Già nell'antichità
si considerava l'oro come sostanza perfetta e incorruttibile perché
in esso si equilibravano i quattro elementi di cui si credeva composto
il mondo: Aria, Acqua, Terra e Fuoco. Gli alchimisti usavano preparare
numerose sostanze medicinali utilizzando l'oro, considerato il toccasana
per ogni male.
Dagli scaffali dei farmacisti l'oro
passò in cucina, dapprima per le sue caratteristiche medicinali
e in seguito per la sua capacità di impreziosire i piatti, oltre
che la tavola.
Unito sotto forma di polvere ai
piatti, o utilizzato in impalpabile foglia per ricoprire come un velo i
cibi di maggior pregio, la sua utilizzazione ci è stata tramandata
soprattutto nelle descrizioni dei più sontuosi banchetti. A Venezia
il Sanudo ricorda come la sera del 16 novembre 1561 ci fu festa in Canal
Grande per il principe di Bisignano e a palazzo Lando il pane e le ostriche
vennero serviti ricoperti di foglia d'oro. L'uso di tale metallo in cucina
doveva essere allora assai diffuso nella città lagunare tanto che,
sempre nel Cinquecento, tra le specialità dolciarie erano famosi
i bussolai impastati con l'oro preparati dalle monache cistercensi della
Celestia. La sua doppia funzione di medicamento e simbolo di ricchezza
fu accolta nell'uso di servire alla fine del pranzo confetti coperti di
foglia d'oro perché rinforzavano il cuore e proteggevano dai reumatismi,
così diffusi tra le acque della laguna. L'uso dell'oro a tavola
divenne un lusso così eccessivo tanto che anche l'autorità
politica dovette occuparsene: nella Padova cinquecentesca il Consiglio
cittadino stabilì che nei pranzi nuziali si potessero servire non
più di due piatti con questo metallo.
Anche le classi più povere
cercarono di imitare l'uso dell'oro in cucina: chi non aveva ricchezze
sufficienti per ricoprire d'oro ciò che mangiava, imitava il suo
biondo splendore con ingredienti semplici, come l'uovo, il pangrattato
e il burro, come nella cotoletta alla milanese. Delle raffinate usanze
di un tempo oggi ci resta il temine "indorare" usato in ogni cucina.
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