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TESTI  -  Relazioni dalla Francia: Zaccaria Contarini (1492)
 

Strumenti - Testi - Relazioni dalla Francia - Z. Contarini

 

 

Relazione di Francia di Zaccaria Contarini, 1492

Pubblicata in Eugenio Albèri, Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante il secolo decimosesto, s. I, vol. IV, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 1860, pp. 1-26 (e ripubblicata in Luigi Firpo (a cura di), Relazioni di Ambasciatori Veneti al Senato. Tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente, vol. V, Torino, Bottega d’Erasmo, 1978, pp. 3-28) risulta tratta da una non meglio precisata “copia contemporanea esistente presso nel Museo Correr di Venezia”.

"L’officio mio, serenissimo e inclito Principe, illustrissima ed eccellentissima Signoria, gravissimo e sapientissimo Consiglio, al presente è di riferir alla Vostra Sublimità tutti i progressi e andamenti di questa nostra legazione. E perché da una parte io intendo toccar tutte quelle cose che conoscerò esser degne e convenienti della notizia di quella, e dall’altra io desidero, per non esser né lungo né tedioso, usar quella più breve e stretta forma di parole che a questo mi sarà possibile, hinc est che senza alcuno esordio e divisioni di parlare comincerò a narrar come meglio conoscerò poter soddisfare alla Vostra Sublimità.
Tolto già licenza da quella addì 7 di maggio passato, ce ne andassimo a Padova, nel qual luogo trovassimo i cavalli che ne erano stati preparati di sorte, che se li avessimo menati liberamente, la metà di loro ne sariano rimasti per la strada con gran danno della Vostra Sublimità e molto maggior carico nostro. Con grandissima difficoltà e parole assai fecimo mutar quelli che non erano sufficienti, sì che con lo aiuto di Dio li abbiamo menati in Francia e ritornati indietro più belli e più gagliardi che quando ci furono consegnati. Nell’andar nostro, come ho predetto, siamo stati a Padova, poi a Vicenza, a Verona, a Peschiera, a Brescia, a Bergamo, e nel ritorno a ..., nei quali luoghi siamo stati visti ed accettati da quei magnifici rettori con tanta grazia e onore della Vostra Sublimità, quanto a cadauno di loro è stato possibile dimostrarci; i quali si raccomandano infinite volte alla Vostra Sublimità.

Addì 21 del mese giungessimo a Milano. Circa due miglia lontano dalla terra, scontrassimo il magnifico messer Giovan Francesco Pasqualigo, il quale similiter si raccomanda alla Vostra Eccellenza, accompagnato da messer Gioan Francesco Malatesta e messer Paolo Dalona consiglieri di quello Stato, con circa 40 cavalli; con i quali ce ne andassimo fino alla porta, dove trovassimo quelli del Consiglio Secreto e del Consiglio di giustizia, che ne erano venuti incontro; e tutti insieme ce ne andassimo fino all’osteria dei Tre Re, preparata per lo alloggiamento nostro, per mia fé onoratamente, delle tappezzerie del duca. Dismontati da cavallo, il vescovo da Como e il vescovo da Novara, che tengono i primi luoghi in quel Consiglio, insieme con messer Bartolomeo da Calco, ne vollero accompagnar fino nella camera; nel qual luogo il vescovo da Como si escusò se non ne avevano onorato come era la intenzione dei Signori, allegando che l’assenza loro ne era stata la principal causa, e poi ne offerse tutto quello che per loro si poteva fare ad onore e comodo della Vostra Sublimità e delle persone nostre. Gli rispondessimo affermando che l’onor che ne avean fatto era grandissimo; li ringraziassimo assai, e li ringraziassimo etiam dell’offerte fattene, facendo a loro consimili offerte giusta ai mandati della Vostra Sublimità. Finite queste parole, messer Bartolomeo da Calco ne disse come i Signori si trovavano a Pavia, dai quali era avvisato che erano occupati, sì che contra la loro intenzione non potevano venire a ritrovarsi presenzialmente con noi, cosa che desideravano molto. Gli rispondessimo che a questo non accadeva escusazione alcuna, rispetto che per eseguir i mandati datine per Vostra Sublimità avevamo deliberato di andar noi a Pavia, e presenzialmente, per nome di quella, visitar le Loro Eccellenze. Il qual messer Bartolomeo ne disse immediate volerlo significar al signor Lodovico, e ne pregò che volessimo differire l’andata addì 24 del mese acciò con più comodità e loro e nostra potessero far quella dimostrazione che a questo si conveniva.

Il giorno a noi statuito ce ne andassimo a Pavia accompagnati da messer Celso Crivelli, il quale è uno dei primi siniscalchi della corte, e da mess. Gioan-Domenico Mezzabarba e messer Battista da Castiglione, consiglieri anche loro di quello Stato, con circa otto o dieci cavalli. Trovassimo il duca, il signor Lodovico, 1’ambasciatore de’ Fiorentini, di Ferrara e di Monferrato, insieme con tutta la corte, per due tratti di balestra fuori della città, che ne venivano incontra; i quali fatte le prime recolenzie, le Loro Signorie vollero, non ostante molte recusazioni e renitenze fatte da noi, che io fossi il primo che avesse a entrare nella città con il signor duca dalla banda destra, e 1’ambasciatore de’ Fiorentini dall’altra banda, poi il magnifico messer Francesco nostro con il signor Lodovico dalla banda destra e l’ambasciator di Ferrara dalla stanca; e con questo ordine ci accompagnarono fino al nostro alloggiamento. La mattina seguente, mandatine a levar di casa da molti del Consiglio, ce ne andassimo in Castello; e in una camera nella quale non c’era altri che il duca, il signor Lodovico, il marchese Ermes (Sforza), monsignor Federigo da San Severino, al presente cardinale di Santa Teodora, messer Galeazzo suo fratello, Gioan Jacopo Gelim secretario del signor Lodovico, e noi due con il nostro secretario, appresentate le lettere di credenza al duca, lo visitai per nome della Vostra Sublimità con quella tema che avevamo in mandatis, et cum illa forma verborum quam prebuit mihi natura. Per nome del quale, senza che egli ne facesse un segno al mondo, ne rispose il signor Lodovico, come per nostre lettere dinotassimo alla Vostra Sublimità, che, ut plurimum fuerunt verba generalia, però non replicherò, salvo alcune parole che disse in cauda sermonis; che furono, che uno dei maggiori desiderj che possa avere, è di far dimostrazione ed esperienza di quanto il cuor suo sia pronto a far cosa grata alla Vostra Eccellenza; e che benché non vorria che ella fosse mai per avere bisogno alcuno de’ suoi suffragi, tamen cadauna volta che ciò accadesse, gli effetti a servirla sariano molto più gagliardi che le parole. Avendo poi messo ordine per il dopo mangiar di visitare separatamente il signor Lodovico, Sua Eccellenza ne preoccupò, e un’ora avanti l’ordine ne venne a visitar noi nella camera nostra; dove essendo soli, volle che gli dicessimo quel che gli avevamo a dir per nome della Vostra Sublimità. Onde che appresentandogli le lettere credenziali, gli dicessimo quello che in una materia di visitazione è possibile a dirsi. Il quale ne rispose con parole non molto differenti da quelle della mattina, replicandone questo più volte, ch’ei sapeva molto bene che la Vostra Sublimità e noi intendevamo l’amore ed osservanza ch’ei le portava, ma che questo non gli bastava, e che voleva per segni esteriori farlo conoscer a cadauno. La mattina dopo, avendo fatto caricar i cariaggi, e volendo montar a cavallo per andarcene al cammin nostro, le Loro Eccellenze, che ne facevano tenere la posta, vollero venir a levarci di casa, e ad ogni modo accompagnarne buon pezzo fuori della terra.

Serenissimo Principe, per il piccolo giudizio mio, mi par avere espressamente compreso che questi Signori hanno grandissimo piacere e fanno grandissimo caso di dar reputazione alle cose loro mediante dimostrazione di una intrinseca e cordial benevolenza che abbiano con la Vostra Sublimità; la qual cosa, per quanto posso giudicar e comprendere, non credo che sia perniciosa ad bene esse dello Stato della Sublimità Vostra. I giorni che siamo stati a Milano e a Pavia gli osti non hanno voluto da noi altro pagamento che le bene andate, allegando aver così in commissione dai loro Signori. Della condizione del duca, del signor Lodovico e di quello Stato, avendo dimorato sì poco a Milano e a Pavia come in effetto abbiamo fatto, non ne possiamo aver avuto informazione e istruzione, che assai meglio la Vostra Sublimità e cadauno di questo gravissimo Consiglio non ne sappia ed intenda mediante le relazioni che dagli oratori residenti a Milano, una più degna più elegante e più copiosa dell’altra, vengono riferite alla Vostra Sublimità; e però eleggo per il meglio pretemettere tutto quello che io possa saper di questa materia sub silentio, e lasciar il carico a quelli che per simil causa verranno dopo di me, i quali lo faranno perfettamente.

Venissimo poi a Torino a’ dì 28 del mese, scontrati e ricevuti per due miglia fuora della terra da mons. Divonne presidente del Consiglio Secreto, e messer Piero Cara collaterale pur di quel Consiglio, con circa trenta cavalli, i quali ne accompagnarono all’alloggiamento; e immediate che avessimo desinato, quei medesimi ne vennero a levar di casa per accompagnarne dove era Madama; la qual trovassimo in Castello in una sua camera tutta coperta di panni negri, nella qual camera lei era in un cantone insieme con monsignor di Bressa, cioè Filippo, e messer Antonio Campion episcopus Gebennarum (di Ginevra), e cancellier generale di quello Stato. In un altro cantone della camera erano circa undici donzelle, e tutto il resto era pieno di persone come una chiesa quando v’è qualche grande indulgenza. Questa Madama è di età di circa 26 anni, grande, grassa, bianca, e formosa di volto, sì che a’ miei occhi ella mi parve una allegra e bella donna. Le appresentassimo le lettere credenziali, e per nome di Vostra Sublimità le dissi che così come per molti mezzi la Vostra Sublimità era stata contenta farle conoscere quanto era l’amor e benevolenza che continuamente le aveva portato, così etiam allora aveva voluto per il mezzo nostro farne aperta dimostrazione, e che per nome di quella eravamo venuti a visitarla e ad offerirle tutto quello che per Vostra Sublimità convenientemente si potesse far ad onore e comodo suo, con quelle parole che mi parvero esser al proposito. Ne rispose per suo nome mons. di Gebenna, il cancellier generale, ringraziando la Vostra Sublimità della visitazione, accettando le offerte e offerendone ancor lui tutto quello che per quello Stato si poteva fare ad esaltazione e gloria della Vostra Sublimità. Ne parve etiam far bene visitar monsignor di Bressa, il quale, come sa Vostra Sublimità, fu fratello del duca Amedeo (IX) padre del duca Carlo, il qual fu padre di questo duca Carlo Amedeo che vive al presente, che è di età di anni tre; il qual Filippo è commisario del duca ed è governatore e luogotenente generale di quello Stato, ed in effetto quello che in omnibus al presente governa. Il quale intendendo che dovevamo andarlo a visitare, per dar reputazione e a sé e alla visitazion nostra, immediate fece ridur tutti quelli del Consiglio in vescovado, che è la sua continua abitazione e domicilio quando si trova a Torino, dove visitassimo Sua Signoria con offerte e parole generali, come in similibus si suol fare; il qual ne rispose umanissimamente, et inter cetera che si doleva di non si trovar in Francia a questa nostra andata, perché in quel luogo aveva dei parenti e amici assai e gran potere, e averia avuto occasione con questo mezzo di dimostrare il buon volere e la buona disposizion sua verso la Vostra Sublimità; ma che quello che presenzialmente non poteva fare, lo faria con lettere ad ogni modo, pregandone che volessimo adoperarlo in ogni occorrenza nostra, e pur assai altre buone e amorevoli parole.

Lo Stato di Savoia, come sa la Vostra Sublimità, è molto più grande di quello che si vede per il cammino che abbiamo fatto, che per la sua longitudine comincia da Vercelli e va fin sopra la riva del Rodano, dove dall’altra banda è la città di Lione, che sono in tutto 204 miglia; e la sua latitudine comincia a Losanna e vien fino al Monviso, che sono 126 miglia. In questo circuito sono undici città, dieci che hanno vescovado, delle quali quattro sono di qua dai monti e sette di là; e liberamente da quella parte questo Stato è la vera porta da poter dare e togliere l’introito e l’esito d’Italia a cadauno. La entrata sua, per la informazione che abbiamo avuto (la qual non affermo perché potria esser vera e falsa), non eccede d’ordinario, di tutti i dazi e gabelle, 40,000 ducati. E vero che hanno poi di estraordinario le tasse che mettono al paese, le quali le fanno esser più e meno secondo la occorrenza delle guerre; e oltre a questo, per le guerre hanno le fedeltà, che sono i baroni, conti e signori che sono sotto al dominio, i quali a tempo di guerra sono tenuti servir il ducato di certo numero di persone a tutte loro spese giusta l’estimo e possibilità loro. Queste fedeltà sono in tutto 400, che in effetto è gran cosa, nelle quali mons. di Bressa non è computato salvo per una, e così mons. della Zambra (de la Chambre), mons. di Ginevra, mons. di S. Gioan di Moriana, ed altri simili, i quali quantunque siano gran signori, nientedimeno, come ho predetto, non sono computati salvo per una fedeltà per cadauno; sì che con questi mezzi il duca di Savoia si è sempre prevalso ed ha potuto resistere a tutte le inimicizie, che da ogni parte e per qualunque rispetto hanno cercato di nuocergli.

Passato i monti con minor incomodità assai, per il giu­dizio mio, di quello che credevano molti dei nostri rispetto alla mala relazione che ne era stata fatta, e continuando il cammin nostro con quella maggior sollecitudine che, habito respectu al numero dei cavalli e dei muli da soma, ne fu possibile di usare, preponendo questo ad ogni altra comodità nostra, addì 24 di giugno giungessimo a Villanuova, che è un luogo quattro leghe lontano da Parigi; del qual luogo per la maestà del re ne fu imposto che non ci dovessimo partir fin a tanto che ne fossero deputati quelli che ci avevano a venir incontro, e fin a tanto che altro non ne fosse stato fatto intender per sua maestà.
Alli 26 del mese, avuto così in ordine, a ore diciotto ce ne montassimo a cavallo noi e tutta la famiglia nostra vestiti della miglior veste; e mandando prima avanti i cariaggi, i nostri si acconciorno a due a due, che per mia fé, Serenissimo Principe, parevano molto ben a vederli. E benché per nostre lettere abbiamo avvisato la Vostra Sublimità particolarmente del successo della entrata nostra e delle prime udienze avute dalla maestà del re e della regina, nientedimeno la intenzion mia saria di replicarle succintamente quando non conoscessi ciò esser molesto alla Vostra Sublimità, e per questo e per le cose che ho a dir dappoi, che sono di maggior importanza assai. Partiti dallo alloggiamento e messici alla strada per jactum teli dal loco donde eramo partiti, scontrassimo il principe di Salerno, il conte di Chiaramonte e il signor Onorato suo fratello, che sono figli del principe di Bisignano, il conte di Paluzza, il conte di Avellino, il signor don Giovanni de Luna, il signor Imberto da Seinse (?) e molti altri baroni cacciati dal reame di Napoli e di Spagna, che hanno pensione dalla maestà del re di Francia e assai buona reputazione nella Corte, che venivano per levarne dell’alloggiamento. Con i quali non cavalcassimo una lega, che scontrassimo quattro ciamberlani e tre maestri di casa del duca d’Orleans con tutto il resto della sua famiglia, che ne accettorno con grandissima dimostrazione di amore e onorificenza verso la Vostra Sublimità. Poco più oltra scontrassimo mons. di Candale, che è zio e il più stretto parente che abbia la regina, con messer Gioan Rosso da Monferrato conte di San Martino, benissimo accompagnati, i quali anche loro ne fecero ottime recolenzie. Circa due leghe lontano da Parigi scontrassimo 1’arcivescovo di Sens e il vescovo di … con più di sessanta cavalli, i quali ne riceverono per nome della maestà del re con gratissime e umanissime parole. Scontrassimo poi il conte Carlo di Belgioioso ambasciator dello Stato di Milano, il quale tra le alte cose ne disse esserne venuto incontro per espresso ordine e commissione avuta dai suoi signori, ed ultimatim scontrassimo mons. d’Orval governator di Sciampagna e mons. di Beaudricourt governator di Borgogna con due araldi vestiti e sei trombe lunghe della maestà del re, che è una dimostrazione che non è stata fatta né agli ambasciatori di Milano né ad altri oratori da molti anni in qua, con grandissimo numero di cavalli; sicché tutti insieme, ascendevano al numero di 500 e più. Di ordine e deliberazion sua ce ne entrassimo in Parigi non per la porta per la quale, ad andar recto tramite al nostro alloggiamento, ne averia convenuto entrare, ma per la porta di Santo Antonio che ne era alquanto straman e fuori di strada; e questo fecero acciò che avessimo a passar davanti alla stanza della maestà del re, il quale ad una finestra occultamente, et similiter la regina ad un’altra, ne vollero vedere; et per ea quae intelleximus ne commendorno assai; et demum fossimo accompagnati per loro fino alla casa di mons. di Noes (?) fattane deputar per la maestà del re per l’abitazion nostra; la qual’è una buona e ottima casa, fattane preparar per mons. d’Orleans delle più belle tapezzerie che abbia. E sì, Serenissimo Principe, che né l’alloggiamento che avessimo quando per nome della Vostra Sublimità fossimo a Mantova, né quello che avessimo l’anno da poi a Ferrara, che tutti due ne furono preparati tanto suntuosamente quanto fu possibile a quei signori, a gran giunta non erano sì bene ordinati e di tappezzerie e di ogni altra cosa necessaria, come questo.

A’ 29 del mese, la maestà del re mandò per noi mons. di Staus (?), mons. di Candale, mons. di Myollans e mons. siniscalco di Provenza con molti altri uomini di conto, acciò ne accompagnassero alla presenza della sua maestà; la qual trovassimo in una sala come la metà di questo Consiglio, seduto da un capo su una carega con una cortina dietro alle spalle, e un capocielo, ovver ombrella, di velluto alessandrino ricamato dei suoi gigli d’oro. Per il lungo della sala erano due panche; quella dalla banda destra era piena di baroni del sangue, e quella dall’altra banda era piena di prelati residenti in corte, i quali tutti sono del Consiglio Secreto di sua maestà. Dall’altro capo della sala era una panca deputata per le persone nostre, sopra la quale il re volle ad ogni modo che sedessimo ad esponergli l’ambasciata. Nel qual luogo gli appresentassimo le lettere di credenza, le quali udite da sua maestà, il magnifico messer Francesco (Capello) gli disse quanto la Vostra Sublimità ne aveva dato in mandatis con parole gravi e ornatissime, sì che per il giudizio di cadauno ei satisfece molto e alla maestà del re e a tutti i circostanti, e fu commendato il parlar suo per una elegantissima orazione. La qual finita, e fatto un poco di consultazione da tutti gli assistenti davanti alla regia maestà, ne rispose uno dei presidenti del parlamento, qui utebatur officio consiliarii magni propter eius invalitudinem, con parole che se fossero così state dette per bocca della maestà del re, mi sforzerei replicarle de verbo ad verbum; ma perché furono esplicate per una interposta persona, non dico salvo che la contenenza di esse; che la cristianissima maestà del re ne avea visti volentieri e uditi graziosamente, e che avea raccolto dal parlar della magnificenza di messer Francesco tre parti principali: prima, la commemorazione dell’amor e benevolenza che sempre aveva portato la Vostra Sublimità a tutti quelli che avevano tenuto la corona di Francia, sempre accresciuta e augumentata fino nella persona di questo Cristianissimo Re; la seconda, il gaudio e letizia che aveva avuto la prefata Vostra Sublimità del conquisto della Bretagna, delle nozze contratte e della prole concetta; la terza, le oblazioni e offerte fattegli per nome della Vostra Sublimità. Alle quali parti ne rispondeva, prima all’amor et cetera; che Sua Maestà lo sapeva molto bene e che ne era certificata per molte esperienze; alle congratulazioni, che ne ringraziava assai la Vostra Sublimità; e alla parte delle offerte, che le accettava con perfettissimo animo, e che similiter ne ringraziava, facendone a noi assai offerte conformi e consimili a quelle che le avevamo fatto per nome della Vostra Sublimità.

Addì primo di luglio, quei medesimi prelati e signori vennero a levarci di casa, e ne accompagnarono dalla maestà della regina, che era in una camera con mons. di Borbone e mons. d’Orleans e molte altre donne e uomini di conto; la qual salutassimo per nome di Vostra Sublimità, e appresentandole le lettere di credenza le replicai nella persona sua quello che due giorni avanti per il magnifico messer Francesco era stato detto alla maestà del re, con quell’ordine e composizion di parole che mi parvero a proposito al decoro e gravità, prima della Vostra Sublimità e poi della Sua Celsitudine. La qual ne fece rispondere dal vice cancelliere di Bretagna, che né io né alcun dei nostri non potessimo comprender se la risposta sua fosse latina o volgar francese o italiana; e però la Vostra Sublimità mi perdonerà se non le replicherò parte alcuna di quello che mi disse, perché in effetto io non l’intesi. Le appresentassimo poi i panni d’oro e di seta, i quali accettò di buona voglia, e ne ringraziò assai per nome di Vostra Sublimità. Abbiamo visitato mons. e madama d’Orleans, mons. e madama di Borbone, il cardinal bordegalense e gli ambasciatori di Milano, che prima eran stati a visitarci. Abbiamo fatto etiam questo medesimo officio ogni volta che siamo stati con il cancelliere grande, con l’ammiraglio, e con tutti quelli che abbiamo conosciuto aver potere e reputazione in quella Corte; con i quali non abbiamo potuto far tante dimostrazioni di amore e di benevolenza, che ex omni latere non ne abbian superato sì in venirne a visitare come in pasteggiarne ed onorarne con ogni altro mezzo a loro possibile. Nei giorni che siamo stati a Parigi la maestà del re continuamente ha tenuto con noi un de’ suoi maestri di casa, e uno ovver due dei suoi araldi; i quali ne hanno fatto veder la Santa Cappella, dove sono bellissime reliquie e gioje, la chiesa di S. Dionisio, dove poco minori son le reliquie e gioje di quello che sia nella Santa Cappella, il palazzo di Carlo Magno, il bosco di Vincenna, il parlamento, e in conclusione tutte le altre memorande cose di Parigi.

Addì 8 del mese, Sereniss. Principe, fussimo a visitar sua maestà, come etiam i precedenti giorni più volte avevamo fatto; la quale finito di udir le sue messe secondo il consueto d’ogni giorno, volle che restassimo a desinar con lei, e fecene un elegantissimo e dignissimo pasto. Dopo il quale si ridusse nella sala dell’udienza, dove era un grandissimo numero dei primi baroni della sua Corte chiamati principaliter a questo effetto; et in conventu omnium promosse ch’ io volessi esser contento di accettare ordinem et insigna militaria a maiestate sua, e questo medesimo propose al magnifico messer Francesco, non ostante ch’ ei lo riconoscesse dalla maestà dell’Imperatore. Noi, Sereniss. Principe, gli rispondessimo esser paratissimi ad omnia mandata cristianissimae maiestatis suae , et immediate si fece portar una spada, e volle che monsignor di Orleans fosse quello che la snudasse; con la quale decoravit nos militiae, et commisit uno ex secretariis suis ut adnotaret quod in signo perpetuae benevolentiae et amicitiae ei ne donava uno de’ suoi fiordiligi, quae fuerunt sibi celeri datae, da poter esser messi in ogni arma ed insegna nostra, ac si essemus della casa di Valois e del sangue suo proprio.

Quanto fin ora per me è stato detto alla Vostra Sublimità è quello che io ho conosciuto aspettare ad cursum et progressum legationis nostrae. Mi resta a dir quid sentio della persona del re e della regina, della grandezza del reame e stato della sua maestà, della entrata e spesa del regno, delle genti d’arme e d’ogni altro preparamento di guerra, delle inimicizie che al presente ha la sua maestà e del mezzo che osserva per liberarsene, et ultimatim delle parti e inimicizie che sono nella sua Corte, dove farò menzione di tutti i primi uomini del regno; la qual cosa toccherò per capita e con manco parole che conoscerò esser possibile ad esprimer i miei concetti. E avanti che io proceda più oltre, le Eccellenze Vostre si possono contentar e gloriare prima dell’inclito stato loro, il quale in tutti i luoghi dove siamo stati, tam citra quam ultra montes, da ognuno è reputato per il più potente et mari et terra di ogni altro stato d’Italia; poi del felicissimo governo del nostro serenissimo e immortal Principe, il quale ubique è commendato di bellezza e prosperità, di memoria e di eloquenza, di giustizia e sapienza, et ultimate, quod potissime desiderandum, di una buona ed ottima fortuna quanto ogni altro principe e re che al presente viva; così messer Domine Dio si degni per sua grazia conservarnelo in ogni bene e prosperità.

La maestà del re di Francia è di età di 22 anni, piccolo e mal composto della persona, brutto di volto, che ha gli occhi grossi e bianchi e molto più atti a veder poco che assai, il naso aquilino similmente grande e grosso molto più del dovere, i labbri etiam grossi, i quali continuamente tiene aperti, e ha alcuni movimenti di mano spasmosi che paiono molto brutti a vederli, et est tardus in locutione. Secondo la opinion mia, la qual potria esser molto ben falsa, io tengo per fermo quod de corpore et de ingenio parum valeat; tamen è laudato da tutti in Parigi per gagliardissimo a giocar alla palla, in caccia e alla giostra, nei quali esercizi vel bene vel male mette e distribuisce tempo assai. È etiam laudato che sì come per il passato avea lasciato il carico della deliberazione delle cose sue ad alcuni del consiglio secreto, al presente ipsemet vuol esser quello che le abbia a deliberare e deffinire; le quali deliberazioni dicono che le fa con maniera grandissima.

La regina è di età di anni diciassette, piccola anche lei e scarna di persona, zoppa da un piede notabilmente, ancora che si aiuti con zoccoli, brunetta e assai formosa di volto, e per la età sua astutissima, di sorte che quello che si mette in animo, o con risi o con pianti, omnino lo vuole ottenere. È gelosa, e avida della maestà del re oltremodo, tanto che da poi che è sua moglie ha preterito pochissime notti che non abbia dormito con sua maestà, ed in questo ha anche fatto buona operazione rispetto che la si trova gravida in mesi otto.

II reame e stato del re di Francia in effetto è grandissimo, e per il giudizio mio maggior di quello che è il comun giudizio, perché nel dominio suo, computata la provincia della Bretagna, nella quale son nove città che hanno vescovato e due che hanno suffraganei, ha in tutto 47 provincie sive regiones, ut utar vocabulo proprio, nelle quali sono 36 città di arcivescovato e 128 di vescovato, che ascendono, omnibus computatis, al numero di 164 città; di tutte le quali la più degna si è la città di Parigi, la quale per la estimazion mia è minor di Padova. È ricchissima e abbondantissima di mestieri d’ogni sorte, e mirabilmente popolata; quelli che dicono il meno dicono che ha 300,000 persone. Vi è poi lo studio, il quale, come sa la Vostra Sublimità, è uno dei più belli e famosi studj di tutto il mondo; nel quale dicono che vi sono da 25 in 30 mila scolari. È vero che fanno il computo ad un modo che non è da maravigliarsi se li trovano, mettendo in questo numero di scolari tutti quelli che imparano, principiando dalla tavola dei putti usque ad quamcumque scientiam; tamen in rei veritate il vero numero di scolari, che in effetto faciunt professionem in artibus liberalibus, in metafisica, teologia, medicina, ragion civile e ragion canonica, non computati né frati, né preti, né famigli, de’ quali molti si matricolano per scolari, non per studiare ma per goder i privilegi, emolumenti e immunità scolastiche, i veri scolari sono da cinque in sei mila in tutto. I dottori che leggono in ogni facoltà non hanno alcun salario dal re, ma solum hanno il loro pagamento dagli auditori e scolari che li odono.

Ci siamo sforzati con ogni mezzo a noi possibile d’in­vestigar il certo della entrata che ogni anno la maestà del re cava da tutto il suo regno, et similiter delle spese che ha da fare; le quali cose, Serenissimo Principe, sono sì grandi e difficili da sapere, che mal si può perscrutare la verità, e massime in poco intervallo di tempo; tamen per quello che abbiamo udito da diverse persone degne di fette in consonanza, abbiamo inteso che questo re ha, prima, di entrata ordinaria da tutti i suoi dazi e gabelle e possessioni regali circa 1,700,000 franchi; poi 1,400,000 franchi da alcune imposizioni che si solevano metter estraordinarie a tempo di qualche gran bisogno che potesse aver la corona di Francia, come sale dato ai popoli e altre imposizioni di vittuarie, le quali si sono continuate per tal modo che al presente sono fatte ordinarie. Ha etiam del paese di Bretagna novamente acquistato 500,000 franchi, della quale Bretagna, oltra questa utilità, ne fanno grandissimo caso per i patti mediante i quali ad ogni suo bisogno può il re aiutarsi di gran numero di navigli; e al presente, come scrivessimo alla Vostra Sublimità, fa fabbricare due navi delle maggiori che si facciano a Genova; sì che vede la Vostra Sublimità che la entrata ordinaria di questo re non è più che 3,600,000 franchi. La spesa, non sminuendo le pensioni e l’ordinanza che tiene al presente, è quasi il doppio; la quale ha modo di recuperarla come dirò. E prima, ha di spesa della sua corte e della corte della maestà della regina, omnibus computatis, 500,000 franchi all’anno; spende poi nei pensionari, sì di pensioni grandi come piccole, in tutto 1,500,000 franchi; spende nelle ordinanze delle sue genti d’arme 2,300,000 franchi; poi spende in spese estraordinarie, come fabbriche, riparazioni di fortezze e cose necessarie alla guerra sì da mare come da terra, e in ogni altra sorte di spese che da un anno all’altro gli posson accadere, da 3,000,000 di franchi; sì che tutta la spesa vien a esser 6,600,000 franchi ogni anno, che è 3,000,000 più della entrata. Ma se ben fosse più, egli la recupera in questo modo; che ogni anno nel gennaio riduce insieme i generali delle finanze, che sono quello di Francia, quello di Borgogna, quello del Delfinato, quello di Linguadoca, e al presente il general di Bretagna; i quali hanno un ricevitor generale per cadauno e uno scontro del ricevitore, che sono tre per cadauna provincia; i quali insieme con i tesorieri di Sua Maestà fanno il calcolo della entrata e spesa che le può occorrer l’anno seguente; e prima mettono tutta la spesa, e di quel che manca mettono una taglia generale a tutte le provincie del regno. Della qual taglia né prelati né gentiluomini non pagano cosa alcuna, ma solum il popolo è quello che la paga; sì che tra la entrata ordinaria e questa taglia vien a trar tanto quanto può essere la spesa dell’anno avvenire. Se poi fra l’anno sopraggiunge qualche guerra o altra occasione inopinata di spendere, che la descrizion fatta non basti, si rimette qualche altra taglia, ovvero reseca e diminuisce le pensioni pro rata, in modo che con questo altro mezzo si prevale di quella somma che può esser necessaria ad ogni bisogno suo.

L’ufficio dei tesorieri è di riscuoter le entrate ordinarie e le straordinarie che sono fatte ordinarie, e di riscuoter etiam le taglie dai ricevitori generali da poi che detti generali le hanno messe e riscosse nelle loro provincie, e di tener il conto della spesa etiam fino a un minimo quadrante. L’ufficio dei generali ricevitori e scontri non è altro che a buttar le taglie nelle provincie e quelle riscuotere, e riscosse darle ai tesorieri; le quali tre sorte di ufficiali, videlicet tesorieri, ricevitori, e scontri, se. tutti e tre non sono d’accordo e non s’intendono insieme, non possono rubar al re pur un marchetto; ma se sono insieme d’accordo, non è sì gran somma di danaro che non la possan rubare senza esser mai discoperti; e molte volte intraviene che sono d’accordo insieme. Questo modo di metter taglie fu invenzione del re Carlo, avo di questo re, in questo modo. I re precedenti a lui si contentavano della entrata ordinaria del regno, e se pur qualche volta accadeva loro maggiore spesa di quello che portava l’entrata ordinaria, mettevano estraordinarie imposizioni di sale, di imbottature di vino, di tratte del paese, e qualche volta mettevano etiam di queste taglie; le quali non potevano metter senza il total consentimento dei tre stati, cioè dei prelati, dei principi e dei cittadini. Detto re Carlo si convenne con i principi e baroni del regno che la metà delle imposizioni del sale, vino e tratte, che per tal modo erano state continuate che erano fatte angarie ordinarie, fossero di essi principi e baroni, cioè cadauno per la metà di quelle del suo stato e l’altra metà fosse della corona di Francia, cum hoc che se accaddesse al re maggior bisogno di quello che portavan queste sue entrate, senza il consentimento dei tre stati egli potesse metter taglia alle provincie per quanto era il bisogno suo; e a questo i principi e baroni, per l’utilità e comodo che ne ricevevano, consentirono facilmente, e massime perché giudicavano che tali taglie non avessero ad essere molto grandi, rispetto che fin quel tempo tali taglie sono messe con grandissima onestà e misura e a gran bisogno. Il re Alvise, che successe da poi, le continuò e strinse per tal modo, e massime dappoi la morte del duca Carlo di Borgogna, che fu tal anno che dal suo reame partirono e andarono in Inghilterra ed altre parti da anime 10 mila in suso per non poter portar queste angherie. Dappoi la morte del re Alvise i tre stati si offersero alla corona di Francia darle per queste taglie ordinarie ogni anno 600,000 franchi, e di due anni in due anni detti tre stati ridursi insieme e crescere ovvero sminuire dette taglie secondo vedessero esser il bisogno della corona; e per madama di Beaujeu sorella del re, fu messo pena la vita a chi parlava di al­terar questo modo di taglie da quello che era la osservanza; in modo che questo re ha via di accrescere le entrate sue a ogni bisogno della sua spesa, la quale è come appresso. La ordinanza di questo re, della quale ho fatto menzione poco avanti, è al presente 3,500 lancie da tre cavalli per lancia, e gli uomini d’arme hanno i loro cavalli grossi armati di barde e loro di arme bianca con più galanteria e astuzia dei nostri assai; perché etiam in questa ordinanaza hanno 7,000 arcieri tutti uomini cerniti e di grandissima utilità in un campo. Oltra di questo vi sono 16,000 paghe morte, che noi chiameressimo provvisionati; dei quali parte sono deputati alla guardia delle fortezze e parte sono obbligati a campeggiare. Un uomo d’arme con i suoi tre cavalli ha ogni anno di stipendio 180 franchi; un arciere ne ha 90, e una paga morta ne ha 60, pagati di tre mesi in tre mesi senza diminuzione alcuna; con questo che immediate avanti la paga facciano le loro mostre, armati che non gli manchi alcuna cosa.

I pensionari, dei quali etiam ho fatto menzione, comin­ciando dal duca d’Orleans e dal duca di Borbone, che sono i maggiori, e hanno 60,000 franchi per cadauno; poi il duca di Alanson che ne ha 40,000, e così discorrendo fino ai pensionari di 400 franchi e da 400 franchi in giù, che sono grandissimo numero , in tutto ascendono e passano il nu­mero di 2,700; ai quali pensionari è distribuito il governo della gente della ordinanza, a chi 25 a chi 30 a chi 50 uomini d’arme; in modo che niuno può avere al suo governo, per ordine e costituzione reale, più di 100 uomini d’arme; oltra i quali uomini d’arme vi sono poi le famiglie loro, che sono maggiori e minori secondo le pensioni che hanno dalla maestà del re. In questi pensionari vi sono molti uomini da bene e da governo, che per quanto abbiamo potuto comprendere per le loro parole, ed etiam per parole di altri, cadauno di loro se ne verria volentieri ai servizi della Vostra Sublimità. Vi è prima il duca di Lorena, il quale non abbiamo veduto, ma ce lo ha fatto dire espressamente da un dei suoi secretari. Vi è etiam monsignor di Cordes, il quale in effetto è il primo uomo da guerra che abbia la Sua Maestà, ed è governatore di Piccardia. Vi è monsignor di Beaudricourt, che è uomo da assai, ed è governatore di Borgogna; monsignor di Gié, che è uno dei marescalchi di Francia; monsignor di Candale; monsignor di Vidam, che è governatore del Delfinato, e il principe di Salerno, il quale in ogni cosa si è mostrato tanto sviscerato della Vostra Sublimità quanto è possibile a dire. Monsignor Bufido non abbiamo veduto, ma per quello abbiamo inteso è molto destituito dell’onore e reputazione che aveva al tempo del re Alvise. Tutti questi, come ho predetto, io tengo per fermo che serviriano più volentieri la Vostra Signoria che il re di Francia.

Quando poi, Marte aperto, accade a quel re di guerreggiare, oltre le genti che ho nominato, si serve di due altre generazioni di persone, che sono un numero inestimabile. La prima è che danno un’angheria a tutti i gentiluomini della pro­vincia dove è la guerra, e quando la guerra stringe, a tutte le provincie del regno, che servono con certo numero di persone a tutte loro spese secondo la possibilità loro. E si ragiona che in tutto il reame di Francia siano 200,000 case di gentiluomini; la qual cosa benché la mi paja incredibile, e molto più incredibile mi paja un’altra che fra poco dirò alla Signoria Vostra, nientedimeno avendole udite da più persone degne di fede, non come cose che io voglia affermar che sian vere, ma tali quali le abbiamo intese, le riferisco alla Vostra Sublimità. Se la cosa è dunque a questo modo, e che ogni quattro case di gentiluomini servano con un uomo, caveriano da questo 50,000 persone. Mettono etiam questa medesima angheria ai prelati delle provincie dove è la guerra, e quando quella stringe ai prelati di tutto il regno; della quale ne cavano etiam gran numero di persone per esser quelle parti, come sa la Vostra Signoria, molto grasse di beneficj ecclesiastici; la qual angheria, essendo quel re detto cristianissimo, si fa lecito metterla al clero con questo presupposito: quod ubi tractatur de comodo et incomodo regni tractatur de comodo et incomodo pragmaticae sanctionis; la quale ubique capitoli praelatorum sono obbligati a difendere. E questa è la prima sorte di persone. L’altra sorte è i franchi arcieri, che noi chiamiamo cernide e guastatori; l’angheria dei quali si mette ai popoli delle provincie dove è la guerra; e quando è ardua, come ho predetto, la si mette a tutto il regno. Nel qual regno si divulga (e questa è l’altra cosa che mi par incredibile, e pur ne è stata affermata e giurata per vera) che vi sono 1,500,000 parrocchie. Traendo adunque da ogni dieci parrocchie un franco arciere, che è una cosa minima, daria 150,000 franchi arcieri, e tanto più quanto potesse accader e bisognare.
Le artiglierie del re sono bombarde che tirano balotte di ferro, che se fossero di pietra peseriano circa libbre cento; le quali sono assestate su carrette con un artificio mirabile, in modo che senza tocchi e altri preparamenti da portare, tirano i loro colpi benissimo; poi spingarde assestate su carrette sine fine dicentes. Le quali artiglierie le adoperano in due casi; uno si è quando il campo è alloggiato, che fanno i ripari di queste carrette e fanno il campo inespugnabile; l’altro quando vogliono debellar qualche luogo, che ruinano le mura con queste medesime bombarde molto più facilmente e in manco spazio di tempo che non si faccia con le nostre grandi. E dicono che quando il re Alvise campeggiava ci vo­levano trenta mila cavalli a menar le sue artiglierie. Ai campi che ha fatto questo re, c’è voluto da circa dodici mila cavalli a menarle.

Questo re ha al presente tre potentissime inimicizie, e per il giudizio mio di massima importanza. La prima è la inimicizia che ha col re de’ Romani, il quale per giudizio di ognuno vuol fare ultimum de potentia di riavere la Borgogna, la Piccardia e la Franca Contea; e massime al presente che è pacificato e assestato col re d’Ungheria e, prout fertur, col Conte Palatino e con tutta la casa di Baviera; e questo fatto della figliuola lasciata e della moglie tolta deve di più instigarlo e farlo avido della vendetta. Ha poi la differenza col re di Spagna, il quale al presente che ha messo a fine la spedizione di Granata, ha deliberato al tutto recuperar vel pace vel bello Perpignano e il contado di Rossiglione. Et demum l’inimicizia e differenza del re d’Inghilterra, il quale, iudicio omnium, tutto il tempo che viverà è sempre per vessar questo re e non lo lasciar mai in pacifico stato né della Normandia né della Bretagna nuovamente acquistata. Le quali differenze né io né alcuno con chi ho parlato vedono modo di assestarle salvo con grandissimo pregiudizio di questo re.

Le provvisioni che fa Sua Maestà a questo, oltra il preparamento delle sue genti d’arme, le quali ha mandato in tutte le parti dove era suspicione di guerra, non trovo che sian altro salvo che totis viribus cercare con promesse d’accordo ponere res in dilationem, e far divulgare che le differenze sue ex omni latere parte sono concluse ed assestate, e parte sono per concludersi ed assestarsi con poco intervallo di tempo. Tamen in effecto nihil est. Con gli ambasciatori di Massimiliano e di Borgogna, che gli richiedevano prima madamigella Margherita, poi la restituzione di queste provincie, si risolse a questo; che la causa che per il passato gli aveva fatto tener madamigella Margherita, e gliela faceva tener al presente, non fu mai perché avesse opinione di volerla per moglie, ma solum per sua cauzione e ostaggio di non aver ingiusta guerra né da Massimiliano né dal duca Filippo suo figliuolo; ma che quotiescumque sia fatto cauto che per niun di questi gli sia fatto guerra, e prontissimo a restituirla. Circa alla rilasciazione delle provincie, dice che quantunque la duchea di Borgogna, essendo morto il duca Carlo sine haeredibus masculis, sia devoluta pleno jure ad mensam regiam; et similiter che quantunque in Piccardia e Franca Contea habeat meliora et potiora jura che alcun altro, per averle ottenute di buona guerra, nihilominus è pronto ad aspettar che per qua­lunque giudizio decidatur a chi queste provincie debbano aspettare, dummodo anche di questo egli sia fatto cauto, che cioè il duca Filippo, quando erit in aetate perfecta, habeat sententiam firmam et ratam. Lo che tutto non è ad altro fine salvo che per tirar la cosa in lunghezza; perché, come può ben comprendere la Vostra Serenità, se ben fossero d’accordo di quanto ho detto, non si accorderiano né nel modo di rendersi cauti, neque in electione judicum.

Con quei frati che per nome della maestà del re di Spagna vennero in Francia, rimasero a questo appuntamento che la maestà del re giuri sull’altare di San Luigi per sacra Dei evangelia, e così giurò uno di quei frati per nome del re di Spagna, di aver per fermo e rato quello che sarà deliberato per tre giudici da esser eletti per la maestà di questo re e tre altri per la maestà del re di Spagna sopra la differenza dei 200,000 ducati pei quali alias fu impegnato il contado di Rossiglione alla corona di Francia, et super melioramentis fatti per i re di Francia in questo contado, e sopra tutto il resto delle differenze che potessero aver insieme. Ad esecuzione delle quali sentenze, avanti che siano fatti e né pure eletti i giudici, questo re ha già avviato in Spagna suoi oratori mons. d’Alby e due dei primi dottori del parlamento di Tolosa. Tamen, Serenissimo Principe, la opinione di tutti quelli che hanno giudizio è che tutte queste cose siano fatte ad arte, e che i sei giudici, quando ben saranno stati eletti, non si com­porranno mai, né verranno mai ad alcuna definitiva conclusione.

Con il re d’Inghilterra mons. di Cordes par che meni una pratica, che conciossiaché alias il re Alvise gli promettesse di dar ogni anno del feudo della Normandia 50,000 scudi, e già sian passati nove anni ch’ei non abbia avuto alcuna cosa, onde viene ad esser creditore di 450,000 scudi, monsignor di Cordes predetto vorria che la maestà del re gli desse questi danari e che gli desse de cetero i 50,000 scudi ogni anno, onde con questo mezzo veder di assettar le loro differenze; e per questa causa venne a tempo mio a trovar la maestà del re il giorno avanti che partissimo da quella; tamen io son di quelli che credono che non faranno alcuna cosa, rispetto che il re d’Inghilterra domanda e vuole molto più cose, né che in frattanto vi sia altro mezzo di assettare e tener le cose sue in tutela nisi viriliter pararsi ad arma.

La corte al presente è divisa in diverse parti, tra le quali sono grandissime inimicizie e intensissimi odj."


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Pagina creata il 31/08/2004
Ultimo aggiornamento 09/09/2004