GODHRA (2002): I MASSACRI ANTI MUSULMANI IN GUJARAT

Da Ayodhya a Godhra
Il 27 febbraio 2002, nella cittadina di Godhra, in Gujarat, un treno carico di kar sevak (attivisti indù), viene attaccato da una folla di musulmani. Un vagone viene incendiato, provocando la morte di 58 viaggiatori, tutti indù.
Godhra tak: The Terror Trail (2003)
I kar sevak sono espressione dell'ala extraparlamentare del movimento fondamentalista indù che nel dicembre 1992 si è reso responsabile della distruzione della Babri Masjid, una moschea costruita all'inizio del '500 - a loro dire - sul luogo natale del dio Ram. La distruzione della moschea aveva avviato una spirale di violenza che, nei mesi seguenti, aveva causato centinaia di morti (quasi tutti musulmani), distruzioni materiali e, come rappresaglia, attentati terroristici a Bombay ed a Calcutta.

La distruzione della Babri Masjid era il primo passo di un programma più ambizioso, che prevedeva la costruzione di un grande tempio al dio Ram, destinato ad occupare anche l'intera area su cui sorgeva la moschea. Questa seconda parte del programma non aveva potuto essere realizzata, anche perché l'Alta Corte di Allahabad aveva imposto il mantenimento dello status quo, in attesa di dirimere la controversia in merito alla proprietà del luogo su cui sorgeva la moschea.

Tuttavia, né la dirigenza del BJP, né i gruppi dell'estremismo indù avevano rinunciato al progetto di costruire un tempio sul luogo natale del dio Ram. Il 20 gennaio 2001, questi gruppi, raccolti nello Shree Rama Janmabhoomi Movement, avevano pubblicamente dichiarato di voler rimuovere tutti gli ostacoli alla costruzione entro il 12 marzo 2002.

Dal febbraio 2002, la stampa hindi aveva iniziato a pubblicare rapporti su atti di vandalismo e provocazioni contro altre comunità religiose da parte dei kar sevak nelle città e nelle stazioni lungo il percorso che portava dai punti di raccolta degli attivisti ad Ayodhya e ritorno [Ahmad, par. 3]. Su uno di questi percorsi - che legava l'Uttar Pradesh (dove si trova Ayodhya) al Gujarat - si trova la stazione di Godhra, una cittadina gujarati abitata in ugual misura da indù e musulmani, teatro in passato di incidenti intercomunitari. Nei giorni precedenti il 27 febbraio 2002, sul Sabarmati Express, il treno vittima dell'attacco, si erano verificati incidenti a danno dei passeggeri musulmani ad opera dei kar sevak [JM 24 febbraio 2002], senza che venissero prese misure cautelari da parte delle forze dell'ordine.

Godhra tak: The Terror Trail (2003)
Il mattino del 27 febbraio, il Sabarmati Express, sovraccarico anche per la presenza di circa 1.700 kar sevak (già distintisi per comportamento aggressivo verso gli altri passeggeri e il personale ferroviario) entra nella stazione di Godhra. Qui i kar sevak provocano ed insultanoo i locali venditori e facchini musulmani e, in un caso, importunano una ragazza musulmana.

I venditori reagiscono chiamando in aiuto i propri correligionari, che abitano l'area intorno alla stazione. Il treno cerca di ripartire ma, prima che la polizia ferroviaria intervenga, una delle vetture viene distrutta dalle fiamme, causando la morte di 58 persone (per lo più donne e persone anziane).

La dinamica dell'attacco presenta lati oscuri, a partire dal fatto che le successive indagini dimostrano che l'incendio è stato appiccato al treno dall'interno, piuttosto che dall'esterno. Inoltre, nei mesi seguenti, la polizia - avallando le dichiarazioni rese immediatamente dopo l'evento prima dal capo ministro del Gujarat, Narendra Modi, e poi dal ministro dell'Interno del governo centrale, Lal Kishen Advani - lascerà più volte intendere che l'attacco al treno è stato frutto di un piano preparato in anticipo, a cui avrebbero collaborato elementi dei servizi segreti pakistani. Una tesi, questa, che fino a questo momento (settembre 2003) non ha trovato la minima conferma in sede di indagine giudiziaria.

Il gravissimo fatto di Godhra non è giustificabile. Ma avrebbe potuto essere evitato, se le autorità avessero preso alcune precauzioni (scorta armata per il treno; controllo dei kar sevak; presidio delle stazioni di città a rischio). Vi è invece ragione di ritenere che le autorità del Gujarat non avessero nessuna intenzione di prevenire incidenti intercomunitari e che, in effetti, abbiano cercato di usare il disastro di Godhra come elemento scatenante di una scellerata "pulizia etnica" ai danni dei musulmani. Analogamente, esistono pochi dubbi sul fatto che i massacri ai danni dei musulmani gujarati fossero in preparazione - con la complicità delle autorità locali - quanto meno da diverse settimane, prima che si verificasse l'eccidio di Godhra.

Questa strategia è stata avviata sempre il 27 febbraio. In quella data, per disposizione del governo del Gujarat, i cadaveri delle vittime sono stati trasportati ad Ahmedabad, capoluogo dello stato, ed esposti in pubblico prima della cremazione. Lo stesso giorno, il VHP (Vishwa Hindu Parishad) - con il Bajrang Dal, il più estremista dei gruppi extraparlamentari del fondamentalismo indù - ha indetto per il giorno successivo una manifestazione pubblica, a cui si è accodata la sezione statale del BJP. Dato che il governo del Gujarat era formato dal BJP, questa decisione è equivalsa a dare una sanzione ufficiale alla manifestazione. Nel pomeriggio dello stesso giorno, in un incontro fra rappresentanti della leadership del BJP ed alti funzionari della polizia locale, questi ultimi sono stati avvertiti di non fare nulla "che ferisse i sentimenti degli indù": in altre parole, di non intervenire contro i manifestanti indù.

Contemporaneamente, le televisioni locali e la stampa gujarati diffondevano servizi incendiari e persino notizie false, aggravando una situazione di tensione già gravissima.

Come risultato, il 28 febbraio è iniziato il massacro dei musulmani, prima ad Ahmedabad e subito dopo in varie parti del Gujarat, e si è protratto per almeno un mese, nonostante la dichiarazione, patentemente falsa, del capo ministro del Gujarat, Narendra Modi, secondo cui la situazione era stata portata sotto controllo nell'arco di 72 ore.

Questa pulizia etnica è continuata per almeno due mesi. Solo tardivamente, ed in misura del tutto insufficiente, il governo centrale è ricorso all'esercito regolare. Inoltre, il governo del Gujarat ha provveduto a rimuovere dai loro posti quei funzionari di polizia che hanno dimostrato di fare il loro dovere, prendendo provvedimenti contro i massacratori.

La situazione è migliorata solo a partire dal 10 maggio, quando il governo centrale ha inviato nello stato K. P. S. Gill, con la carica creata ad hoc di consigliere per la sicurezza del capo ministro del Gujarat. Gill - ex direttore generale della polizia del Punjab e architetto della repressione, in quello stato, della rivolta indipendentista - è un uomo di indubbia efficienza, con una vasta esperienza nel gestire conflitti intercomunitari. È riuscito, infatti, a ristabilire una sembianza di ordine, mettendo anche sotto chiave circa 200 attivisti della destra indù [F 7 giugno 2002, pp. 21-24].

Ma uccisioni e distruzioni hanno continuato a verificarsi e, di fatto, non sono mai cessate del tutto. Le fonti ufficiali parlano di circa 1.000 morti e 100.000 profughi; in realtà, il numero dei profughi ha superato le 200.000 unità, quello dei morti è stato dai 2.000 in su [W/EIU 20 dicembre 2002, "Nationalist's Dark Victory", par. 4]. La sottostima è dovuta sia ad una volontà in questo senso da parte delle autorità, sia - nel caso dei morti - al fatto che in alcune località rurali "interi insediamenti sono stati spazzati via, senza che rimanesse nessuno a segnalare le perdite alla polizia" [W/GC, "Conclusions", par. 3].

Godhra tak: The Terror Trail (2003)
I massacri non hanno avuto nulla di spontaneo: non solo sono stati organizzati, ma la loro organizzazione è stata così complessa che non vi è dubbio che fosse in corso da tempo. Gli assassini, che avevano a disposizione liste elettorali e documentazioni del catasto, hanno potuto individuare anche le residenze di musulmani che vivevano in quartieri a grande prevalenza indù. Analogamente, sono stati attaccati negozi e officine che, pur avendo nomi indù, erano di proprietà o coproprietà di musulmani.

Abitazioni e luoghi di lavoro sono stati distrutti con bombole del gas, usate come rudimentali ma efficienti bombe incendiare. È degno di nota che ad Ahmedabad le bombole avessero preso a scarseggiare da alcune settimane, provocando problemi alla popolazione. Il che, ovviamente, significa, che da settimane si provvedeva a far incetta di bombole, al fine appunto, di usarle come ordigni esplosivi. Queste bombole, pesanti ed ingombranti, sono state portate sui luoghi di utilizzo con autocarri, massicciamente usati, insieme con gli autobus, per spostare gli assassini da un punto all'altro.

Come in passato, i massacri sono stati condotti con una ferocia rivoltante: bambini bastonati a morte di fronte ai genitori, prima che anche questi ultimi fossero uccisi; donne incinte sventrate e i feti tagliati a pezzi o bruciati dai valorosi guerrieri dell'hindutva ("induità"); stupri di gruppo di giovani donne, di fronte ai genitori o ai mariti, prima di essere bruciate vive insieme a questi ultimi. Come è diventata la ragola dal pogrom anti sikh del 1984 a New Delhi, la forma preferita per mettere fine alla vita delle vittime è stata, in effetti, quella di bruciarle vive.

A ciò si è aggiunto il saccheggio sistematico e la distruzione delle proprietà musulmane. Ancora più meschino della distruzione di proprietà, appare la distruzione di luoghi di culto e, soprattutto, di tombe di artisti musulmani. Solo nelle prime 72 ore di disordini, non meno di 230 fra tombe e moschee sono state distrutte. Nel caso della moschea di Malik Asin ad Ahmedabad - di notevole interesse artistico, costruita in pietra e risalente al periodo fra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo -, la distruzione è stata completata nello spazio di poche ore ricorrendo a bulldozer. Nel caso della tomba del poeta Wali Mohammed Wali, uno dei creatori della lingua urdu, immediatamente dopo la distruzione, il luogo su cui il monumento sorgeva (proprio dinnanzi ad una stazione di polizia) è stato prontamente asfaltato [F 24 maggio 2002, pp. 18-19].

Tanta furia contro i monumenti funerari di artisti musulmani è particolarmente rivelatrice. Questi artisti erano tutti rappresentanti di quella cultura composita e tollerante che, soprattutto in epoca precoloniale, è stata la gloria dell'India: la stessa cultura di cui i fondamentalisti indù - nella loro delirante falsificazione della storia - vogliono cancellare perfino il ricordo.

L'elemento qualitativamente nuovo dei massacri del Gujarat è l'estrazione sociale degli assassini. Pur non mancando, come in precedenza, il sottoproletariato e gli elementi criminali o quasi criminali, nei disordini dei centri urbani vi è stata una cospicua partecipazione di membri della classe media benestante o relativamente benestante. In certi casi, costoro sono arrivati sui luoghi dei massacri nelle loro auto private, a volte di lusso. Nei settori rurali, invece, vi è stata una larga partecipazione di elementi tribali: l' "opera missionaria" di organizzazioni come il VHP ha dato buoni frutti.

Il sintomo forse più penoso del grado di comunitarizzazione raggiunto dalla società gujarati è il caso dell'ashram sul Sabarmati, ad Ahmedabad, fondato da Gandhi (come ognun sa, nativo del Gujarat). In occasione dei pogrom, gli abitanti dell'ashram, che si dicono discepoli ed eredi spirituali del Mahatma, hanno chiuso le porte e "voltato la schiena ai musulmani, che fuggivano da una morte certa" [Babu, par. 6].

Come in passato, ma in maniera più aperta di quanto fosse mai avvenuto (con l'eccezione del pogrom anti sikh di Delhi del 1984), la polizia ha svolto un ruolo scellerato, che è andato dal non intervento a protezione delle vittime fino alla partecipazione ai massacri. Secondo una testimonianza, alla vigilia dei pogrom la polizia di Ahmedabad avrebbe addirittura svolto una ricognizione dei quartieri musulmani della città, per valutare l'eventuale preparazione, da parte dei residenti, di difese nei confronti di un attacco [F 29 marzo 2002, p. 8].

Alcuni ministri del governo gujarati, inoltre, hanno svolto un preciso ruolo nel dirigere l'azione (o la non azione) della polizia. Secondo alcuni giornali, il 28 febbraio, fra mezzogiorno e le 16,30, due ministri del governo del Gujarat, Ashok Bhatt e I.K. Jadeja, erano presenti rispettivamente nel Municipio di Ahmedabad e nella stazione di controllo di Gandhinagar. Da qui hanno seguito gli eventi, evidentemente impartendo direttive alle forze dell'ordine.

In particolare, Bhatt sembra essere stato presente quando al Municipio sono arrivate le richieste di aiuto di Iqbal Ehsan Jafri, ex membro del parlamento del Congresso, che si trovava sotto attacco nella Gulbarg Society Colony. Jafri è riuscito a tenere a bada gli assalitori per ore con una pistola, rivolgendo nel frattempo alla polizia e al Municipio richieste di un aiuto che non è mai arrivato, per quanto vi fossero tre auto della polizia a poca distanza. Quando Jafri ha esaurito le munizioni, gli attaccanti sono penetrati nella sua casa, bruciando vivi lui, le figlie ed alcuni amici. Solo la moglie è riuscita a nascondersi, sfuggendo alla morte. Il caso di Jafri è indicativo del fatto che, nei massacri organizzati dai fondamentalisti indù, neppure i musulmani con posizioni ufficiali sono stati al sicuro.

La reazione dei media e dell'opinione pubblica
Mentre la fase peggiore dei pogrom non era ancora passata (durante marzo ed aprile), sui principali giornali e periodici indiani sono comparse inchieste dettagliate, sui fatti e sulle responsabilità. Più o meno nello stesso periodo, alcune commissioni d'inchiesta create da gruppi politici di base hanno incominciato a rendere pubbliche le risultanze delle indagini, spesso inserendone i testi in internet [W/CCT; W/HRW; W/GC; W/WP]. Sull'insieme di queste fonti si è basata la ricostruzione dei fatti appena data. Vi sono state altre tre commissioni di indagini - una ufficiale e le altre due ufficiose - che hanno redatto un rapporto su questi eventi. La prima è stata la NHRC (National Human Right Commission), cioè un organismo ufficiale indiano, le altre due sono state una commissione britannica ed una dell'Unione Europea.

Le conclusioni di questi rapporti si sono conosciute ben presto, attraverso le indiscrezioni riportate sia dalla BBC, sia da organi di stampa inglesi ed indiani. Di conseguenza, il pubblico e le forze politiche indiane sono state poste abbastanza presto in grado di giudicare le dimensioni e le responsabilità dei fatti. Purtroppo, pogrom preorganizzati ai danni delle minoranze, con la partecipazione di membri della classe politica e delle forze di polizia, non sono una novità nel contesto politico indiano. Ma, in passato, vi è stata una reazione più o meno forte da parte dell'opinione pubblica - compresa quella indù - contro tali misfatti. E, se anche raramente o mai i responsabili politici sono stati puniti in sede giudiziaria, è un dato di fatto che, in genere, essi sono stati marginalizzati all'interno dei loro partiti e penalizzati in sede politica ed elettorale [Gupta].

Nel 2002, però, le cose sono andate in maniera molto diversa. Non che siano mancate le reazioni di sdegno ma, complessivamente, hanno avuto una eco limitata; non sono neppur valse a mettere sulla difensiva gli ideologi ed i portavoce del fondamentalismo indù.

Le prese di posizione di un "moderato" e del suo partito
Atal Behari Vajpayee, il primo ministro dell'Unione, è considerato un moderato nelle fila del fondamentalismo indù in generale e del BJP in particolare. Mentre il Gujarat era in fiamme, Vajpayee compariva in televisione, non per parlare della crisi in corso, ma per presentare il suo ultimo libro di poesie. Il poeta-primo ministro si risolveva a recarsi in Gujarat a più di un mese dall'inizio dei massacri, dopo essersi ritemprato con due diverse vacanze in collina.

Arrivato in loco (4 aprile 2002), si dimostrava debitamente turbato ed addolorato. Ma già al momento di lasciare lo stato, alle domande dei giornalisti sul futuro del governo Modi, rispondeva di non vedere "nessun cambio di leadership" all'orizzonte, riconfermando la tesi, avanzata da Modi, secondo cui l'attacco di Godhra non era stato un incidente, ma il frutto di "una ben organizzata cospirazione" [H 13 aprile 2002, p. 4], ovviamente da parte del Pakistan o di suoi agenti.

I dubbi sulle posizioni di Vajpayee e del BJP nel suo complesso svanivano pochi giorni dopo, in occasione della riunione dell'esecutivo del partito a Panaji (Goa), il 12 aprile 2002. Qui, il primo ministro in un discorso pubblico attaccava con estrema violenza le minoranze, riproponendo le classiche tesi dell'RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh), la "casa madre" dei fondamentalisti indù: le minoranze non potevano legittimamente rivendicare alcun diritto, ma dovevano accontentarsi di affidarsi alla buona volontà della maggioranza. Il momento culminante del discorso era rappresentato dall'affermazione che: "Dovunque vi siano musulmani, essi non vogliono vivere con gli altri. Invece di vivere pacificamente, vogliono predicare e propagare la propria religione con il metodo di creare paura e terrore nella mente degli altri" [H 20 aprile 2002, p. 4].

Il dibattito parlamentare sui fatti del Gujarat
Questa presa di posizione dell'esecutivo del BJP in difesa del governo Modi è avvenuta alla vigilia del dibattito parlamentare sui fatti del Gujarat, svoltosi alla fine di aprile e conclusosi con quella che un autorevole quotidiano indiano ha definito "un'amara vittoria" per il BJP [IE 1 maggio 2002]. Durante il dibattito, i rappresentanti di un certo numero di partiti alleati del BJP o ad esso vicini hanno pronunciato commoventi discorsi per ricordare le vittime delle violenze e per scagliarsi contro ogni forma di comunitarismo. Dopo di che, in un'impressionante manifestazione di cinismo e di ipocrisia, essi e i loro partiti hanno votato, senza battere ciglio, a favore del BJP.

Riferimenti bibliografici
Ahmad: Aijaz Ahmad, Cry, the Beloved Country, "Frontline" 22 giugno - 5 luglio 2002.
Babu: Hemant Babu, The Social Engineering of Gujarat, in "Himal" 10 maggio 2002.
F : "Frontline", Chennai.
Gupta: Shekhar Gupta, Government Heads yet to Roll for Carnage in Gujarat, "Khalej Times" (Dubai), 7 aprile 2002, p. 12.
H: "The Hindu", Chennai.
IE: "Indian Express", New Delhi
JM: "Jan Morcha", Faizabad.
W/CCT: Concerned Citizens Tribunal, Gujarat 2002 An Inquiry Into the Carnage in Gujarat.
W/EIU: Economist Intelligence Unit, EIU viewswire.
W/GC : Gujarat Carnage 2002. A Report To the Nation by An Independent Fact Fiding Mission: Dr. Kamal Mitra Chenoy, S.P. Shukla, K.S. Subramanian and Achin Vanaik.
W/HRW: "We Have No Orders to Save You": State Participation and Complicity in Communal Violence in Gujarat, a report by Human Right Watch.
W/IT: Uday Mahurkar, The Forensic Report on the Godhra Massacre Has Come in Handy for Rival Politicians in "India Today Online"
W/WP: PUCL Vadodara and Shanti Abhiyaan, Women's Perspectives on the Violence in Gujarat February 27 March 26, 2002, Vadodara.

a cura di Cecilia Cossio

Arrangiamento di una parte dell'articolo di Michelguglielmo Torri, Avventurismo, crimini di stato e cinismo nell'India del BJP, in Elisa Giunchi, Corrado Molteni e Michelguglielmo Torri (a cura di), L'Asia prima e dopo l'11 settembre. Asia Major 2002, CSPEE/il Mulino, Bologna 2003, pp- 83-125.
È qui riportato con il permesso dell'autore dell'articolo originale.

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