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L'ippogrifo didattico: il fascino del materiale autentico
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di Maria Luisa Vassallo
ABSTRACT
Una
parola d’ordine molto diffusa in corsi e manuali di lingua
straniera è la categoria “materiale autentico”.
Approfondendo, si scopre che essa si fonda su un concetto screditato:
l’autenticità. Una rilettura in senso costruttivista
permette di recuperarla e di proporre alcuni spunti per una didattica
dell’autenticazione interculturale.
1.
NEL PALAZZO DI ALCINA
Chi va lontan da la
sua patria, vede
Cose, da quel che
già credea, lontane;
che narrandole, poi,
non se gli crede,
e stimato bugiardo
ne rimane:
che ‘l sciocco
vulgo non gli vuol dar fede,
se non le vede e
tocca chiare e piane.
Per questo io so che
l’inesperienza
Farà al mio
canto dar poca credenza.
Ariosto, Orlando
Furioso VII, 1.
Nell’ironica
epica rinascimentale dell’Orlando Furioso, il canto VII
è dedicato al meraviglioso palazzo della maga Alcina. Nella
prima ottava, Ruggero, giunto fin là sulle ali dell’ippogrifo,
esprime il suo senso di impotenza: prevede di non essere creduto,
perché ‘l sciocco vulgo non vuole dar fede
alle cose che vengono raccontate, se non le vede e tocca chiare e
piane.
Tutti
gli insegnanti di lingua straniera all’estero si sono trovati,
almeno per un momento, nei panni di Ruggero, con la sensazione di
avere a che fare con un muro invisibile che impediva ai loro allievi
di vedere veramente l’oggetto del loro studio. La lingua
straniera e il suo mondo sono un lontano palazzo di Alcina che
apparentementesolo pochi studenti, senza poterlo direttamente vedere
con i loro occhi e toccare, sono in grado di percepire davvero. Di
qui la frustrazione di molti professori e l’apparente conferma
delle premesse radicali di certo comunicativismo. Se la grammatica e
i manuali impediscono di vedere il palazzo,a volte l’unica
via per far credere davvero alla sua esistenza sembra disporre di
qualcosa da far vedere e toccare, come un un mattone o un pezzo di
isola. I materiali autentici, realia o testi o immagini, sono
proprio questo: un tentativo di far toccare e di credere, prima
ancora che un supporto didattico fedele.
L’insegnante
che abbia provato almeno una volta a proporre alla classe un input
di questo tipo, si trattasse di un banale oggetto di uso quotidiano,
della copia di una rivista o di una semplice confezione di dolci, ha
spesso la sensazione di aver assistito all’atterraggio
dell’ippogrifo di Ruggero. Quanto più il materiale è
strano o inaspettato, quanto più gli occhi si sgranano, i
sorrisi si aprono, i commenti si incrociano, le domande fioccano e
l’atmosfera si distende, permettendo la materializzazione,
fosse anche solo per pochi istanti, dell’invisibile,
dell’indescrivibile, dell’incredibile. Queste epifanie
ricordano uno dei topoi più potenti della narrativa
fantascientifica: il passaggio dell’astronave nell’iperspazio,
in cui una dimensione cede il posto ad un’altra e l’universo
conosciuto viene meno, sostituito da un altro punto dello spazio o da
un altro universo. Studenti apatici si animano, c’è chi
distende e conserva cartine di caramelle in lingua straniera, chi si
concentra su etichette misteriose, chi fa domande, chi semplicemente
guarda a bocca aperta. È il momento di gloria dell’insegnante,
ma soprattutto il momento in cui ha la sensazione di condividere, per
un attimo, lo stesso spazio e lo stesso universo con i propri
studenti.
La
sensazione di aver scoperto una bacchetta magica è forte.
Come
tutti sappiamo, però, nessuna classe è uguale a
un’altra e anche le bacchette magiche si usurano. Quel momento
magico sarà difficilmente ripetibile. Alcina ritorna lontana e
irraggiungibile, l’equipaggio dell’astronave un fantasma
scomparso nel continuum spazio-temporale e gli studenti uno sciocco
vulgo che non vuol dar fede. Tuttavia l’evento
rimane nel ricordo, associato al materiale, a conferma delle sue
possibilità didattiche. Non ci si può sottrarre
all’impressione che il materiale autentico costituisca una
specie di ponte miracoloso, in grado, in determinate circostanze, di
far valicare agli studenti l’abisso tra il loro mondo e il
misterioso oggetto del loro studio. Si desidererebbe scoprirne il
codice d’accesso, che permettesse di varcarlo ogni volta a
piacere; si vorrebbe avere un manuale di istruzioni, per trasformarlo
da elemento imponderabile in un cammino consueto e quotidiano, in una
strada nota del quartiere.
La
forza del suo fascino, tuttavia, sta proprio nella sua eccezionalità,
in un circolo vizioso che sembra irrisolvibile e che comincia con la
sua definizione.
2.
AUTENTICITÀ: MAGIA O ILLUSIONE?
Il
termine “autentico” ha una forza di attrazione a cui è
difficile sottrarsi, perchè si richiama ad una verità
assoluta originaria; evoca un mondo in bianco e nero, ove
contraffazione e artificialità minacciano l’essenza
delle cose, ristabilita attraverso la dichiarazione di autenticità.
In vari campi del sapere rappresenta un termine specifico e tecnico:
in particolar modo in filosofia – dove, nel XX secolo, è
stato rilanciato dall’esistenzialismo - e nella filologia e
nell’ermeneutica, religiosa o giuridica. Qui, indica la ricerca
del testo così come è stato creato dall’autore o
dalla divinità o fissato dal legislatore.
Anche
in glottodidattica è usato come espressione tecnica: è
infatti associato all’espressione “materiale
autentico”, usata per la prima volta da Wilkins,
nel 1976, poi sanzionata da studiosi del calibro di Widdowson e
Krashen.
Divenuto icona dell’approccio comunicativista e quasi un mantra
glottodidattico, il “materiale autentico” è un
riferimento obbligato nei manuali e nei corsi di lingua, usato spesso
come garanzia di efficacia pratica. Il suo richiamo implica la
credenza che tutto ciò che è creato per le lezioni di
lingua sia artificiale, mentre la realtà “autentica”
a cui esso rimanda si troverebbe solo fuori dalla lezione scolastica.
La
difficoltà di difendere queste premesse ha portato quasi
subito a metterne in discussione la validità, creando un
divario tra letteratura teorica e manuali pratici. Questo concetto
così diffuso, infatti, osservato da vicino perde di
consistenza. Né le ricerche di sinonimi né i tentativi
di creare una tassonomia
né la stessa categorizzazione proposta da Widdowson (1978)
e ampliata da Breen (1979) sono stati sufficienti a sostenerlo,
aprendo così la via a una conclusione negativa: per molti
studiosi, tra cui Hutchinson & Waters (1987) e più tardi
lo stesso Widdowson (1990), un testo è da considerare
“autentico”, stricto sensu, solo nel suo contesto
originario: quindi la sua rispondenza agli scopi didattici è
l’unico elemento importante. L’autenticità,
insomma, non è più considerata da molti una categoria
di riferimento significativa.
Questa
conclusione negativa è stata posizionata da Vedovelli (2002)
in un contesto più ampio e riportata al divorzio tra
glottodidattica e linguistica testuale: per lungo tempo la
glottodidattica è rimasta separata dalla linguistica testuale
e il concetto di testo autentico nascerebbe da una distorsione
riduttiva. Infatti, dividendo implicitamente l’universo dei
testi in due sottoinsiemi, quello dei testi autentici e quello dei
testi non autentici, la glottodidattica avrebbe creato
automaticamente un “universo della non testualità”;
invece tale distinzione è priva di senso per la linguistica
testuale, che concepisce appunto come testuale tutto l’universo
semiotico. In quest’ultima ottica, andare alla ricerca delle
caratteristiche comunicative originali di un testo rischia di
togliere valore comunicativo alle interazioni sociali di scopo
didattico. Infatti, sostenere che un testo ha valore comunicativo
solo nel contesto per cui è stato pensato originariamente
significa negare la validità di qualsiasi suo altro uso, anche
in ambito didattico.
Qui
la discussione sul materiale autentico viene ad allacciarsi a quella
sull’artificialità della lezione di lingua. La
radicalità di questa concezione di lezione (che Taylor
fa risalire in ultima analisi allo stesso Widdowson, con la
distinzione tra significato e valore di un termine) è
stata da tempo notata,
e risale ad una visione del mondo che presuppone significati fissi e
assoluti, anteriore a quella postmoderna. In un’ottica
costruttivista, infatti, è impossibile pensare a una
distinzione tra situazioni e significati falsi e veri, artificiali ed
autentici: il criterio fondante diventa la loro condivisione da parte
delle persone. La ricerca di un supposto segreto del materiale
autentico conduce così ad un salto nel vuoto: solo la teoria
della co-costruzione dei significati può evitare la caduta. Lo
sviluppo successivo del dibattito sull’autenticità, non
a caso, sta ormai riguardando l’interculturalità e ha
portato al concetto di autenticità culturale.
3.
L’AUTENTICITÀ CULTURALE
Riconoscendo
la natura relazionale e contestuale del concetto di autenticità,
Kramsch (1988, 1993) e Nostrand (1989) hanno incluso il dibattito su
di esso in quello, ben più ampio, riferito al ruolo della
cultura nell’insegnamento delle lingue straniere. Il materiale
autentico viene visto qui innanzitutto in relazione al suo contenuto
culturale, necessaria premessa per l’autenticazione da parte
dell’apprendente. Il concetto di autenticità è
stato quindi riformulato in termini di autenticità culturale
ed è confluito nell’ampio dibattito sulla competenza
comunicativa interculturale. Il problema della scelta e dell’uso
del materiale autentico acquista in quest’ambio un senso nuovo.
In
un esempio famoso, Claire Kramsch discute di autenticità in
relazione a un menu di ristorante tedesco usato negli Stati Uniti
come materiale didattico per studenti americani.
In classe, il menu non servirà in pratica per ordinare cibi,
dunque non è usato nel modo in cui lo userebbero clienti e
camerieri di un ristorante in Germania (inoltre potrebbe essere
addirittura utilizzato, per esempio, per imparare i numeri oppure gli
aggettivi o le preposizioni, insomma a scopo completamente diverso
dal previsto). Se, nei termini proposti da Widdowson, l’autenticità
dipende dalla congruenza tra le intenzioni di chi produce il testo e
di chi lo riceve - congruenza garantita dalla conoscenza condivisa di
convenzioni – il compito dell’insegnante è di dare
all’apprendente i mezzi per autenticarlo in quanto menu
tedesco. Ma appunto qui Kramsch solleva una serie di questioni che
dimostrano l’estrema complessità di questo compito e che
rimandano a un ventaglio di scelte, per l’insegnamento della
cultura nella lezione di lingua:
Gli
apprendenti possono essere coscienti delle convenzioni comunicative
dei ristoranti tedeschi e però continuare ad essere
interessati al modo diverso in cui i numeri vengono scritti in
inglese e in tedesco e alla declinazione degli aggettivi tedeschi;
anche in un vero ristorante, possono chiedere al cameriere delle
spiegazioni sul menu che nessun nativo chiederebbe. In altre parole,
possono conoscere le convenzioni e imitare il comportamento del
nativo o, invece, scegliere di non farlo e di comportarsi come gli
stranieri e gli apprendenti che sono. Entrambi i comportamenti sono
autentici.”
Gli
stessi interrogativi sono riferiti anche alla conversazione in
classe: gli studenti possono usare lo stile di conversazione e le
regole della loro lingua materna o essere spinti ad usare uno stile
di comportamento più congruente con la cultura della lingua
obiettivo. Quale dei due scegliere?
Con
queste parole, nella discussione sull’autenticità entra
la cultura. Dietro il menu tedesco da proporre a una classe
statunitense c’è l’intera massa delle due culture,
che condiziona tanto la cornice della lezione – il concetto di
insegnamento delle lingue ed il suo scopo immaginato, il concetto di
lingua straniera, il concetto di lezione ed il rapporto tra il
docente e la sua classe – quanto il contenuto della lezione –
il significato sociale del ristorante e dei suoi piatti, le
convenzioni al suo interno, il rapporto con il cibo, le regole che
presiedono alla composizione del genere “menu” e così
via. Ciò che viene chiamato “autenticità”,
che indica essenzialmente una produzione di senso, nasce solo quando
la cultura “madre” e la cultura straniera interagiscono
felicemente nella fruizione di un testo, costruendo un significato
plausibile dell’interazione. Tuttavia per interagire devono
essere entrambe riconosciute. Cercare di trasformare l’aula in
un immaginario ambiente tedesco, negando l’evidenza della reale
situazione didattica e culturale in nome di una concezione
artificiale della lezione, significa negarsi l’accesso a tale
relazione. La possibilità di una autenticazione culturale del
materiale dipende dunque dal riconoscimento del contesto in quanto
situazione didattica e dal suo sfruttamento come potenziale di
differenza, per mettere in azione la cosiddetta competenza
interculturale.
4.
LA COMPETENZA INTERCULTURALE
Ma
a quale cultura e a quali competenze ci stiamo riferendo? Infatti
ogni approccio glottodidattico ha visto nella cultura qualcosa di
radicalmente diverso.
Lo
studio grammaticale della lingua, rivolto ad una ristretta elite
colta e basato sul testo scritto, ha concepito la cultura soprattutto
come letteratura: la lingua straniera era un mezzo per accedere alle
manifestazioni nazionali di un patrimonio universale sanzionato dalle
discipline umanistiche, e garantito dalle istituzioni accademiche. Da
questo punto di vista, il menu di Kramsch, non essendo fruibile
esteticamente e non avendo cittadinanza letteraria, può essere
irrilevante o triviale ma è comunque culturalmente
illeggibile.
La
fase strutturalista, concentrandosi sull’oralità, separò
lo studio della lingua straniera da quello della letteratura;
poi chiese aiuto alla storia e alla geografia. Si svilupparono allora
i cosiddetti “studi di area”.
In quest’ottica (che corrisponde alla “civiltà”
italiana, alla civilisation francese, alla Landeskunde
tedesca),
ad ogni paese corrisponde un certo numero di notizie fondamentali da
conoscere, essenzialmente storiche e geografiche, che permettono di
collocarlo su una scala diacronica e di distinguerlo dagli altri. Il
modello di cultura
qui è statico e oggettivo; la metafora è quella
dell’armadio dai molti cassetti. Il legame tra lingua straniera
e cultura è debole, tanto che lo studio della “cultura”
può addirittura essere svolto in lingua materna. In questo
approccio, si legge il menu come un documento storico e geografico:
lo si inquadra con notizie fattuali e oggettive (diffusione e
tipologia dei ristoranti, regioni, agricoltura e prodotti locali e
così via); i prezzi ed i piatti locali offrono l’occasione
per digressioni sulla cucina locale, curiosità, aneddoti. La
categoria è quella dell’“esotico”: con un
osservatore e un oggetto osservato ben distinto, collocato a priori
nella categoria dell’alterità e quindi inalterabile e
irraggiungibile.
I
successivi approcci comunicativo ed umanistico, interessati
soprattutto alla dimensione dell’uso della lingua, adottarono
una visione della cultura non più diacronica ma sincronica,
non sul piano della rappresentazione del gruppo sociale ma sul piano
dei significati (Nostrand, 1989). Le scienze di riferimento sono qui
etnologia e antropologia; l’oggetto è rappresentato dai
valori, le credenze e le pratiche condivisi da un gruppo sociale,
studiati più attraverso le ricerche di campo che direttamente
attraverso i testi. Il menu rimanda in questo caso al significato del
cibo e del suo consumo fuori casa invece che in casa, al frame
della serata al ristorante con le sue routines, al valore
specifico che ogni piatto assume nel sistema di riferimento dei
partecipanti alla serata; il ristorante, i piatti, i partecipanti si
distinguono da altri simili in un reticolo di conoscenze tacite,
credenze e significati impliciti ed espliciti che la ricerca ha il
dovere di mettere in luce. Questa visione della cultura inizialmente
ha mantenuto la separazione tra l’osservatore e gli elementi
osservati; poi è arrivata a concludere che ogni interazione
ricostruisce il significato del menu, frutto dell’intreccio di
elementi vari e sempre mutevoli, tra cui l’osservatore ha un
ruolo importante: si entra così nell’ottica
costruttivista e nel periodo postmoderno.
Proprio
in seno a quest’ultimo approccio è nato il concetto di
competenza interculturale, termine ormai diffuso nei testi più
moderni, come aggiornamento della sua chiave di volta, cioè
della competenza comunicativa.
Definita variamente, declinata in modo diverso a seconda che si
tratti di un corso di lingua straniera o di un corso di formazione
per manager, la competenza interculturale richiede comunque una
visione del mondo etnoantropologica. Il suo aspetto essenziale per la
pratica glottodidattica sta nel fatto che è dinamica: non si
tratta più di un patrimonio di conoscenze, come quelle
estetiche, storiche e geografiche sottese alle concezioni precedenti,
ma di un patrimonio di abilità, di saperi (come è stata
definita da Byram e Zarate per il Consiglio d’Europa),
di pratiche che pongono sullo stesso piano l’apprendente
straniero e il parlante nativo.
Da
questo punto di vista, autentico diventa tutto ciò che
si dimostra utile, di volta in volta, come mattone, a seconda della
disponibilità di studenti e docenti a considerarlo come tale e
della loro possibilità di utilizzarlo. Alla semplice
registrazione della distanza (fissa) tra cultura materna e cultura
straniera si sostituisce la costruzione di un percorso, sempre
diverso, da parte di tutti i partecipanti all’azione didattica,
e il problema dell’autenticità viene sostituito da
quello dell’autenticazione culturale. Le uniche vere autorità
che possono legittimare il materiale utilizzato durante il processo
di apprendimento/insegnamento diventano tutti i soggetti dell’azione
didattica. Ciò significa rinunciare a una visione
dell’insegnamento e della lezione incentrata sulla trasmissione
da insegnante ad allievo di un sapere fisso, puntare a
sviluppare la competenza interculturale e considerare ogni risorsa
didattica come dotata di molteplici significati: tanti quanti sono
gli studenti. Poiché per questa ultima prospettiva il
materiale didattico è soprattutto un catalizzatore di processi
interpretativi, gli esiti imprevedibili del suo uso cessano allora di
stupire e l’aleatorietà di risultati ad esso collegati
diventa una caratteristica naturale. Il telegiornale o il volantino,
insomma, sono ciò che gli studenti e gli insegnanti potranno e
vorranno farne in quel momento, esattamente come il dialogo previsto
dal libro di testo o il dialogo improvvisato in aula tra studente ed
insegnante. Il loro significato, cioè, non è dato, ma
dipende dal macro e microcontesto in cui vengono proposti.
Questa
visione, quella costruttivista, è quella che, a mio avviso,
meglio permette di gestire gli esiti apparentemente irregolari del
materiale autentico e di riformulare la questione dell’autenticità.
5.
DALL’IPPOGRIFO ALL’IPERSPAZIO
Se
la categoria del “materiale autentico” viene pensata come
un concetto socialmente costruito, l’interpretazione dei suoi
effetti irregolari non sarà legata alle sue caratteristiche o
dal contesto d’uso, ma alla concezione di lingua straniera e di
interculturalità adottata dagli attori didattici. A seconda
delle concezioni, avremo interpretazioni diverse e un uso differente,
espresse da metafore diverse.
Per
esempio, quando insegnanti e studenti intendono la lezione come
trasmissione di contenuti, al materiale didattico viene attribuita
una funzione quasi sacrale, di custode dell’ortodossia,
linguistica o culturale; quest’ultima implica una netta
divisione del materiale in “autentico” e “non
autentico”. Le aspettative comunemente diffuse a proposito del
materiale autentico e della sua funzione taumaturgica si collocano
spesso in quest’ottica, in un paradossale contrasto con
l’approccio comunicativista adottato. Il materiale è
allora concepito come una sorta di animale impagliato nella vetrina
di un museo, con il suo cartellino di spiegazione, e le sue funzioni
sembrano soprattutto ostensive; la sua efficacia sarà
attribuita alla minore o maggiore ricettività degli studenti.
Quando
invece la lezione è intesa come un movimento tra due poli, che
conduce gli studenti dalla loro cultura alla conoscenza di un’altra,
concepite entrambe come fisse, il materiale viene visto come un
veicolo, efficiente in ragione della sua origine (più o meno
“autentica”, in una scala progressiva non discreta) e
della guida dell’insegnante. Sulla scorta del telegiornale o
del volantino pubblicitario, utilizzati adeguatamente, si spera di
far entrare gli studenti in contatto con il mondo “autentico”
della “cultura-obiettivo”. Dall’animale impagliato,
per così dire, si passa cioè all’ippogrifo vivo,
immaginato come esistente.
In
entrambi i casi, però, il materiale autentico, contrapposto a
una classe di materiali di segno contrario, è collocato in
un’aura di eccezionalità rispetto al contesto; la sua
significatività viene ascritta a una dimensione esterna
all’aula scolastica, relativa alla cosiddetta “cultura
d’arrivo”. Da questa alterità trae il suo fascino,
ma il prezzo da pagare è piuttosto alto: né la prima né
la seconda concezione ne permettono una chiave di lettura che
permetta di sfruttarlo al meglio. Infatti esse fanno dipendere
l’efficacia o dalla natura del materiale (autentico, in
maggiore o minore misura) o dalla capacità di decodificarlo
adeguatamente, sia essa relativa agli allievi o all’insegnante.
Viceversa,
quando si considera la lezione di lingua come momento di costruzione
di significati, l’autenticità culturale diventa un
risultato e non un presupposto: essa non è legata alla natura
del materiale utilizzato, bensì alle pratiche interculturali
che consentono a discenti e docenti di autenticare il
materiale presentato in classe, cioè di attribuirgli
significato. Il materiale autentico si definisce così come una
creazione della mente che solo la sospensione di incredulità e
la negoziazione di significato permettono di evocare; questo
approccio ne cancella il fascino ma presenta una maggiore elasticità.
Persino la modesta etichetta di un prodotto dolciario, con l’elenco
degli ingredienti, assumerà un significato radicalmente
diverso a seconda, per esempio, che esso contenga o no alcolici o
derivati suini e del contesto di insegnamento islamico o non
islamico: invece di imporre un unico significato esterno assoluto, è
più produttivo accettare che il suo significato dipenda anche
dal contesto in cui viene discusso. Da questo punto di vista, la
metafora dell’ippogrifo cede il passo a quella dell’iperspazio,
già presentata all’inizio; all’esibizione di un
monstrum o a un tragitto tra due poli come metafora
dell’uso del materiale autentico, si sostituisce la creazione,
momento per momento, di un intero universo interpretativo, attraverso
il materiale didattico. E’ questo l’approccio che sembra
più produttivo. Esso permette di mantenere la categoria
“materiale autentico” concependola in modo elastico,
senza irrealistiche specificazioni dottrinali; restituisce al
concetto di autenticità il suo valore soggettivo, esaltandone
le implicazioni culturali e permettendo di uscire dal circolo vizioso
citato all’inizio.
6.
UNA DIDATTICA DELL’AUTENTICAZIONE
La
metafora dell’iperspazio annulla la differenza tra i materiali
e li svincola dalla logica delle aspettative prestabilite. Una delle
maggiori difficoltà in termini di pratica didattica è
proprio questa imprevedibilità.. Fino a che punto, infatti, si
potrà parlare di progettazione della lezione, se
l’autenticazione passa per la cultura, “quinta dimensione
della lingua” nella suggestiva espressione di Damen,
ma invisibile e imprevedibile proprio per la sua natura di
costruzione condivisa?
La
risposta sta, a mio avviso, nell’accettazione
dell’imponderabile, in una sorta di principio di Heisenberg
applicato alla divulgazione culturale. Le attività per
autenticare il materiale dovrebbero essere immaginate più in
senso probabilistico che meccanico. Il testo “autentico”
e la lezione su esso incentrata potrebbero essere visti come
disseminati di punti chiave, attivabili a piacere dai destinatari,
insomma come una sorta di ipertesto. La preparazione da parte
dell’insegnante dovrebbe comprendere i percorsi e i materiali
alternativi associati ai punti “cliccabili”. La lezione
diventa allora composta, per principio, da parti più o meno
prevedibili e da parti imponderabili; per queste ultime si dovrebbe
riservare espressamente del tempo. Si potrebbe obiettare che, in
pratica, quasi sempre una lezione si svolge in questo modo; ma
concepirla esplicitamente come tale fa una grande differenza. Se
l’insegnante, infatti affronta ogni azione degli allievi in un
ambito di certezze, volendo dirigere e preordinare tutta la lezione,
alla fine ne uscirà delegittimata proprio quella imprevedibile
e preziosa componente che serve ad autenticare il materiale, legata
alla spontaneità e al reciproco ascolto. Se non si
concepiscono i materiali e la lezione come ipertesto, i testi più
interessanti possono finire per essere privati della possibilità
di fare da detonatori di realtà, a favore di un
percorso della lezione magari più sicuro ma certamente anche
più miope.
Immaginare
attività in senso probabilistico e accettare l’imponderabile
significa pensare la lezione per così dire in forma
tridimensionale, cioè come un insieme di spazi, invece che
come un elenco lineare di attività. Uno spazio, in questa
accezione, consiste in un ambito di attività aperte
Per
l’autenticazione in prospettiva costruttivista può
essere utile pensare in termini di spazio di scelta, spazio
di rinuncia e spazio di domanda.
Un’attività,
infatti, per poter essere autenticabile dall’allievo, deve
prevedere innanzitutto uno "spazio
di scelta"
in cui lo studente personalizzi il materiale; le risposte saranno
aperte, nel senso che la loro validità dipenderà
dall’incontro della cultura materna dell’allievo con
quella della lingua obiettivo. Per ottenere questo risultato, tale
spazio si dovrà configurare contemporaneamentecome "spazio
di rinuncia",
all’autorità di interprete ufficiale dell’insegnante.
Ciò significa che dovrebbe comprendere attività e/o
situazioni simboliche che permettano allo studente di elaborare un
suo significato personale del testo, e che non siano solo una ricerca
del suo significato “corretto,”
sia esso imposto dal professore o dal contesto. Siccome però
si pone anche il problema dell'autenticità culturale (ogni
testo è portatore di significati diversi, e quelli che esso
può assumere per i madrelingua, nel contesto originario, non
vanno tralasciati, pur non essendo sufficienti da soli), sarà
necessario anche prevedere uno "spazio
di domanda".
Cioè l'attività e il materiale dovranno essere scelti o
disegnati anche in modo da stimolare delle richieste di spiegazione
al professore, che gli permettano di recuperare in modo
didatticamente utile (ovvero non impositivo e autenticato dalla
richiesta degli allievi) la sua funzione di mediatore culturale. Una
volta attivato, lo “spazio di domanda” dovrebbe
permettergli di proporre agli allievi nuovo materiale da elaborare,
questa volta dal punto di vista dell'autenticità culturale:
per cercare di capire che senso ha quel testo nel contesto specifico
in cui è stato prodotto.
Per
fare un esempio, pensiamo a uno fra i più classici “materiali
autentici” della lezione di lingua straniera: volantini
pubblicitari di agenzie immobiliari, con annunci immobiliari e
fotografie. Partendo da questo materiale, si può chiedere ad
allievi di livello intermedio, o avanzato, di scrivere un articolo,un
racconto o uno sketch teatrale sulla differenza tra
l’abitazione nella cultura materna e nella cultura d’arrivo,
rivolto a lettori dell’una o dell’altra cultura.
Un’attività di questo genere, legata tanto a riferimenti
oggettivi quanto soggettivi, e che può essere finalizzata a
diversi obiettivi e a studenti di diversi livelli di competenza,
comprende in sé sia lo spazio di scelta (un articolo o un
racconto devono necessariamente avere un taglio personale) che lo
spazio di rinuncia (l’insegnante non può avere il
controllo di un’attività così esplicitamente
creativa) ma implica anche uno spazio di domanda (associato agli
interrogativi suscitati dal lessico specifico e dalle immagini, che
possono stimolare una attiva ricerca di significati).
Qualsiasi
attività si abbia intenzione di proporre, chiedersi quale tipo
di spazio essa crei - o inventare attività in funzione
degli spazi da creare – può essere un buon esercizio di
costruttivismo, in grado di riscattare una categoria così
ambigua come quella di “materiale autentico”. Le uniche
istruzioni di cui un moderno Ruggero può disporre sono dunque
quelle che cancellano il monopolio dell’insegnante, per
ridargli potere, se mai, solo in un secondo momento, e solo in senso
dialogico. L’ippogrifo didattico smette così di apparire
dal nulla e cede il posto al valore dinamico della competenza
interculturale: in glottodidattica, il palazzo di Alcina può
venire costruito solo dai suoi stessi visitatori.
In
conclusione, se l’autenticità viene concepita come se
appartenesse all’ambito delle scienze esatte, in senso
positivista, può arroccare l’insegnamento su posizioni
rigide, negando la specularità e la dinamicità del
rapporto tra cultura della lingua materna e cultura della lingua
obiettivo - che, invece, sono i fondamenti imprescindibili di un
insegnamento interculturale. Per questo motivo è fondamentale
rinunciare a un concetto “forte” di autenticità,
gettandolo via dopo essere saliti, come la scala di Wittgenstein,
per puntare ad un approccio di segno diverso.
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