemento epico, il valore del poeta-guerriero, le sue prodezze che ne riscattano l'origine da madre nera elevandolo da una condizione di povero pastore bastardo a quella di eroe arabo dal sangue puro. Da qui le leggende sulla sua figura sorte in ambienti per lo più popolari i cui sviluppi hanno condotto alla costituzione nel XII sec. d.C. di quella Storia di Àntar considerata il modello del romanzo arabo di cavalleria. Con un processo di esaltazione non sconosciuto alle epopee di altri popoli, Àntara da eroe solitario diviene il rappresentante del carattere arabo nel suo insieme, e il cavaliere pagano si trasforma nel campione dell'Islàm, sia nel periodo delle conquiste islamiche sia in quello delle Crociate. "Padre dei cavalieri", del cavaliere egli possiede tutte le virtù: il coraggio, la lealtà, la generosità, l'amore per la verità. Egli si erge a protettore delle vedove, degli orfani, dei poveri a cui offre spesso da mangiare. E ancora si distingue per la venerazione delle donne - e di sua cugina Abla in particolare - e per la liberalità, soprattutto verso i poeti. Il cavaliere stesso deve essere poeta. Si può notare che le caratteristiche del cavaliere arabo non si discostano dal quelle del contemporaneo cavaliere medievale europeo. Come pure i grandiosi tornei cui l'eroe partecipa mettendosi in evidenza nelle località più importanti dell'epoca. Chi abbia dato a chi, non è stato chiarito.

Fin da due secoli fa - da quando il romanzo di Àntara è stato fatto conoscere in Europa - l'eroe, col suo individualismo romantico e - non ultimo motivo - la sua morte perpetrata col tradimento, ha scatenato l'entusiasmo degli studiosi che l'hanno via via accostato ai più grandi eroi epici: Sigfrido, Rolando, il Cid, il persiano Rustem Dastàn, Ulisse, Achille.

'Antara ibn Shaddàd al-'Absi, "Encyclopedia of Arabic Literature", Ed. by J.S. Meisami & P. Starkey, 2 vv., 1998, p. 94. 'Antara, "Encyclopédie de l'Islam"2, vol. 1, Leiden-Paris, 1960, p. 537.

 

Giuha

Soprannome di un personaggio - una specie di Bertoldo - di cui l'immaginazione popolare araba ha fatto l'eroe di qualche centinaio di facezie, aneddoti e storielle scherzose, conosciuto anche al di fuori del mondo arabo. Lo si ritrova infatti - talvolta col nome più o meno diverso - anche in Turchia (Nasr al-Dìn Khogia), in Persia (Giuhi), in Africa Orientale (Giuha), in Nubia (Giauha), a Malta (Giahan) e pure in Sicilia e in altre aree dell'Italia (Giufà o Giucca). Nel Màgreb e fra i berberi è noto come Si Djeha o Ch'ha. Si può comunque giungere ad affermare che il personaggio è presente nel folklore di tutti i popoli.

Era già proverbiale nel IX sec. d.C. e tutte le fonti arabe non mettono in dubbio la sua esistenza storica - col nome di Dugiàyn - per cui sarebbe vissuto oltre i cent'anni morendo a Kufa intorno al 777 d.C.

Spesso presentato dalle fonti più antiche in situazioni scatologiche e oscene ben apprezzate dal basso volgo, successivamente - specie nelle edizioni a stampa - tale carattere si attenua. Considerato talvolta un sempliciotto, un campione della futilità - se non della stupidità e dalla propensione all'errore e alle cantonate - Giùha appare invece particolarmente accorto al momento opportuno, simulando un'apparenza di semplicità di spirito solo al fine di gabbare i suoi simili e vivere a loro spese. Il parassitismo infatti è il suo scopo e strumentale la sua finta stupidità. Genio degli espedienti e pronto di spirito, è in grado di trarsi d'impaccio dalle situazioni più delicate.

Il personaggio è stato recentemente a più riprese adattato all'epoca moderna. Noto esempio ne è il narratore siriano Zakariyya Tàmir che - attraverso il suo Giuha damasceno dai caratteri del suo archetipo - denuncia aspetti di malcostume politico e sociale. Come pure l'eroe è stato ripreso dal cinema in un film nella doppia versione araba e francese intitolato Goha.

Juha, "Encyclopedia of Arabic Literature", Ed. by J.S. Meisami & P. Starkey, 2 vv., 1998, pp. 417-8. Djuha, in "Encyclopédie de l'Islam"2, vol. 2, Leiden-Paris, 1965, pp. 605-7. Déjeux, J., Djoh'a, héros de la tradition orale arabo-berbère, Sherbrooke 1978.

 

Shahrazàd

È il personaggio-chiave delle Mille e una notte, la più celebre raccolta araba di racconti meravigliosi e altre storie, colei che - pur apparendo solo al principio e alla fine dell'opera oltre che all'inizio di ciascuna notte a tenere legate le novelle - sostiene la storia-cornice da cui si dipartono e si svolgono gli altri racconti. Essa ci presenta il re di Persia Shahriàr, che convinto della propensione all'infedeltà delle donne, decide di sposare ogni giorno una fanciulla per metterla a morte il mattino seguente, senza darle il tempo di poter attuare alcun tradimento. Se non che la giovane e bella Shahrazàd - figlia del vizìr incaricato di trovar ogni sera una nuova moglie al re - notando le difficoltà del padre a reperir donne da marito, decide di por termine alla tragica sequenza offrendosi in sposa al re, e riuscendo a fargli rinviare la propria esecuzione stimolandone la curiosità coll'interrompere sul far del giorno un racconto di cui il sovrano vuol udir la conclusione. La saggia ragazza agisce in tal modo per mille e una notte collegando tra loro storie sempre nuove, usando spesso la formula "la storia che t'ho raccontata è niente rispetto alla prossima". Divenuta nel frattempo madre di tre figli, il re, ormai affezionato e convinto della sua onestà, le concede alfine la grazia tenendola con sé.

Shahrazàd è venuta a rappresentare - specie nell'immaginario occidentale - il femminino orientale, fantastico e sensuale, anche se questo aspetto del personaggio non è talmente accentuato, specie in rapporto all'audacia - a tratti anche scabrosa - di certi racconti dell'opera. D'altra parte ella è presa spesso anche come personificazione dell'astuzia femminile, pur se nel suo caso sarebbe più conveniente parlar di saggezza e intelligenza.

Sull'onda della fortuna del personaggio, Shahrazàd darà nome ad alcune opere musicali, prima fra tutte la celebre suite sinfonica Shekerazade di N.A. Rimskij-Korsakov (1880) dalla quale M. Fokin trasse un balletto rappresentato a Parigi nel 1910, e poi ancora tre liriche per canto e pianoforte, intitolate Shéhérazade (1903) di M. Ravel. Anche l'Oriente non mancherà di riprenderne la figura: è del 1934 il dramma simbolista Shahràzad dell'egiziano Tawfìq al-Hakìm (1898-1987) in cui la protagonista - che impersona la conoscenza - saprà condurre il suo re dai piaceri materiali al conseguimento della suprema verità.

 

Sindbàd (il marinaio)

Narratore e protagonista d'un ciclo di racconti di viaggio d'un ignoto iracheno scritti attorno al Mille, indipendenti all'origine, poi inseriti nelle Mille e una notte (notti 536-566), nati sull'onda dell'espansione commerciale e dell'esplorazione musulmana nell'Oceano Indiano, a partire in particolare dalla città marinara irachena di Bàsra.

La trama della storia s'impernia sui racconti che il ricco mercante Sindbàd narra a un povero facchino suo omonimo (talvolta chiamato Hindbàd) e a un gruppo di commensali sui suoi sette viaggi per mare e sui relativi naufragi che li concludono, da cui egli si salva per la sua abilità, la sua fortuna e la sua resistenza, dopo aver vissuto numerose avventure straordinarie e meravigliose, ritrovandosi al suo definitivo ritorno più ricco che mai.

I momenti principali dei sette viaggi sono: 1. L'arrivo di Sindbàd e compagni su un'isola che risulta essere in realtà un grosso pesce che s'innabissa. Sindbàd si salva fortunosamente e assiste - in un'altra isola - al fenomeno della giumenta fecondata dal magico stallone del mare generando meravigliosi puledri. 2. Sindbàd trova l'uovo dell'uccello gigante Rukh che ciba i suoi piccoli di elefanti. Attaccandosi alla zampa del mostruoso volatile egli è trasportato alla valle di diamante, guardata da enormi serpenti da cui riesce a fuggire, in virtù di uno stratagemma, con le tasche piene di pietre preziose. 3. Perduta la nave a opera di innumerevoli piccole scimmie, Sindbàd vede i suoi compagni arrostiti e divorati da un cannibale gigante di cui si vendica accecandolo e riuscendo a sfuggire all'ira dei compagni del mostro. Poco dopo l'astuzia gli evita di farsi mangiare da un grosso serpente. 4. Una tribù di neri selvaggi ingrassa e arrostisce i compagni di Sindbàd, destino a cui egli scappa per giungere a insegnar l'uso della sella a un re straniero. Per gratitudine questi gli fa sposare sua figlia che ben presto muore e - secondo il costume locale - il marito vien posto a morire nella caverna in cui è inumato il cadavere della moglie. Anche da qui Sindbàd riesce a trarsi d'impaccio seguendo un animale selvatico che lo conduce a un'apertura nei pressi di una spiaggia, dove lo raccoglie una nave di passaggio, non prima d'essersi impossessato delle gioie e gli ori presi ai cadaveri della grotta. 5. Sindbàd si salva a stento dall'affondamento della sua nave, bombardata con rocce dagli uccelli Rukh cui i suoi compagni avevano distrutto un uovo. Sull'isola a cui giunge naufrago, un vecchio lo costringe a portarlo in giro sulle spalle. Se ne libera uccidendolo dopo averlo ubriacato. In un'altra isola Sindbàd arricchisce con le noci di cocco che delle scimmie gli lanciano per rispondere ai suoi lanci di pietre. 6. Scampato all'ennesimo - ma non ultimo - naufragio giunge al paese di un re che gli affida numerosi regali da offrire al califfo Harùn al-Rashìd. 7. Infine, partito ancora una volta e affondata la nave da grossi pesci, vien salvato da un vecchio ricco che gli fa sposare sua figlia e poi muore. Sindbàd si rende conto che gli abitanti di quella città di tanto in tanto si trasformano in diavoli e lui inconsapevolmente li mette in pericolo pronunciando il nome di Dio. Deve allor partire con la moglie e i suoi averi tornando definitivamente a Bagdàd.

L'analogia con Ulisse e il suo vagare non può sfuggire, al punto da esser stata ipotizzata una sorta di trasposizione in arabo del poema greco, anche se l'accostamento della figura di Sindbàd con la potente personalità dell'eroe omerico appare senz'altro esagerato. Comunque i tratti comuni dell'ardente sete di toccar nuovi lidi, dell'umana debolezza nei momenti critici e la conseguente forza di reazione che porta alla salvezza e - ancora e soprattutto - le comuni manifestazioni d'astuzia che si esplicano nei fantasiosi stratagemmi dei due non possono non farceli sentire prossimi e degni della medesima simpatia.

Sindbàd il marinaio non dev'essere confuso con Sindbàd (Syntipas) il filosofo che compare nell'altro ciclo all'interno delle Mille e una notte, quello noto come Il libro dei sette vizìr.

Sindbàd, "Encyclopédie de l'Islam"2, vol. 9, Leiden-Paris, 1998, pp. 663-4.

 

Voci di E.B. per il Dizionario dei personaggi letterari, Torino, UTET, 2001

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