Storia di  Venezia

  Materiali per la ricerca 

 


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Ricordo di Marino Berengo

 


Da Cafoscari Rivista universitaria di cultura, anno IV-n.2, settembre 2000



Il 3 agosto scorso è scomparso Marino Berengo, figura di grande rilievo nella storiografia italiana ed europea della seconda metà del '900, accademico dei Lincei, dal 1974 docente nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Ca’ Foscari.

  Era nato a Venezia nel 1928 e, dopo gli studi al Ginnasio-Liceo Marco Polo, aveva frequentato l’università di Padova, laureandosi poi a Firenze con Delio Cantimori, sotto la cui guida aveva seguito anche il corso di perfezionamento presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. La sua tesi di laurea, destinata a divenire la monografia La società veneta alla fine del ‘700 (1956), aveva dato una spinta nuova agli studi sul ‘700 veneto, togliendoli da quell'alone mitico che li aveva fino ad allora caratterizzati. L’attenzione del tutto inconsueta con cui guardava ai rapporti tra il patriziato veneziano e le classi dirigenti della terraferma nei loro risvolti politici, sociali, economici e culturali ha infatti segnato fortemente la storiografia veneta dei decenni successivi, che l'ha fatta propria, approfondendola ed articolandola sempre più, continuando a confrontarsi con le interpretazioni proposte da Berengo anche quando se ne è distaccata in tutto o in parte.

  Alcuni dei temi affrontati in quella prima ricerca ritornano in altri importanti studi di quegli anni. L'interesse nei riguardi della produzione culturale è ripreso nella fortunata antologia dei Giornali veneziani del Settecento (1962), che traccia le linee di uno degli aspetti caratterizzanti della produzione intellettuale veneta del secolo dei Lumi, mentre quello per i temi più squisitamente economici si ritrova nel libro su L'agricoltura veneta dalla caduta della Repubblica all’Unità (1963).
  In quegli stessi anni Marino Berengo veniva attratto dallo studio di una realtà urbana, molto più piccola come dimensioni rispetto a quelle venete, ma che proprio per questo gli consentiva di tenere conto di uno spettro più ampio di temi e di problemi e nel contempo di considerarli in tutta la loro complessità. Il libro su Lucca (Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, 1965) costituisce da questo punto di vista un modello storiografico ancora attualissimo per la sensibilità con cui indaga i rapporti tra le diverse componenti sociali, le loro posizioni religiose, i loro interessi economici e i riflessi che le grandi vicende della politica italiana ed europea del '500 ebbero nella  vita della piccola repubblica lucchese. Una ricerca esemplare, dunque, ma anche un libro di successo tra le monografie storiche, per lo stile piano e coinvolgente che lo rendono accattivante anche per il lettore non specialista.
  Lucca costituì dunque un punto fermo nel definire la personalità dello storico Marino Berengo, ma al tempo stesso fu solo l'avvio di un complesso itinerario di ricerca che lo occuperà sino agli ultimi anni, nella prospettiva di una riconsiderazione generale del ruolo della città nella storia europea, dall’età comunale sino alla guerra dei Trenta anni. E’ del novembre scorso l’uscita del monumentale volume einaudiano L’Europa delle città (1999). “Più una storia dei cittadini che non delle città”, scrive lo stesso Berengo per sottolineare che il fulcro dell’interesse non stava negli aspetti urbanistici e istituzionali fini a sé stessi, bensì nelle modalità di aggregazione degli abitanti e nella costruzione di forme ed organismi di convivenza civile, dai consigli cittadini ai capitoli delle cattedrali, dalle corporazioni di mestiere alle confraternite e nel complesso rapporto tra i cives e le minoranze etniche e religiose. Tutto ciò, insomma, che costituiva per lui  l'identità della civiltà urbana europea tra XIII e XVII secolo. Ed ecco quindi che il vastissimo affresco tracciato da Berengo quasi prende vita dinanzi agli occhi del lettore, che è condotto per mano in un viaggio dalle città mediterranee a quelle baltiche, da quelle danubiane a quelle della costa atlantica, mettendo costantemente in luce le diversità e le similitudini nel modo di vita dei cittadini, chierici o laici essi fossero, in una complessità e ricchezza di esperienze che il definitivo affermarsi degli stati assoluti nel corso del '600 avrebbe appannato, se non addirittura soffocato, come talvolta le pagine di Marino Berengo paiono sottintendere.

   In queste ricerche gli echi e gli spunti che provengono dall’opera storiografica di uomini come Delio Cantimori, Gino Luzzatto, che il giovane Berengo aveva a lungo frequentato, e Roberto S. Lopez, si uniscono alle suggestioni di matrice gramsciana, queste ultime ancora più evidenti nei tanti scritti di storia della cultura. L’organizzazione della cultura, il ruolo degli intellettuali e il mondo dei librai sono al centro di indagini dettagliate e di analisi di grande respiro che ancora una volta sono in grado di suggerire inedite ricostruzioni di temi significativi della vita nazionale. Il volume su Intellettuali e librai nella Milano della Restaurazione è il momento centrale di uno studio sull’Ottocento italiano che delinea le condizioni che resero così vitale il mercato librario milanese della prima metà di quel secolo. Anche in questo caso ci si trova di fronte ad un genere di ricerca che non aveva precedenti in Italia e che finisce con lo stabilire i nessi tra il mercato editoriale e i modi in cui questo fu in grado di alimentare il lavoro intellettuale. Se una generazione di uomini come Tommaseo e Cantù riuscì a svolgere un attivo ruolo di opposizione al governo asburgico fu anche perché trovò nel lavoro editoriale una concreta possibilità di sopravvivenza.

   Questa veloce rassegna tocca ovviamente solo gli aspetti più appariscenti dell’impegno scientifico di Marino Berengo, testimoniato dalle decine di saggi e pubblicazioni su riviste nazionali e internazionali, dai rilevanti riconoscimenti ottenuti nel corso della sua carriera, tra i quali quello più gradito, assieme all'ammissione ai Lincei, è stato sicuramente il premio della Presidenza del Consiglio, giunto nella primavera scorsa. Un impegno che nel corso della sua vita lo aveva portato a frequentare assiduamente le più importanti biblioteche europee ed americane e a divenire implacabile censore delle inadeguatezze di quelle italiane. La convinzione che solo la possibilità di avere accesso pieno e libero al patrimonio culturale nazionale e internazionale fosse in grado di creare nei giovani e meno giovani una coscienza civica lo aveva spinto anche ad assumere un ruolo di costante propugnatore di iniziative che sostenessero e valorizzassero le piccole biblioteche comunali così come i grandi istituti nazionali.

   Non è meno importante accennare alla prestigiosa carriera accademica che dal ruolo degli Archivi di Stato ha condotto Berengo nel 1963 alla cattedra di Storia Moderna dell’Università statale di Milano, dove ha trascorso anni di intenso impegno didattico e civile. Nel 1974, su invito di Gaetano Cozzi, Marino Berengo è tornato a Venezia. Assieme, per lunghi anni, hanno rappresentato la parte più viva della ricerca storica di questa università, animando quello che è oggi il Dipartimento di Studi Storici. Da quel rapporto è nato anche il dottorato in storia sociale europea condotto assieme alle università di Bologna, Padova, Trento e Trieste a cui Marino Berengo ha contribuito con entusiasmo per molti anni non solo come coordinatore, ma come vero e proprio elemento trainante.
   E’ però forse nell’attività didattica che il venticinquennale rapporto di  Berengo con Ca' Foscari (dei cui esordi ottocenteschi come Scuola Superiore di commercio ha scritto una breve storia) si è più fortemente caratterizzato. I suoi corsi, prima di Storia delle istituzioni politiche e sociali, poi di Storia moderna, hanno toccato i temi più significativi della storia europea, non necessariamente, anzi raramente, legati agli specifici interessi di ricerca, che paradossalmente non riteneva abbastanza ampi da suscitare interesse nella platea studentesca. Non stupisce quindi il successo delle lezioni sulle civiltà precolombiane, sull’Europa di Carlo V o di Luigi XIV, sulle riforme settecentesche o sulla storia dell’agricoltura.

   Ma era soprattutto nel seminario Come si fa ricerca storica dedicato ad anni alterni alle fonti archivistiche e bibliografiche che il rapporto tra il docente e gli studenti veniva maggiormente a saldarsi. In quella sede la sconfinata erudizione e l’abilità nel presentare con tratto leggero e brillante temi ostici e lontani riuscivano a dare il senso profondo del mestiere di storico. Di fronte a gruppi meno folti di studenti il rapporto diventava più amichevole e diretto. Il seminario rappresentava la porta d’accesso alla tesi di laurea, che per Berengo era il momento centrale e ineliminabile dell’esperienza universitaria. Tra seminario e tesi il rapporto tra professore e studente diventava più stretto. Il severo maestro acquisiva i tratti più dolci e colloquiali dell’amico. Il senso civile del mestiere di docente e di ricercatore, la professione più bella del mondo, come amava dire, si apprendeva allora. E finiva col segnare non solo coloro che l'avrebbero seguito nella carriera accademica, ma anche i tanti che avrebbero abbandonato l’università per la scuola o altre professioni.

Giuseppe Del Torre
Mario Infelise


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