Università
Ca’ Foscari
Venezia
Dipartimento
di Italianistica
e Filologia Romanza
Incontri di Approfondimento per responsabili della gestione nelle università
Venezia 21-23 Settembre 2009
presentazione informazioni e iscrizione programma curiosità-foto · curiosità-testi ·

Prof. Tiziano Zanato
Direttore del Dipartimento di Italianistica e Filologia Romanza


Due parole da italianista su «segretario»

La definizione, un po’ ampollosa e ormai in voga nel linguaggio burocratico, di “responsabile della gestione nelle università” non riesce a toccarmi il cuore; a un francesismo tardo, primo–ottocentesco, come ‘responsabile’, preferivo e preferisco di gran lunga la dizione corrente e non ancora sopita di “segretario amministrativo”. “Segretario” è un termine tra i più anticamente attestati nella nostra lingua; discende dal latino postclassico SECRETARIUM, che verso il quinto secolo designava un ‘funzionario di fiducia dell’imperatore’, e più tardi, nel latino medievale, indicava una ‘persona fidata a cui si rivelano pensieri e sentimenti segreti o a cui vengono assegnati compiti riservati’.

Dunque, in osservanza dell’etimologia, ‘segretario’ o ‘secretario’ ha a che fare con dei segreti: talvolta di stato, e così importanti, da far perdere i sonni e i polsi, e magari la vita, come accadde al povero Pier delle Vigne, incontrato da Dante nel canto XIII dell’Inferno: il quale, usando una perifrasi di grande impatto poetico, viene a rivelarci di essere stato, proprio lui, il segretario dell’imperatore Federico II, anche se non usa direttamente tale vocabolo:

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi.

Cioè: ‘io sono colui che possedetti sia la chiave per aprire sia la chiave per chiudere il cuore, cioè la mente, la volontà, di Federico; e seppi usarle ambedue con tale tatto, che l’imperatore si confidava quasi solo con me’. Il ruolo di ‘segretario’ valse a Pier delle Vigne l’invidia dei cortigiani; e temo che questo riprovevole sentimento abbia accompagnato nel tempo chi rivestiva tale ruolo, e forse, ahimè, anche oggi non si è del tutto scollato dalle persone, segretari compresi.

Nel Cinquecento, il Segretario per antonomasia, soprannominato poi, infatti, “Segretario fiorentino”, fu Niccolò Machiavelli, e il suo segretariato consisteva soprattutto in compiti politico–diplomatici e di organizzazione bellica: era insomma una sorta di ministro degli esteri e della guerra. Anche a lui questa carica procurò notevoli disagi, specie quando la perse con il ritorno dei Medici nel 1512: tanto che finì in carcere, alle Stinche – com’erano chiamate a Firenze –, dove anche ricevette qualche tratto di corda; ma se la cavò, diversamente da quanto accadde a Pier delle Vigne. Era così affezionato, a quella carica e a ciò che essa comportava, che la stesura del suo capolavoro, il Principe, uno dei più grandi libri della letteratura europea, fu anche dovuta al desiderio che aveva di tornare a fare il segretario, magari a livello minimale, bastandogli – come disse con stupenda espressione – di “voltolare un sasso”.

Ormai la professione di segretario, intesa nel senso di ‘consigliere’, era variamente diffusa, e continuava a essere tenuta in grande considerazione: tanto che Tommaso Garzoni, pubblicando a Venezia, nel 1585, la sua monumentale Piazza universale di tutte le professioni del mondo, poneva i «consiglieri o secretari» tra i «filosofi in genere»: un onore e un onere di tutto rilievo. Al segretario ideale, Garzoni attribuisce:

prudenza grandissima, accortezza mirabile, giudicio singularissimo, universalità d’ingegno, destrezza di parole, ornamento di dottrina, gravità di maniere, decoro di eloquenza, fedeltà nei secreti, intenzione ottima, fine onestissimo, conscienza immaculata e vita irreprensibile.

«Amen!», verrebbe da dire ... Sennonché, già dalla metà del Cinquecento, il segretario che non sia soltanto un consigliere assume vesti più burocratiche, diventando l’esperto della corrispondenza: ed ecco che subito, dalle prolifiche stamperie veneziane, escono volumi dedicati a questo aspetto professionale, come ad esempio il libro di Francesco Sansovino, del 1564, intitolato Del secretario, libri quattro, ne’ quali con bell’ordine s’insegna altrui a scriver lettere messive et responsive in tutti i generi [...] con gli essempi delle lettere [...] et con varie lettere di Principi a più persone, scritte da diversi Secretarij in più occasioni e in diversi tempi.

Dalle epistole alle e–mail il passo non è stato breve, così come è stata contrastata la trasformazione da ‘segretario’ come custode dei segreti di qualcuno a ‘segretario’ come impiegato della pubblica amministrazione. In verità, un segretario, data la storia secolare e prestigiosa del termine, non potrà mai essere un semplice impiegato, non foss’altro perché qualche segretuccio, qualche piccolo scheletro nell’armadio del direttore (o del rettore, o del presidente), lo conosce – ma, rigorosamente, si tace: sennò, che ‘secretario’ sarebbe?

Il vocabolo ‘segretario’ presenta, nella nostra lingua, vari altri significati, pur sempre collegati all’etimo, cioè a ‘segreto’: e non vorrei che qualcuno, con un possibile, ma poco auspicabile, fraintendimento semantico, arrivasse a interpretare diversamente il suo ruolo. ‘Segretario’ era anche, in passato, un ‘luogo appartato, remoto’: invito dunque, caldamente, a non resuscitarne il significato, approfittandone per appartarsi, o, detto più esplicitamente, per imboscarsi.

Un’altra accezione di ‘segretario’ ci riporta al francese secrétaire, per indicare un mobile a uso scrivania: che è un caso, quasi drammatico, di trasformazione del soggetto nell’oggetto, cioè di colui che scrive nel supporto utilizzato per scrivere. Vedere un segretario trasformato, come una novella creatura delle Metamorfosi di Ovidio, in secrétaire, sarebbe una ben lacrimevole fine, e spero vivamente che tale caso non si sia già verificato fra i nostri segretari.





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