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TESTI  -  Relazioni dalla Francia: Francesco Giustinian (1538)
 

Strumenti - Testi - Relazioni dalla Francia - F. Giustinian

 

 

Relazione di Francia di Francesco Giustinian, 1538

Venne pubblicata in Nicolò Tommaseo, Rélations des ambassadeurs vénitiens sur les affaires de France au XVI siècle, t. I, Paris, Imprimerie Royale, 1838, pp. 165-195. E’ stata quindi pubblicata in Eugenio Albèri, Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante il secolo decimosesto, s. I, vol. I, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 1839, pp. 197-216 (e ripubblicata in Luigi Firpo (a cura di), Relazioni di Ambasciatori Veneti al Senato. Tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente, vol. V, Torino, Bottega d’Erasmo, 1978, pp. 107-126).

Serenissimo principe, gravissimi e sapientissimi signori miei osservandissimi, avendo la sublimità vostra e le vostre eccellentissime signorie, già pochi giorni, avuta vera e particolar relazione delle cose del regno di Francia dall’eccellentissimo messer Gioan Basadona; se, ora che per servare il santissimo ordine di questa republica io debbo render conto del breve tempo che ho negozialo a quella corte a nome delle vostre eccellenze, volessi dir per ordine in questo loco le entrate, le spese, il governo, e la natura del re cristianissimo e del regno suo (come è il costume degli oratori quando ritornano dalli loro maneggi ordinarii), mi pareria far ingiuria alle signorie vostre eccellentissime, al detto eccellentissimo Basadona, e a me stesso.

Perché, non essendo stato io ordinariamente a quella corte, mi torrei più che non mi si conviene; dimostraria dubitare che esso eccellentissimo Basadona non avesse a pieno detto il tutto, come non dubito che sua magnificenza non abbia compiutamente a tutto satisfatto; e attediarei le vostre eccellentissime signorie con le medesime cose che esse poco tempo fa hanno udite, e conservate fresche nella loro mente. Per la qual cosa essendo io stato adoperato da vostra serenità e dalle signorie vostre eccellentissime, più per loro bontà che per merito alcuno o valor mio, alla persuasione solamente del re cristianissimo a far la pace con l'imperatore; ed essendo questo maneggio, e per la grandezza e somma difficultà che porta seco, e più per l'apertissimo benefizio del mondo cristiano, e particolarmente per la conservazione e segurtade di questa eccellentissima republica, di tanta importanza quanto la prudenza di vostre signorie eccellentissime chiaramente conosce, solo mi sforzarò con breve discorso rappresentare alla serenità vostra ed alle signorie vostre, non come detto maneggio sia passato (perché di tempo in tempo le lettere dell’eccellentissimo orator Capello e mie lo hanno dimostrato), ma la cagione perché la pace non sia seguita tra questi dui signori; poi, quali siano gl’impedimenti alla composizione; ed in fine che speranza ci resti o di pace o di accordo o pure di nuove tregue. Nel qual discorso tanto dirò della natura, governo e forze del re cristianissimo e suo regno, quanto venirà bene a far più chiare e più fondate le ragioni ch’io usarò in questo ragionamento.

Dico adunque, serenissimo principe, gravissimi e sapientissimi signori, la pace desiderata dalla santità del pontefice, procurata dalle signorie vostre eccellentissime coll’opere e col core, aspettata con eccessivo bisogno dalla cristianitade, e negoziata dalli agenti della cesarea maestà e del re cristianissimo a Locat, loco mezzano tra Salses e Narbona, non esser riuscita tra questi dui signori, perché non è giudicato suo benefizio dall’imperatore dare lo stato di Milano al re cristianissimo; né il re cristianissimo senza Milano può far la pace coll’imperatore. Il malefizio che l’imperator ne può avere dando quello stato alla maestà cristianissima, ognuno per sua prudenza lo vede benissimo. Prima, contra la sua natura, si spoglieria di uno stato che il fa grande e securo in Italia. Dappoi, che investiria di esso il maggior suo inimico che abbia al mondo. Terzo, che con quella comodità il re porteria guerra nel regno di Napoli, e nello stato di Fiorenza, che è pur a sua devozione. E insomma che privaria sè stesso di una gran parte della sua grandezza, per darla ad uno che, se non al presente, certo col tempo, gli averia a far fortuna, e forse a torgli il resto. Onde volendo sua maestà cesarea lasciare lo stato di Milano, e volendosi assicurare di tutte queste cose, propose al re cristianissimo le grandi condizioni che vostre signorie eccellentissime hanno, per lettere dell’eccellentissimo orator Capello e mie, conosciute e forse intese anco per altre vie. Le quali condizioni, perché toglievano de praesenti al re cristianissimo le ragioni sue, e delle forze, assai più che non gli dava la speranza dello stato di Milano; e ritrovandosi sua maestà cristianissima sull’avvantaggio della più parte dello stato de Savoja, di Edino (Hesdin) in Fiandra, e della guerra che il Turco ha coll’imperatore (nella qual stando esso imperatore occupato, non potrà dar molestia a sua maestà), essa non ha voluto comprar la pace con tanto suo danno, quanto gli pareva di avere se avesse cesso all’imperatore la Borgogna, restituito Edino, e la superiorità di Artois, la Savoja al duca, ed alli nepoti del quondam monsignor di Borbon lo stato suo; e se avesse cesse le ragioni sue di Napoli e Milano, che sono nella capitolazione di Madrid; ed infine (lo che essa si reputava a gran vergogna) se avesse mandato per tre anni monsignor d'Orliens suo figliuolo in Spagna per ostaggio, e fosse stato sforzato far la guerra al Turco, ad utile e grandezza dell’imperatore, e astretto al concilio col qual perdeva la unione delli principi e stati di Alemagna, e d’altri capitani, e genti luterane, per sperar nella fede di quello che apertamente dice che non ha fede in lui di cosa alcuna. Onde per tutte le sopradette cause non è seguita la pace tra queste maestadi; la qual, sebbene alcuni credono che si saria fatta quando si fosse trovato modo che l’uno di questi dui signori si avesse fidato dell’altro, io nondimeno, serenissimo principe, sapientissimi miei signori, per quanto ho potuto conoscere e dal volto del re (che spesso suol dimostrare l’animo dell’uomo), e poi dalle parole e sue e della serenissima regina di Navarra, e degli altri grandi che sono in questa corte, dico che il re cristianissimo si saria fidato dell’imperatore se sua cesarea maestade avesse rimesso alcune cose della capitolazione di Madrid. Ma perché sua maestà cesarea è stata ferma nella sua opinione, il maneggio è dissoluto nel modo che hanno saputo vostre signorie, con mala satisfazione di tutti i cristiani.

Seguono, mò, li altri impedimenti alla composizione che si ha da trattare, li quali sono assai, e molto grandi. Perché la serenità vostra e le vostre eccellentissime signorie (che parte con la dottrina, parte con l’uso e lunga pratica, e l’ottimo suo giudizio, intendono benissimo le cose del mondo) sanno che sì come le amicizie tra particolari gentiluomini si contraggono per la mutua corrispondenza degli animi e per la similitudine dei buoni costumi, così tra i principi si fanno le amicizie o per la istessa corrispondenza di natura, o per giudizio che abbiano che loro torni bene lo stare amici insieme, o veramente per necessità, e fortuna, che al suo dispetto li astringa a starsi uniti. Tra questi dui signori (per quanto io ho, nel poco tempo che sono stato in Francia, conosciuto della natura del re cristianissimo, e per quanto ho inteso per varie relazioni in questo eccellentissimo consiglio; ed alla corte, ed altrove quella della cesarea maestà) trovo esser tale e sì gran discordanza, che (come in tal proposito mi disse la serenissima regina di Navarra, che è sorella del re cristianissimo, la quale è donna di molto valore, e spirito grande, e che interviene in tutti i consigli) bisogneria che Dio ritornasse a riformare uno di loro ad esempio dell’altro per volere che si accordassero ambidui. Perché, dove il re cristianissimo vuole mal volentieri fatica di pensieri grandi o di faccende, e che spesse fiate va alle caccie ed alli suoi piaceri; lo imperatore non pensa ad altro mai che a negozj, e a farsi maggiore. Dove il re cristianissimo è semplice, aperto e liberalissimo, e facile assai a rimettersi al giudizio e parere delli suoi consiglieri; l'imperatore è molto riservato, e tenace del suo, ed è duro nelle sue opinioni, governandosi più per se stesso che per alcun altro. E così in tutte le altre cose sono di modo contrarii di natura, che il re medesimo disse un giorno all'eccellentissimo orator Capello ed a me, ragionando in materia delle tregue, che esso credeva che Cesare studiasse di esser tutto l'opposito suo; perché se esso diceva che voleva pace, Cesare rispondea che non potea farla, ma che faria qualche composizione; e s’egli diceva di composizione, gli era risposto che erano meglio tregue; di modo che non si potevano mai incontrare di una volontà. Onde si potria concludere, che per diversi spiriti e contrarie nature che hanno insieme queste due maestadi, mal è da credere che si abbiano ad accordare.

Bisognaria adunque che col giudizio vedessero quanto comodo sentiriano tutti dui della unione che avessero insieme. Il qual giudizio, sì come credo che sia grande in ogn’uno di loro, così si vede manifestamente che gli è guasto e accecato in tutto dalle offese che sono seguite tra loro maestadi, dagli odii crudeli, e dalle passioni, che non li lasciano vedere il loro bene. Perciocchè lasciando stare tutte le altre offese, la presa del re cristianissimo, l'ostaggio dei figliuoli, la capitolazione di Madrid, la impresa di Francia, che fu tentata già dui anni dall'imperatore, e ultimamente la opinione del veneno del serenissimo delfino, da che sono nasciuti odii infiniti; hanno alterato sì l’animo di sua cristianissima maestà, che essa mai non ragiona di alcuna di tali cose, che non si scaldi tutta di passione, e di ardore di vendicarsi un giorno. E poi il sospetto ed invidia che l’uno e l’altro ha in sè di non vedersi più grande e più potente, fa che, conoscendo lo imperatore che il re cristianissimo cerca con ogni suo sforzo e ingegno di ridur tutta la Francia sotto d’un capo solo, e che per ciò si è tanto affissato nello stato di Milano (perché dando questo a monsignor d'Orliens, viene a metter nella corona la Bretagna, la quale per obbligazion di dote, avendo il re cristianissimo più di un figliuolo, doveria darla al secondo figliuolo; e li popoli di quella provincia difficilmente servono alla corona, che vorriano aver un proprio signore: e viene a metter d’accordo li fratelli; e si fa un fondamento in Italia col predetto stato di Milano, che savia formidabile ad ognuno), sua maestà cesarea cerca di disturbargli questi suoi disegni, non gli volendo dare detto stato: o se gliel dà, cerca ch’egli lasci a Borbone la Borgogna, che è come scala da passar dalli suoi stati a molestarlo nel regno di Francia. Dall’altro canto vedendo il re quanto sia fatto grande detto imperatore, procura di assicurarsi da tutte le parti: né vuole lasciare alcuna cosa di quelle che tiene in Fiandra, o nel Piemonte, se l’imperatore non gli dà Milano, sì per farsi di forze eguale a esso imperatore, come perché ogni poco che esso lasciasse, gli pareria di accrescerlo alla grandezza del suo inimico. Le passioni adunque che sono fra loro non li lasciano veder quanto bene torneria alle loro maestadi essere unite ed in pace insieme, e quanto benefizio dariano alla cristianitade, se in compagnia cercassero di sollevarla da tanti danni e da tante miserie che le loro discordie e guerre le hanno date.

Resta la terza parte, che è la fortuna, o vero necessitade, la qual fa molte volte quello che né il giudizio né la natura hanno potuto fare; come essa fece nella pre­sa del re, quando seguì quella pace sforzata con la capi­tolazione di Madrid, poi l’altra dell’accordo di Cambray, e al presente le tregue del Piemonte, le quali, sì per la necessità che avevano gl’imperiali, come per la fame e bisogno di tutte le cose che era nel campo del re cristianissimo, furono astrette dette maestadi a conchiudere. Ma per far una pace o composizione al presente tra ambe loro, non si vede che l’uno o l’altro di questi signori sia necessitato farla con disavantaggio. Perché, lasciando stare lo imperatore con la sua fortuna, le forze del re cristianissimo sono ora molto unite e molto grandi. Ha sua maestà la Francia tutta dal mar Oceano fino ai Pirenei, e fino al mar Mediterraneo; e di più la Savoja tutta, che è di là dai monti; e anco la maggior parte del Piemonte in suo potere e libero dominio. Nella quale (come sanno le signorie vostre eccellentissime) sua maestà fa dodici governadori, perché è divisa in dodici provincie, delle quali cava ogni anno di rendita ordinaria, tra taglie, sussidii, quadresima de vini, sali, dominio, gabelle, officii venali, e altre minute rendite, la somma di franchi quindici milioni settecento cinquanta mila, che sono poco manco di tre milioni d’oro. E se bene sua maestà nelle spese ordinarie di pensione alli Sguizzari, ad Inghilterra, ai capi Todeschi, e alli offiziali di giustizia di tutto il suo regno, in guardie de’castelli, in la marina di levante e ponente, in doni, e spese di ambasciatori, in artiglierie, in caccie, in far tavola, in spese della casa, e in altri casi inopinati, ed infine in lancie duemila cinquecento che continuamente tien pagate, spende tutta la entrata o poco meno; e se ben anche nella impresa che tolse lo imperatore contra Francia, sua maestà cristianissima (per quel che dice la comune voce di tutto quel regno) spese più di tre milioni e mezzo d’oro, buona parte del quale esso si trovava avere in mano; nientedimeno le vie straordinarie che sono aperte sempre a sua maestade, sono sì grandi e tali, che o con taglie o con doni o con sussidii o con imprestiti del clero (che è ricchissimo in Francia, come è noto ad ogniuno), ne trae sempre quanto gli fa bisogno. Di modo che per mancamento di danari non si dee creder che sua maestà venga sforzata ad accettar condizioni di pace che non gli paiano utili ed oneste.Né si dee credere che, per paura che abbia che l’imperator gli mova guerra in Francia da parte di Picardia o d’altrove, o vero che gli metta addosso il serenissimo re d’Inghilterra (che altre fiate gli ha tolta la Francia e dato assai che fare), faccia detta pace. Perché, oltra che li Fiamminghi fanno mal volentieri la guerra a Francia, con la quale perdono i trafichi, e consumano le entrate; il re cristianissimo tiene così ben munite le sue frontiere della Picardia, come la mae­stà cesarea le sue della Fiandra, che, da quel canto, non vi è molto avvantaggio. Da questo del Piemonte e di Provenza, la prova che già dui anni fece l'imperatore, ha ben dimostrato chiaramente a tutti, quanto sia duro e difficile il passo. Poi circa al serenissimo re d’Inghilterra, sua maestà non l’ha da temere, perché gl’Inglesi mai passarono in Francia senza l'ajuto e spalla dei duchi di Bretagna, o di alcun altro principe di Fran­cia, che sono mancati, e ridutti ora tutti in la corona. E appresso di questo, la stretta unione e parentado che tiene il re cristianissimo col re di Scozia, revocheria sempre il re d’Inghilterra con la guerra, e gli disturberia li suoi disegni, come ha fatto altre volte, quando non era obbligato di farlo. Si aggiunge a questo l'antiqua Costituzione della Francia, la quale è, che tutti li gentiluomini del regno non contribuiscano mai ad alcuna gra­vezza o spesa che occorra farsi dal re cristianissimo, se non quando la Francia è assaltata con guerra; che in quel caso sono obbligati a pagar tutta la spesa che si fa alla difensione per tre mesi. Onde si può concludere che il regno di Francia, ridotto, come al presente è, nella obbedienza di un solo capo, sia piuttosto da esser formidato da ognuno, che esso abbia a temere le altrui forze.

Da tutte le sopraddette cose (fondate sopra quelle che ho conosciuto alla corte di Francia, e sopra il mio debile e picciolo giudizio) se ben pare forse alla serenità vostra ed alle vostre eccellentissime signorie che non resti speranza alcuna al bisogno della cristianitade, che questi dui principi si accordino insieme con pace universale (la quale se riuscisse, bisogneria dire a Domino factum est istud, et est mirabile in oculis nostris, come disse esso re quando che intese che la cesarea maestà aveva detto che volea dargli il stato di Milano, e far la pace al tutto) nientedimanco la necessità delli tempi presenti, e la buona natura di sua cristianissima maestade, la qual sente con sommo dispiacere i danni e la rovina dei cristiani; e poi le persuasioni dell’illustrissimo contestabile (il qual sì come il tutto può con sua maestade, e sì come move e governa tutto quel regno, solo, come piace a lui, né vuol compagno alcuno, così conosce che con la pace si può conservare in questa sua grandezza, perché: la pace egualmente da tutti, e grandi e piccioli, di Francia è desiderata, che sono stracchi ormai delle spese e delle fatiche di guerra, contrarie alla natura de’ Francesi); e anco la desterità che forse al presente potrà adoperare la santità del pontefice con le persone istesse di loro maestadi; e finalmente quel lume che è da sperare che il nostro signor Dio gli mandi avanti agli occhi per mostrargli il cammino alla conservazione della fede sua, faranno che se ben noti riuscisse la pace universale, almeno potrà farsi qualche accordo o composizione. Perciochè, avendo il re cristianissimo con le tregue del Piemonte,e con la trattazion della pace, perso assai favore che poteva sperare dal Turco e dal serenissimo re d’Inghilterra (l’uno e l’altro de’ quali hanno manifestissimamente conosciuto che sua maestà cristianissima faria accordo con Cesare anco a lor malefizio, quando gli fusse dato il stato de Milano); e vedendo sua maestà, che né esso re d’Inghilterra, né il Turco può più fermar speranza alcuna nella unione sua, essa, conoscendosi pur restar senza questi appoggi, è da credere che passerà facilmente innanzi, alla composizione, anco con qualche suo disvantaggio.

E per quanto mi disse un giorno il reverendo nunzio del pontefice, è da credere certo, che quando l’imperator rimettesse alcune cose della capitolazione di Madrid, le quali pajono troppo gravi alla maestà cristianissima, essa nel resto si fideria di sua maestade. Perché, dicendogli esso nonzio un giorno, che pareva a lui che la pace non riuscisse tra lor maestadi perché non si volevano fidare l’una dell’altra, onde saria buono che le fortezze di Milano fossero deposte o in mano della santità del pontefice o in mano di questa eccellentissima republica, fino a tanto che si adempissero le altre promesse; sua maestà gli disse che essendo sua santità troppo vecchia, la quale morendo potria rompere ogni buona opera che fusse incominciata; ed essendo la sere­nità vostra troppo potente in Italia, da credergli questo stato; voler fidarsi dell’imperatore, pur che esso rimettesse un poco delle condizioni che gli proponeva. E nel partir ch’io feci dalla corte, pigliando licenza dal reverendissimo cardinal di Lorena, qual è gentilissimo signore, e di natura sua studioso della pace, sua signoria reverendissima mi disse che per uno secretario dell’imperatore, qual portò al re cristianissimo la confirmazione della tregua, aveva mandato a dire alla maestà cesarea a nome suo, che essa fusse contenta lasciare un poco della sua durezza, che prometteva di dargli la pace.

Alle quali cose si aggiungono anco dui rispetti che movono assai l’animo del re cristianissimo a far alcuno accordo con l’imperatore. L'uno è, che gli Sguizzari mal volentieri consentono che sua maestade tenendo per sè lo stato di Savoja, se gli avvicini tanto che abbiano a temere che essa col tempo voglia da loro molti lochi che godono dello stato predetto, e il ducato di Chiabletz (Chablais), nel quale vi sono moltissime terre, come Losanna, Tonon, Viviano (Vevay), Colonge, Ginevra, che sullo luoghi che essi Sguizzari hanno occupato da poco tempo in qua della Savoja. Né faria molto per esso re stargli così appresso, perché, o conveniria sopportar molte ingiurie che essi Sguizzari sempre fanno alli suoi vicini, o conveniria far guerra con loro, la qual gli saria di molto danno, che si privaria del servizio di quella nazione, senza la quale sua maestade malamente puol fare alcuna impresa; avendo spezialmente conosciuto gli legionarii della Francia , instituiti già con tanto nome, non riuscire in quel regno, sì per esser villani nati ed allevati nel continuo servire, e senza aver vedute, non che ado­perate mai, l’armi, sì perché ne nasceva quello che è necessario che nasca dalle mutazioni preste che si fanno dall’uno estremo all’altro; che come dall’estrema servitù erano messi una fiata in la licenzia e libertà delle armi e della guerra, non volevano più obbedire alli loro padroni. Di modo che gli gentiluomini di Francia si son dogliuti col re cristianissimo assai volte, dicendo a sua maestade, che con dar l’armi loro a’ villani, e con farli esenti dalle consuete gravezze, ha fatto ch’essi a poco a poco hanno perso la obbedienza e i privilegi loro, e che in breve tempo quelli si faranno gentili uomini, ed essi villani. Onde, e per questo, e perché in vero non erano buoni a far impresa alcuna, detti legionarii vanno ogni dì mancando; e sua maestade, priva di armi pro­prie, è sforzata di aver ricorso a soldati alieni e mercenarii, tra li quali li Sguizzari, per tante esperienze delli tempi passati, sempre è la più certa e miglior banda che abbia.

L’altro rispetto è la santa lega, deliberata dalla serenità vostra contra il Turco, la quale gli ha dato in la corte di Francia tanta riputazione e tanto nome, che, se il nostro signor Dio gli darà egual ventura (come è da sperare), mai non fu principe o repubblica al mondo più gloriosa di questa. E in vero, serenissimo principe, quando che, dappoi la dissoluzione del convento a Narbona, venne la nuova a questa corte, che la serenità vostra aveva rifiutata la pace col Turco, e deliberata la guerra con la lega (perché la opinione del savio e buon governo delle vostre eccellentissime signorie è, quanto può essere, avuta in riputazione grande in quella corte), parve che ogn’uno voltasse gli occhi verso il re cristianissimo, e dicesse che quanta laude si doveva dare alla serenità vostra di tal cosa, tanto biasmo doveva venire alla maestà sua, quando col nome e con le forze sue non aiutasse così bella impresa. Di modo che, e l’illustrissimo contestabile, e esso re medesimo, quando poi gli comunicassimo lo avviso, si risentivano, e quasi si vergognavano di dire ché non potevano accompagnarsi con le signorie vostre eccellentissime, perché non si potevano accordare coll’imperatore. Onde è da credere che sua maestà cristianissima, vedendo che nel tempo che questa santa lega sarà occupata a far la guerra al Turco, se essa volesse dar molestia alla maestà cesarea o in Ita­lia o altrove (il che saria un revocarla dalla detta im presa), potria avenirgli che forse si tireria questa lega addosso, ma di certo si torria contra l’odio del sommo pontefice e di questa eccellentissima repubblica, e finalmente di tutti i prencipi e buoni cristiani; e che, se ne riuscisse qualche danno alla lega predetta, il mondo tutto crederia che non è degna del nome che porta di re cristianissimo, dando essa occasione e modo agl’infe­deli di battere e ruinar i cristiani; e vedendo anco sua maestà che se la lega ottenesse con l’aiuto divino la vittoria, l’imperatore si faria assai maggiore che non è al presente (il quale saria come molto potente e vittorioso, così da esser temuto assai da sua maestade, quando essa non fusse in pace o in tregua seco); per tutti questi rispetti, e per molti altri ancora che dalle signorie vostre sapientissime sono benissimo intesi, è da sperare anzi da creder certo che debba farsi tra questi dui signori qualche accordo, il quale se ben augumentasse all’uno e all’altro gli stati e forze loro, non però saria salvo che utile e buono al presente bisogno di vostre eccellentissime signorie. Perché con questa occasione, e con le loro consuete sapientissime provvisioni, e molto più col braccio del nostro Signor Dio (che è stato quello che ha retto e governato fin qui questa repubblica), si libereriano dalle continue piaghe che in ogni tempo gli hanno fatto e fanno gl’infedeli.

Ma quando questo accordo non riuscisse, io posso affermar alla serenità vostra e alle signorie vostre eccel­lentissime (dico affermare perché lo so di certo), che il re cristianissimo, per gl’istessi rispetti che ho detti di sopra, si contenterà di una tregua d’un anno, o di quel più che piacerà alla maestà cesarea. La quale se ben conosce che è a sito benefizio che il re cristianissimo stia sulla spesa nel medesimo tempo che essa ancora è sulla spesa della guerra del Turco, nientedimanco, volendo sua cesarea maestà attendere a questa impresa con l’animo sicuro, e con le forze sue tutte unite, credo che non potrà né doverà negare al re cristianissimo di farla, essendo spezialmente sollecitata dalla santità del pontefice e dalla celsitudine vostra, per comun benefizio di essa lega. Onde la mia conclusione è che se l’imperatore non starà duro nella confirmazione della capitolazione di Ma­drid, potria succeder pace facilmente. Ma stando fermo, non si mancherà dal re con qualche parte dello stato di Savoja fare un qualche accordo. Poi, quando questo accordo non si facesse in questo abboccamento di Provenza, certo esso re farà una tregua per quanto tempo sarà in piacere dell’imperatore, e non disturberà l’impresa incominciata contra il Turco.

Io veramente, serenissimo principe, gravissimi e sapientissimi signori, conoscendo il debito mio, e il bisogno della serenità vostra, di una pace buona tra questi dui signori, mi sono affaticato con tutte le forze del mio picciolo ingegno per fare che il re cristianissimo fosse contento di superare in così degna cosa le dure difficultadi che si opponevano alla composizione. E ri­trovando sua maestà cristianissima disposta nel modo che, per lettere del clarissimo Capello, e mie, vostre si­gnorie eccellentissime hanno più volte inteso; non son anco mancato di ogni conveniente offizio con la serenissima regina di Navarra, col serenissimo delfino (qual però non è di molta vivacità o maneggio), e col reverendissimo cardinal de Tornone (ch’è del gran consiglio, riputato d’assai), col signor cancelliero, e poi col reverendissimo cardinal di Lorena, coll’illustrissimo signor contestabile (che è quello che, come ho detto di sopra, fa tutte le cose de quel regno), e finalmente con monsignor d’Orliens, che, con la pace, aspetta d’esser duca di Milano: e ne è ben degno per le virtù sue, perché è tutto attivo, graziato, e dà gran speranza de riuscire eccellente e valoroso signore. Ma quanto il mio servizio abbia alla serenità vostra e alle vostre eccellentissime signorie satisfatto, non lo posso conoscere, se non specchiandomi nella coscienza mia, e nella grazia e benignità di vostre eccellentissime signorie. Perché una mi consola di non aver mancato, in tal negozio, di quel de­siderio e di quella diligenza che deve avere ed usare ogni buon cittadino, per quanto sa e può, al benefizio delli suoi signori: l’altra mi dà speranza che se io avessi mancato in qualche cosa per poca mia prudenza o per poco sapere, essi, perdonandomi questo, accetteranno l’animo pieno di buon volere, e di ardente carità verso di loro".


La conversione in formato elettronico del testo e la sua preparazione per la pubblicazione sono state curate da Cristina Vitale [CURRICULUM]

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Pagina creata il 31/08/2004
Ultimo aggiornamento 9/09/2004