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TESTI  -  Relazioni dalla Francia: Marino Giustinian (1535)
 

Strumenti - Testi - Relazioni dalla Francia - M. Giustinian

 

 

Relazione di Francia di Marino Giustinian, 1535

Venne pubblicata in Nicolò Tommaseo, Rélations des ambassadeurs vénitiens sur les affaires de France au XVI siècle, t. I, Paris, Imprimerie Royale, 1838, pp. 41-111. E’ stata quindi pubblicata in Eugenio Albèri, Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante il secolo decimosesto, s. I, vol. I, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 1839, pp. 145-196 (e ripubblicata in Luigi Firpo (a cura di), Relazioni di Ambasciatori Veneti al Senato. Tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente, vol. V, Torino, Bottega d’Erasmo, 1978, pp. 53-106).

"Essendo stato nella legazion di Francia orator per nome di vostra serenità circa mesi quaranta, conosco il debito mio per il laudatissimo instituto di questo serenissimo dominio, non dirò dar conto di tutte le azioni mie seguite in quella legazione, perché di giorno in giorno mi ho sforzato tener avisate vostre signorie di quelle cose che mi hanno parse degne della loro intelligenza: e però non dirò pur parola di quelle, che sarà ancora causa di quella brevità che desidero. Ma ben mi sforzerò di chiarirle, o ben ricordarle alcune cose, che per il lungo uso s’apprendono, degne per mia opinion d’essere intese da vostre signorie eccellentissime, se ben son certo che tanto sia il lungo uso in vostre signorie delle cose publiche di tutti li stati umani, e però la perfetta cognizione, che nessuna cosa per me può esser notata che prima non l’abbino proveduta. Ma pur conferirà assai che un suo fedel servitore abbia notato sul fatto quello che esse con il discorso loro avranno preveduto.

È adunque mia opinione non consumar la benignità di vostra serenità in cose vane e di poco momento, e mi contento solamente, perché averò da parlare delle cose di Francia, se ricercano intendere le parti sue, dir che la Francia è divisa in Belgica, Celtica, Aquitania secondo Cesare, ma secondo altri, in Narbonese ancora, che è la parte che Romani chiamavano Provincia; e che la Belgica è terminata da ponente e tramontana dall’Oceano, da levante dal Reno, e da mezzodì da dui nobilissimi fiumi, Marna, alias Matrona, e Seina, alias Sequana. Ma Seina è cresciuta da dui altri fiumi, Marna ed Oisa, che vengono dalla Chiampagna e Borgogna, li quali dui fiumi prima fanno il comercio a Parigi e Rhoan molto grande, perché servono all’estrema parte della Belgica di tutto quello nasce nell’altra estremità che è la Chiampagna, e tutti gli altri luoghi sino al Reno; e portano poi le medesime cose, come vini, biave, sete, pan­ni, in Ibernia, Anglia, Scozia, Fiandra, Olanda, Dania e tutta la region marittima della Germania, e riportano pesce salato, che è grandissima merce e di valuta quasi inestimabile, pece, panni, e stagni d’Inghilterra, e danari. Sono in la Belgica diverse provincie; la Francia, che è quel paese dove è Parigi, ottima parte della Normandia, perché Sequana gli va per mezzo; Piccardia e Chiampagna, che sono pure del re cristianissimo; vi è Cales del re d’Inghilterra; di Cesare sono i contadi di Fiandra e di Artois, Olanda, Brabanzia, Liegi, e Lucemburg; vi sono poi il ducato di Cleves, il ducato di Juliers, il ducato di Geldre, e il ducato di Lorena.
Nella Francia è Parigi, città molto ricca e tutta mercantile, popolatissima e molto grande; pur non arriva di ricchezza ad una gran gionta quanto Venezia; né anco ha maggior popolo, per mio giudizio, di che loro si gloriano. Perché tutto il popolo che è dentro, da ogni ora si vede, per il costume il quale vi è, che tutte le donne e uomini, vecchi e putti, padroni e servitori stanno nelle botteghe, su le porte, o vero sopra la strada; poi per quelle strade per le quali vanno gli uomini, vanno tutti gli animali, conduconsi tutti li carri, mule e altre cose bastase: le quali tutte se si vedessero insieme in questa città sopra la strada, fariano parer molto maggior numero di quello che pare. Concludo che ivi ne sia maggior numero, ma il nostro è più onorevol popolo. Quella ancora non è più grande, perché Parigi è stato circuito da molti in tre ore e meno, a piedi, di passo mediocre; e nelle estremità sono molti giardini.

Quivi è un ginnasio in filosofia e teologia. Si dice esservi scolari venticinque mila, ma non sono tanti. Per la maggior parte sono putti, perché ognuno, per povero che sia, impara a leggere e scrivere. In Parigi è un parlamento di centoventi consiglieri che in diverse parti si dividono, li quali diffiniscono non solamente tutte le cause in ultima instanza della Francia, Piccardia e Chiampagna, ma tutte le altre cause espedite nelli altri parlamenti di tutte le altre parti della Francia. Questi, come tutti gli altri consiglieri delli altri parlamenti, hanno duecento scudi all’anno, e sono in vita. Giudicano le cause così civili come criminali ex lectura, delli processi; né sono admessi avvocati per difendere alcuna delle parti, da poi che è concluso in causa. Non entrano se non dottori, ma certi non sanno lettere; e procede che ora tutti si vendono, per il che il re cristianissimo dona a’ suoi servitori quelli offizi, li quali loro vendono. Nelle parti di Normandia è Roan, che è la seconda città di quel regno. È molto mercantile, e reputata molto ricca; ha quattro fiere all’anno, ed è forte per esser terra d’importanza. Ha porto la bocca del fiume di Sequana, che fino a Roan reciproca il fiume con gran violenza, che sono circa miglia sessanta. Ivi sono navili assai, e alcune fiate ho veduto in quel porto duecento vele, ma sono navi piccole. Nella Normandia nascono grani assai, non solamente per la necessità sua, ma per l’uso di molt’altri paesi. Quivi non nascono vini, ma bevesi di quello che vi si porta, e però è caro, come si fa nella Piccardia e Bretagna, e il popolo beve bira di pere e poma. Pagano grandissimo dazio di vino e bira, perché tutto il vino che si beve, e così la bira, paga il terzo al re. Governatore della provincia è il delfino. A Roan è un parlamento di sessanta consiglieri.

In Piccardia è Amiens, città principale, non molto ricca, mediocremente grande, ma forte, come sono tutte le altre terre di frontiera da quella parte; è sterile e povera. Governatore è monsignor di Vandomo.

In Chiampagna è Reins, bona città dove si ongono li re di Francia, terra senza mercanzia. Quivi nascono molti ed infiniti canevi, sottili e grossi. Governatore è monsignor di Guisa. La Celtica è terminata da tramontana dai dui medesimi fiumi, Sequana e Matrona; da levante dal Reno e dal Rodano; da mezzo dì dalla Garonna e Narbonese; da ponente dall’Oceano: le provincie sono l’altra parte di Normandia, la Bretagna, Angiou, Tourena, Berri, Poitou, Limosin, Zantogna, parte di Linguadoca, Lionese, Svizzeri e la Bressa, che è del duca di Savoia. Le terre nobili sono in Bretagna Vanes, che sono Veneti, Renes e Nantes; in Tourena Tours; Orleans e Burges in Berri; Poitiers in Poitou; Limoges in Limosin; Zaintes in Zantogna; Lion in Lionese, e Tolosa in Linguadoca, che supera tutte le altre della Celtica di grandezza, popolo e ricchezza. Questa parte ha tre nobilissimi fiumi: Loira, alias Ligeris, che vien dall’Avergna, passa per Nevers, Orleans, Blois, Ambuosa, Tours, Nantes, e va nell’Oceano; la Sona, alias Araris, che passa per mezzo la Borgogna, ed appresso Lione entra nel Rodano, che va nel Mediterraneo appresso Marsilia; e l’Alier che viene pure di Avergna.

In li paesi sopradetti nascono grani assai, oltra il loro bisogno, per servir altri paesi, e massimamente la Spagna, quando i re sono amici.
Di Linguadoca si tranno guadi (garacte) assai, li quali loro chiamano pastelli, vini e lane in buona quantità, qualche zafferano e delli olii; di modo che in quel paese si conducono ori assai per la causa delle dette merci.

In Tolosa è un ginnasio in iure, il secondo di reputazione dopo Parigi; in Poitiers uno, in Orleans uno, in Burges uno, tutti in iure; ed in Mompelier uno in medicina, e chirurgia. In Tolosa è un consiglio di cinquanta consiglieri.
Di Linguadoca è governatore il gran maestro; d’A­vergna è il duca d’Albania; della Borgogna è l'ammiraglio.

L’Aquitania è terminata per tramontana e parte di levante dalla Garonna; per levante e mezzo dì dai Pirenei; e per ponente dall’Oceano, dove sono due provincie, Guienna e Guascogna. In Guienna è Bordeos, città nobilissima, nella bocca della Garonna, di dove si mandano vini assai in Anglia, e pastelli in diversi luoghi. A Bordeos è un parlamento di quaranta consiglieri. Governatore è il re di Navarra.
La Narbonese è terminata verso tramontana dal Rodano, e dagli altri termini della Celtica; per levante dalle Alpi, che dividono la Gallia Transalpina dall’Italia; da mezzo dì ha il mar Mediterraneo; da ponente la Garonna, e gli altri termini della Celtica. In queste parti sono due provincie e parte della Linguadoca, nella quale è Narbona, Carcassona e Nimes. Le due provincie sono Provenza e Delfinato. Nella Provenza è Marsilia ed Aix, e quivi è un parlamento di trenta consiglieri; governatore è il conte di Tenda. Nel Delfinato è Avignon, Santo Spirito, Valenza, Vienna, e Granoble; e quivi è un parlamento di cinquanta consiglieri, e governatore è monsignor di San Polo. Queste due provincie sono poco fertili.

Avendo parlato di quelle qualità della Francia che mi sono parse necessarie, dirò dell’animo di questo re cristianissimo verso e contra li principi cristiani ed infedeli, e massime di quelli che più importano, e conseguentemente verso vostra serenità.

Il re cristianissimo tien buon conto di questo papa, perché sua santità con sua maestà fa professione d’esser neutrale fra lui e Cesare, e però con questo mezzo il pontefice si tien fuora della lega del 1532, con che pare al re cristianissimo aver guadagnato assai. Di tutti i pontefici sua maestà si contenterà se saranno neutrali, essendo le cose nei termini che sono. Ha molti cardinali amici, i quali si concilia con molti benefizii ecclesiastici; e desidera aver questo merito con ciascun pontefice, che non possa essere eletto alcuno che non riconosca il pontificato in gran parte da lui. E a questo proposito dico, che la denominazione che quel re ha, l’ha molto maggiore di quella che aveva per avanti, perché ha dieci arcivescovadi da nominare, ottantadue vescovadi, cinquecento ventisette abbazie, e priorati e canonicati infiniti. Questa denominazione gli dà una grandissima servitù ed obedienza de’ prelati e laici, per il desiderio che loro hanno de’ benefizii, e per il modo che tiene il re nel conferirli. Ed a questo modo non solamente sodisfà ai suoi sudditi largamente, ma ancora si concilia assai forastieri. E però molti cardinali tengono de’ suoi agenti a quella corte, per dar nuove al re cristianissimo da ogni parte.

Sua maestà ha fatto con il pontefice quel medesimo officio che fece con vostra serenità, d’offrire le forze per difensione di sua santità e dello stato suo, ogni volta che lui fosse perturbato da Cesare. Il quale non ha mai risposto altro, per quello che io sappia, se non rendendogli grazie; e che, occorrendo il bisogno, si servirebbe delle sue amorevoli offerte, ma che ora non ha bisogno, e non crede che sua maestà cesarea sia per dargli alcuno disturbo. Quel re cristianissimo fa professione di essere ottimo cristiano, e per tale si è dimostrato in questi movimenti de’ luterani, ch’hanno infetto quasi tutta la Francia, perché il re ha fatto usare grandissimo severità. Nel principio tutti quelli ch’erano trovati in delitto, s’abbrugiavano, e tutti li loro beni erano confiscati. Dopo mitigorno assai la pena, percioché non punivano col fuoco che i sacramentarii; che sapendo, come sua maestà m’ha detto, che Cesare in Fiandra aveva sospeso ogni esecuzione di morte contro questi eretici, ha anche egli concesso che contra ogni sorte di eretici si proceda come avanti, ma citra mortem, eccetto i sacramentarii. Nondimeno sua maestà serva amicizia più stretta che può con tutti questi principi elettori luterani, non per altra ragione che per sostenerli nemici di Cesare. Nelle trattazioni che ha avuto con il re d’Anglia, ha sempre eccettuato le cose della religione, quantunque fosse molto combattuto. Quando egli vuol danaro dal clero (che nel tempo della mia legazione ha avuto in due volte cinque decime), la prima cosa ha chiesta licenza al pontefice; il quale se gli ha posto difficoltà, ha fatto ridurre tutti li prelati obbedienti, e si è fatto offerire quello che intendeva avere sotto nome di dono gratuito per la difensione del regno, facendo prima offerire li cardinali, il che è facile per le sue denominazioni. E cava da ogni decima duecento mila ducati.

Questo re, ha posto la pratica di accordo fra lui e Cesare in sua santità. Il rispetto mò che ha sua maestà con Cesare è tale. Al tempo che io andai in Francia, mi parse conoscere che l’animo suo fosse tutto volto alla recuperazione dello stato di Milano e della contea d’Asti, per la ragione ch’egli diceva che avevano i suoi figliuoli per madama Valentina, figliuola legittima del duca Galeazzo Visconte, maritata in monsignor duca d’Orleans, per la cui dote gli fu data la contea d’Asti. E pretende successione allo stato di Milano adducendo ancora un’investitura che fece Massimiliano al re Luigi XII; sebbene il re cristianissimo rinonciasse al ducato di Milano e contea d’Asti e a tutta Italia. Egli in persuadere Cesare a questa dedizione pianamente e d’accordo non pretermesse alcun mezzo amorevole per via delli oratori dell’uno e dell’altro, e di Clemente pontefice, il quale più volte per manifesti nunzii ha tentati Cesare, e per via della regina di Francia, e di quella di d’Ongheria, e d’altri molti. E non potendo condur Cesare ad alcuna condizione, se bene diede Cesare sempre buone parole, né mai l’ha levato di speranza (dicendogli, come m’ha detto l’oratore di Cesare medesimo ed altri molti, non poter soddisfar sua maestà cristianissima allora, per la fede data al duca di Milano, ma che quando quello stato fosse nelle sue mani, gli faria piacere), non contento di questo il re cristianissimo, perché gli pare che gli desse vane parole, si convertì alle minaccie, delle quali publicamente si parlava. E non operando anco con quelle, divenne ai fatti così cautamente che non sono mai venuti a guerra aperta, ma sì che ogniuno l’ha conosciuto. E con questa opinione fece l’abboccamento di Marsilia con Clemente, nel quale udendo egli che Cesare stava forte nella sua deliberazione, concluse i movimenti d’arme in Germania sotto pretesto di voler mettere il duca di Vittembergh in casa. Nel che se Iddio non avesse porto la mano col mezzo di Cesare, il quale all’improvviso e con gran destrezza, senza saputa del re cristianissimo, con la restituzione del ducato di Vittimbergh fece la pace, tutte quelle genti venivano in Italia sotto il favor secreto di Clemente. Questo fatto fu aiutato anco dal gran maestro, il quale sempre contra operando alla guerra differiva la missione del danaro in Germania. Il che fu ancora causa della pace.

E nel medesimo tempo deliberò di fare l’appontamento con il Turco. E perché, andando la corte a Marsilia, venne l’oratore di Barbarossa a trovar il re cristianissimo al Puy, e dopo l’abboccamento venne un altro oratore del Turco a Chastellerault, ivi si Con chiuse l’intelligenza col Turco e con Barbarossa. Le quali due operazioni, come furono per metter Cesare in tal necessità che fosse costretto di soddisfar esso re, così sua maestà ha poi conosciuto che lo fecero maggior di quello che era: perché Francesi videro allora che Cesare volse l’animo a concordare e confirmare gli animi di tutti li principi germani; ed allora fece il matrimonio della figliuola del serenissimo re de’ Romani col primogenito del duca di Baviera, e si conciliò il duca di Sassonia, il duca di Vittembergh, ed il langravio di Assia. Con questo modo il re cristianissimo si vide spogliato di tutto il favore che aveva acquistato in Germania, appresso gran quantità di denari, e della speranza di poteir avere quella quantità di fanterie buone germane che lui desiderava, se non forse di venturieri. E vide il re che l’andata di Barbarossa a Tunisi, fondata sopra l’amicizia che avea il Turco con sua maestà, fu causa che Cesare l’andò a rovinare per mare e per terra in Africa; per la quale operazione vede esser aggiunta tanta reputazione e grandezza a Cesare, che ha cominciato a temer di lui.

Venendo mò Cesare in Italia per fare il concilio, il re cristianissimo è sospinto in maggior dubio, e sospetta che egli non si faccia maggiore con il concilio; perché così come le diverse opinioni della fede hanno fatto che li eretici poco obbedivano a Cesare, così con il tentare il concilio, il quale può unire e concordare le opinioni, teme che non unisca anco li Germani all’obbedienza sua. E con tal mezzo il re cristianissimo dubita che Cesare si faccia più potente, non solamente con li principi germani, ma con le terre franche, e con li popoli. Onde gli nasce un gran timore, nel quale sua maestà è entrata, del suo regno, così discorrendo: «Cesare, oltre i suoi stati molti e grandi, è fatto vittorioso contra il Turco, e l’ha privato d’una gran parte della sua armata maritima; ha tutta l’Italia, parte sua, parte confederata; unirassi la Germania per via del concilio; si vendicherà contra il duca di Ghelder, il quale sua maestà è tenuta a difendere». Poi si stima ch’egli debba andare contra il re d’Anglia, per li errori ne’ quali è incorso. Avvertisce ancora che Cesare è intento a mettere nel regno di Dania il conte Palatino. E così circondato da ogni parte, dubita d’essere costretto di accettare tutte le leggi che Cesare gli vorrà imporre. Quindi è nasciuto tanto timore in questo re cristianissimo e signori, che dove prima affettavano il ducato di Milano, ora primieramente hanno l’occhio alla grandezza di Cesare, e secondariamente a Milano. E questa è una delle cause che offerisce al pontefice e a vostra serenità, a difensione, le forze sue, in caso che Cesare volesse alterare gli stati del pontefice e di vostra serenità, e così del resto d’Italia. Il che esso re desidera infinitamente, perché giudica in tal caso che il pontefice e vostra serenità lo chiamassero in Italia: ed allora gli pareria di essere liberato dal timore della grandezza di Cesare, e di guadagnare il ducato di Milano e contea d’Asti. E perciò esso re cristianissimo spera che il papa e vostra serenità comincino a temere di Cesare, vedendolo avere il ducato di Milano, e che forse dello stato di Fiorenza, o con il duca Alessandro o con la repubblica, o in palese o nascosamente, voglia farsi padrone; di modo che il pontefice e vostra serenità prendino sospetto di Cesare in Italia, e con tal mezzo possa lui esserci chiamato.
Questo timore è aiutato, che il re cristianissimo conosce bene avere contrafatto alla capitolazione che ha con Cesare, perché ha promesso non impacciarsi con alcuno suo suddito contra lui e particolarmente non assoldare, e non solamente noti provvisionare il duca di Ghelder, ma, se fosse bisogno, con l’armi constringerlo star alla sua obbedienza e capitulazione; e nondimeno sa di aver fatto mover la guerra in Germania dal langravio e Vittemberg, suoi vassalli, contra il re de’ Romani e Cesare; e d’avere con li suoi danari concordato e stipendiato il duca di Ghelder, con condizione di mille lancie e quindici mila scudi di provisione a tutti li suoi. Parimente conosce aver offeso Cesare nell’intelligenza che ha con il Turco, e massime nel tempo che egli andava a Tunisi. Se gli aggiunge ancora che dubita che il Turco suo confederato sia talmente impedito dal soffi, che da lui non solamente non possa sperare ch’egli impedisca Cesare per metterlo in necessità d’alcuno accordo, ma né anco aiuto, se esso re cristianissimo fosse assalito. Ferma adunque conclusione è, che il re cristianissimo teme Cesare e l’ha in odio, sì per la grandezza sua, come ancora perché tiene rancore contra Cesare del mal trattamento fatto al delfino e a Orliens suoi figliuoli, li quali furono messi in galera; oltra che gl’impose obligazione, come dicono, troppo grande per la loro recuperazione, ed oltra la ragione.

Da tutte le sopradette cose nascono diversi dubbi. Se Cesare volesse dare il ducato di Milano con condizione che il re cristianissimo gli desse aiuto contra il Turco, giudico che il re volentieri accettaria il partito; perché a questo modo sua maestà averia il ducato di Milano; e di quello che si recuperasse dello stato del Turco, si divideria tra quelli che facessero la spesa; e così Cesare non si faria maggiore; e perché in tal modo pareria al re cristianissimo cancellare e levar la macchia contratta per l’amicizia del Turco: anzi questo partito è proposto dalli Francesi a Cesare. Ma se Cesare volesse dar lo stato di Milano al re cristianissimo, acciocché gli permettesse rovinare il re d’Inghilterra, dico che egli non accetterebbe il partito. E non metto in costruzione che l’ammiraglio abbia detto più volte ad ambidui noi oratori (il che è stato ancora confirmato dal re cristianissimo) che non è per lassar rovinare il re d’Inghilterra, e che contra quelli che vorranno offendere con armi temporali il re d’Inghilterra, egli è per opporsi con tutte le forze sue, e con la persona: ben dicendo che, quando il concilio determinasse alcuna cosa, saria un altro termine. Perché rovinandosi quel re, il regno verrebbe a quello che fosse marito di madama Maria, figliuola di questo re e della regina Caterina, o vero al re di Scozia, figliuolo di una sua sorella. Madama Maria potria esser consorte del delfino, ma l’imperatore non lo soporteria mai, perché in tal caso Francia ed Anglia sariano del re di Francia; ed allora Francia averia talmente circondata la Fiandra, che facilmente si faria suddita di Francia; luogo che Cesare ama sopra tutti i suoi paesi. Se si desse ad altri, come sariano Inglesi e non Francesi, il re cristianissimo non lo potria mai comportare; perché colui che l’avesse riconosceria la consorte ed il regno da Cesare. E poi il re cristianissimo non potria aver alcun re d’ Anglia con cui stesse nel modo che sta con il presente, il quale per l’alienazione dalla chiesa, e per il repudio della vera consorte, è talmente nudo e privato d’amici, che per necessità sta amico col re cristianissimo, e gli aderisce come quasi egli vuole. Quanto mò al re di Scozia, se bene è amicissimo e confidentissimo di questo re, pur, quando il re di Scozia fosse re d’Inghilterra, prenderia il medesimo affetto contra Francesi che hanno gl’Inglesi: ed allora il re di Scozia, essendo ancora re d’Inghilterra, saria troppo grande vicino non solamente a Francia, ma ancora a Cesare. E se ora il re cristianissimo teme il re d’Anglia solo, molto più temeria il re di Scozia quando egli fosse congiunto col regno d’Anglia. Però il re di Francia non può abandonar il re d’Inghilterra moderno, e ha per fermo che la rovina di questo saria la vigilia della sua.
Quanto poi alle parole dell’ammiraglio a noi oratori, che sua maestà vuole difendere il re d’Inghilterra contra ognuno che con l’armi temporali lo volesse rovinare, se ben fosse Cesare, ma che quando il concilio determinasse alcuna cosa, saria un altro termine; dico che questa eccezione del concilio è stata fatta perché revera questo è l’articolo principale che ora si tratta tra il re di Francia ed il re d’Inghilterra. Rendesi il re di Francia difficile, perché gli pare da dovero cosa difficile tor l’impresa di difendere un eretico contra le decisioni di tutta la chiesa cristiana, e forse pericolosa; o perché con questo articolo così importante, fatto per sua maestà cristianissima così difficile, tiri il re d’Inghilterra a più larghe condizioni: o forse è stata fatta quella eccezzione perché dicendo che egli vuol difendere il re d’Inghilterra contro le decisioni pontificali, gli par parola grande, e forse non molto religiosa, e però la vuole mitigare con quella eccezzione, che quando il concilio determinasse, sarebbe un altro termine. Potrebbe anco essere che egli avesse posto quella eccezione del concilio, sperando che non si facesse. Ma se Cesare volesse dare il ducato di Milano al re cristianissimo con patto di lasciar la difesa del re d’Inghilterra egli l’accettaria, non badando per questo fine alla rovina non che di uno ma di tutti i prencipi cristiani del mondo, comprendendo anco vostra serenità, quando però con quell’accordo Cesare non si facesse maggiore sproporzionatamente del re cristianissimo, sì che Francia non avesse che temere dell’imperatore. E ciò per il desiderio grande che ha il re cristianissimo di provedere al duca d'’Orliens, secondo genito suo, al quale s’aspetta il ducato di Bretagna per li patti matrimoniali fatti fra il duca di Bretagna ed il re Carlo, che fu il primo marito della regina Anna, ed il re Luigi in secondo matrimonio: perché dubita che esso Orliens dopo la morte sua voglia quel ducato, del quale egli ha fatto coronare il delfino, e che per tal cagione nasca gran confusione e guerra nella Francia tra questi fratelli, con ajuto anco d’estranei, com’è Cesare, ed il re d’Inghilterra. E però ha tanto affetto d’allogare Orliens nel ducato di Milano. Ma quando il detto partito facesse Cesare maggiore disproporzionatamente di lui, e lo mantenesse, non lo accettaria se non con opinione d’ingannarlo. Se mò fosse proposto il partito di dar Milano al re cristianissimo per grandissima somma di danari, certo il re di Francia gli ne darebbe gran quantità, e forse inestimabile.
Parlerò ora del rispetto ch’è tra il re cristianissimo ed il Turco, perché mi pare che dopo il ragionamento ch’abbiamo fatto di quello che intercede fra il re di Francia e Cesare, opportunamente accada dire di quello del Turco. Dico adunque che disegnando il re cristianissimo deprimere la grandezza di Cesare, e metterlo in necessità di chiedergli aiuto, acciocché per quella trattazione lo soddisfacesse dello stato di Milano, non lo volendo fare pianamente, trattando intelligenza con Germani contra Cesare, ancora cominciò a trattarla con il Turco, il quale gli mandò un orator suo proprio, o vero sotto pretesto di Barbarossa, il quale venne al Puy quando il re cristianissimo andava a Marsilia nel luglio 1533. Poi di decembre 1534 venite un altro suo oratore a Chatellereault, con il quale fu conclusa l’intelligenza fra loro, cioè Francia, Turco e Barbarossa; nella quale i Francesi patteggiavano tregua per tre anni. Il che per mia opinione, regolata da infiniti fondamenti, giudico che sia intelligenza d’aiutare il re cristianissimo ad avere tutto quello che lui pretende da Cesare. E giudico che tale intelligenza fosse medesimamente deliberata in Marsilia con Clemente pontefice, come fu ancora quella di Germania. E infino che il re cristianissimo non vide tanta preparazione di Cesare contro Barbarossa per Tunisi, giudicò aver necessitato la maestà cesarea a chiedergli aiuto, e per conseguente a dargli il ducato di Milano. Ma poiché egli ha veduto che l’uscir fuora di Barbarossa e prender Tunisi fu causa di far conoscer Cesare così potente, che non solamente ha fugato e battuto Barbarossa, toltogli l’armata maritima e l’artiglieria, ma ancora fattosi di quel luogo padrone; gli pare che Cesare sia tanto cresciuto di reputazione che abbia causa di temer di lui. Di modo che ora tiene l’amicizia di esso Turco, perché gli pare non poter avere alcuno che più facilmente possa minuire la grandezza di Cesare. Di qui nasce che egli tiene in Costantinopoli La Foresta (La Forêt) un suo oratore il quale lo tiene avisato di ogni successo. Il che esso re cristianissimo mi ha confirmato apertamente con tali parole: «Oratore, non posso negare ch’io non desideri che il Turco esca fuora potente; non già per sua utilità, perché egli è infedele, e noi siamo cristiani; ma per tenere Cesare in spesa, e con nemico si grande far lui minore, e dare securtà maggiore ad ogni potentato.» E da qui nasce che con sommo affetto egli desidera che il Turco accomodi la causa sua con il soffi, e ritorni a Constantinopoli, perché, come vi fosse, non solamente egli si reputaria securo da Cesare, ma spereria metterlo in tanta spesa e per conseguente in tanta necessità, che egli potesse condiscendere ad alcun partito di Milano. E tanto più pare di bisogno al re di tenersi il Turco per amico, perché contra sua maestà cesarea conosce aver tentato molte cose contra le capitolazioni; onde meritamente può egli dubitar di sua maestà cesarea, non avendo, massime sinora, alcun prencipe che sia d’importanza, per amico e di chi si possa fidare. E perché questa amicizia col Turco pare a’ Francesi che gli sia d’alcuna infamia (ed è già manifesta), sì sforzano di scusare questa intelligenza dicendo, che ad ogniuno, per ogni ragione sì naturale come delli canoni, è ammesso e concesso in ogni causa la difensione, e per conseguente essere onesto torre ajuto da ogniuno, e da infideli ancora, aducendo molti testi in favor loro, risolvendo i contrarii. Le quali parole mi sono state dette dall’ammiraglio. E questa sua intelligenza il re cristianissimo fa onesta con l’esempio di molti principi cristiani, ch’hanno tregua e pace con lui; e d’altri ch’hanno mandato oratori al Turco istesso per averla, dal quale è stata rifiutata; e che più onestamente egli può accettare una intelligenza mandatagli ad offrir fino nel suo regno.

Questo cristianissimo re è necessitato tenere amicizia stretta col re d’Inghilterra per più ragioni. Prima, perché egli non potria pigliar alcuna impresa di guerra che gl’Inglesi, se non fossero suoi amici, non gli la disturbassero, perché quella gente è fortemente temuta da’ Francesi (ed in effetto dieci Inglesi vagliono per venti Francesi), e perché hanno altre volte sottoposta a sé la Francia, che non rimase al re di Francia altro che Orliens: e di qui viene il titolo che il re d’Inghilterra ha di Francia, perché acquistato ch’ebbe Parigi, vi s’incoronò del regno di Francia; e perché al re cristianissimo gl’Inglesi resero la Normandia, egli dà loro l’anno per censo, o vero tributo, cinquanta mila scudi, perpetuis temporibus. L'altra è che i danari assai che si dice ch’egli ha, lo fanno buon compagno ad ogni guerra. E però il re cristianissimo lo desidera; l’inimico comune congiungendo questi due re. Però che già è noto che il re non ha alcun prencipe per maggior inimico che l’imperatore, come già è detto; e medesimamente il re d’Anglia, il quale non solamente l’ha offeso, ma attende da Cesare ogni giorno la guerra in casa: il che fa che facilmente questi due re si congiungano. L’oportunità del luogo, nel quale questi due re possono offendere Cesare, li unisce; però che Francia ed Inghilterra ponno inquietare e guadagnare la Fiandra con l’amicizia del duca di Ghelder, la quale è carissima a Cesare. Poi la carestia d’amici che ha l’uno e l’altro li fa amici tra loro; perché il re cristianissimo li lasciò all’appontamento di Cambrai del 1530 quando fu alla recuperazione de’ figliuoli; ed il re d’Inghilterra li perse per il repudio dato alla regina Caterina zia di Cesare, e per l’alienazione dalla chiesa. Il timore che l’uno e l’altro re hanno della grandezza di Cesare, e l’interesse che ha il re cristianissimo in Milano, li congiunge contro un comune inimico per fargli maggior opposizione. Ma tra questi due re nasce una diffidenza: che il re d’Inghilterra dubita che congiungendosi con Francia, Cesare, nella cui libertà è il dargli il ducato di Milano, ogni volta che gli piacerà non li separi l’uno dall’altro. Ed il medesimo sospetto può essere ormai in tutti gli altri prencipi che volessero aderire a Francia, e no a Cesare. E però questo re anglico, e questi signori che governano, desiderano fare questo matrimonio tra Angolemo e questa figliuola di questa nova regina, volendo con questo matrimonio dar tanto interesse al re di Francia nel regno di Anglia, che quel re non possa più dubitare che Cesare contamini o corrompa il re cristianissimo con Milano. E però sono oratori in Francia Vincestro, Brian, e Valop, che trattano questa più stretta amicizia. Ed in effetto, per quanto si vede, Inglesi vorriano la guerra con Cesare quando Francesi venissero di buone gambe; perciocchè fa per Inglesi ch’aspettando in casa la guerra da Cesare, movano prima con Francesi la guerra ad esso Cesare. E si dice che Inglesi la vorriano in Italia ed in Fiandra; e contribuirebbono per il terzo. Il re cristianissimo pare che venga difficilmente in questa guerra, e si dimostra duro. Qual sia la cagione, o per tirarlo a maggiori e più larghe condizioni, o vero per aspettar mag­giore occasione, non s’intende: se non che gl’Inglesi si vedono astretti dal papa, il quale vuole procedere contra di loro, e da Cesare che vuol eseguire la detta sentenza; per il che gli è necessario aderire a Francia.

Il rispetto che ha veramente quel re cristianissimo con vostra serenità è tale, che egli ha vostra serenità in gran reputazione ed amore, sì perché il nome suo è tanto stimato quanto fosse mai, e sì perché ella è reputata solo fondamento a mantenere quella libertà che ora si trova in Italia, e il norme italiano è stimato saggio, fedele, e potente sì di danari come di stato. Ogniuno confessa che la prudenza e sapienza sua dalle disgrazie l’abbi guardata, e dopo tante guerre l’abbi condotta nello stato nel quale, Dio mercè, ella si trova, dalle quali ogni altro saria stato vinto e superato. Vostra serenità ha accresciuta fede con Francesi medesimi, non avendo voluto attendere alle proposizioni fattele da quel re, la qual cosa mi comprobò il re cristianissimo al mio partire, il qual lui disse ch’egli amava grandemente vostra serenità perché l’amor suo era naturale, per conservarlo, e quello d’altri (volendo innuir Cesare) era per commandargli; e che sapeva che la risposta che gli aveva fatta vostra sublimità nelle proposizioni ultime, vostre signorie illustrissime non potevano fare altrimenti per la fede loro. L’estimazione ancora di potenza è attribuita a vostra serenità; perché reputano che questi sette anni passati, ella abbia disposte le sue cose in modo che danari non gli possono mancare, e che lo stato suo sia così forte che ciascuna delle sue terre porteria difensione di due anni. Di modo che gli pare che l’impresa contro vostra serenità sia d’infinito travaglio: e così la buona fortificazione dello stato suo non solamente gli assecura lo stato, ma fa ancora che li prencipi si diffidano di perturbarla; onde tal fortificazione gli genera più lunga pace. Aggiungono alla sua fortezza, che li popoli suoi siano tanto fedeli, che né incendii né preda possa mutare l’animo loro, né la morte ancora mettergli terrore: e confermano questa fortezza con l’aver messo lo Sforza duca di Milano in stato, e in quello mantenuto, dicendo apertamente che alcuno non può tener lo stato di Milano se non con la buona volontà della serenità vostra. Quel re ama anco vostra serenità perché dice che l’amor che gli porta è naturalissimo, ed utile per l’uno e per l’altro. E m’ha affirmato che mai ha sperimentato alcun compagno e confederato che sia andato più al gran cammino, cioè ch’abbia proceduto più realmente che vostra serenità; e che mai ha fatto bene se non quando è stato con lei. Ed a me, per rispetto di vostra serenità, con tutti quei signori, m’ha fatto grandissimo onore. E non desidera altro che stringer l’amicizia con vostra serenità, perché con quella egli reputaria che la grandezza di Cesare non fosse tanta, e per conseguente non la temeria; e con lei ritorrebbe il ducato di Milano e la contea d’Asti. E cerca di affidare vostra serenità, dicendo che l’assecuraria con ogni modo possibile, e che non la lassaria mai per alcun partito che gli potesse far Cesare. E son certo che verrebbe a tutti quelli accordi che questo stato volesse. Né lo muove che vostra serenità sia collegata con Cesare, se bene il fatto gli è stato molestissimo; perché ammette la ragione che vostra serenità l’abbia fatto per necessità.

E perché le cose di Milano hanno certa colliganza con vostra serenità, perché, o ad una via o all’altra, esse ponno alterare la fortuna sua, dico che se bene il re cristianissimo ha per principale obietto la grandezza di Cesare, non però si parte dalle ragioni di successione che egli dice avere nello stato di Milano e nella contea d’Asti: aggiognendovi il gran desio che egli ha di allogare monsignor d’Orliens in quello stato, per il dubio che ha che egli non vogli aver la duchea di Bertagna. Della recuperazione dello stato di Milano sua maestà ha avuto diverse speranze. L’una era nella morte di Cesare, per la quale sperava di averlo, avendo minore avversario; l’altra era nella morte del duca di Milano, nel qual tempo egli stimava che la confederazione di vostra serenità fusse rotta e che vostra serenità, venuto il caso della morte del duca, per la quale Cesare intrasse in possesso di quello stato, si movesse gagliardamente non solamente a consentire che esso re venisse in Italia per torre il ducato di Milano, ma a chiamarlo ancora: giudicando che a vostra serenità non debba piacere, a tanta grandezza di Cesare essere aggiunto ancora il ducato di Milano. Donde è venuto che, essendo accaduta la morte del duca di Milano, il re cristianissimo dice aspettare che vostra serenità lo chiami, né volersi movere altrimenti.

Dove, se io fossi domandato se il re cristianissimo, non chiamato da vostra serenità, venisse in Italia, direi che sua maestà cristianissima sarà in questa reputazione di non voler venire in Italia se non chiamato fino che egli non concordi col re anglo a difendere i regno suo di Francia, occorrendo, e fino che non veda che il Turco sia a Constantinopoli pronto e parato ad assaltare la Germania per terra, e l’Italia per mare, onde si faccia l’impresa più facile. E già si pente che non abbia assalito l’Italia nel tempo che il Turco andò in Germania, e Cesare alla difensione, o quando Cesare andò a Tunisi. E fu gran parte causa il gran maestro, il qual perché consentì quella opinione che a quel tempo non dovesse andare in Italia, ha avuto qualche carico e biasmo dal re cristianissimo. Che se la cosa del Turco non lo potesse favorire, ma il re anglo fosse confederato seco, come è detto, crederei che egli in tal caso venisse, se non con speranza che fosse grato a vostra serenità, con giudizio che quello che ella non vuoi fare prima che egli sia potente d’amici e d’esercito, facesse vedendolo accompagnato con il re anglo, e vedendolo già armato in Italia (per 1’ interesse che esso giudica che vostra serenità abbia che alla grandezza di Cesare non sia gionto Milano); e se concorresse ancora il pontefice a volere il re cristianissimo in Italia, allora son certo che egli veneria, presupponendo avere più facilmente vostra serenità. Ma non chiamandolo vostra serenità e facendogli intendere a lei non piacere, anzi volere essere contra lui con l’armi, son certo che sua maestà non veneria se non con l’aiuto, e non poco, del Turco.
Con l’illustrissimo duca di Savoja, che fu fratello della quondam madre di questo re cristianissimo, non tien conto d’amicizia per aver ricevuto la contea d’Asti da Cesare, la quale il re cristianissimo pretende che sia de’ suoi figliuoli. Né ammette escusazione del duca, che dice che manco male è che quella contea sia sua, ch’è suo parente e servitore, che di Cesare che è così grande. Item, per aver dato suo figliuolo a Cesare, il che gli pare sia securissimo pegno dell’animo suo verso Cesare, e certezza della alienazione da quella maestà. La qual mala disposizione fu accresciuta dal rifiutare di dargli Nizza per l’aboccamento fra Clemente pontefice e sua maestà, che poi fu fatto a Marsilia. Onde procede che le differenze ch’avea il re cristianissimo sono cresciute, cioè di riaver Nizza, Villafranca, e altri luoghi, come mi disse il re cristianissimo, impegnati dal conte di Provenza, ove non è occorsa mai alcuna prescrizione per esser stati spesse fiate addimandati. È suscitato ancora che il re cristianissimo vuole certa porzione di beni mobili spettanti alla quondam sua madre;e disegnato ha alcune volte per ricompensa torgli un paese suo sopra Sona, che si chiama la Bressa, contermino a Lione ed a Ginevra, che è fortissimo, nel qual pretende egli aver ragione di successione dì sua madre. Ha anco l’occhio sopra a Ginevra,e già vi ha mandato monsignor di Vera, savoino, suo gentiluomo di camera, il quale par aver reputazione in quei luoghi. Questi avendo dimandato la compagnia del signor Renzo, d’ottanta uomini d’arme ed arcieri cento cinquanta, al luogotenente della provincia, con lettere credenziali del re cristianissimo all’istesso, dai paesani ed alcuni soldati del duca che tenevano l’ossidione del territorio di Ginevra, guardando i passi stretti, sono stati disfatti di sorte che non sono ritornati cavalli cento cinquanta. Tutti gli altri sono stati fatti prigioni, sì che furono presi più di cavalli duecento, ed ottanta uomini da bene. Per la qual cosa essendo andati i gentiluomini dell’una banda e dell’altra al re cristianissimo, ed al duca di Savoja, il re per lettere direttive a monsignor di Chalant, maresciallo della Savoja, fece intendere che non avea saputo cosa alcuna che questi suoi dovessero andare a Ginevra. Il duca di Savoja ha dimostrato di credergli; e ha deliberato di restituire gli uomini, e scusarsi di non poter restituire anco i cavalli, i quali di già sono dispersi in tali luoghi che non si possono più riavere, e quando pure a sua maestà piacesse, che egli glie li pagherà. E con questo ordine è andato il conte di Chalant per dirgli apertamente che egli non volea guerra con sua maestà, la quale gli è parente e padrone. Io, mò, nelle montagne scontrai seicento fanti da guerra che passavano per andare a Ginevra. Ed in conclusione, sino a che il duca di Savoja aderirà a Cesare, sarà sempre nemico di Francia, il quale per la debilità del suo stato e povertà sua, non può contrastare con il re di Francia: e stantibus rebus sic, se il re ha da cominciar guerra contra Italia, è opinione di tutti che la si comincerà in Savoja. E già, o per dimostrazione di guerra, o per poter far pace con miglior condizione, il re cristianissimo ha mandato il signor Marcantonio Clurano (Clauran) al duca di Savoja, a fargli intendere che sua maestà voleva tutto quello che gli apparteneva, e che egli occupava; e che per tal causa mandava monsignor Poieto del regio suo consiglio, a cui volesse far subita risposta: perché altramente, non gliela dando, egli procederebbe in riavere il suo per altra via.
Tiene questo re cristianissimo con Germani quanto più può stretta amicizia ed intelligenza. La causa per la quale questa amicizia si nutrisce è che il re conosce che se bene i principi germani sono congiunti con Cesare, e si partirono dalla confederazione ch'avevano con Francia (della quale loro s’escusano non aver mancato, perché la confederazione ch’hanno con il re cristianissimo dicono non essere se non a mutua difensione), nondimeno pare a sua maestà che vedendo essi Cesare troppo grande, e temendo della libertà loro, faccia per loro tenersi amico il re di Francia, il quale solo li potria difendere. Poi, conosce che questi prencipi germani sono avari e poveri, e lui vuole esser molto largo con loro. Ma Vittembergh e langravio d’Assia, li quali in effetto sono mali uomini, e temono di Cesare per le molte querele avute o che potriano avere, non ponno fare che sempre non aderiscano al re di Francia, come quello che li mantiene in stato e reputazione. Donde viene che si dice che il re cristianissimo per tacita promissione di Vittembergh e del langravio, è per aver sedici mila fanti germani, ed altri dicono più, perché hanno molti capitani, e tra gli altri principali il conte Guglielmo di Fustembergh, che fra’ soldati germani ha grandissima reputazione. Li quali non hanno stati, e per consequente non hanno paura di perderli: stanno nelle terre franche, e non temono quelli comandamenti che vietano che fanti germani possano uscire a servizio di alcun estraneo prencipe. E appresso il re cristianissimo è il figliuolo del duca di Vittembergh intertenuto da stia maestà onoratamente: ed ha de’ franchi seimila l’anno. De’ Svizzeri il re cristianissimo non si fida, né li ama, perché li reputa poco fedeli, e gente inobbediente in un esercito. Ma pur gli conviene star bene con loro, perché sono contermini alla sua Borgogna, la quale, come altre volte hanno fatto, potriano assaltare, ed anco travagliar tutta la Francia. E però li tiene provvisionati ed in publico ed in privato. In publico, dico, perché dà ordinariamente a ciascun cantone scudi mille cinquecento all’anno; li quali sono tredici, che fanno scudi diciannove mila e cinquecento. In privato dà pensione a’ particolari: che altre volte, avanti queste sette luterane, dava più di scudi sessanta mila l’anno, ma dopo che sono venute queste sette, alcuni cantoni non vogliono che i particolari tolgano pensioni, e così ora le pensioni particolari non passano scudi quaranta mila, che in tutto sommano colla publica sessanta mila. Oltra le quali, gli dà ancora ogni anno, per causa di querele vecchie, danari assai. Le quali sono accordate in tanto all’anno, di modo che in pochi anni saranno pagati. E perché questo re non li vorrebbe in alcun esercito, perché non si fida di loro, né anco si fida lasciarli, in tempo ch’abbia l’esercito fuori di Francia, in casa, perciochè assaliriano senza fallo la Francia, ha deliberato di averne quattro o cinque mila e non più, acciochè non siano tanti che non si possano governare nell’esercito. E gli pare in tal modo assicurarsi di loro.

Serba il re cristianissimo l'amicizia con il re di Portogallo, il quale colla maggior diligenza ed osservanza la custodisce. L’oratore di Portogallo mi ha detto che il suo re teme assai di Cesare, onde desidera la grandezza di Francia. Il re di Portogallo, com’è noto, nei luoghi dell’Indie, li quali ha fatto suoi ex veteri occupatione, non solamente vuol avere la superiorità, ma non vuol ch’alcun altr’uomo, sia chi si voglia, vada a quelli luoghi. Ed essendo andati molte volte al Brasile, Francesi di Normandia, di Bretagna e di Piccardia, sono stati molto mal trattati da’ Portoghesi; di modo che son note gran querele in Francia contro Portoghesi. E pur vogliono mantenere questa proprietà anche Francesi ed altri che vanno là. E così questa materia sta in una longhissima trattazione, dalla parte de’ Francesi nell’ammiraglio, e dalla parte de’ Portoghesi nel suo oratore, il quale con presenti grandi che egli dona all’ammiraglio, tiene la cosa in lungo. A questo poi s’aggiunge che in Portogallo è una figliuola della regina di Francia, che fu maritata in primo matrimonio nel predecessore di questo re di Portogallo, la quale è molto ricca, perché ha di dote scudi quattrocento mila; e il guadagno ch’ha fatto questa dote nelle Indie, si mette in cento mila; e poi la dote della madre, che è in Francia, di scudi duecento mila, per la quale è obbligata la contea di Lorena; e poi tutti li vestimenti e gioie sue che in effetto sono di una valuta inestimabile. Questa figliuola il re di Portogallo offerisce al re di Francia per il delfino; e la causa è molto sollecitata dalla regina di Francia sua madre; e con tanta maggior istanza che non la ponno dare al primogenito del re dei Romani, perché pare che serbino quel principe per la figliuola dell’imperatore, la quale non vogliono che vada fuori della famiglia d’Austria, perché dubitano della debolezza del figliuolo dell’imperatore: ed in tal caso la figliuola succederia. Il che è pur causa che non lascierà mai fare il matrimonio della figliuola dell’imperatore nel delfino. Portogallo vorrà adunque con questo matrimonio del delfino metter fine alle querele di Brasile; cioè che il re cristianissimo si obbligasse per i suoi di non vi andare. Ma la pratica va in lungo, perché in effetto il matrimonio non piace al re cristianissimo.

All’illustrissimo duca Alfonso di Ferrara il cristianissimo non portava amore, perché conosceva in effetto ch’egli seguiva la parte cesarea. E però fece un editto nel suo regno che tutti quelli che avevano beni della corona di Francia, per ogni titolo qual si voglia, dovessero lasciarli come beni che non si potevano alienare: di sorte che tutti ritornavano alla corona. E la mag­gior parte furono restituiti, eccetto alcuni stati che il re cristianissimo aveva dati per istromento ad esso duca, al tempo che il duca Ercole tolse madama Renea per consorte delli quali traeva forse scudi dieci mila l’anno. Il duca di Ferrara, aveva credito per danari e monizioni date al campo francese quando era in Italia: né mai il re al duca l’ha voluto restituire in effetto, benché con parole non l’ha mai negato. Morto il duca Alfonso, Francesi si levorno in una grandissima speranza che il duca Ercole suo figliuolo, come quello che aveva madama Renea per consorte, dovesse procedere con l’imperatore più riservatamente; e con questa opinione il re ha procurato con ogni poter suo d’acquetarlo con il pontefice, perché egli sperava, quando l’avesse accordato col papa, che gli fosse obbligato. E però gli promise i novant’uno mila scudi, di cui gli è debitore. Ma da poi che è andato da Cesare, è fatto in malissimo predicamento con Francesi. E per quello che io intendo, monsignor della Matteglia, che è stato oratore del re apresso il duca, dice che madama Renea non è molto ben trattata. Di modo che, essendo già dato assegnazione del danaro per tutto quest’anno che ha cominciato questo gennaro, e fatte le scritture necessarie, la deliberazione pare che sia andata a monte. Della potenza del re cristianissimo, io stimo che sia più forte che altro re di Francia sia stato gran tempo fa; perché ha più gran stato di Francia, e quello ha più obbediente e più unito ch’altri abbino avuto. Perché questo ha congiunto così la Bretagna alla corona, come li altri stati, lo che nessun altro re ha avuto. Ha ancora incorporato il ducato di Borbone: e morta la regina Maria, che fu consorte del re Aluigi, ha sparamiato scudi trenta mila all’anno. Soleva avere tre mila lancie, e cavalli leggieri sei mila, che loro chiamano arcieri; ma se ben questi arcieri erano tutti soggetti ai capitani ed uomini d’arme, il re poco se ne serviva. Ora li ha ridotti in lancie due mila, e arcieri tre mila, che sono benissimo pagati da un anno e mezzo in qua; benissimo armati ed all’ordine, per quello che io stesso ho avuto, e per quello si dice. Ha sette legioni dei suoi paesani, di sei mila fanti l’una, che fanno fanti quarantadue mila; parte buoni, come quelli che sono alle frontiere di Borgogna, di Guascogna, del Delfinato, Chiampagna e Piccardia; e parte non pratichi, come quelli di Normandia, Bretagna e Linguadoca. De’ quali tutti il re pensa servirsi in esercito di tre legioni solamente: il resto designa tenere in Francia. Ha poi la sua retroguardia de’ gentiluomini, li quali per un mese e, mezzo sono obbligati a servirlo a loro spese, che fanno il numero di dieci mila, li quali sono per la custodia del regno. Ha deliberato ora di fare un’ordinanza di mille gentiluomini a piedi per la guerra. Per quello che si sapeva alla corte al mio partire, questo re cristianissimo aveva già a suo soldo i detti fanti germani. Può egli avere quanti Svizzeri vuole. Dalla parte mò di Fiandra, ha il duca di Ghelder il quale può sempre fare fanti settemila.
Ha poi artiglieria assai d’ogni sorte in ordine; poiché, oltra l’altra, io ho veduto una banda di artiglierie fatte nuovamente in Parigi, di cento doppi cannoni e colubrine, e sono d’un metallo più tenero del nostro e per conseguente non così frangibile. E gli mettono per questa causa manco metallo; che rende due beneficii; l’uno che costano manco, e l’altro che si conducono più comodamente e con minore spesa. Laonde giudico che in un mese e mezzo alla più lunga, potria mettere insieme un esercito di due mila lancie, tre mila cavalli leggieri, diciotto mila fanti, Francesi, Guasconi, Piccardi, di Chiampagna e del Delfinato, sedici mila Germani, e cinque mila Svizzeri, perché non ne vuole più, e cinque mila Italiani, che parimenti più non ne vuole; che in somma fariano fanti quarantotto mila. Vero è che, volendo far la guerra ancora in Fiandra, se bene avesse dell’altre legioni, ed avesse li sette mila del duca di Ghelder, e concorressero ancora gl’Inglesi, credo bisogneria ne desse di questo numero de’ quarantotto mila.

Da mare ha trenta galere, delle quali ventisei solamente sono all’ordine, e le altre quattro si metteriano presto all’ordine. Sono sforzate; ma non hanno reputazione di essere molto buone. Costano al re cristianissimo scudi quattrocento l’una il mese, dando il re li sforzati: i capitani mettono le galere, e tutte le altre spese. In Normandia ha in porto di Grasse quella sua gran nave di gran portada, la quale ha sopra sessanta pezzi di artiglieria, come dicono; de’ quali trenta sono di metallo, e sono doppi cannoni e colubrine. Ha cinque galeazze fra vecchie e nuove; e sono più corte delle nostre galere grosse, più alte, e più larghe, di due coperte e di due ordini di remi, uno per coperta; gl’interiori sono lunghi piedi ventiquattro; li superiori trentasei. Ma poco giovano, che non ponno servire se non a voltare, e guadagnare un cavo, e cose simili. Portano artiglieria in gran numero. Ha ancora quattro galeoni.
Ha egli certamente molte belle fortezze, e le ha fatte riparare delle pene de’ maleficii, che si applicano al re. Il quale, oltra il poter dell’armi, ha ancora danari ed obbedienza. Dico che sua maestà ha d’entrata doi milioni e mezzo, ordinaria. Dico per l’ordinario, perché s’egli vuole accrescer le taglie a’ suoi popoli, quanto grandi angarie egli metta, tanto gli pagano senz’alcuna replica. Ma a questo proposito dirò che i contadini, sopra a’ quali è il sforzo delle angarie, sono molto poveri, di sorta che ogni aggravamento che gli desse di più, saria insoppor­tabile. Ma in questa materia è da intendere un’altra cosa: che, quantunque si dica che il re cristianissimo ha grande obbedienza in tutto il suo regno, nondimeno questa proposizione è vera e falsa: vera perché a quelli ch’è solito metter taglie, ne può metter quante ne vuole; è falsa, perché nissun gentiluomini di tutta la Francia paga angaria alcuna non solamente de’ beni feudali, ma di quelli ancora che acquistano, purché loro li facciano lavorare. Item, quasi niuna delle terre principali della Francia paga angarie, esenzione che hanno avuto dai re per tempora: come è Parigi, Roano, Amiens, Lion, Loches, Blois, Dijon, Chalons, Vienna, Nevers, Narbona, Tolosa, e tutte l’altre. Ben è vero ch’alcune volte il re domanda un dono. Che se il re potesse mettere le taglie ordinarie ed accrescerle a’ gentiluomini ed alle terre esenti, cresceria le sue entrate grandissimamente. L’entrata sua di doi milioni e mezzo d’oro è, che trae di Normandia (che è il suo più util paese) scudi cinquecento mila; di Linguadoca (che contiene molt’altri luoghi e paesi), quatrocento cinquanta mila; di Bretagna, scudi duecento cinquanta mila; di Piccardia, cencinquanta mila; di Chiampagna, cento mila; di Borgogna, cento mila del Delfinato e Lionese, cento mila; di Provenza, ducento mila; di Borbonese, cinquanta mila. Vi sono poi le utilità causali, che sono confiscazioni per delitti, eresie, officii che vacano, forestieri che muojono senza erede, che giungono alla somma di scudi duecento mila. Delle quali è fatto un ordine al presente, che più per un tempo non si possano donare, ma che tutto si venda e si accumuli. Questi si solevano donare, e con esse gratificare i signori gentiluomini e tolti li servitori del re. Sono tante queste utilità casuali, che tre anni continui hanno con esse pagate tutte le pensioni ordinarie, eccettuando quelle d’Inghilterra, Svizzeri e Germani. Vi è ancora il sale, i boschi, e alcune entrate che sono proprie del re, che si dimandano del dominio, le quali sono ora più ora meno, secondo che il re dona, e che quelli a chi dona muojono. Tutte adunque, in somma, arrivano a doi milioni e mezzo.
La spesa sua è tale: Prima, duemila lancie; metto, per il conto migliore, scudi l’anno duecento mila. Gli arcieri, scudi cencinquanta mila. L’armata maritima di galere trenta, a ragione di quattrocento scudi al mese, circa scudi cencinquanta mila. L’armata di Normandia gli costa scudi sessanta mila. Le pensioni d’Inghilterra, cento mila; de’ Svizzeri, scudi sessanta mila; de’ Germani non si sa; la pensione a’ prencipi e gentiluomini, condottieri e capitani si mette scudi duecento mila, computando gli officiali suoi: perché il duca di Ghelder ha scudi cinque mila; monsignor di Vandomo, il re di Navarra, la regina di Navarra, il duca di Lorena, hanno scudi dodici mila per ciascuno; monsignor di S. Paolo, Ghisa, il gran maestro, l’ammiraglio, Boisy, il marescial di Marsilia, Aubigny, madama di Vandomo, madama di Nevers, Aluigi monsignor di Nevers, hanno scudi cinquemila all’anno per uno. Mettono per artiglierie e monizioni scudi venti mila all’anno. Il re ha poi duecento gentiluomini della casa che servono per ordine, che hanno duecento scudi all’anno, che fanno scudi quaranta mila. Ha poi quattrocento quaranta arcieri alla guardia sua, che hanno scudi cinquanta per ciascuno, con altre utilità di cavalli e paggi, che arrivano a scudi ottanta l’anno per uno, che fa la somma di scudi trentacinque mila. Ha cento Svizzeri che hanno scudi cinquanta l’uno, che fa la somma di cinque mila all’anno. Si mette in fabbriche private scudi venticinque mila all’anno, ed altrettanto in publiche. Ed è ragionevole; perché quando il re fa una fabbrica o pubblica o privata, si mettono soprastanti ufficiali provvisionati di casa de’ signori che governano, li quali più non si cassano. E quinci avviene che niuna incominciata mai si finisce.
La caccia e venazion sua si mette valergli scudi quaranta mila; la scuderia, scudi venti mila. Per li piaceri minuti, nelle quali entra ancora la compra di gioje, e massime diamanti, e presenti pubblici che si fanno a dame di corte, ai quali sono deputati scudi novantasei mila, ne spende cento mila, e cencinquanta mila. Ed in ciò il re non ha modo alcuno. Le carrette e muli che seguitano la corte, si mettono scudi dieci mila. Sono poi spese di lettere, corrieri e presenti d’oratori, che montano circa a scudi dieci mila all’anno. Vi sono poi i salarii di centoventi consiglieri del parlamento di Parigi, cinquanta di Tolosa, quaranta di Roano, trenta di Borgogna, trenta di Granoble, trenta d’Aix in Provenza, venti del gran consiglio; che fanno il numero di trecento venti: a scudi duecento per uno, fanno in tutto scudi sessantaquattro mila: e con i presidenti che hanno scudi seicento per uno, fanno il numero di scudi settanta mila. Vi sono poi le spese del vestire del re e della regina, figliuoli e figliuole: e così del viver loro, che montano forse a scudi settecento mila, se ben loro dicono più; di guisa che si salvano l’anno di tutte le intrate circa scudi quattrocento mila, se ben dicono che il re ne salva diciotto mila scudi il quartiere, che sarian soli scudi settantadue mila.
Questo re cristianissimo ha tre figliuoli maschi: il delfino che si chiama Francesco, il duca d’Orliens, e monsignor d’ Angolem. Ha due figliuole: madama Maddalena e madama Margherita.

Il delfino è di età di anni venti, ed è di complessione melanconica, e dedito a opere manuali e alle armi. Dimostra di amar Italiani e odiare Spagnuoli, perché dice tener memoria della sua prigionia e dei mali portamenti fattigli. Egli vorria per moglie la figliuola del re d’Inghilterra, Madama Maria figliuola di madama Caterina; ma non vi è ordine che questo matrimonio succeda, stante il matrimonio del re in questa nuova regina, e l’alienamento suo dalla chiesa. Il re poi gli vorria dar la figliuola dell’imperatore, sperando con questo mezzo avere il ducato di Milano. Ma ancora che Cesare ed il re di Francia fossero d’accordo di Milano, non pero saria d’accordo Cesare di dargli la figliuola per moglie, perché la Spagna non supporteria mai che una figliuola di re di Spagna la quale ha ragione di successione in quelli regni, deficientibus masculis, mirasse nella casa di Francia. Vi è ancora il partito di Portogallo in piedi, come sì è detto, il quale apertamente non piace né al re cristianissimo né al delfino.

Monsignor d’Orliens ha anni sedici in diciassette; ed è egli ancora melanconico, ma è tenuto più savio. È maritato in madama Caterina de’ Medici, con mala soddisfazione di tutta la Francia, perché pare ad ogniuno che Clemente pontefice abbia gabbato questo re cristianissimo. Pur ella è molto obbediente; e il re, il marito, il delfino, e i fratelli mostrano di molto amarla.
Angolem ha anni quattordici in quindici; è bella, allegro, e molto cortese prencipe. A questo è disegnato dare la figliuola della regina di Navarra, la quale ha piatto per scudi sessanta mila, fra lei e suo marito. Se ben si tratta di maritarlo nell’ultima figliuola del re d’Inghilterra.
Non si sa di certo a chi si debba dare madama Maddalena, o al re di Scozia il quale ella vorria, o al figliuolo del duca di Lorena, o al prencipe figliuolo dell’imperatore. Questo è troppo piccolo: quello di Lorena ella non vuole, perché dice non voler se non re. E così si sta in dubio.
Madama Margherita si disegna dare o al figlio di Cesare, o ad uno del re de’ Romani in caso d’amicizia e intelligenza, o vero al figliuolo del duca di Savoja, in caso di reconciliazione.

Quelli che sono di reputazione appresso il re cristianissimo sono il cardinal di Lorena, il quale intende tutti li secreti del re cristianissimo, e massime dopo il ritorno d’Italia; perché entra in tutti i consigli secreti, e questi può il tutto: ma non negozia, né piglia alcun carico. Poi l’ammiraglio, il quale può pure il tutto col re, e gli è così intrinseco che gli parla più largamente di alcun altro. E se volesse negoziare, averia tutti i carichi; ma non ha complessione da tanti negozii, ed ha piacere di mantenersi così senza molti negozii, perché non può esser giudicato, ed esso giudica gli altri. Questo è ricchissimo di danari, di mobili, e d’entrate. Ha fatto d’entrata da scudi quindici mila propria. Ma il re gli lascia godere un mondo d’ entrate in vita. Il gran maestro ha anco esso grandissima riputazione; anzi il rispetto tra il gran maestro e il re è di maggior importanza, ed ha tutti i negozii nelle sue mani. Monsignor di Torrone è uomo di reputazione; ed è stimato savio e di riposato intelletto. Entrano poi nel consiglio il cancelliere, ed il presidente Poieto:ma ancora non hanno reputazione nella pratica di stato, e tutto il governo è appresso il gran maestro e l’ammiraglio. Il gran maestro è stato sempre inclinato alla pace con Cesare, né ha mai lasciato incominciar la guerra, né ha mai voluto amicizia con Germani. L’ammiraglio se bene non è stato molto caldo alla guerra, non è stato però da essa lontano: ed è stato quello che ha consigliato al re cristianissimo l’amicizia con gli elettori Germani, l’Inghilterra ed il Turco.
Questa mia legazione è stata di mesi quaranta. La quale ha voluto Dio ch’io abbia consumata tutta in peregrinazioni, perciochè poco dopo giunto a Parigi, il re cristianissimo si pose sul viaggio di Marsilia: e passando per il Borbonese e Lionese, ce ne andassimo in Avergna e Linguadoca e Provenza per quelli eccessivi caldi. E fu tanto prolongato l’abboccamento, che, sì come quando ci partimmo di Parigi, ogniuno giudicava che si dovesse far di state, così si fece di novembre. Onde avvenne che gli oratori non avendosi portato dietro se non vesti da state, fu mestiero farsi vesti d’inverno; e le pelli pagassimo la metà più di quello valeano. Ed in quel viaggio mi morse un cavallo ed un mulo. Dopo partiti di Marsilia ce ne andammo per la Provenza, Delfinato, Lionese, Borgogna e Chiampagna, e giungemmo in Lorena al parlamento che fece il re cristianissimo col langravio d’Assia; e d’indi tornassimo a Parigi. Fu il viaggio d’un anno: nel quale avendo sempre peregrinato, prometto a vostra serenità, per la fede ch’io le porto, che io spendei del mio, oltra il salario che mi dava vostra serenità, scudi seicento, computando i cambi che allora crescettero di Lione a Venezia dieci per cento per quella volta, perché ogniuno si serviva di quella piazza; e Clemente pontefice trasse quaranta mila scudi. Giunto veramente a Parigi nel medesimo alloggiamento de’ miei clarissimi antecessori, in una stalla mi s’abruciorno undici cavalli e tutti i fornimenti: ove fu liberata solamente la mia mula. Questo danno mi passò scudi quattrocento; perché m’ero sforzato di mettermi onorevolmente a cavallo. Ma a questo danno mi seguì un altro incommodo; che, dovendo partire il re, mi convenne rimettermi a cavallo e ricomperare altri dieci cavalli, in tempo che sua maestà avea comandato che si facesse la mostra del suo retrobando a cavallo in arme: il che fu causa di farmeli pagar carissimi. Per il che, indarno aspettando alcun suffragio da vostra serenità, fui costretto di vendere delli argenti miei. Da poi il re cristianissimo (che mai nel mio tempo la corte si è fermata tanto, che potessi giudicare che ella stesse in un luogo quindici giorni) andò in Lorena, Poitou, ed altri luoghi della Belgica, poi in Normandia e Francia, e d’indi un’altra volta in Normandia, Picardia, Chiam­pagna, Borgogna. E questa continua peregrinazione fu causa d’un’eccessiva spesa e danno mio intollerabile, non solamente a me che sono povero gentiluomo, come ogniuno conosce e sa, ma ancora saria stato ad ogni altro ricco. Però qui facendo fine, reverentemente supplico vostra serenità che si degni avermi per raccomandato, dimostrando alcun segno per il quale io conosca che la mia servitù le sia stata grata.


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Pagina creata il 31/08/2004
Ultimo aggiornamento 31/08/2004