| Relazione di Francia di Giovanni Cappello, 1554
Venne pubblicata in Nicolò Tommaseo, Relations des ambassadeurs vénitiens sur les affaires de France au XVI siècle, t. I, Paris, Imprimerie Royale, 1838, pp. 365-385. E’ stata quindi pubblicata in Eugenio Albèri, Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante il secolo decimosesto, s. I, vol. II, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 1839, pp. 273-288 (e ripubblicata in Luigi Firpo (a cura di), Relazioni di Ambasciatori Veneti al Senato. Tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente, vol. V, Torino, Bottega d’Erasmo, 1978, pp. 329-344).
"Benché, serenissimo principe ed illustrissimi padri, le cose che ho veduto ed inteso nel tempo della mia ambasceria in Francia di mesi quaranta, mi diano materia lunga ed importante da narrare alla vostra serenità ed alle vostre eccellentissime signorie (massime essendo stata in questo tempo la guerra ardentissima tra il re cristianissimo e l’imperatore, principi così grandi e così potenti come a ciascheduno è notissimo), nondimeno parmi che, avendo rispetto all’altre occupazioni di questo illustrissimo consiglio, debito mio sia di dire, e desiderio di vostra serenità d’udire solamente quelle cose della cognizion delle quali bene informata, possa sicuramente della repubblica consultare e deliberare. E per questa utilità credo io che sia stato inventato che si faccia in questo luogo tal ufficio. Però lasciando da parte quello che per diverse lettere ho scritto, racconterò solamente le cose importanti dello stato, della vita, del governo del re, e dell’animo ch’egli ha verso vostra serenità e verso gli altri principi; il che mi sforzerò di fare con quella brevità che in ciò sommamente si richiede.
Dico adunque che sua maestà cristianissima ha nel suo stato cento città, tra le quali Lione, Roano, Orliens e Parigi sono riputate le principali.
Da Lione si trae infinita utilità per essere città ricchissima e mercantesca, dove si fanno cambj per tutta cristianità.
Roano è città nobilissima, posta nel sito del mare, molto comodo alla città ed al territorio: e vi si trae di dazio e di gabelle gran numero di danari.
Orliens è tra il fiume Loira ed il fiume Senna, che passa per Parigi; e questa città è assegnata al secondogenito del re, il quale parimente ne ha grandissima entrata.
Parigi poi per la sua grandezza è molto abitata; ancorch’io pensassi ch’ella fosse maggior città prima che la vedessi. Vi sono ventimila scolari, la maggior parte poveri di beni di fortuna, li quali attendono tuttavia ad arricchirsi di quelli dell’animo. Questa rende ogn’anno […]
Ha la corona d’entrata ordinaria un milione e quattrocentomila scudi l’anno: trae dalle tasse, ovvero decime, da trecentocinquantamila scudi per una, e ne pone quattro o più all’anno secondo il bisogno. Trae d’una gabella dei campanili un milione; e trecentomila scudi gli rendono i depositi, otto per cento da ducentocinquantamila. Onde possiamo comprendere, che tra l’ordinario e lo straordinario, ha d’entrata cinque milioni d’oro in tempo di pace. Ma se avviene occasione di guerra, essendo i popoli obbedientissimi, e per gran riverenza che hanno al suo re, e per l’abbondanza e fertilità del regno, volentieri danno quanti danari vuole sua maestà cristianissima. Questa è l’entrata che cava il re del suo stato: ora dirò della spesa.
Ha dunque da sapere vostra serenità, che in tempo di pace è tale che, poi che s’è sodisfatto all’ordinario, avanza un milion d’oro e quattrocentomila scudi; ma in tempo di guerra è di mestieri supplire con suffragj, con taglioni, con angarie, nuove gabelle ed usure. Spende sua maestà per il vestire, per la stalla e per li piatti, e per la regina ottocentomila scudi. Spende nella fantarie, quali sono fanti quarantaduemila, due milioni d’oro. È ben vero che per questa gente d’arme si serve dell’entrate de’ benefizj, la maggior parte delli quali dispensa come a lei piace.
Ha eziandio d’interesse ducati trecentocinquantamila: e tanta è la fede di questo re, che soddisfà ogn’uno liberalissimamente, né mai si ritrovò soldato che fosse ritornato di campo creditore di più di due paghe. E di qui avviene che ciascuno s’obbliga a servirlo per amore.
Egli è veramente principe di questo stato, il quale e per l’armate e per gli eserciti, in così lungo tempo di questa guerra, fa conoscere la ricchezza del danaro, la fertilità del paese, il valore e la bontà degli uomini, che stupisce il mondo.
Ho detto, serenissimo principe, eccellentissimi signori, della grandezza del regno di Francia, e del valore di questo re. Ora per dir della sua vita, egli così virtuosamente la dispensa quanto altro principe, non avendo altro in piacere che l’opere le quali gli ponno recare utilità ed onore.
Si leva sua maestà cristianissima d’estate la mattina, all’alba, d’inverno con la candela, dicendo prima le sue orazioni divotissimamente; poi entra nel consiglio segreto, che si dice l’etroit: nel qual entrano altresì il contestabile, monsignor di Guisa, monsignor di Vandomo, il gran maresciallo, e quì si prende consiglio e si delibera di guerra, di pace, d’arme, d’eserciti, di provisioni, di danari, ed insomma di tutte le cose più importanti all’amministrazione del regno. Ma de’ consultori, maggior conto tiene sua maestà del contestabile che d’alcun altro, come, quello ch’è più vecchio, e che ha fatto maggior dimostrazione per la corona e con la vita e con i consigli.
Si parte poi sua maestà dal consiglio, e va alla messa, alla qual è intento con gran devozione, conoscendo che ogni bene vien da Dio, da cui supplicando si ottiene la felice fortuna, e prudente elezione de’ buoni consigli. In questo modo col suo esempio infiamma i suoi sudditi alla religione, e fa sè stesso degno del nome di cristianissimo. Finita la messa, va a desinare, dove, per lo poco appetito, dimostra esser più pieno di pensieri che avido di cibi.
Dopo desinare si fa un altro consiglio, molto più pubblico di quello della mattina; nel quale il re poche volte entra, ma sempre v’intervengono i sopradetti consiglieri; e vi si tratta di legge, di giustizia, e d’altre simili cose.
Parmi degno di memoria un antico costume di questo consiglio, che in ogni materia proposta s’ode prima ognuno che fa professione in quella, e poi i consiglieri del re deliberano ciò che a loro pare essere a benefizio di sua maestà. Ma il re spende questo tempo in studio di lettere, conoscendo che quelle possono apportar maggior guadagno e ornamento a i principi ch’alcun’altra sorte di beni. Si esercita poi nel cavalcare, sì per dar diletto allo spirito, sì ancora per conservar la sanità del corpo.
Ha il piacer della caccia, e massime de’ cervi, alla quale va due volte la settimana. Non gode finalmente altra sorte di piaceri che onesti, se per avventura non procedesse sì cauto che a nessuno fosse manifesto.
È sua maestà d’anni trentasei, grande e di buona statura, di bella e grata faccia, e ben proporzionato, e alquanto bruno; è costumatissimo, affabile, cortese: onde ad ognuno, quantunque minimo, egli gli fa grazia di parlargli. Non meno è lodevole la modestia della serenissima regina, la quale è giovane d’anni trentacinque, ma non molto bella. Ha li occhi grossi, e le labbra alte, e rassembra suo avo, che fu papa Leone. Ama il re suo marito quanto imaginar si possa. Veste abiti gravi e modestissimi: è cattolica, e molto religiosa; e quando il re si ritrova in campo, ella si veste di negro e lugubre, e altresì tutta la corte sua, ed esorta ciascheduno a fare devotissime orazioni, pregando il nostro signore Dio per la felicità e prosperità del re assente.
Di questa serenissima regina ha sua maestà cristianissima tre figliuoli. È il primo, detto il delfino, d’anni dieci; di bel volto e di corpo ben proporzionato, e dimostra onorati costumi: ma di natura è misero e non molto amatore di lettere; il che dispiace assai a sua maestà. Però ha costituiti alla sua creanza precettori eccellentissimi, li quali principalmente l’ammaestrano a non negar mai cosa alcuna che gli sia richiesta, a fine che con lungo e maggior uso si avvezzi alla liberalità e maestà reale: ma con tutto ciò pare che malagevolmente le eseguisca.
Gli fu data per moglie la regina di Scozia, che già altre fiate fu condotta in Francia, la qual è bellissima, e di maniere tanto costumata, che porge maraviglia a chiunque considera le qualità sue. E anco il delfino molto se ne contenta, e prende gran piacere nel ragionare e ritrovarsi con esso lei. Perle sue spese gli sono assegnati ducati cinquantamila all’anno.
Il secondogenito poscia, il qual è duca d’Orliens, è gratissimo nel volto, generoso d’animo, amator di lettere, e virtuoso: onde sicuramente si può tanto promettere la nostra età di lui, quanto giammai d’altro signore si può sperare.
Il terzo figliuolo nacque poco avanti ch’io giungessi in Francia, il quale dimostra parimente d’esser bello; ma è alquanto impedito nell’esprimere le parole.
Oltre a questi tre figliuoli maschi, ha sua maestà altrettante femmine; sicchè, essendo ancora giovane, ed altresì la serenissima regina, e vedendosi ormai copiosa di prole, dubita di non aver più figliuoli di quello ch’essa vorria, parendole non poter lasciar a ciascheduno secondo la grandezza dell’animo suo.
Ha la sorella madama Margherita, di anni trentaquattro, costumata e gentilissima, la quale, essendogli dimandato se voleva maritarsi, rispose che quando al re suo fratello parrà di darla ad uomo che sia ragionevole, ed onorevole alla sua corona, allora per fargli piacere si mariterà.
Ho detto, serenissimo principe, padri e signori eccellentissimi, dello stato del re cristianissimo, particolarmente dell’entrate, delle spese, delle genti d’armi, della fanteria, della vita, de’ suoi costumi e della sua corte. Restami dire il governo di questo principe e l’animo suo. Il che brevemente ora spedirò, per finire come conviene, poiché per grazia di vostra serenità e cortesia di vostre signorie eccellentissime, le veggo pronte ed intente ad udirmi.
Per dimostrar adunque le maniere di questo re nelle cose avvenute nel tempo della mia ambasceria, devono sapere le signorie vostre, che quando s’intese la conclusione delle nozze della regina d’Inghilterra con il principe di Spagna, ne ebbe sua maestà sommo dolore: e se avesse potuto, avria veramente usato ogni forza acciocchè non avessero avuto effetto; sapendo che alla Francia per tal cagione soprastavano non pochi danni e perturbazioni. Pur egli resta in questa speranza che, essendo quei popoli nemici d’ogni altra straniera nazione, possa nascere qualche nuovo accidente, e massime per la fede, da cui erano tanto lontanati, che a lor modo vivevano, ed ora per forza convengono viver contro a quei costumi, che già spontaneamente s’erano persuasi.
Ho compreso che sua maestà ha per regola principale di tener la guerra lontana dalla Francia, non risparmiando a spesa né ad altra cosa, giudicando che ogni minimo danno sia grande avendolo in casa, ed ogni altro sia minore avendolo lontano. E ciò chiaramente per esperienza si conosce, che sua maestà maggior affanno ebbe di cinquecento fanti tagliati a pezzi in Namur nell’anno passato che di quella rotta che ha avuta lo Strozzi in Italia, di cui disse che non gli pareva danno ciò che si poteva ricovrare con danari; sapendo che questa rotta altro non era che danari. Perciò adunque si vede che sua maestà non risparmia alcuna spesa ed in armi ed in eserciti, così potenti in Italia, per rimover le forze dell’imperatore dalla Francia. Preso Metz, ed acquistato essendo il contado di Lucemburgo; e non aspettando né giudicando che le forze di Cesare fossero tali, ognuno si sbandò, sicchè la venuta di Cesare con fanti quarantamila e ventiduemila cavalli mise in tanto spavento la Francia, che il re per strettezza del tempo non sapeva come provvedere a sè stesso. E se Cesare avesse conosciuto come la fortuna era pronta nel favorirlo, egli ritrovando il re sprovvisto, poteva con la forza del suo esercito dar tal danno alla Francia, che forse mai n’averia avuto un simile. Ma tosto che il re ebbe novella che l’imperatore sotto Metz s’era fermato, la giudicò bonissima, sperando che mentre stesse l’inimico occupato sotto la città, potesse egli porsi all’ordine. E così in poco tempo ridusse il suo esercito al numero di quarantamila fanti e dodicimila cavalli. Nella qual cosa benchè si può comprendere la grandezza di quello stato, e l’ordine e governo suo, e quanto agevolmente ed in che egli sia atto a potersi difendere, non di meno parmi che la fortuna (la qual dispensa li suoi beni a chi e come a lei piace) volle chiaramente dimostrare che oltre li buoni consigli e ben ordinati disegni, è di mestiero ancora aver la sua aita. E siccome ella fu favorevole al re in ciò, che abbagliò di maniera tale l’animo di Cesare, ch’egli non conobbe la felicità sua nel seguir l’incominciata impresa, e penetrar nella Francia, così all’incontro gli fu contraria, e parimente abbagliò sua maestà allora che Cesare era in Bruselles. Perché s’ella avesse seguita la vittoria penetrando nella Fiandra, otteneva non pur Bruselles, ma tutto ciò che a lei fosse stato in grado. E già Cesare aveva preparato il cavallo, ed avviate le bagaglie per fuggire. Ma perché di ciò fu causa il contestabile, avvenne che siccome per innanzi era da ciascuno reputato pusillanime, così ora in questa impresa fu stimato vilissimo, che avesse temuto seguir l’inimico rotto, e quasi posto in fuga. Perciò ebbe di ciò grandissimo scorno, essendo che nelle piazze e nelle corti con versi latini e con sonetti era chiamato vile e di poco animo. E per la perdita di tal occasione, s’ha per comun opinione che mentre l’esercito del re sarà al governo del detto contestabile, mai si farà giornata generale, sì per la sua timidità, sì perché anco egli è più inclinato alla pace che alla guerra.
Ma poiché ho fatto menzione del contestabile, non voglio tralasciar di dire com’egli desidera d’aver per mogliera d’un suo figliuolo la signora Diana figliuola naturale del re, che da molti signori e principi è desiderata Pur si giudica ch’egli, per l’amor che gli porta il re, potrà ottenere il suo intento.
Tien sua maestà cristianissima amicizia col principe de’ Turchi, non per altro che per abbassare le forze dell’imperatore: e però si serve della sua armata, con la quale tiene in spavento ed in grande spesa buona parte dello stato di Cesare. E ancorchè a’ Francesi molto dispiaccia quell’amicizia, non essendo di onore di sua maestà cristianissima il servirsi d’infedeli, massime avendo modo di accrescere l’armata sua, per la comodità de’ boschi, di munizioni, di gente, e d’ogni cosa necessaria, e spendendo per quella ed in paghe ed in presenti tal tesoro, che in altro tempo basterebbe a farla del suo; nondimeno sua maestà vuole con questo mezzo dimostrare, che non è mai per risparmiare spesa né fatica dell’animo né del corpo, né per lasciare a dietro cosa alcuna per abbattere e superare le forze di Cesare, mentre durerà questa guerra. È ben vero che sua maestà cristianissima, e parimente la serenissima regina, ed il contestabile con tutta la corte, brameriano la pace ogni fiata che da Cesare si avesse partito che quella con onore si potesse conchiudere. Perciocchè sa molto bene sua maestà, che maggior rovina non può venire ai regni, che la lunga guerra; e ch’essendo il fine incerto, una certa pace sempre si deve preporre ad una dubbiosa vittoria, sì come precedentemente hanno osservato e mai sempre osservano la serenità vostra e le signorie vostre eccellentissime. Però sua maestà ragionando spesse fiate con esso lodava questa bene instituta repubblica, la quale con tanta prudenza governa quietamente il suo stato, godendo la felicità del riposo; e dimostrava aver maggiore invidia di questa quiete, che desiderio di tutte le vittorie che si potessero avere.
Vengo ora, serenissimo principe, all’ultima parte da me proposta, dell’animo di questo re, quantunque malagevole cosa sia poter di ciò affermar il vero; essendo Iddio solo investigator de’ nostri cuori, e massime di quelli de’ principi. Perché sì come non è cosa alcuna che abbia più secreti del cuor umano, così più ascosi e profondi sono nell’animo de’ principj, che di qual si voglia uomo. E però questa sola parte sarà molto dall’altre differente, perché sì come le prime che ho dette sono di cose che io ho vedute, e di cui particolarmente mi ho potuto informare, così ancora con verità ho potuto affermarle; ma questa sendo tutta sopra congetture appoggiata, quelle la serenità vostra non udirà come cose che non possano essere altramente, ma come cose che si possono mutare, come la mente e l’opinione dell’uomo.
Incominciando adunque dall’animo di sua maestà cristianissima verso di sua santità, dico ch’ella l’onora come capo e padre della religione cristiana; ma come uomo, tien poco conto di lui, per l’incostanza. Né per altro s’intertiene con lui, salvo che per schivar che in qualche parte gli nocesse.
Verso di Cesare dimostra chiaramente il suo odio; né si può desiderar tanto grave male a nemico alcuno quanto ella gli desidera. La qual infermità è così naturale, che nessuna medicina la sanerà salvo la morte o la rovina del suo nemico.
Ma quanto l’odio di questo re verso Cesare è maggiore, tanto più è da maravigliarsi poi ch’egli dimostri buon volere verso il re de’ Romani; il quale sebbene è fratello del suo nemico, nondimeno, per le rare virtù e per la buona sua natura, sempre di lui onorevolmente parla.
Il re di Portogallo è stimato poco, anzi nulla, da sua maestà cristianissima. E molte fiate che da’ suoi ambasciatori si richiama alla corte per danni datigli da’ Francesi, più tosto di parole che di pagamento lo sodisfà.
Del principe de’ Turchi fa grande stima, per la comodità ed utile del servirsi, come ho detto, dell’armata, e della possa e grandezza sua.
Ma poiché io veggo che ciascheduno desidera saper l’animo suo, cioè di sua maestà cristianissima, verso questo illustrissimo senato, liberamente dirollo. Ella, per ciò che si puote comprendere, non gli desidera male, ma né anco gli desidera belle. Onde ci possiamo render certissimi che li principi non amano né odiano se non sono mossi da beneficio o danno loro particolare. Il che si deve credere altresì del re. E però questo illustrissimo senato, conservando questa buona opinione di neutralità con ciaschedun principe, non farà alcuno invido contentandosi del suo, né odioso dimostrando parzialità; ma conserverà questo stato sicuro.
I consiglieri del re hanno fatto ufficj con sua maestà a fine che persuadesse questa repubblica ad entrar in lega con esso lui; e sua maestà con grande istanza, ed offerendo gran partiti, me n’ha parlato, come di tempo in tempo per mie lettere amplissime la serenità vostra e le eccellentissime signorie vostre hanno inteso.
Ma egli ha opinione che questa repubblica non ha voluto entrar in lega con lui, affinché, se morisse l’imperatore, restando il re di Spagna inferior di forze, la serenità vostra si voglia accostare ad esso per tener le cose in eguale stato.
Queste sono le cose, serenissimo principe, eccellentissimi signori, le quali, ritornando da questa mia ambasceria di Francia, mi sovvengono dello stato, della vita e del governo del re, e dell’animo ch’egli ha verso vostra serenità, e verso gli altri principi. Restami dir solamente dell’onorato ufficio del segretario Franceschi, il quale, non ostante che altre volte l’aere di Francia gli nocesse, e per tal cagione avesse grandissimo male, nulladimeno a mia richiesta venne volentieri, offerendo la vita ed ogn’altro suo bene per servir la sua patria, poiché si giudicava degno di poterla servire e giovarle. Né ha risparmiato sè stesso in ogni occasione, in far tanto, che giammai dir si potria, massime nei disagi, nei pericoli di peste, e negl’infiniti incommodi che due fiate in campo abbiamo sofferto non senza grave affanno; e sempre ha dimostrato la qualità della natura, e la bontà dei costumi, e il valor delle sue lettere. Ma dubitando di sminuire le lodi ch’egli merita, più tosto che di accrescerle, io tacerò.
Di me medesimo, serenissimo principe, illustrissimo senato, dirò poche parole per non parer ingrato in tutto degli onori ricevuti, li quali tutti riconosco dalla serenità vostra, che la sua mercè mi fece degno di questo onorato grado d’ambasciatore, il quale reputo uno de’ maggiori che si possa dare ad un suo cittadino, perché rappresentando nella persona sua la serenità vostra, e tutta la repubblica insieme, s’impongono alla fede di lui le cose più importanti e gravi, che possano nella repubblica avvenire, e se gli dà carico d’intertenere ed accrescere l’amicizia de’ principi; nelle quali cose se ho soddisfatto alle signorie vostre eccellentissime appresso il re cristianissimo, ringrazio infinitamente la maestà di Dio che abbia adempito tutti i miei voti, non avendo mai altra cosa tanto desiderata quanto il compiacerle in ciò; ma se avessi ingannata la loro buona opinione per qualche mio mancamento, ne ho infinito dolore; non dimeno resto consolato dalla mia propria conscienza di avere amorevolmente sempre fatto tutto ciò che ho saputo a beneficio della patria".
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