In questo diario vorrei raccontare la mia recente esperienza in Palestina come volontaria in un campo di lavoro organizzato dal progetto Zajel in collaborazione con l’università al-Najah di Nablus e lo SCI-Italia (Servizio Civile Internazionale). Spero di riuscire a fare una sintesi chiara ed il più possibile esauriente delle circostanze da noi vissute tra il 10 ed il 31 di agosto, tenuto conto anche del fatto che si tratta della mia prima esperienza di questo genere in quel contesto, ma anche di esprimere correttamente i miei sentimenti e quelli delle persone da me incontrate e citate. Colgo quindi l’occasione per ringraziare tutti i volontari, sia internazionali, sia palestinesi, e per ribadire che la loro presenza ed il loro sostegno sono stati indispensabili per l’elaborazione di questa testimonianza.

Non intendo comunque soffermarmi più di tanto sulle attività del campo, per le quali mi sembra più utile contattare le associazioni coinvolte, ma soprattutto descrivere le situazioni viste ed i contatti avuti con la gente del luogo; mi rendo conto che è difficile scrivere qualcosa che possa interessare a tutti, e mi scuso se ad alcuni di voi qualcosa sembrerà banale o risaputo.

Invito tutti coloro che, in un modo o nell’altro, trovassero interessante questo scritto, a contattarmi tramite mail per discuterne insieme: il mio indirizzo è melodr88@hotmail.com

Grazie per la pazienza e buona lettura.

 

1. L’arrivo a Nablus

 

Sembra che la fiaba del pellegrinaggio abbia funzionato. Mi trovo infatti con Maurizio, un volontario italiano, su un taxi collettivo che ci porterà dall’aeroporto di Tel Aviv a Gerusalemme all’alba del nove agosto. Una soldatessa israeliana ci aveva accolti poco prima subito a fianco della scaletta dell’aereo, e ci aveva poi accompagnati all’interno dell’aeroporto dove siamo stati interrogati, e dove con aria candida abbiamo evitato di menzionare il vero scopo del nostro viaggio. Come è noto, infatti, Israele non accetta volontari internazionali diretti in Cisgiordania o a Gaza, anche se non destinati ad attività di interposizione, quindi bisogna avere una storia pronta all’uso per riuscire ad uscire dall’aeroporto. I timbri di alcuni paesi arabi sul mio passaporto suscitano un certo interesse, e ne susciteranno ancora di più al ritorno, ma alla fine ce la caviamo, e partiamo per Gerusalemme.

Il nostro arrivo a Nablus è previsto per il giorno successivo. Anche in questo caso, dobbiamo organizzarci in modo da evitare che l’ingresso nei Territori Occupati ci venga negato. Siamo molto numerosi, e partiamo in gruppi diversi con alcuni tassisti contattati dall’associazione. Il primo gruppo viene ovviamente fermato al check-point di al-Hawwara, non lontano da Nablus, e la giustificazione ‘Siamo turisti, vogliamo visitare la città’ non sembra fare molta presa. Si cerca perciò una strada alternativa, ed il gruppo inganna l’attesa improvvisando una partita di calcio, Italia- Resto del mondo, sulle alture di fronte a Nablus, da dove vediamo anche la lunghissima fila di palestinesi costretti in attesa al posto di blocco. Alla fine, dopo un tratto a piedi ed un altro in taxi lungo una delle ‘Tariq al-iltifaf’ , stradine sterrate e tortuose in mezzo alle montagne, più volte distrutte dai carri armati, come ci spiega il nostro tassista, riusciamo ad arrivare in città.

 

Quando ripenso a quei giorni, ho la sensazione che la mia mente fosse avvolta nella nebbia; non che adesso sia stata colta da illuminazione, ma mi rendo conto della differenza che fa vivere certe cose, piuttosto che apprenderle dalle fonti di informazione, per quanto fedeli, precise ed attente. Uno dei primi avvenimenti significativi è la visita della città vecchia di Nablus, affascinante come gran parte delle città della regione con i suoi vicoletti, con gli edifici antichi, il mercato sempre affollato, ma dolorosamente segnata dal recente assedio israeliano, dalle ripetute invasioni, dalle distruzioni di case compiute dall’esercito in cerca dei combattenti. Così, ci rendiamo conto di come si muova l’esercito nella città vecchia, occupando alcuni edifici e poi spostandosi rapidamente negli altri, dato le case sono attaccate le une alle altre; di come la distruzione della casa di un presunto ‘terrorista’ coinvolga sia la sua famiglia, sia tutti coloro che abitano nello stesso edificio, sia i vicini, che nella migliore delle ipotesi rischiano di rimanere senza casa; vediamo stanze di pochi metri quadrati dove l’esercito ha tenuto per ore decine di prigionieri senza acqua, cibo o servizi igienici; le foto dei ‘martiri’ sui muri delle case, e mi rendo conto che il termine ‘Shahid’, martire, è attribuito non solo a chi partecipa a degli attentati suicidi, ma a tutti coloro che sono caduti, accidentalmente o meno, sotto il fuoco israeliano. Un signore anziano ci racconta la storia di suo figlio. Il giovane, con un ritardo mentale, stava accompagnando il padre alla moschea, poco distante da casa, un venerdì, durante un’invasione israeliana; il padre dice che la condizione del giovane era evidente, ma questo non ha impedito ai soldati di sparargli dopo averlo fermato, ed avergli intimato di rientrare dopo una breve discussione. Visivamente, è impressionante come le case si alternino agli spazi vuoti ed alle macerie, segno delle ‘distruzioni mirate’ israeliane; per noi è anche straordinario come la ricostruzione riprenda subito, ovviamente a seconda delle possibilità di chi la intraprende, per quanto ipotecata dalla precarietà assoluta della vita quotidiana.

Un gruppo di bambini in un vicolo canta per noi una canzone patriottica, dove non mancano maledizioni all’indirizzo degli ebrei; ciò sconvolge molti di noi, ed accende molte discussioni. Sappiamo che non spetta a noi formulare un giudizio o trovare una soluzione definitiva, ma il contatto con la realtà è per alcuni sconfortante e destabilizzante.

 

Volontà di conoscere la realtà quotidiana dei Territori Occupati; desiderio di rendersi utili anche materialmente; desiderio di conoscere dei coetanei palestinesi per condividere con loro un breve periodo…Ecco alcune delle motivazioni dichiarate dai volontari internazionali per la loro partecipazione al campo, e che presto si scontreranno con la realtà dei fatti. Il progetto originario, la sistemazione di un centro sportivo nel centro di Nablus, è già stato accantonato: sembra che non ci sia grande interesse a lavorare per un luogo di svago quando tante persone sono senza casa. Così, una parte del gruppo inizia a lavorare in alcuni edifici della città vecchia, mentre altri progettano attività di animazione in un istituto per orfani ed in uno per ciechi. Soltanto qualche ora dopo, purtroppo, la situazione precipita: in risposta alla rottura israeliana del cessate il fuoco, due giovani, Khamis e Islam, originari di Askar, uno dei campi profughi intorno a Nablus, si fanno esplodere in due zone diverse di Israele, di cui si attende la reazione da un momento all’altro. Il giorno dopo non possiamo recarci al lavoro in città, ed abbiamo un primo assaggio delle frustrazioni che sono il pane quotidiano dei palestinesi. Molti di noi pensano con timore alla prossima invasione, e ci meraviglia molto l’apparente tranquillità delle persone che ci circondano e che ci dicono: “Qui funziona sempre così”, vendetta dopo vendetta; nella notte, alcune jeep e carri armati invadono il centro di Nablus, dove abita il gruppo delle ragazze, ma fortunatamente, dopo una notte fatta di spari, jeep e mezzi blindati che fanno avanti e indietro, lasciano la città all’alba, e la vita riprende, sempre apparentemente, come prima. La differenza è che anche noi, adesso, abbiamo nella mente il rumore degli spari, spesso senza un obiettivo preciso, a causa dei quali ogni anno muoiono ‘accidentalmente’ centinaia di persone, il frastuono dei carri armati, che fa tremare i muri delle case e le finestre, le voci dei soldati ma anche il confortante brusio del traffico cittadino che ci fa capire che sta iniziando una nuova giornata e che l’esercito si è ritirato, almeno per il momento.

 

I progetti nella città vecchia devono comunque essere abbandonati: Zajel si ritiene responsabile della nostra sicurezza, e non ritiene opportuno farci lavorare in quella zona. Alaa, il coordinatore locale del campo, e Fawaz, un volontario, ci spiegano quale sembra essere la situazione al momento. In città non esiste un’autorità ufficiale, e tutto funziona in base ad un sistema di protezioni personali che ricorda alcune organizzazioni ben note dalle nostre parti. Sembra che ci sia il rischio che scoppino delle faide tra i palestinesi stessi, che metterebbero in pericolo l’incolumità dei volontari. Così, iniziamo a lavorare alla manutenzione di un parco nella parte nuova di Nablus  in vista di un carnevale dei bambini: pulizia dei giardini e dei vialetti, costruzione di una rudimentale scalinata ed altre attività simili ci impegnano per qualche giorno. Nel frattempo, continuano le attività di studio e di incontro con gli abitanti del luogo, ed anche qui ci scontriamo con un’altra difficoltà: la lotta contro l’occupazione, la necessità assoluta di opporsi e di sopravvivere rendono a volte molto difficile la discussione e la riflessione sulle modalità della lotta, come è avvenuto durante il nostro incontro con il rappresentante della comunità cristiana di Nablus, Padre Yousef, che, a causa delle nostre domande sugli attentati suicidi, ha addirittura temuto che qualcuno di noi fosse filosionista. Molti di noi hanno difficoltà a comprendere questo stato di cose, e a trovare un livello di discussione che renda possibile ad entrambi esprimersi pienamente. In ogni caso, gli incontri sono molto interessanti: con un docente di Scienze Politiche dell’Università, con un rappresentante di Al-Fatah, con un’associazione di donne,  e soprattutto con i volontari della Mezzaluna Rossa, che ci fanno visitare la sede di Nablus e ne illustrano le attività. Restiamo impressionati dalla testimonianza di Tareq, volontario durante le ultime invasioni di Nablus, sul fatto che l’esercito israeliano impedisse alle ambulanze di portare soccorso ai feriti, arrivando in alcuni casi a ferire o ad uccidere il personale dell’associazione.

 

2. In viaggio verso Jenin

 

Durante il week-end del 17 agosto, decido di partire per Jenin, approfittando del momento di relativa calma, con una ‘delegazione’ di italiani fra i partecipanti al campo: io, Carmelinda, Luigi, Andrea, Filippo, Giovanni. Ci troviamo nel centro di Nablus, in pieno giorno, e sentiamo degli spari. Ghassan, il rappresentante di un’associazione per la solidarietà con i prigionieri palestinesi, ci dà una spiegazione vaga: "Conosco quell’uomo, è una brava persona, gli hanno sparato forse perché è ricco. Qui è come la mafia se non sei abbastanza forte, ti distruggono”. Sapremo più tardi che ci sono stati un morto e due feriti, e purtroppo ci saranno altre sparatorie nei giorni successivi.

 

Prendiamo dunque accordi con un tassista per partire per Jenin, ma la macchina si ferma dopo un quarto d’ora. Gihad, pelle scura, magro, barba e capelli castani, occhi chiarissimi, cerca di convincerci che manca la benzina, e poi, di fronte alla nostra intenzione di andarcene, sbotta “ E come faccio con i soldi che ho pagato all’agenzia di taxi?” Così torniamo a Nablus per sistemare le cose, e ci accordiamo con Na`im, un tassista incontrato sull’altra macchina, che ci fa trovare in città una limousine a nove posti, verniciata di giallo. Sono le due passate, e finalmente usciamo da Nablus. Prendiamo una strada nascosta tra le montagne, per evitare i posti di blocco, che ad un certo punto finisce nel niente; il paesaggio è molto mediterraneo, colline piene di oliveti e terra pietrosa. Dobbiamo superare un piccolo valico a piedi, ma torniamo subito indietro, perché ci sono dei soldati, e sentiamo il rumore di un automezzo israeliano. Filippo cerca come sempre di fotografare, e forse ci riesce. Il tassista che ci accompagna nel tratto successivo si chiama Emad, è molto gentile e ci offre anche una bottiglia di succo. Quando per strada incontriamo altri taxi o servis, i taxi collettivi, ecco la domanda fatidica: “Fi jaish?” “Ci sono soldati”? Con risposte diverse a seconda dei casi, “Potete andare” oppure “Attenzione, c’è una jeep”. Questa necessaria solidarietà ci colpisce molto, e, molto banalmente, rido pensando a quando uno di noi ha bisogno di un’indicazione in metropolitana. Dopo un po’, via libera per un tratto piuttosto lungo tra le montagne, ‘Al-tariq al-turabi’,  ‘la strada polverosa’, uno dei tanti modi di chiamare queste strade tra le montagne, percorsi alternativi che permettono di evitare le file e le discussioni dei check point, sebbene a rischio di tirassegno da parte dell’esercito. Nelle zone di collegamento tra un villaggio e l’altro, la strada è indefinibile. Buche, crateri di bombe e polvere dappertutto. All’interno dei villaggi, le strade sono migliori e spesso asfaltate da poco. La strategia dell’isolamento passa anche da questo: i collegamenti tra un villaggio e l’altro vengono distrutti, ma l’esercito distrugge anche ma anche le strade vengono devastate con i carri armati, in modo da rendere ancora più difficile il percorso anche per chi possiede un mezzo a motore. A vista non ci sono insediamenti, e di certo la situazione è diversa rispetto a quella di Nablus, dove si possono vedere le abitazioni dei coloni sulle montagne che la circondano, ed ancora più chiaramente intorno ai campi profughi di Balata ed Askar; comunque, anche qui esiste una strada breve e comoda che possono percorrere, nonostante gli insediamenti siano illegali…

La strada è comunque deserta: poche persone a piedi, qualcuno a dorso d’asino o che si tira dietro un carretto. Emad, l’autista del taxi, è meglio di Schumacher, evita le poche macchine in senso contrario, ed anche una jeep israeliana che Filippo cerca di fotografare con un movimento un po’ troppo brusco. Prima di arrivare in paese, troviamo sulla nostra sinistra una grossa base militare israeliana distrutta prima di essere abbandonata. Avvicinandoci a Jenin il paesaggio cambia: ci troviamo in una pianura piuttosto ampia, con coltivazioni più varie come pomodori, angurie, alberi da frutta, gli immancabili olivi e molte serre, segno che l’agricoltura è piuttosto fiorente e c’è una certa disponibilità d’acqua. “Se mangi olio d’oliva e miele tutti i giorni, la tua salute ne uscirà rafforzata”, ecco un proverbio calzante che qualcuno ci recita descrivendo la zona.

 

Fa più caldo che a Nablus, mi sembra, ma l’arrivo a Jenin è molto piacevole; ci fermiamo subito per rifocillarci da un venditore di panini con la carne arrostita, all’interno del mercato. In realtà prima di fermarci cerchiamo un nuovo centro di Emergency, del quale abbiamo sentito parlare, con il nostro autista gentile, ma non approdiamo a niente. Solo alla sera, dopo aver guardato il sito Internet, scopriremo che i nostri medici stanno lavorando qui, ma in un ospedale locale, ma non c’è tempo di scoprire quale. Anche l’appello alla preghiera sembra diverso qui, più malinconico e lamentoso. Intorno a noi sentiamo qualche “Shalom” e sguardi di curiosità mista a diffidenza.  Alla fine tra un giro e l’altro della città troviamo l’unico albergo, ‘Pension al-bustan’, ‘Pensione Il giardino’, dove ci accoglie Umm Mustafa, una signora gentile e sorridente, dai tratti sudamericani. Qui incontriamo Fathi, un giordano palestinese che ha lavorato per un giornale, e Bakr, un giovane cino-palestinese, che studia diritto a Nablus ed intanto lavora come commerciante in giro per la Cisgiordania. Naturalmente, visto che non abbiamo nessun palestinese che ci accompagni, veniamo subito adottati dai due giovani, con i quali ci dirigiamo verso il campo profughi di Jenin. È questo il teatro dei terribili attacchi dell’aprile del 2002 che si sono conclusi con la distruzione di decine e decine di case. Davanti a noi un immenso spazio vuoto in mezzo alle case, che si prolunga in una strada molto più larga, sembra, di quanto fosse prima. Un enorme spazio vuoto e senza senso. Ci accoglie una famiglia supersite sul lato sinistro del Nulla: padre madre figlio e nipotina di quattro anni, davanti ad una ciotola di hummus e pane preparato in casa. Veniamo invitati ad unirci alla cena, cosa che accettiamo anche se ci sentiamo male ed in un certo senso colpevoli. Riesco a cogliere nelle parole della signora un parte della tragedia, la velocità con cui la distruzione ha avuto luogo, i cari perduti, la gente senza casa e quelli che non volevano lasciarla. ...Ma soprattutto ci colpiscono gli occhi ancora pieni di fiducia, e di disponibilità verso i visitatori, e verso chiunque dimostri un minimo di partecipazione alla loro tragedia. Torniamo in silenzio verso la città: Bakr vuole a tutti i costi mangiare un gelato, e ce ne offre uno enorme. Lunga sosta in un centro internet, ritorni in albergo, la serata finisce davanti alla TV.

 

Il mattino dopo torniamo al campo, pensando di trovare, come pensavamo, un riunione di altri volontari, per la precisione dell’ISM, che qui lavorano con i bambini, ma così non è. Entriamo allora in una sede dell’Olp, dove troviamo anche dei rappresentanti di “Do not forget” e “Palestine Solidarity France”: bandiere, slogans, foto di Saddam Husain e figli in un ambiente piuttosto trascurato. Discutiamo a lungo con Akram, forse un ex ufficiale, e con Yaser, un giovane e promettente studente di Diritto, molto ben informato. Inizialmente sperimentiamo la solita frustrante sensazione di non riuscire a discutere, e di non poter pensare insieme ad una strada alternativa, che ci viene sempre respinta con la menzione delle malefatte altrui. “Vogliamo solo vivere come esseri umani, ma le vittime degli attacchi sono solo in minima parte combattenti, e per lo più donne vecchi, bambini...Non odiamo la popolazione israeliana, ma i civili sono corresponsabili con il governo che hanno scelto…Le associazioni israelo- palestinesi ci hanno tradito… Qui non ci sono speranze neanche per i bambini, perciò non pensiamo al futuro, ma solo a resistere all’occupazione, il nostro unico fine o scopo”.

Poi però ci sembra di riuscire a comunicare meglio, specialmente con Yaser, gli argomenti di discussione sono tanti, dal ruolo della religione nella società, alla possibilità di una guerra civile in Palestina, all’eventualità dell’instaurarsi di uno stato islamico, a cosa farebbero se le cose si sistemassero, che tipo di stato hanno in mente. Le domande dei miei compagni di viaggio si susseguono senza sosta, e a volte la traduzione mi risulta un po’ complicata...Yaser sostiene che certo bisognerebbe stabilire un governo in grado di sistemare le cose, ma chi ne farà parte? I bambini che oggi sono già invalidi? Quelli traumatizzati dalle continue occupazioni? Non sa darci una risposta e nemmeno noi sappiamo farlo. Ci scambiamo gli indirizzi, sperando di poterci incontrare nuovamente. Mi sto rendendo conto che tre settimane sono veramente poche per rendersi conto della realtà di questo posto.

 

Per il ritorno prendiamo appuntamento con Emad alle 3,30 nel centro di Jenin. lui arriva in ritardo di mezz’ora, dice che ci sono stati dei problemi e delle perquisizioni. Arrivati a Beit Emrin, un villaggio non lontano da Nablus., ci fermiamo. I due fratelli ci presentano la loro famiglia, così conosciamo la nonna di 87 anni con il diabete ma ancora lucidissima, sorella più grande che vive con loro dalla morte del  marito, i figli di Emad, due maschi ed una femmina, la seconda dei 5 figli di Na’im, sua moglie. Emad ci racconta molte storie di check point bloccati e di gente che ha aspettato tutto il giorno sotto il sole, ed in taxi ci dirà che per un giovane palestinese sotto i 35 anni è ancora più difficile a priori passare per entrare in città. La casa è molto bella e nuova, costruita da circa un anno, dalla terrazza ammiriamo un bel panorama sulle colline circostanti, e sui terreni, coltivati ad olivi e mandorli. Ci sono anche altri tre fratelli e cinque sorelle, molti dei quali vivono a Ramallah ed in Canada. Na’im è stato in prigione per due anni, dopo essere stato fermato ad un posto di blocco. Uscendo da Jenin abbiamo passato un primo controllo dove un soldato, come sempre molto giovane, voleva farci scendere dalla macchina, ma alla fine ci ha fatto un grande sorriso perché abbiamo iniziato a parlargli dell’Italia e delle squadre di calcio. Sembra che questa storia stia dando ottimi risultati, visto che l’avevamo utilizzata anche in un controllo vicino a Nablus. Il secondo è stato molto peggio. “Di qui non potete passare in macchina. Sapete qui vengono spesso pacifisti estremisti, che causano problemi, vogliono fotografare delle cose, e poi come faccio a sapere che siete turisti, in fondo ci sei qui solo tu a dirmelo...” Questa è l’aria che tira, ed in più l’autista non può accompagnarci. “Dovete camminare fino al prossimo check point che dista 4 km e che chiude alle 8”. Sono le 7 e 10 dobbiamo trovare una soluzione. Emad discute con il soldato mio coetaneo. È alto quanto me, pelle chiara, capelli e occhi neri, bruttino, un sorrisino sempre sulle labbra ed una r curiosa quando parla inglese. Discuti ed insisti alla fine dice: “Voglio farvi un favore. Fate un altro pezzo di strada in taxi, poi proseguite a piedi, e date questo foglietto al prossimo posto di blocco” dice scrivendo. Questa è la nostra dose della quotidiana impossibilità di movimento dei palestinesi. Emad ci lascia quindi a poca distanza dal check point successivo, ha dovuto lasciare un documento al soldato, promettere che sarebbe tornato dopo qualche minuto, e beccarsi qualche minaccia. Telefona poi ad Abu Hashim, un altro tassista che ci aspetta dopo la barriera. Qui troviamo altri ragazzini con la faccia dura e forse voglia di farsi belli che ci dicono che da quel posto non possono passare né turisti né israeliani. Vicino a noi vediamo una macchina ferma ad aspettare, qualcuno passa a piedi, un vecchio pulmino si ferma, gli occupanti vengono fatti scendere e messi tutti in fila con le spalle ad una rete. “Cosa? E perché non ce l’hanno detto poco fa?” Ci dicono anche che il posto chiuderà alle 7 30 e non alle 8 (sono le 7 20), tra l'altro insistono che per entrare a Nablus non dovevamo passare da lì ma da Hawwara, comunque non c’è tempo nemmeno per quello, quindi apparentemente non c'è soluzione. Perciò continuiamo a dire che siamo turisti, che non lo sapevamo, “Ma cosa andate a fare a Nablus, è una città sovraffollata, ci sono dei problemi…” Insisti insisti, tra varie domande tipo “Ci siete stati ad Haifa, perché non siete andati sul Mar Morto, ci sono un sacco di posti da vedere, perché venite proprio qui…”Alla fine, ci vogliono fare un altro regalo, e, forse spinti dall'ora tarda, che ci costringerebbe a dormire con loro o nelle vicinanze, ci lasciano passare. A pochi metri, troviamo Abu Hashim. “Dove volete andare? Emad mi ha detto che vi devo riportare a casa, quindi dimmi dove vuoi andare”. Altra risposta che ci lascia estasiati. Chi ci avrebbe mai risposto così in Europa? Emad telefona subito dopo, chiede come stiamo, se tutto è a posto, ci dice che anche lui ha risolto il problema con i soldati, noi speriamo che sia così e ne siamo felici. Alla fine torniamo a casa.

 

3. Dalle faide al coprifuoco

 

Il mattino del 19 agosto, visitiamo il campo profughi di Balata, non lontano dall’edificio distrutto dell’Autorità Palestinese, ed il centro Culturale Yafa, così chiamato in omaggio ad une delle città della quale sono originari la maggior parte degli abitanti del campo, circa 20000 persone su una superficie di un chilometro quadrato. Incontriamo anche un rappresentante locale dell’UNRWA, responsabile dei servizi essenziali per la popolazione del campo; riusciamo ad intuire le difficoltà della vita in queste condizioni, cosa che ci dovrebbe far riflettere sul successo che alcuni movimenti islamici riscuotono tra la popolazione di questo come di altri campi profughi. Purtroppo, non inizieremo mai a lavorare a Balata. La situazione in città è ancora molto tesa, sembra che ci siano in atto degli scontri tra gruppi di al-Fatah originari della città di Nablus e di Balata, ed infatti mentre lasciamo il campo per tornare a casa, vediamo almeno cinque giovani incappucciati, armati fino ai denti, seguiti da una folla di ragazzini. In questi giorni non è raro vedere la stessa scena nel centro di Nablus, ma abbiamo visto anche dei rappresentanti della polizia palestinese che, vista la gravità della situazione, per la prima volta dopo molto tempo hanno osato rimettere in pubblico la divisa.

Verso sera, alla festa d’addio per la partenza di Frida, una volontaria svedese rimasta a Nablus durante l’occupazione di aprile, veniamo a conoscenza di due notizie molto gravi: un'altra sparatoria in centro città, ed un attentato a Gerusalemme, rivendicato insieme da Hamas e Gihad. Sapremo poi che l'attentatore, travestito da ebreo ortodosso, è salito su un autobus molto affollato a Gerusalemme ovest, causando venti morti ed un centinaio di feriti. Sharon ha deciso di chiudere tutti gli accessi alla West Bank ed a Gaza, in entrata ed in uscita. Probabilmente ci sarà un attacco, ma non sappiamo ancora quando, né come…L'atteggiamento è molto diverso rispetto alla prima volta in cui lo aspettavamo. Non ne parla nessuno. Quasi non ci pensiamo, e ci stiamo adattando alla versione palestinese della vita. “Sì certo ci sarà un attacco, e cosa dovremmo fare?” La loro vita è ipotecata in qualsiasi momento, quindi perché dovrebbero agitarsi per un possibile bombardamento? Così il giorno dopo l'abbiamo passato quasi interamente nel salone dove facciamo le nostre riunioni. Tra l'altro veniamo a sapere che tra la città ed i campi ci sono dei posti di blocco palestinesi, con lo scopo di controllare ed eventualmente impedire la circolazione dei membri delle fazioni nemiche. Ci sono molte discussioni, perché molti di noi vorrebbero lasciare il campo per andare a fare interposizione in un villaggio qui vicino, perché non reggono la frustrazione di non poter lavorare. Discutiamo a lungo, ed una parte di noi sembra decisa. Personalmente, non ho questa intenzione, e inoltre, mi sento male a lasciare i ragazzi del campo, anche se so di non essere per nulla indispensabile materialmente, ma so che se il campo si concludesse così, sarebbe una sorta di abbandono nei confronti di persone che hanno un bisogno fortissimo di comunicare e di avere dei contatti con l'esterno, vista l'assoluta impossibilità di muoversi, e la totale mancanza di libertà di spostamento, anche all'interno del paese. Carmelinda mi fa notare spesso queste cose: il padrone della hall insiste perché suo figlio sposi un'italiana, Na’im insisteva perché io portassi sua figlia in Italia… molte volte ce lo fanno notare, noi sì giriamo il mondo per conoscerli, e loro non possono nemmeno andare a Gerusalemme…In serata Helen, una volontaria australiana che vive a Roma, ha raccontato la sua lunga esperienza in Palestina. Riflettiamo sull’importanza di sperimentare il senso di frustrazione, di capire cosa significhi veramente essere solidali con i palestinesi, e ci rendiamo conto dell’importanza di comprendere che la vita qui è SEMPRE frustrante e non si riescono mai a fare le cose, non si può decidere nemmeno per la prossima ora, c'è una differenza abissale rispetto alla nostra vita quotidiana, data dalla mancanza di poter prendere qualsiasi decisione della propria vita. Sayf e Fawwaz, due volontari locali, raccontano del coprifuoco imposto a Nablus per 128 giorni, dell’impossibilità di affacciarsi alla finestra, dell’odio che si arriva a provare per la propria casa, della vita che rimane come congelata. Sayf dice che la situazione che stiamo vivendo noi, e che già ci sembra impossibile da sopportare perché frustrante, al confronto con quella del coprifuoco è paradisiaca, volendo fare un paragone. Durante la giornata, le faide interne sono continuate, si sono sentiti molti spari, anche vicino all'università, dove si trova il nostro salone, e molte sirene di ambulanze; la sera quando torniamo a casa verso le 22 30 ci sono carovane di macchine che si spostano a tutta velocità, suonando il clacson. Qualcuno prova a dirci che sono matrimoni, ma iniziamo ad avere qualche dubbio. Sempre alla stessa ora, ogni sera, auto e taxi pieni di ragazzi molto giovani, mezzi fuori dal finestrino, molto più numerosi quando si prospetta un’invasione.

 

“Mamnu' al-tajammol…al-tajammol mamnu'” Così inizia giovedì 21 agosto, con un coprifuoco che conclude una notte agitata, fatta di colpi di fucile, un colpo di mortaio, alcune sirene, un elicottero in lontananza, altri rumori poco chiari ed all’alba la voce di un soldato che scandisce le fatidiche parole in arabo da una jeep. Adesso ci troviamo qui, nella casa dove dormono le volontarie, chi legge, chi cerca di dormire, chi parla e chi sta attaccato alla finestra cercando di non farsi vedere e di fare qualche foto. Sembra che abbiano occupato anche la scuola di fronte a casa. A volte i colpi sono molto vicini, sicuramente meno del missile che qualche giorno fa è caduto proprio dietro casa, vicino al cimitero, circa all’ 1 30 di notte, anche se non sappiamo chi l'abbia lanciato. Ora c'è chi dice che sarebbe meglio spostarsi da qui, visto che siamo proprio al centro delle operazioni. Una delle cose che più ci colpiscono sono i palestinesi indifferenti al coprifuoco: una ragazza, un venditore di fichi con suo figlio, ognuno con il suo carretto, tre ragazzini a piedi, due a dorso d'asino. Abbiamo preparato le borse ed aspettiamo con i passaporti in mano, pronte ad ogni evenienza. Sembra che nella zona dell’appartamento dei volontari non ci sia coprifuoco, ma comunque i ragazzi non si possono muovere.

Jenny, una volontaria inglese dell’UPMRC (Union of Palestinian Medical Relief Committee), racconta la sua esperienza durante l'occupazione di Nablus. Chi usciva, veniva ammazzato per strada; obiettivi principali macchine, alberi, condotte della luce e dell'acqua; non potevano passare nemmeno le ambulanze, ed il personale veniva ferito; si tentava anche di portare con le ambulanze generi di prima necessità e medicine, e di costituire delle cliniche mobili che potessero raggiungere le zone bloccate.

Verso le 12 50 è entrato in città un altro carro armato; il rumore che fa è indescrivibile. Ha percorso la strada vicino a casa nostra prima  in un senso, poi in quello opposto, trascinando con sé e cercando di schiacciare la fila di barriere di metallo che costeggia il marciapiede. È stato uno degli ennesimi atti di arroganza immotivata, ci chiediamo infatti che importanza strategica abbia distruggere l’arredo urbano di fronte ad una scuola abbandonata…Vediamo un rivolo d'acqua lungo la strada, e capiamo che ancora una volta le condutture d'acqua sono dei bersagli privilegiati. Restiamo qui ad aspettare, scriviamo, non sappiamo quanto durerà e le ore sembrano non passare mai. Poco fa discutevo con Caterina: come possono andare avanti un'economia ed un paese con queste premesse? Con un esercito occupante che può bloccare la vita di tutti da un momento all'altro? Le notizie dall'Italia dicono che ora qui a Nablus ci sono 50 carri. Mi sento molto stanca, e non è passato ancora nemmeno il primo giorno. Siamo alla sera ormai. Jenny ha cucinato per noi la pasta, poi Samah, una volontaria che abita con la famiglia al piano di sopra, è venuta a trovarci. “Perché siete depresse? Dovete avere la meglio sul coprifuoco, altrimenti lui avrà la meglio su di voi. Noi abbiamo avuto anche 4 mesi di coprifuoco, dovete imparare a resistere”, ci dice con la consueta energia.

È passato il primo giorno, ed un soldato ci ha salutato dal carro armato. Stava, penso, cercando di negare il passaggio ad una delle ambulanze verso la città vecchia, puntando contro di essa, e noi eravamo tutte al balcone ed alla finestra per cercare di fotografarlo, visto che si trovava proprio sotto casa nostra. Il tank ha fatto poi un po' di marcia indietro, quindi l'ambulanza ha fatto manovra e si è diretta verso la città, indenne. Forse non è così, ma ci piace pensare che anche noi abbiamo contribuito un po' al suo passaggio. Tutto ciò mi fa riflettere anche sulla nostra vita e sul fatto che, quando una persona vuole o deve fare una cosa, deve cercare di farla subito, per evitare che le circostanze abbiano la meglio. Un gruppo di noi cercherà di raggiungere i ragazzi, io per il momento resterò qui anche se mi mancano tanto. Stamattina presto sparavano molto vicino a casa; poco fa (ore 13 00) abbiamo sentito un'esplosione, e adesso stanno passando molte ambulanze. Si ripetono continuamente le stesse scene: alcune jeep bloccano l'ingresso alla città proprio di fronte a casa, si sentono ancora spari, un'esplosione ed un delirio di sirene. Sotto casa nostra chiediamo ad Osama, fratello di Gihan, volontario della Mezzaluna, cosa stia succedendo. L'esercito sta circondando le moschee, ci sono persone per strada che stavano andando a pregare, oggi è venerdì. Già, oggi è venerdì e tu mi spari. Altri spari veramente molto vicini a casa. Chiediamo a Samah perché si spara in città. “Per molte ragioni, principalmente per spaventare la gente”. Sappiamo che in città ci sono dei mercenari drusi, che hanno fama di essere particolarmente crudeli, quindi la situazione è ancora peggio rispetto a ieri. Samah ha accompagnato due di noi per raggiungere i ragazzi. Un mezzo blindato le ha fermate e lei si è spiegata con i soldati, dicendo che Carmelinda aveva il ciclo, e che la stava accompagnando in ospedale: naturalmente è stata le presenza degli internazionali, del resto arcinota all’esercito israeliano, a rendere possibile questa piccola rottura del coprifuoco. “Ragazze è la Palestina: non si può mai dire cosa succederà fra un'ora”, ci spiega ancora Samah. Ci chiediamo se altri internazionali non possano essere d'aiuto per la Mezzaluna. Intanto Eun-Yo, una volontaria coreana, prepara un pranzetto tipico del suo paese, con alcuni ingredienti che si è portata da casa, e qualche contaminazione mediterranea (Lenticchie in salsa di pomodoro).

Siamo arrivati alla sera del secondo giorno, ore 22, le ragazze sono tornate sane e salve. Sembra che lo stato psicologico dei ragazzi sia peggiore: molti, praticamente tutti se ne vogliono andare perché non reggono la situazione, la frustrazione, il fatto di non poter far nulla e di non potersi muovere. Forse noi stiamo un po' meglio perché ci troviamo in mezzo al coprifuoco, ed egoisticamente abbiamo questa vaga sensazione di essere utili con la nostra presenza modestissima agli abitanti della via. Oggi c'è stata anche una sorta di ammutinamento alla hall, in quanto una parte dei ragazzi si è incamminata verso la città vecchia senza dirlo ad Angela. Tutti sono poi tornati indietro tranne Filippo, che per qualche ora si è unito ai volontari delle ambulanze. Sembra che le camp leader si siano preoccupate molto ed anche Alaa, che ha detto anche che nessuno avrebbe dovuto rompere il coprifuoco. A molti di noi pesa stare qui, ma il fatto è che l'associazione ed il progetto Zajel sono e si sentono responsabili per noi, quindi qualsiasi decisione non presa in comune, comporta l'esclusione dal campo. Personalmente, mi mancano i contatti con la gente del posto, e tutte le persone che si incontrano in condizioni normali. 

Il giorno seguente raggiungiamo i ragazzi, cercando di evitare di incontrare i soldati, per trovare un’altra sistemazione al di fuori della città vecchia. Parlo un po' della frustrazione con Ahmad, un volontario laureato in Economia, che mi fa un piccolo semplice esempio: “Io oggi dovevo fare un colloquio in banca, ma era chiusa per il coprifuoco". E le parole di Fawwaz e Sayf di qualche giorno fa risuonano ancora come pietre sulle nostre lamentele per la situazione che viviamo, tutto sommato accettabile, rispetto a quella delle famiglie del posto. Nel pomeriggio abbiamo fatto un po’ di animazione con dei bambini di un villaggio sopra Nablus, visto che il coprifuoco era stato sospeso dalla cinque alle dieci di sera, ma alle 18 30 siamo dovuti rientrare di corsa in città perché l’inizio del coprifuoco era stato anticipato alle 19. Ci dicono che succede spesso così. In serata vediamo dalla finestra una scena molto brutta. Il rumore assordante di un’esplosione, o forse un colpo a salve, poi vediamo un uomo non più giovanissimo che si avvicina al carro armato ed inizia a discutere con i soldati. “Ho fatto tardi tornando a casa”, possiamo immaginare che stia dicendo, o magari avrà trovato una scusa meno banale: io comunque sono quasi morta di paura, e non riesco ad immaginare come si sia sentito lui.

 

 

4. Al campo profughi di Askar (Nablus)

 

Per salvare il campo, e sottrarre i volontari ai pericoli del coprifuoco, i responsabili del campo e Samah hanno organizzato una nostra partecipazione alle attività della scuola estiva che si tiene presso il “Centro di sviluppo sociale” del campo profughi di Askar, dove collaboreremo con i volontari del “Project Hope” (www.palhope.org) e con i volontari e gli impiegati locali. Così, a partire dal 24 agosto, ci trasferiamo tutti ad Askar, nella parte nuova del campo, dove abiteremo durante l’ultima settimana. Alcuni volontari aiutano a sistemare una parte del centro, io assisto Luigi e Peter e li aiuto con la traduzione nelle loro classi di attività teatrale. Lavorare qui con i bambini è affascinante ma anche molto difficile. La guerra è sempre presente nelle loro vite e nei loro pensieri: sulla strada per il centro, troviamo dei bambini che giocano al ‘Posto di blocco’, uno è anche travestito da combattente, con una mitragliatrice finta e bardato di una kefiah che lascia scoperti solo gli occhi. Facendo in classe un gioco sulle professioni, mi sono resa conto che inizialmente riescono a proporre con molta difficoltà delle occupazioni che non siano il soldato.

Alla sera io e Marcelina, una volontaria tedesca, decidiamo di dormire sulla terrazza della bella casa dove siamo ospiti, e sentiamo passare i carri armati. Dove stanno andando? Temiamo che vogliano invadere il campo. In realtà, forse stanno solo transitando verso la città o verso il campo di Balata, sulla collina di fronte a noi. Alla fine, ci addormentiamo comunque, ma mi trovo costretta a notare il fatto che qui la guerra è una presenza ancora più quotidiana di quanto non sia in città, perché i mezzi militari passano tutte le notti di qui,  e le invasioni sono diventate un fatto quasi normale, non necessariamente legate a rappresaglie in caso di attentati. Durante la mia permanenza al campo, mi troverò più volte a riflettere sull’ambiente circostante: ci troviamo in una piccola valle in mezzo alle colline, con il caldo sempre temperato da un venticello fresco, e la devastazione a cui è costretta questa zona è ancora più dolorosa quando ci si rende conto della sua bellezza. Come a Jenin e in tutti i campi profughi, la disoccupazione generalizzata e la mancanza di servizi si uniscono alla precarietà del quotidiano, così ognuno cerca di tirare avanti come può, facendo pascolare le capre in mezzo ad una montagna di rifiuti.

Un pomeriggio, partecipiamo ad una festa organizzata per noi dai bambini del centro: canzoni, scenette che giocano sui diversi dialetti arabi, poesie che parlano di Intifada e di Hamas. Una scena con alcuni bambini che vogliono passare un posto di blocco per andare a scuola, ci colpisce particolarmente. I soldati si innervosiscono ed uccidono uno dei bambini, che però si oppongono e riescono a far arrendere i soldati. Una volta di più riflettiamo sul fatto se inculcare ai bambini questa idea di lotta sia la soluzione migliore. In generale, i bambini mi sembrano molto aggressivi; ufficialmente nel campo nuovo non ci sono scuole, a parte quella nella zona vecchia, a circa venti minuti a piedi da qui, alla quale provvede l'UNRWA, quindi di sicuro c'è poca abitudine a stare chiusi in casa o dietro un banco. Inoltre, bambine e bambini non riescono a giocare insieme, cosa che è normale in qualsiasi parte del mondo, ma non dobbiamo dimenticare che ci troviamo in una zona molto conservatrice, così spesso alcuni bambini rifiutano di stringere la mano a quelli di sesso opposto per evitare un contatto che secondo alcuni musulmani adulti è illecito. Fortunatamente, nella maggior parte dei casi risolviamo la questione inserendo un volontario internazionale, a cui tutti vogliono stringere la mano, tra i due bimbetti recalcitranti. La cosa comunque causa qualche problema durante l'ora di teatro, nel caso ci sia un gruppo misto, perché non riescono a giocare insieme, e quando un gruppo vede che l'altro lavora, cerca di distrarlo e di disturbarlo, costringendoci spesso a dividere il gruppo tra bambini e bambine. Mentre scrivo, si spara ancora sulla collina di fronte, probabilmente al campo di Balata, sopra il quale si è già sollevato il terzo razzo segnalatore. Le differenze sociali hanno causato qualche fraintendimento anche con i membri del centro, in particolare lamentele per la pretesa promiscuità tra uomini e donne, pi c'è stato anche un incontro per appianare i contrasti cosa che naturalmente non ha portato a niente. Subito dopo c'è stata una partita di calcio tra internazionali e ragazzi del campo, in un campetto poco lontano, e noi volontarie siamo andati a bere il te da Umm Ali una maestra della scuola. Si trova in affitto dopo che la sua casa è stata distrutta durante un'incursione dell'esercito che cercava un combattente: adesso la stanno ricostruendo, ma tutto dipende dalla disponibilità economica della famiglia. Poi abbiamo conosciuto le sue figlie: Yaqin, la più piccola, Yusra, 15 anni, 'Ola, 17 che ci ha fatto vedere le foto del suo fidanzamento con il fratello di Amjad, il direttore del centro, il suo vestito, i gioielli regalatole dal fidanzato, le foto con la sua acconciatura per qual giorno, la festa per la famiglia…Non conosceva da prima il giovane, ma sua madre ha dato l'assenso perché conosceva sia lui sia la reputazione della famiglia, come anche il fatto che lui non intende portarla lontano da casa, anche se molti altri uomini hanno chiesto la sua mano, anche dall'estero e molto ricchi.

 

 

Il 26 agosto abbiamo visitato le case di Khamis, 16 anni, e Islam, 18, gli ultimi due martiri di Askar, o meglio, quello che resta delle loro case. È stato molto penoso. Abbiamo incontrato anche il padre di Islam, ma non abbiamo avuto il coraggio di fargli domande. I muri della casa, tutti puntellati, erano tutti neri per le esplosioni avvenute all'interno. I soldati sono entrati, hanno dato loro 5 minuti per prepararsi, poi hanno fatto esplodere delle bombe all'interno del piano della casa dove viveva il giovane. La casa di Khamis era stata distrutta quasi interamente. Sul tetto c'erano due bandiere, ed i muri erano pieni di cartelli sul martirio del giovane. Uno in particolare, fatto dai giovani della via, era una sorta di “Mabrouk”, di congratulazione, per lo sposalizio con il martirio. Sì, proprio Mabrouk, quella parola che qui ed in tutto il mondo arabo si sente pronunciare in tutte le occasioni felici della vita, matrimoni, nuovi nati e cose simili era scritta su un foglio sulla casa di un bambino un po’ cresciuto che si era suicidato per evitare un destino indegno e sperando in un futuro migliore per il suo paese…

Con il passare dei giorni, il lavoro con i bambini inizia a migliorare: diminuisce un po’ il loro entusiasmo per la novità del nostro arrivo, ed iniziano ad abituarsi al nostro modo di fare ed rispettarci, senza cercare continuamente di farci cambiare gioco, di passare davanti agli altri, di picchiare tutti i coetanei con cui non vanno d’accordo, anche se ci comportiamo diversamente dagli adulti che conoscono. È stato molto difficile lasciarli il 29 agosto, prima del nostro rientro a Nablus. Sia i bambini, sia le volontarie del campo ci hanno fatto dei regali, poi abbiamo ammirato tutti insieme al campo di calcio una breve marcia degli scout, palloncini con messaggi lanciati, sembra, verso la Giordania, decine di aquiloni che approfittano del vento tra le colline: era una giornata bellissima, cielo blu sulle colline, dove gli olivi si alternano ai sassi ed alla pietra giallognola….

 

Tornando verso Nablus, e poi verso l’Europa, ripenso ancora alle parole che ho detto ad Amjad, il direttore del centro di Askar: “Quando si viene in Palestina, si riceve molto di più di quanto si riesca a dare”….