|
|
La poesia saltata. Per una definizione coerente di "neolirismo"
|
di Cesare Catą
[…]
si tratterà piuttosto di parole molto importune che
hanno fretta di uscire dal forno o dal surgelante. Eugenio
Montale
Là
fuori nel perimetro non ci sono stelle; qui siamo strafatti e
immacolati. Jim D. Morrison
ABSTRACT
Applicare
il termine "neolirismo" alla poesia contemporanea
europea impone una riflessione sul senso della letteratura in versi e
sul suo stato attuale, in primo luogo per le implicazioni semantiche
di tale termine.
1.
LA POESIA DELL’OCCIDENTE COME REGOLA E RITO
Fin
dalla sua primitiva e magnifica manifestazione nella cultura
ellenica, la poesia occidentale appare caratterizzata da due tratti
distintivi: a) la regolarità ritmico-metrica che ne scandisce
una fissità di carattere matematico-musicale (il verso è
metron: misura); b) l'alterità della veicolazione
comunicativa rispetto alla forma standard della langue:
una sorta di trascendentalità del dire che tanto per forma che
per contenuto si pone come radicalmente eccedente il mero mezzo
comunicativo umano, acquisendo in tal senso una sacralità
misterica dall'aspetto, se non vogliamo dire religioso, perlomeno
direttamente connesso con la tensione strutturale antropologica alla
trascendenza. La poesia (la "lirica") è dunque
regola e rito. Tale definizione preliminare del prodotto poetico, che
traiamo dalla sua genesi greca, sembra conservare - pur nelle
evidenti trasformazioni temporali, in primo luogo linguistiche,
subite sia dalla "regola" che dal "rito"
- la sua validità per numerosi secoli successivi - perlomeno
fino all'apparente dissolvimento novecentesco delle due
caratteristiche fondanti il testo lirico sopra individuate.
2.
CHE NE È DEL “LIRICO”?
Se
tentassimo infatti di gettare lo sguardo, a mo' di volo di uccello,
sulla storia della letteratura, vedremmo affermarsi, di fatto
contemporaneamente, il cosiddetto verso libero e un potente
"abbassamento", formale e contenutistico, del dettato
poetico: vedremmo cioè dissolversi quel "regola e rito"
che abbiamo individuato come definizione del testo lirico. Parrebbe
dunque, in prima istanza, farsi innanzi ineludibile l'evidenza della
sparizione del "lirico" così come lo si è
pensato per secoli nella storia dell'uomo, avendo esso subito una
sorta di metamorfosi kafkiana che impone un nostro ripensamento delle
categorie stesse del poetico. Poiché ciò che ci appare
oggi come testo poetico sembrerebbe non essere né regola né
rito, saremmo tentati di concludere a favore di un'eterogenesi
dell'attuale testo in versi, il quale sarebbe non più che il
tentativo-sgorbio di ripristinare un'assenza irrimediabile, non più
che un giardino un tempo in fiore oggi cadaverico. Questa difficoltà
iniziale ci mostra come il neologismo "neolirismo" appaia
fortemente problematico in quanto il prefisso "neo" assume,
propriamente, un carattere di negazione di ciò che segue: il
"nuovo" è infatti l'abissalmente distante da ciò
cui il termine "lirismo" fa cenno. Dovremo dunque cedere
alla tentazione di affermare il carattere anti-poetico del
neo-lirismo, interpretando le manifestazioni della poesia
contemporanea come monologanti balbettii senza valore,
scimmiottamenti tristi e ridicoli di un cadavere irrisorgibile, o
piuttosto credere al fatto che la regola e il rito fondanti il gesto
poetico abbiano solo subito una metamorfosi che dobbiamo imparare a
riconsiderare? La domanda è epocale, ed esige, pur nel
necessariamente ristretto spazio di quest'intervento, un'attenzione
analitica e un acume critico che in ciò che seguirà
speriamo ci accompagnino.
3. LE SORTI DELLA REGOLA
Procediamo
con ordine, prendendo in considerazione il primo dei due elementi
fondanti il "lirico" da noi individuati: la regola.
Non possiamo, per ragioni di spazio, soffermarci qui sulle
appassionanti questioni di storia della metrica che sarebbero
necessarie per chiarificare la genesi del verso cosiddetto libero:
dalla lingua ellenica al latino, ai provenzali, ai prototesti
medievali in lingua, al Rinascimento, giù fino ai Romantici.
Vogliamo - arbitrariamente - prendere come punto di partenza per le
nostre considerazioni proprio ciò che solitamente si designa
come Romanticismo. Agli albori del diciannovesimo secolo, infatti,
vediamo giungere a una tale altezza vertiginosa la tradizione lirica
europea, da essere tentati di leggerne la successiva metamorfosi come
un inevitabile discendimento. Pur correndo il rischio di essere un
po' troppo vasariani, aggiungiamo che tale parabola è
parallelamente ravvisabile anche in storia della filosofia e in
storia dell'arte. Potremmo vedere il Romanticismo come una sorta di
vertiginoso "periodo assiale" della tradizione lirica, dove
esperienze parallele e indipendenti come quelle di Friedrich
Hölderlin, di John Keats, di Giacomo Leopardi, hanno portato a
termine, differentemente, quello iato dal testo come regola e
rito di cui abbiamo detto, lacerando così il sipario
per la scena di quell'epoca che sarebbe stata di Rimbaud e Mallarmè
(così come, dopo Hegel e Manet, di Schopenhauer e Van Gogh), e
di cui l'epoca contemporanea è la continuazione per molti
versi esasperata.
Ciò che qui vorremmo affermare è
essenzialmente la persuasione che il verso libero, in senso stretto,
non esista. Nessun verso è libero: in quanto regola. Ora, tale
verso può essere irregolare - come accade dopo Keats,
Hölderlin e Leopardi - ma non libero: non arbitrario: esso
risponde necessariamente a una matematicità ritmica e
pulsionale che distingue un testo poetico propriamente tale da uno
scritto che semplicemente lasci dei margini in bianco alla sua
destra. La poesia, ha detto una volta in questo senso un poeta assai
rappresentante il Novecento come T.S. Eliot, è un tam tam
nella foresta. Un ritmo musicale, matematico e cardiaco da annotarsi
con precisione disperata e chirurgica; l'a-capo, detto altrimenti, è
il fluire del sangue. La "regola", dunque, non viene, in
epoca contemporanea, dissolta, ma resa disomogenea, "aorgica",
direbbe Hölderlin: mostruosa, per molti versi, e forse per
questo quasi-invisibile. Chiamiamo perciò il cosiddetto "verso
libero" verso irregolare, ma non libero, essendo egualmente
rispondente a quelle regole di necessità matematico-compulsiva
che compongono, come spiega bene e mostra stupendamente Eliot, la
poesia. Una giustificazione di questa nostra non poco importante
presa di posizione può venirci dalla poetessa Amelia Rosselli,
nata a Parigi nel 1930 morta suicida a Roma 66 anni dopo. In suo
intervento del '62 intitolato significativamente Spazi metrici
- uno scritto, che non ha ancora trovato degni esegeti, densissimo e
dall'acume folgorante, che è a un tempo una dichiarazione di
poetica, una chiarificazione della sua opera e un saggio di metrica -
Amelia Rosselli, nello spiegare la sua modalità elaborativa,
espone con una consapevolezza rara in un autore su quali basi
(metriche: poetiche) la sua poesia possa dirsi tale - tali basi sono
palesemente altre rispetto a quelle della tradizione lirica. Scrive
Amelia:
"[…]
Nello scrivere sino ad allora la mia complessità o completezza
riguardo alla realtà era stata soggettivamente limitata: la
realtà era mia, non anche degli altri: scrivevo versi liberi
[….] La metrica, essendo libera, variava gentilmente a
seconda dell'associazione o del mio piacere. Insofferente di disegni
prestabiliti, prorompente da essi, si adattava a un tempo
strettamente musicale e istintivo.
Per
caso volli poi rileggere i sonetti delle prime scuole italiane;
affascinata dalla regolarità volli ritentare l'impossibile.
Ripresi
in mano le mie cinque classificazioni: lettera, sillaba, parola,
frase, periodo. Le inquadrai in un tempo-spazio assoluto. I miei
versi poetici non poterono più scampare dall'universalità
dello spazio unico: le lunghezze e i tempi dei versi erano
prestabiliti, la mia unità organizzativa era definibile, i
miei ritmi si adattavano non a un mio volere soltanto, ma allo spazio
già deciso, e questo spazio era del tutto ricoperto di
esperienze, realtà, oggetti e sensazioni. Trasponendo la
complessità ritmica della lingua parlata e pensata ma non
scandita, tramite un numerosissimo variare di particelle timbriche e
ritmiche entro un unico e limitato spazio tipico, la mia metrica
se non regolare era almeno totale […], la mia regolarità,
quando esistente, era contrastata da un formicolio di ritmi
traducibili non in piedi o in misure lunghe o corte, ma in durate
microscopiche appena annotabili, volendo, a matita su carta grafica
millesimale. L'unità base del verso non era né la
lettera, disgregatrice e insignificante, né la sillaba,
ritmica e mordace ma pur sempre senza idealità, ma piuttosto
la parola intera, di qualsiasi genere indifferentemente, le
parole essendo considerate tutte di egual valore e peso, tutte da
manipolarsi come idee concrete e astratte […]. Le lunghezze
dei versi erano dunque approssimativamente uguali, e con esse i loro
tempi di lettura; esse avevano come unità metrica e
spaziale la parola e il nesso ortografico, e come forma
contenente lo spazio e tempo grafico, quest'ultimo steso però
non in maniera meccanica o del tutto visuale, ma presupposto nello
scandire, e agente nello scrivere e nel pensare" (corsivi
miei).
Queste
parole cristalline e sibilline di uno dei più grandi autori
del nostro tempo necessiterebbero ampie spiegazioni, correlatamente
al corpus rosselliano. Qui mi limiterò a sottolineare
alcuni punti al fine del discorso che stiamo percorrendo. In primo
luogo la Rosselli sottolinea come tentare un prodotto poetico privo
di regola voglia dire tradire l'essenza stessa che definisce tale
prodotto. Ciò che distingue il testo poetico da quello,
poniamo, diaristico, è il fatto che il primo è
universale: è oggettivo in quanto la soggettività che
da esso prende voce è radicalizzata in se stessa a tal punto
che parla dall'abisso dell'essere: ecco perché un testo
poetico che sia realmente tale riguarda, di fatto, tutti: non
può essere privata esperienza intimista; Rimbaud con
incandescenza nella Lettera del veggente, così come
altri prima e dopo di lui, lo hanno espresso con chiarezza.
Ora,
Amelia Rosselli lega questo punto fondamentale al problema metrico:
scrivere "versi liberi", ossia versi rispondenti
simpliciter alla volontà autoriale soggettiva,
significa rimanere al di qua del confine dell'abisso dell'essere
demarcante quella modalità comunicativa che chiamiamo testo
lirico. È l'adesione alla regola, nota con grande acume la
Rosselli, che permette il passaggio "dal diario al verso",
per così dire, dalla testimonianza singola dal valore
meramente umano al testo poetico possedente valore artistico. A
questo punto, però, si gioca il dramma del poeta che scrive
dopo Leopardi, Hölderlin e Keats: se il testo poetico è
tale in virtù della regola, essa è tuttavia
inapplicabile nel nostro "tempo della povertà", come
lo chiama Hölderlin. Scrivere poesie vuol dire allora "tentare
l'impossibile", dice Amelia, rifondare una regolarità su
di un fondamento diverso da quello della tradizione.
Amelia
Rosselli è uno dei rarissimi casi della letteratura del nostro
tempo nel quale sembra compiersi quest'impresa impossibile: e ciò
accade in primo luogo attraverso la consapevolezza del rifiuto delle
categorie metriche tradizionali: la lettera (tradizione
ellenico-romana) e la sillaba (modernità). L'unità
di misura base della regolarità del suo verso, non potendo
essere né la lettera né la sillaba, sarà - la
parola. Cosa vuol dire ciò? Che un tot numero di
parole compongano regolarmente ogni suo verso, come qualche critico
miope ha voluto dire? Senz'altro no. Piuttosto, assumere la parola
come unità-base metrica può voler dire uno spostamento
dal significante al significato della struttura della regola. Con ciò
non vogliamo dire che quella della Rosselli sia una poesia che guarda
al "senso" del verbum, piuttosto che al "segno"
(in ogni testo poetico la distinzione significante/significato non
può essere assunta pacificamente), ma bensì intendiamo
affermare che la regolarità metrica sia data da un moto di
pensiero - fattosi universale in quanto accolto come struttura - che
uniforma l'architettura del testo, il suo a-capo, a una necessità
di carattere logico e non quantitativo: la parola si
sostituisce alla lettera e alla sillaba. In questo modo "la
metrica, se non regolare è perlomeno totale": obbedisce a
un necessitarismo universale che lo struttura, rendendolo prodotto
lirico.
A
questo punto vorremmo soffermarci su quelle esperienze, da noi
definite come nodali, di Hölderlin, Leopardi, Keats, e
analizzare se e come, effettivamente, nelle loro opere, questo
passaggio dal carattere matematico-quantitativo al carattere logico
della regola del lirico, che abbiamo rilevato nella Rosselli,
si compia; vorremmo prendere in esame altri esempi del Novecento
lirico europeo, per vedere se questa nostra tesi compaia altrove. Ma
non vogliamo estendere troppo i confini spaziali di questo breve
intervento, e rimandiamo queste due questioni (necessarie per
accettare la validità storico-critica della nostra tesi) a un
differente luogo.
4.
LE SORTI DEL RITO
Proseguiamo
dunque il nostro intervento, senza quella saldezza che l'ampliamento
del discorso avrebbe dovuto conferirci, prendendo in esame il secondo
punto che a inizio articolo abbiamo rilevato come definente il
lirico: il "rito". Esso, non dissimilmente dalla
"regola", sembra subire, nella poesia europea
contemporanea, una metamorfosi che ne impone il ripensamento.
Con
"rito" vogliamo significare, in primo luogo, il carattere
"trascendente" del dettato poetico, ossia la sua alterità,
formale e contenutistica, rispetto alla comunicazione umana
tradizionale. In questo modo ciò che un testo poetico afferma
assume un valore infinitamente "più alto" (in questo
senso trascendente) rispetto alla sua dizione per così dire
ordinaria, e si lega alla funzione antropologica del contatto col
sublime e l'infinito. Il termine "metafora",
etimologicamente, rimanda precisamente a un "portare al di là"
in cui consiste il lirico: un portare al di là dell'ordinaria
comunicatività, per una sorta di metacomunicazione
trascendente. Quest'ultima consistente non in uno scambio orizzontale
tra due soggetti singoli, ma in una partecipazione verticale di ogni
soggetto a un medesimo oggetto infinito (ciò che stiamo
dicendo è chiaro alla luce di quanto prima si è detto
sulla distinzione tra poesia e diario).
Prendiamo
come esempio i più grandi, per capirci: quando Pindaro deve
celebrare, nella Olimpica I, la grandezza di Ierone di
Siracusa, esordisce il suo testo con il verso "Ottima è
l'acqua", e non una parola sul sovrano, per tutto l'incipit.
"Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai in una selva
oscura/ché la diritta via era smarrita", recita il verso
più famoso della letteratura. E in una battuta del Giulio
Cesare leggiamo "Cos'è che si interpone, nella notte,
fra le vostre palpebre e il sonno?". Se Pindaro ci dicesse
"Ierone è il più grande sovrano di Grecia",
se Dante "avevo 35 anni, ero in un momento difficile della mia
vita…", e Shakespeare "ragazzi, perché non
dormite?", la comunicazione avverrebbe su di un altro piano
comunicativo: quello che abbiamo definito ordinario. Invece il testo
lirico è tale in quanto la comunicazione non avviene "per
via diretta", per così dire, ma bensì attraverso
quello spostamento operato dalla metafora il cui connotato è
la sublimazione del dire al fine di non renderlo immanente
all'esperienza, bensì trascendente: altro rispetto alla
prosastica del comunicare informativo.
La
poesia non informa, giacché il linguaggio non è qui il
veicolo di un'espressione, quanto piuttosto l'espressione stessa. Vi
è un'eccedenza di senso, la paradossalità di un
contenuto (il significato) che è più grande del
contenente (il significante); la metafora risponde, attua, informa
tale paradossalità. La parola è allora la connessione
umana con l'eterno, l'infinito, il sublime: il dire è rito.
È questa la radice antropologica dello statuto
contenutistico-formale "alto" dell'espressione lirica:
tanto nella sua struttura che nel suo oggetto il testo lirico sublima
il suo dettato. La sua dizione non deve né può avere la
stessa forma del parlato.
Ebbene,
è esattamente tale caratteristica fondante che, proprio come
il verso regolare, sembra essersi disintegrata nella poesia
occidentale (e non solo) contemporanea, per cui un critico come
Berardinelli ha parlato di "poesia verso la prosa". Più
tardi criticheremo Berardinelli; ora si sottolinei questo punto,
consistente nella sparizione, nella lirica contemporanea, del
carattere rituale quale lo abbiamo sopra definito; nulla di più
distante dalla sublimazione contenutistico-formale può esservi
della poesia contemporanea. Anche qui indichiamo nel periodo assiale
rappresentato da Hölderlin-Leopardi-Keats la radice di questo
processo; e anche qui tale affermazione andrebbe - forse con maggiori
difficoltà che non per la regola - spiegata e
giustificata. Ma saltiamo slealmente questo passaggio, per prendere
in considerazione un illustre esempio di lirica contemporanea
non-rituale, al fine di scorgere se sia lecito affermare anche qui
ciò che abbiamo sostenuto a proposito della regola: non
la sua sparizione, ma la sua trasformazione sostanziale. Ci
chiediamo, cioè: la lirica contemporanea perde il carattere di
rito - ma allora non si pone più quella
caratterizzazione metacomunicativa del suo dire che ne fonda lo
statuto - o siamo nuovamente di fronte a una metamorfosi kafkiana che
cela, dietro un apparente "abbassamento" linguistico e
strutturale, una diversa modalità di dire trascendente?
Noi
cercheremo di argomentare per la seconda ipotesi, e lo faremo citando
una composizione di Georg Heym, poeta tedesco precocemente scomparso
nel 1912, Berlin VIII:
Sul
vasto crinale si staglia una ciminiera in un giorno d'inverno, e
regge il suo peso, il cielo mentre si fa nero. Come un gradino
d'oro, l'orizzonte splende.
Più
lontano alberi cui cadono foglie, e qualche casa, recinti,
capannoni, dove la Metropoli dilegua, e un treno lungo che mugghia
mentre va sparendo sui binari ghiacciati.
Scuro,
pietra su pietra, sorge un cimitero, e i morti dalle fosse vi
contemplano il tramonto, che sa di vino buio.
Seduti
contro la parete si tessono cappelli di fuliggine sulle tempie
ossute e cantano una vecchia Marsigliese.
Qual
è il dato lirico rituale di un testo come questo di Heym?
Apparentemente il dato che sembra imporsi è quello
descrittivo: nulla di quello spostamento che abbiamo visto operarsi
attraverso le metafore pindariche, dantesche, sheakespeariane. Nulla
di quella sublimazione in cui avevamo detto consistere il rito;
tanto il linguaggio che il vocabolario paiono in prima analisi piani,
appartenere a quel livello "ordinario" di comunicatività
umana dalla cui differenziazione il testo lirico può essere
peculiarmente definito. Una ciminiera, la metropoli d'inverno, un
cimitero. E la loro descrizione. Apparentemente null'altro. Eppure un
brivido algido percorre le schiene di chi legge questi versi di Heym.
Segno che ci troviamo in quel piano comunicativo, chiamato poesia,
nel quale l'esperienza singola viene radicalizzata divenendo
oggettivo-universale. Eppure ciò non accade attraverso la
sublimazione rituale che abbiamo visto nel suo aspetto tradizionale.
O la sublimazione, per meglio dire, accade qui per altro modo. La
ciminiera che si staglia sul cielo di Berlino regge il cielo nero, e
l'orizzonte è un gradino d'oro: queste immagini,
apparentemente piane ma straordinarie di Heym, sono profondamente
metaforiche: la coseità atterrente del paesaggio metropolitano
è cioè ascoltata risuonare nella propria anima
tremendamente: e allora la ciminiera sta reggendo la nerezza del
cielo, e il sole è confinato a un gradino irraggiungibile come
l'orizzonte, troppo distante dall'uomo. Ogni immagine assume allora
un valore metafisico: gli alberi spogli, i capannoni, il treno che
scompare come stesse soffrendo il gelo della sua corsa. E soprattutto
il bellissimo finale delle ultime due strofe: i morti che, come vivi,
contemplano il tramonto, non diversamente da come l'uomo cerca invano
l'orizzonte dietro le ciminiere: esattamente come l'uomo, vanamente
impegnati nella tristezza, ma con in più il peso
dell'eternità. E allora noi, i vivi, proprio noi, a un tratto
ci accorgiamo di essere, come ha scritto Pirandello, "i poveri
morti affaccendati".
In questo testo di Heym sembra di
poter scorgere chiaramente la presenza del dato rituale del
lirico. Ma altrettanto chiaramente vediamo l'assenza di quella
modalità ritualizzante sublimativa propria della tradizione
poetica occidentale. In effetti, potremmo concludere, a mutare è
la modalità della sublimazione rituale, il dato del rito
rimanendo intatto (pena la sparizione di ciò che diciamo
poesia). L'apparente "abbassamento prosastico" di tanta
poesia contemporanea, dunque, sarebbe non più che apparente,
rimanendo il dato di fondo essenziale con la medesima sua funzione
fondante: l'elevazione della parola umana a sacralità
inesauribile oggettivo-trascendente.
5. LA METAMORFOSI DEL
LIRICO IN QUATTRO CLASSICI: MONTALE, PASOLINI, FORTINI E ZANZOTTO
Ciò
che ho tentato fin qui di descrivere seguendo un sentiero da me
scelto arbitrariamente è stato sottolineato, da altri punti di
vista, da altre voci critiche, fra cui vorrei citare Roberto
Galaverni, il quale compiutamente analizza il processo del prodotto
poetico portantesi al di là della sua essenza in epoca
contemporanea nel suo Dopo la poesia. Galaverni si distacca
dalla lettura di Berardinelli: se quest'ultimo ritiene che l'andare
"verso la prosa" del testo poetico significhi un
allargamento del perimetro di ciò che chiamiamo poesia,
Galaverni ritiene invece che la perdita delle tradizionali categorie
fondanti (da noi individuati nella regola e nel rito)
significhi una sorta di quasi-fatale restringimento della definizione
di poetico.
Abbiamo
fin qui, problematicamente, affermato come lo iato dalla tradizione
non voglia dire sic et simpliciter il disintegrarsi dei dati
fondativi del lirico, bensì la loro metamorfosi: una
metamorfosi kafkiana, forse orrifica, senz'altro dissonante, e che
potremmo additare facilmente in altre forme artistiche quali la
musica, la filosofia e le arti visive. Ma una "meta-morfosi",
appunto: un cambiare-forma che preserva un'essenza. In effetti, il
punto si gioca tutto qui: se sia ancora poesia ciò che appare
come la poesia non può apparire: un testo nel quale non
compare la regola nella sua forma-funzione
matematico-quantitativa, e nel quale non appare il rito nella
sua forma-funzione di discorso elevato antiinformativo; detto
altrimenti: se il "neolirico" sia o meno appartenente al
"lirico". La poesia degli ultimi trent'anni, in Europa, ha
portato alle estreme conseguenze tale metamorfosi, estremizzandone la
distanza dalla tradizione, con modalità assai differenti che
sarebbe interessante studiare. Prima di passare all'analisi dei testi
che, crediamo, potranno essere esemplificativi della problematica qui
studiata, vogliamo brevissimamente soffermarci sulle
posizioni-risposte che quattro "padri" della letteratura
italiana contemporanea hanno dato al medesimo problema del
presentarsi della poesia, come essi la concepivano, nella sua agonia.
Tali autori sono Montale, Pasolini, Fortini, Zanzotto. Questi quattro
percorsi italiani che seguiremo potranno utilmente mostrarci il senso
dell'attuale status della poesia europea contemporanea, e
portarci, attraverso le loro differenti posizioni, in prossimità
di una definizione di "neolirismo".
5.1.
LA STANCHEZZA DELL’ULTIMO MONTALE
Nel
1971 Eugenio Montale pubblica, dopo lungo silenzio, il suo quarto
libro di versi, Satura. Commenta Galaverni: "con
Satura…Montale procede a un abbassamento prosastico
sensibilissimo, con ciò rinunciando del tutto alle ambizioni
rappresentative, emblematiche e allegoriche, ma ancor più alla
tensione verso una verità alta e perfino trascendente del
discorso poetico. A questo punto la sua direzione diversamente dal
passato è univoca: una specializzazione sempre più
parodica, uno stile comico sempre più prossimo al livello
della prosa". I libri immediatamente successivi, Diario del
'71 e '72, e Quaderno di quattro anni, riprendono e radicalizzano
tale tendenza. Non è un caso che il discorso per la consegna
del Nobel, da Montale ricevuto quattro anni dopo Satura, sia
stato sintomaticamente intitolato dall'autore È ancora
possibile la poesia?.
Il
Montale degli ultimi anni, forse per primo e con quel passo da
classico dei nostri tempi che gli è proprio, scorge come la
poesia quale egli la intende (come regola e rito, diremmo noi)
non sia più possibile: neanche nella metamorfosi del verso
irregolare e della sublimazione inapparente da noi prima descritta.
"Dopo Eliot si scende", ha detto una volta Montale, quasi a
significare lo sfaldarsi di quella tradizione lirica che, pur
cavalcando il verso cosiddetto libero e la modalità
comunicativa apparentemente non-sublime, era riuscita, tuttavia, a
porsi come poesia nel senso proprio del termine: il medesimo che
predicheremmo a proposito di Pindaro, di Dante, di John Donne. Ora,
per Montale, ciò non è più possibile: e questo
si riflette in pieno nella sua ultima produzione, che un altro
illustre autore ha definito "inevitabilmente di segno meno".
Questa definizione zanzottiana è quanto mai calzante: la
poesia di Montale, dopo Satura, è il poetico che mette
in scena la sua irrimediabile assenza: il linguaggio è
giornalistico, lo stile dimesso è parodia, quasi, del suo
passato, i versi sembrano stonati (per comprendere il salto compiuto
da Montale: se il verso "infranto" di Ungaretti è
assai sovente un endecasillabo spezzato e agevolmente ravvisabile,
Montale, qui, fa invece uso di endecasillabi che non sono tali:
spesso atonali o semplicemente errati). Inoltre, due punti
essenziali: a) quella verità trascendente di cui il mezzo
poetico antiinformativo era l'unico veicolo comunicativo appare del
tutto assente o vuota: non c'è più niente da dire; b)
l'autore del testo si pone qui o come la maschera di se stesso, o
come il mero giocatore sostituibile di una partita insignificante
giocata dal linguaggio: quella radicalizzazione della soggettività
autoriale, cioè, che avevamo descritto come modalità
del passaggio dalla dimensione soggettivo-diaristica a quella
universale-oggettiva del testo poetico, non avviene: di qui
l'intimismo quasi cronachistico e epistolare dell'ultimo Montale: nel
quale ciò che emerge è il dato umano, più che
quello artistico. Montale sembra cioè vedere in Eliot il
coronamento definitivo di quella tradizione post-lirica che noi
abbiamo indicato nel dopo Leopardi-Hölderlin-Keats, e di cui
l'autore di The Waste Land sarebbe, potremmo aggiungere
insieme a Paul Celan, a Renè Char, e forse a Ungaretti e allo
stesso primo Montale, l'ultima, magnifica espressione.
"Non
sono un Leopardi, lascio poco da ardere", dice il verso
conclusivo di Per finire, il testo che chiude il Diario.
Da questo verso potremmo esemplificare la posizione di Montale
innanzi al dissolvimento del lirico. Innanzitutto, ciò di cui
qui l'autore parla è se stesso: se stesso non in senso
sublimato, ma personale, unico, meramente soggettivo: descrive la sua
esperienza, per ciò che potremmo definire un poetica della
privacy (si noti bene che quest'ultima non ha nulla a che fare
con il genere poetico solitamente definito confessional, il
quale è tutt'altro che meramente soggettivo: si pensi ad Anne
Sexton). In secondo luogo, il linguaggio è volutamente piano,
colloquiale, pseudogiornalistico, informativo ("un Leopardi"),
e il vocabolario è usuale non per la motivazione che leggiamo
in apertura de I limoni, ma in quanto il fine è
descrittivo, non ipercomunicativo. In terzo luogo, non vi è
alcuna simbolicità della langue: è del tutto
assente, cioè, quella meta-fora intesa come un portare il
senso al di là del referente in cui avevamo consistere un
aspetto della ritualità del dire poetico. Infine, viene
ammessa, per via sia formale che esplicita, la totale sfiducia nel
mezzo poetico quale appare nella sua espressione contemporanea: esso
è qui, per Montale, impotente: impotente a essere ciò
che deve essere per essere ciò che è. E allora la
poesia può solo cantare - stonatamente e facendo ridere,
balbettando - la sua incapacità, il suo passato, la sua
sparizione. E lo farà nella modalità che un poeta della
grandezza di Montale ci mostra nelle ultime parti di Satura,
nel Diario e nel Quaderno.
5.2. PASOLINI: IL
SENSO DEL RIFIUTO E DELLA POLEMICA
Come
molti poeti falliti e riusciti, ma senz'altro falliti in questa loro
fantasia, PierPaolo Pasolini ha sempre sognato di poter essere
Rimbaud. Ha sempre sognato, cioè, un poema totale: un verso
poetico che esprimesse, conformemente a quella vocazione pedagogica
tragica che contraddistinse tutta la sua opera, l'uomo nella sua
interezza corporale e psichica. Pasolini scorge con un acume
altissimo l'inevitabile naufragio del desiderio di una poesia totale:
una poesia come quella di Rimbaud, di Goethe, di Petrarca. In questo
suo scorgere l'inevitabile tramonto della poesia e delle sue
possibilità di senso, Pasolini è vicino a Montale. Ma
se in quest'ultimo tale presentarsi della poesia come l'ormai
ridicola caricatura di se stessa è subìto, in PierPaolo
Pasolini ciò è attuato attivamente. Cioè: se
Montale conforma la sua poesia, rendendola ironico canto parodico
diaristico, alla sconfitta del poetico (che dunque viene accolta da
Montale), l'autore friulano è invece l'attore stesso del
disfacimento del lirico: la sua poesia non accoglie l'invasione della
prosastica, ma la attua: la attua con un rifiuto netto, drammatico,
con un'epochè poetica il cui punto più estremo è
la scelta della cinematografia rispetto alla letteratura. Pasolini
poeta si muove con due punti fissi ideali che sono contrastanti: da
un lato egli è persuaso della totale inefficacia comunicativa
della poesia tradizionale nel suo statuto "alto": la
tradizione lirica non può comunicare l'attualità: la
regola e il rito, diremmo noi, hanno perso per Pasolini la
loro funzione e la loro funzionalità. In secondo luogo,
PierPaolo è al contempo certo che una poesia dalla diversa
forma rispetto a quella tradizionale (una poesia che non sia più
regola e rito), non possa svolgere quella funzione totale, pedagogica
nel senso lato pasoliniano, che è a fondamento e a motivo
dello stesso gesto poetico. Pasolini poeta, nei suoi "auree e
disincanti", si muove e si nutre del paradosso scaturente da
queste due convinzioni in contrasto. Il libro in cui forse Pasolini
esprime più chiaramente la sua visione dell'agonia del lirico
e vi risponde, è quello uscito lo stesso anno di Satura:
Trasumanar e organizzar. Nota Berardinelli che qui Pasolini
"tocca il limite della trasandatezza stilistica: le sue poesie
diventano sciatti articoli in finti versi". Apparentemente
l'orizzonte è il medesimo di Montale: il dato è lo
stesso: il designificarsi del prodotto poetico; differente è
la risposta: un abbandono del poetico, da parte di Montale; un
rifiuto dello stesso, da parte di Pasolini. Potremmo dire che la
prima risposta abbia una scaturigine letteraria, e la seconda etica:
ma semplificheremmo due concetti che vanno, in ultima analisi,
pensati come uno solo. Il problema letterario implica infatti, qui,
quello etico, e viceversa.
Sottolineiamo
dunque il medesimo portarsi, ma per motivazioni e con modalità
assai distanti, dopo la poesia da parte di Montale e di
Pasolini, i quali condividono questa percezione della morte del
lirico rispondendovi in maniera distante, ma egualmente decretante la
sconfitta delle possibilità significanti del verso. E fu
questa una di quelle micce di cui si nutrì la polemica - una
di quelle polemiche fra grandi che significano linfa vitale per la
riflessione letteraria e filosofica: come quella fra Keats e Byron,
Rimbaud e Mallarmè, Dylan Yhomas e Auden, Hölderlin e
Goethe - fra Fortini e Pasolini.
5.3. LA “CONTRADDIZIONE”
DI FORTINI
L'intelligenza
di PierPaolo Pasolini fa sì che egli critichi Fortini nel suo
punto essenziale - essenziale anche per l'analisi che stiamo
svolgendo: per Pasolini la poesia di Fortini patisce una sorta di
irrazionalismo letterario consistente in una schizofrenia fra ciò
che essa vuole e ciò che essa è; cioè: se
l'ideale che ispira l'opera fortiniana è quello di un marxismo
critico, sul piano formale essa si propone con termini e strutture
proprie di quella tradizione che si pretenderebbe di combattere:
nella fattispecie termini e strutture "liriche". Fortini
farebbe cioè essenzialmente uso di ciò che vuole
rifiutare. La polemica fra Fortini e Pasolini ha connotati vasti:
forse solo Fortini era all'altezza di parlare con Pasolini; e
Pasolini era fra i pochi che poterono capire così
profondamente Fortini. Qui vogliamo sottolineare il punto
fondamentale della nostra analisi, toccato da tale polemica: il fatto
che Fortini conservi quelle categorie che Pasolini ha rifiutato e
Montale ha perduto: le categorie liriche. Il dato comune di Pasolini
e Montale, cioè, la morte del lirico - da cui le differenti
posizioni dei due autori - in Fortini non si ripresenta. Non che
Fortini conservi una visione museistica o romantica della poesia,
tutt'altro: egli tuttavia non considera, a differenza di Pasolini,
l'inutilità assoluta della poesia come inficiantene il valore.
E, a differenza di Montale, crede a una ricostruzione possibile della
poesia non come parodica testimonianza diaristica, ma come esperienza
corale e reale, certo luguberrima, ma fondativa per quanto
drammatica: non è un caso che al riferimento ultimo montaliano
indicato in Eliot dobbiamo, per Franco Fortini, sostituirlo con un
autore come Bertold Brecht.
La
cifra lugubre del verbo fortiniano, infatti, la sua tragicità
di fondo, da Foglio di via radicalizzantesi progressivamente
fino a Composita solvantur, non è mai "di segno
meno": assume sempre, brechtianamente, un'epicità
storica, politica e antropologica, anche nel paradosso del ruolo
della poesia contemporanea di cui Fortini è ben cosciente.
Quella che Pasolini denunciava come una schizofrenia fra l'ideologo
Fortini e il Fortini poeta appare come una presa di posizione
legittima e fondata, qualora si rifletta su come la morte del lirico
significhi, per Fortini, 1) il pensarne il senso a partire dalla sua
inutilità; 2) riforgiare - né abbandonare (Montale), né
rifutare (Pasolini) - il lirico inteso come regola e rito,
nella ferma convinzione che ciò non significhi cedere le armi,
sul campo della pagina scritta, alla tradizione che si pretende la
poesia ripensi, bensì piuttosto lo svolgersi eroico del
combattimento con armi che sono differenti da quelle del nemico in
quanto differenti sono i guerrieri che le indossano e ne fanno uso.
Si pensi al celeberrimo finale di Traducendo Brecht: la poesia
non cambia nulla, ma scrivi.
Fortini
è forse uno dei più grandi poeti della sua epoca, e la
sua opera in versi è per noi una fonte cui attingere in un
certo qual senso di più che non Pasolini: Fortini è più
eterno. Magari proprio perché in lui - con rare equivalenze
valoriali: ad esempio il Sereni di Stella variabile - la
regola e il rito vengono chiaramente riformulati alla luce del
loro inevitabile dissolvimento così come la tradizione li
aveva costantemente intesi. Fortini è dunque un autore
profondamente "lirico" in questo senso; egli è,
potremmo dire, uno fra i primi "neolirici". Perché
in lui, così come in Sereni, il lirico si ripresenta e non è
ridicolo. La poesia contemporanea nasce sul biforcarsi di questa
strada: da un lato accogliere l'equazione lirico=ridicolo, dall'altro
confutarla con la reinvenzione formale e sostanziale dei suoi
connotati, la regola e il rito. Pasolini imbocca il primo
sentiero, Fortini il secondo.
5.4.
ZANZOTTO E L’ANNUNCIO DI UNA STRAORDINARIA RINASCITA
Questa
differenza essenziale che stacca Fortini da Pasolini risiede perciò
essenzialmente nel non abbandonare il terreno della poesia sotto gli
attacchi della prosastica per via dell'inaridirsi di tale terreno,
bensì il riseminare - certo inutilmente ma inevitabilmente -
quel terreno affinché la poesia conservi il suo "spazio".
E ciò ci porta a parlare dello splendido esempio di Andrea
Zanzotto in riferimento alle riflessioni qui svolte.
Abbiamo
visto come Berardinelli e Galaverni abbiano un'opposta concezione
dell'andare della poesia, abbandonando il lirico, verso la prosa: per
il primo ciò significa un allargamento dei confini del
poetico, per il secondo un restringimento quasi soffocante. Potremmo
dire che Montale e Pasolini corroborino la prima tesi, mentre Fortini
la seconda: in quanto l'opera di Fortini mostra un'espansione del
lirico a ciò che lirico non è, mentre le posizioni
montaliana e pasoliniana consistono nella desacralizzazione di ciò
che è propriamente lirico. In maniera eclatante e
meravigliosa, l'opera di Zanzotto è esattamente l'allargamento
del lirico, con reinventate armi di linguaggio, a territori persi o
sconosciuti.
Tentare
un affresco, per quanto minimo, in pochi righe dell'opera zanzottiana
è impresa proibitiva: per la sua complessità, la sua
polivalenza, la sua importanza storico-letteraria. Dati tutti
sottolineati con acume da Stefano Agosti. Qui prenderò in
esame soltanto Zanzotto in funzione della sua risposta alla morte del
lirico: risposta unica nella motivazione e gigantescamente
interessante negli esiti. Fin dal suo esordio, la poesia di Zanzotto
si pone come un recupero delle forme tradizionali: un recupero
persino manieristico o meramente "letterario": posizione
che tradisce la persuasione di un'indipendenza totale del linguaggio
rispetto alla realtà, della langue rispetto alla
parole. Tale persuasione può assumersi come il dato di
fondo dell'intera opera zanzottiana. Tuttavia è con la
raccolta Vocativo del 1957 che Zanzotto pone la prima tappa di
quel percorso che costituirà uno dei più interessanti
contributi poetici nell'Occidente degli ultimi anni. In Vocativo
Zanzotto opera una vera e propria reinvenzione dei mezzi lirici che
esso aveva accolto pacificamente nelle sue due precedenti raccolte: e
tale reinvenzione avviene attraverso un lavoro sul linguaggio che
porta a forzarne le strutture, fino a renderlo per certi versi
indipendente dalla logica discorsiva. Assistiamo cioè a una
radicalizzazione di quella supremazia della langue sulla
parole di cui avevamo detto: supremazia che tuttavia ha ora il
fine del recupero del senso perduto dal significante, il quale deve
essere perciò forzato a significare oltre se stesso attraverso
la sua fuga dall'ordinario della langue.
Notiamo
subito come in Zanzotto la ritualità del lirico si presenti
palesemente nella sua metamorfosi, significando per noi la
non-sparizione, bensì la reinvenzione di tale dato nella
poesia contemporanea. Il vasto percorso poetico di Zanzotto si
compone in tappe, ognuna essenziale per la comprensione complessiva
di quest'autore, scandita dalle sue diverse opere. Vocativo, IX
Ecloghe, La Beltà, Pasque, Filò, la pseudotrilogia
composta da Il Galateo in bosco, Fosfeni e Idioma, il dopo-Idioma,
sono senz'altro le sette scansioni essenziali in cui si articola
quell' "ontologia del linguaggio", come la chiama
Giovanardi, in cui il corpus zanzottiano consiste.
Sommariamente, ai fini del nostro discorso, vogliamo qui rilevarne
due dati essenziali: 1) la concezione della poesia quale luogo
deputato alla riconquista del senso smarrito dell'esserci: poiché
tale perdita-di-senso consiste nell'afasia dell'incapacità di
significare, ciò a cui si assisterà sarà un
lavoro sul significante declinatesi in una totale metamorfosi di
quello che abbiamo chiamato il dato rituale del lirico, che in
Zanzotto appare con grande forza; 2) questo recupero del senso,
inoltre, si pone come l'unica modalità fondativa della
autenticità della vita e della storia, del Soggetto e del
Mondo, i quali, lacanianamente, si testimoniano per alienazione
reciproca. In altri termini: la nozione saussuriana della priorità
del significante sul significato, che porterà Lacan a fondare
sul significante primario la struttura del Soggetto, diviene in
Zanzotto la scaturigine di una concezione della poesia come luogo di
riappropriazione di possibilità di esistenza autentica: in
quanto il linguaggio è, contemporaneamente, e il luogo della
Spaltung del Soggetto che determina il suo strutturale
manque-à-etre, e, in quanto sistema nel quale
significante e significato si connettono biunivocamente,
luogo-potenza del superamento di tale Scissione originaria.
Di
qui possiamo interpretare il verbo di Zanzotto come un declinarsi del
dato rituale del lirico in una reinvenzione del significante: la
trascendentalità del dire, non trovando più un luogo in
cui depositarsi, sconfina, per così dire, in territori
inesplorati: qui non è, come in Montale, il senso a essere
assente: piuttosto esso eccede il segno, il quale si pone perciò
"oltre se stesso": la lingua è reinventata. Né,
come in Pasolini, si palesa l'impotenza di un dire che non sia
meramente informativo perché non ve ne sono le strutture
fondanti: qui il dire, sotto le spinte del senso, fonda le sue
rinnovantesi strutture, per significare. Ed è questo il modo
con cui Andrea Zanzotto risponde alla morte del lirico: non
destituendo il prodotto poetico della sua essenza e funzione (la
regola e il rito), ma trasformando questi ultimi con una violenza
uguale e contraria a quella che ne detta la disintegrazione. In una
intervista di qualche anno fa, Andrea Zanzotto ha detto che la poesia
deve "restaurare il vuoto che c'è nel mondo".
L'autore di Pieve di Soligo non crede in una poesia che perda tale
essenza; non solo: crede che una poesia essenzialmente tale sia
ancora possibile, o, per meglio dire, possibile nell'impossibile:
movendosi in luoghi linguistici e mentali assolutamente non lirici,
ma assoggettandoli al dominio del poetico reinventando la struttura
stessa della poesia. In quest'eroismo della lingua, parossismo di
un'afasia che risuona, si scorge un luogo dove il dire coincide con
l'essere, divenendo trascendente: significando.
Nel modo
bruto con cui l'abbiamo fin qui stilizzata, l'opera di Zanzotto può
in un certo senso accostarsi a quella di un autore a lui in apparenza
abissalmente distante (ma forse prossimo) come Fortini: entrambi
reagiscono all'impossibilità della poesia con una poesia
impossibile, reinventando regola e rito. Zanzotto, dunque, in
quello che abbiamo chiamato il bivio della poesia contemporanea,
inforca, con Fortini e a differenza di Pasolini e Montale, il
sentiero del non essere persuaso dell'equazione fra lirico e
ridicolo.
In
Zanzotto possiamo vedere come quest'equazione in prima analisi
ineludibile venga superata. La poesia deve restaurare il vuoto che
c'è nel mondo: OK, ma con cosa? Con il linguaggio. Perché
il linguaggio è, ci insegna Lacan, il luogo della mancanza:
del Soggetto, diremo, rispetto all'Origine. Quando il linguaggio
diviene impotente a essere non più che informazione, tale
restauro si presenta impossibile: la poesia non può che dirne
la non-possibilità, non ponendosi, di fatto, come una poesia
in senso proprio. La poesia dell'ultimo Montale è senz'altro
una grande poesia, ma poesia in senso improprio: non è regola,
né rito. Ora, sa la poesia è restaurare il vuoto
che c'è nel mondo attraverso la "vuotezza"
strutturale umana che è il linguaggio, l'opera di Zanzotto
restaura il vuoto che c'è nella poesia attraverso la
"vuotezza" linguistica che segue la morte della tradizione
lirica. E, interrogando tale assenza, fare versi è porsi in
ascolto del vero dire.
6.
LA METAMORFOSI DEL LIRICO NEI NUOVI AUTORI: SANTORI, CAVALLI,
RUFFILLI, EDERLE, ROSSI E SCOTTO
6.1.
SANTORI, LA CIRCUMNAVIGAZIONE DEL SILENZIO
Siamo
così giunti, attraverso l'analisi fugace di quattro "padri"
della letteratura italiana contemporanea, nel cuore stesso dell'opera
Saltata di Antonio Santori. Giacchè il cuore di
questo testo, la sua tematica fondante, è costituita
precisamente dal discorso di un'assenza: il silenzio prende voce. E
questo silenzio è il silenzio di una pagina che non si è
potuto non saltare. La poesia quale impossibilità, dunque,
quale afasia ineludibile, viene qui esplicitamente tematizzata; e
tale tematizzazione avviene attraverso quel regola e rito
post-metamorfosi che abbiamo descritto. Nel testo di Santori questa
metamorfosi è tanto più evidente in quanto la forma
poematica parrebbe esigere il rispetto di quella tradizione formale
che invece la poesia contemporanea disintegra (di qui la persuasione
che la poesia del nostro tempo non possa prodursi nella forma di
poema: persuasione che gli esempi di Pound e Walcott sono sufficienti
a confutare). Scrive Gianfranco Lauretano a proposito di Saltata:
"Saltata è il narrarsi di una pagina dimenticata
dal suo auotore-lettore, che gli si ribella per questo, lo interroga
e lo inquieta con la sua assenza. Saltata è un vuoto
più concreto della realtà, quel punto di fuga
ineffabile che è il vero sottofondo di ogni esistenza e
poesia. Saltata è il silenzio che suggerisce una voce
altra; prende corpo a prescindere da noi e ci insegue".
In
Saltata vediamo il senso ultimo del gesto lirico: interrogare
il vuoto che costituisce il nostro esserci: giacchè solo
nell'attimo di buio della nostra psiche, in cui il Soggetto si
connette all'Altro, è possibile attingere la parola
trascendente significante. "Solo la presenza di un buco nero"
- scrive Gioanola - "permette la nascita di una Parola
comunicativa, non ridotta a comunicazione di cose". Ma se la
tradizione occidentale (e non solo) ha declinato tale interrogazione
dell'assenza originaria costituente il gesto poetico nella
formalizzazione della regola e del rito, la poesia contemporanea
abbandona tali parametri e ne acquisisce - postmodernamente - altri,
difficilmente accoglibili in maniera pacifica in quanto profondamente
diversificantisi.
Il
testo di Santori, tuttavia, sembra inserirsi in una ben netta
tradizione, italiana ed europea, della quale sono indicabili cifre
comuni rappresentanti la metamorfosi della regola e del rito. Durs
Grünbein, Jordi Virallonga, Simon Armitage, Antonella Anedda,
sono, solo per fare alcuni nomi di riferimento, autori che
condividono l'orizzonte nel quale l'opera di Santori si muove (e il
discorso potrebbe essere forzato al di là dei nostro confini
europei, richiamando ad esempio un poeta come Yang Lian, che parrebbe
sulla medesima linea): l'urgenza comunicativa che trasforma il
parlato stesso nel dato trascendente del dettato (la parole viene
forzata a langue); l'esperienza privata dell'autore che, nella
sua insignificanza, assume proprio in virtù di essa un
connotato eroico, quasi quotidianamente epico, che fa dell'esperienza
singola oggetto universale; un verso profondamente irregolare, ossia
irregolare in maniera profonda: irregolare necessariamente, e
trovante il suo respiro ritmico-metrico-compulsivo nel dato logico
del dire, come l'esempio di Amelia Rosselli ci ha permesso
arditamente di affermare.
Tutta
la poesia contemporanea si muove in quello che Celan chiamava
Atemwende: nella "svolta del respiro",
quell'istante-niente che c'è tra l'inspirazione e
l'espirazione. Si muove, cioè, a partire dalla sua
impossibilità. Ora Saltata, e in quanto romanzo in cui
il protagonista (il poeta) non c'è, e in quanto struttura
poetica nella quale l'autore non può neanche prendere parola,
ma viene addirittura lui stesso nominato da ciò che non può
dire (la poesia), è l'esatta presa di coscienza - e la
drammatizzazione poetica - del ruolo paradossale del testo lirico del
nostro tempo. Vogliamo sottolineare, per approssimarci alla
conclusione di questo breve intervento, alcuni dati che si impongono
dal testo di Santori, e che ci risospingono verso la stessa
definizione di "neolirismo" fin qui da noi adombrata.
In
primo luogo dobbiamo notare come l'autore del testo, qui, non ci sia;
o meglio, per dirla à la Blanchot, l'autore qui gioca a
non esserci: è il linguaggio che lo parla: non è che un
giocatore, mentre il vero soggetto è il gioco. Come abbiamo
visto, fu Montale a intravedere per primo e pienamente
l'impossibilità di un autore che si ponga, ai giorni nostri,
quale voce singola-corale, conformemente all'essenza del lirico. Di
qui la risposta del diarismo parodico dell'ultimo Montale. In Saltata
questa medesima persuasione che vede l'autore come non-capace -
perché non ve ne sono i mezzi! - di dire la parola fondante
per la tribù umana si coniuga in un testo nel quale a parlare
è precisamente questa impossibilità: taciuto un dire
che non sia lirico in senso proprio, l'autore dà voce al
proprio vuoto per parlare del vuoto della poesia. Da ciò
vorremmo dire come il neolirico imponga innanzitutto la concezione di
un ruolo autoriale che consiste essenzialmente nel fingersi se stessi
per non esserlo: come l'esempio del grande Pessoa spiega. "Il
poeta è un fingitore", ha scritto, "Finge in maniera
così radicale da credere che sia dolore il dolore che davvero
prova".
Il
secondo punto che vogliamo prendere in esame è stilistico;
ossia: la liricità del testo si fonda anch'essa sulla sua
assenza: il rito è trasfigurato nella modalità
che abbiamo precedentemente descritto.
In
terzo luogo, il metron che regola il dettato è, come
abbiamo detto, irregolare e necessario.
Infine, il canto è
sempre, qui, nostalgia. Vi è diffusamente, - e lo ritroviamo
in Saltata - nella poesia contemporanea, il tacito sospetto
tremendo dell'inutilità del dire; quasi una freccia scoccata
verso un falco che si sa troppo alto. Ancora un'immagine celaniana
chiarisce il discorso: la poesia è un Flaschenposte, un
"messaggio in bottiglia" che abbandoniamo, ignari del
perché e del per chi.
6.2.
CAVALLI, LA PAROLETTA DA DIRE
Questa
definizione che incontriamo del concetto di Neolirismo a proposito di
Santori, tale quadro critico di fondo, possiamo scorgerlo in autori
che egualmente possiamo definire "neolirici" nella medesima
accezione da noi chiarita. Si prenda questo breve, assai rivelativo
componimento di Patrizia Cavalli: "Anche quando sembra
che la giornata/sia passata come un'ala di rondine,/come una manciata
di polvere/gettata e che non è possibile/raccogliere e la
descrizione/il racconto non trovano necessità/né
ascolto, c'è sempre una parola/una paroletta da dire/magari
per dire/che non c'è niente da dire". Questi bei versi di
Patrizia Cavalli hanno il medesimo oggetto del poema di Santori:
l'impossibilità (e la necessità) di dire, nel
senso trascendente (lirico) del termine: laddove la comunicazione è
cortocircuitata per via di una tensione irresistibile fra il suo fine
(la condivisione umana di un dato non meramente intimistico) e i suoi
mezzi (il verso poetico), essa appare fantasmaticamente nella sua
ostinatezza: ed è questo un tratto essenziale del "neolirico":
il verso è sopravvissuto a se stesso: la "parola" è
impossibile, giacchè ogni racconto non ha più né
necessità né ascolto; tuttavia, una parola decostruita,
diffratta, scarnificata: una "paroletta" resta: una di
quelle "parole molto importune", come le ha chiamate
Montale, che "hanno fretta di uscire dal forno o dal
surgelante". Poiché, capovolgendo la celebre Satz
finale del Tractatus wittgensteiniano, su ciò di cui
non si può parlare è impossibile tacere. Ciò che
è "saltato" prende voce con forza inarginabile. Ecco
spiegate l'urgenza della poesia contemporanea e la sua inutilità.
In quest'epoca, come ha scritto il mitico Dylan Thomas, la poesia è
"un'arte scontrosa", fatta essenzialmente per quelli a cui
della poesia non frega assolutamente - nulla (quelli interessati
solitamente non la capiscono).
6.3. LO SBRICIOLARSI DEL
RACCONTO IN RUFFILLI
Il
dettato minimalista, quasi un grado zero della scrittura poetica,
proprio di Paolo Ruffilli, il suo verso spesso diveniente
numerosi emistichi sparsi in voce fioca, può ulteriormente
chiarire la definizione che noi vorremo delineare di "neolirismo"
. Scrive Ruffilli: "Il temine ridotto/all'incredibile, con/tutti
i suoi/sospesi, rimorsi/e sottintesi. Un/punto fermo al/resto che si
muove/pensato e ripetuto/pronunciato/come dato impossibile:/'Mai
più'./Per ciò/che si poteva/e che non fu". Di
nuovo troviamo la tematizzazione di un'assenza irrimediabile connessa
all'incomunicabilità: un "Mai più" di poeiana
memoria che ora diviene il più terribile dei raven
parlanti perché ciò di cui parla è proprio la
parola: è la parola - una parola che "si poteva/e che non
fu": una parola saltata - a non potersi dare; è la
comunicazione collassata che rende allucinato infernale solipsismo
l'appartenenza al mondo, nostalgico luogo-cima da cui lanciare il
proprio stonato peana dell'afasia; "Il termine" è
"ridotto/all'incredibile": la poesia contemporanea è
la propria sciarada quasi-inconcepibile in quanto il dire si pone
"come dato impossibile". Allora lo stile di Ruffilli si
chiarisce alla luce di questa poetica neolirica e viceversa: solo in
un barthiano grado zero della scrittura il dire lirico è
concepibile: il resto è un tentativo museale o semplicemente
ridicolo.
È
interessante notare come proprio Roland Barthes, commentando alcuni
testi di Ruffilli, faccia cenno, attraverso il rimando a Blanchot, a
"quella legge dell'antifrasi" per cui "tanto più
è spietato il dettato, quanto più è affabile":
la poesia di Ruffilli si struttura attraverso questo silenzio detto e
necessario in cui consiste l'indicibilità dell'esistenza.
Ritroviamo dunque quel darsi come impossibilità del dire
poetico che, abbiamo visto, appare quale cifra essenziale del
neolirismo (la risposta a questa impossibilità è il
ripensamento della tradizionale morfologia della struttura lirica
della regola e del rito). Nell'opera di Paolo Ruffilli,
dunque, l'afasia comunicativa si trasforma in dettato minimale,
residuo, una sorta di crionismo linguistico che non può non
ricordare il verbo caproniano. Il capronismo di Ruffilli, tuttavia,
come ha notato Lagazzi, è fortemente sui generis:
l'incomunicabilità qui non è tragedia, bensì
racconto. Proprio nella sua drammatica inconsistenza, l'esperienza
umana acquisisce significanza; commenta Lagazzi dicendo che "è
propria di Ruffilli la qualità esatta e inappariscente,
neo-fiamminga, della scrittura: lenta, silenziosa nevicata di parole
che scendono sulla pagina per dare una forma bianca, una forma senza
forma, ai nostri sogni e ai nostri sospiri".
Possiamo
a questo punto spingerci a dire come Ruffilli possa mostrarci la
distanza della sua generazione poetica da Montale: le "fotografie"
della ruffilliana Camera oscura possono interpretarsi come una
sorta di anti-ossi-di-seppia: in quelle foto, come negli ossi, la
realtà appare cristallizzata da una parola troppo fioca per la
cosa (ed è questo il primo passo per quella parabola che
condurrà Montale alla domanda se sia ancora possibile la
poesia): ma le fotografie esprimono tuttavia una consistenza che
non è meramente funeraria, semplicemente mortificante, bensì,
in un circolo ermeneutico continuo di oppio e memoria, di gioia e di
lutto, di vita e morte, si pongono come una sorta di haiku il cui
paesaggio è quello grigio della coscienza, ma illuminato dal
suono della parola, vera luce, ancora seppur vespertina, della mente.
Questo può essere visto come il fulcro dell'opera di Ruffilli,
ed è agevolmente visibile come essa sia in linea con quanto
siamo venuti affermando per giungere a una coerente definizione di
"neolirismo".
La
poesia neolirica appare, in prima analisi, essenzialmente "debole":
per la povertà del linguaggio, per l'assenza di un significato
trascendente, per il fatto che spesso essa sia costituita meramente
da un racconto, per il fatto di non possedere la "potenza"
dei classici, non possedendone i mezzi tecnico-espressivi.
Probabilmente
Montale avrebbe considerato, e forse a ragione dal suo punto di
vista, la stragrande maggioranza della poesia contemporanea come una
poesia in senso improprio. Avrebbe avuto forse lo stesso
atteggiamento di De Chirico nell'osservare l'arte che si stava
producendo dopo di lui: "quelli non sanno disegnare".
6.4.
IL GATTO DI EDERLE E LA TORTA DI ROSSI
Leggendo
distrattamente i testi di un autore quale Arnaldo Ederle o di
un autore quale Massimo Rossi (due esempi altrettanto
significativi di neolirismo) potremmo giungere alla medesima
conclusione. Ma dimenticheremmo che la penuria tecnica e l'assenza di
senso, nella poesia contemporanea sono tutt'uno: non si è
capaci di disegnare perché non v'è niente da disegnare.
E, se anche vi fosse, la mano tremerebbe. In ogni caso, l'assenza del
disegno è, insieme, una scelta e una necessità. E si
può significare un segno forte anche senza disegno.
"Nice
things should not exist/But since they do/They should be
forever./Così un gatto/mangiatore di morti rifletteva,/la sua
cena imbandita/sopra una lastra blu-notte/venata in diagonale.",
recita un testo di Arnaldo Ederle. La mutezza di quel gatto che
prende voce nei versi di Ederle non è forse poi così
distante dall'afasia del poeta contemporaneo: egli, come quel gatto,
è solo nell'angolo sghembo di una periferia infinita; pensa,
in maniera sacralmente ingenua, a cose eterne che non esistono,
divorando intanto un cadavere: similmente il poeta, oggi, scrive di
cose di cui egli stesso, scrivendo, è negazione. La poesia è
come il riflesso blu-notte di quella lastra su sui il gatto
ederliniano ha squallidamente imbandito la sua cena. "E' sulla
pagina che nasce/il mio nero, lo stilla la punta/della penna, lo crea
dal nulla,/lo perde dalla sfera mentre preme/spinta dalle dita
avvolte/attorno alla punta che contiene/il futuro nascituro nero".
Un nero che, in questi versi di Ederle, possiamo forzare a
un'interpretazione più che cromatico-sensitiva:
quasi-psicanalitica: il nero è il frutto di buio partorito
dalla penna, non semplicemente in quanto l'inchiostro sfregia col suo
segno il foglio bianco, ma in quanto il nero (nei cui rimandi
simbolico-archetipici si annida il senso del male, del dolore, della
sventura) è segno della non-positività di un dire che
non può significare che la propria - scurissima - assenza.
Si
potrebbe dire, con Massimo Rossi, che per la poesia "E' un
giorno dal colore asprigno/questo. dal suono grigio alluminio/dal
gusto sordo./la pioggia riciclata da un lontano/temporale non mi
chiede il permesso/d'essere ospite al mio compleanno:/poco male. non
ho preparato la torta". In altri termini: la poesia non sembra
riuscire a imporsi nel suo telos specifico: rendere possibile
il corrispondere umano all'esterno del mondo, nominandolo oltre se
stesso. Per questo non c'è nessuna torta persa, se il fragore
di un temporale non ci fa visita il giorno del nostro compleanno: non
c'è nessuna connessione con se stessi da condividere
all'esterno. Il compleanno è precisamente la celebrazione del
proprio esistere, che la torta simboleggia: la celebrazione del
proprio essere-al-mondo. Ma se tale celebrazione appare assurda, il
rapporto con il mondo è cancellato. E la poesia sembra
un'aringa bagnata usata per forzare una serratura.
Rossi,
come Ederle, ci fornisce così un'immagine funzionale al nostro
tentativo di definire coerentemente il "neolirismo". Il
gatto di Ederle e la torta di Rossi, infatti, possono trasparire come
metafore dell'essenziale impotenza del linguaggio, da cui si
determina l'alienazione-solitudine umana, il cui senso ultimo della
poesia dovrebbe "restaurare", come ha detto Zanzotto.
6.5.
SCOTTO, IL VENTO ALLE MANI
È'
un motto di Gide che segue da vicino la direzione del nostro
discorso, quello che Fabio Scotto pone in epigrafe a un suo
componimento: "Je ne veux pas d'autre secours que celui-là:
vous parler". La poesia di Scotto ha sovente la forma di un
cammeo: è preservata, pur nella dissoluzione di una parola che
nel suo fondo (lo si sente) è consapevole della sua
inadeguabilità a una stabilità lirico-carina, una certa
formalità che dà al dettato generale un'alta dignità:
ma una dignità, anche qui, profondamente solitaria, altera,
"sullen": "scontrosa", direbbe Thomas. La
parola di Scotto ci appare come una sorta di diario redatto da un
uomo amante del mondo, ma che lo osserva da un dirupo al di là
dei suoi confini, magari in una sorta di Grecia holderlinianamente
perduta, che lui spesso evoca; "In questo nulla/respiro il
tempo/schernito dai gabbiani/Vorrei parlarti/senza parlare/come fa il
vento/da sempre/su queste mani/". Anche in Scotto vediamo agire
centralmente la tematica di una parola che tanto è necessaria,
tanto più è impossibile: affinché essa sia
realmente comunicativa (trascendente), occorrerebbe pronunciarla
tacendo, come fa il vento alle mani, mute e perfette ascoltatrici che
non mentono (perché tacciono) a quel rumore, che forse diviene
più significante del suono-segno linguistico nella sua
impotenza, quel rumore che fa il vento, quando passa e sbatte.
7.
CONCLUSIONE: SCRIVERE VERSI, TRA LA NECESSITÀ E
L’IMPOSSIBILITÀ
C'è,
nel verso contemporaneo, un'implosa urgenza di dire, una
comunicazione sottesa necessaria e impossibile. Un poeta la cui opera
sarebbe interessante studiare in proposito, ossia Piero Bigongiari,
ha scritto commentando Saltata di Antonio Santori, che esso "è
un testo in cui le pause non tanto isolano quanto piuttosto segnano i
nuclei, si direbbe visivi e teatrali, recitanti, di una azione
sottintesa. Re-citare come citare di nuovo questi gorghi o ingorghi
di silenzio e d'oblio in cui il testo si inscrive come ri-trovasse la
parola di quel silenzioso ingorgarsi dell'azione sottintesa come
conversazione". Nei confronti della poesia dell'epoca attuale
noi siamo contemporaneamente Arianna e Teseo, contemporaneamente
Euridice e Orfeo; ("Ma è tua o è mia la
maschera/bianca, la maschera inquieta/di Arianna?"). Come Teseo
annotasse, tornando tragicamente verso casa sulle navi ateniesi, il
grido di Arianna piantata in Nasso; come se Orfeo descrivesse il
pianto di Euridice scaraventata nel nulla dal suo voltarsi, l'autore,
nel testo di Antonio Santori, fissa per versi, in un poema dall'ampio
respiro di ritmi e di pause, la poesia che si lamenta: la poesia
abbandonata, la poesia lasciata nel niente, la poesia fallita, la
poesia saltata. Saltata ha per ritmo - un ritmo davvero
cardiaco e compulsivo - una lagna. Una lagna petulante. La poesia fa
la lagna perché non può esistere. Non può
esistere perché Teseo fugge, Orfeo si volta. Non può
esistere perché l'autore, in quanto tale, non può
esistere. Egli stesso è l'abbandonato, crede, dalla poesia. Ma
non può dirlo. Può solo ascoltarla frignare.
Scaraventata Euridice nel vasto Ade del niente senza tempo, Orfeo
tacque. Tacque e basta. La sua cetra che, accompagnando il suo canto
muoveva gli alberi, spostava montagne - tacque. Solo una voce, muta,
gli risuonava nella testa: quella di Euridice che chiedeva a lui
"Dove sarai, adesso?". Lui taceva. Quando una sera Orfeo
incontrò sulle rive di un fiume le Menadi invasate, e queste
vollero trarlo nella danza, ed egli rifiutò, le danzatrici di
Dioniso gli squartarono le braccia, lo azzannarono, gli staccarono la
testa. E la sua testa, galleggiando sulla lira sopra le acque del
fiume, continuava a ripetere, follemente, "Euridice, Euridice,
Euridice".
Oggi
il poeta, come Orfeo, tace, perché si è voltato: ha
abbandonato la regola e il rito, disintegrando il
lirico. Quando allora incontra l'esigenza comunicativa, l'urgenza di
essere Soggetto che la poesia (in forma di Menadi) reclama, viene
distrutto: condannato a ripetere insensatamente il nome di
un'Assenza. Oggi il poeta contemporaneo canta come la testa di Orfeo:
con eguali insensatezza e ostinatezza. Il neolirismo è
propriamente il riflesso condizionato delle labbra del cranio di
Orfeo che sbattono, cranio di un corpo comunicativo dilaniato dai
suoi stessi mezzi espressivi, cranio posato su una lira che non serve
più per cantare, ma come zattera per il trasporto della testa
di un morto.
Il
Neolirismo vuol dire allora saltare la poesia nel preciso senso
descritto da Santori, il medesimo che vede Orfeo subire lo spragmòs
dalle Menadi infuriate nello scoprirlo, lui, il cantore, a un tratto
muto anacoreuta.
Facendo
eco al Fortini di Traducendo Brecht, Antonella Anedda
ha detto
"Se
ho scritto è per pensiero perché ero in pensiero per
la vita per gli esseri felici stretti nell'ombra della sera per
la sera che di colpo crollava sulle nuche. Scrivevo per la pietà
del buio per ogni creatura che indietreggia con la schiena
premuta a una ringhiera per l'attesa marina - senza grido -
infinita.
Scrivi,
dico a me stessa e scrivo io per avanzare più sola
nell'enigma perché gli occhi mi allarmano e mio è
il silenzio dei passi, mia la luce deserta - da brughiera - sulla
terra del viale.
Scrivi
perché nulla è difeso e la parola bosco trema più
fragile del bosco, senza rami né uccelli perché solo
il coraggio può scavare in alto la pazienza fino a
togliere peso al peso nero del prato".
Questo
è un sublime esempio della voce del cranio di Orfeo dilaniato.
Ed è una spiegazione del perché egli, ormai morto,
continui a ripetere il nome dell'amata. Una spiegazione di come il
poeta neolirico sia una sorta di Sisifo nostalgico e un po' fallito.
"Cerca tra le cose che ami quale morirà per
prima/combatti nonostante il tremore", dicono altri due versi di
Antonella Anedda. Mentre cerchiamo di dire, la nostra "lingua
è la stessa che si porta migrando dalle isole:/una nube/in
gola/che oscura la dizione degli oggetti". Cercando fra le cose
che amiamo quale morirà per prima, troviamo la poesia; nella
sua forma contemporanea la sua fragilità è simile al
valore dubitabile dell'informe nell'arte, o alla debolezza del
pensiero filosofico postmoderno. Fra le cose che amiamo, la poesia è
quella che morirà per prima: il neolirismo è un'agonia.
E proprio per questo, poiché coltivare la poesia significa la
salvaguardia della dignità di essere terrestri, la poesia oggi
ci impone l'aver cura di essa. Reimpararne l'ascolto, la dizione, il
silenzio. Comprenderne lo iato. Saltarla e ripensarla.
|